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 ego... di paola
 
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Nemmeno il calvinismo più rigoroso può cambiare la natura maschile. Gli uomini olandesi saranno anche due release sopra gli italiani, ma non c'è verso di fargli capire che i vestiti sporchi non volano da soli nella cesta della biancheria.

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Di paola (del 01/06/2017 @ 23:59:59, in diario, linkato 80 volte)
Circa un mese fa questo blog è sparito. Da un momento all’altro gli articoli non sono più stati visibili in homepage benché regolarmente presenti in archivio. La homepage era una pagina vuota con stringhe di #### al posto dei titoli e dell’indice. Dopo i primi attimi di panico, questo incidente mi ha fatto riflettere. La prima riflessione è stata che nessun lettore mi aveva scritto segnalandomi l’anomalia. La seconda riflessione è stata che nell’ultimo anno ho scritto pochissimo e mai veramente ispirata. Entrambe le riflessioni mi hanno portato ad accettare la sparizione del blog come un segno del destino; evidentemente lo scopo del blog si era compiuto: dopo sedici anni di vita in Olanda quanto ancora posso intrattenervi sulle usanze di qui senza cadere in noiose ripetizioni? E quanto può interessare quel che faccio ad amici sempre più lontani? Soprattutto perché qualunque evento oggi è comprimibile in un post su facebook, o peggio ancora in un tweet. Ho passato quindi l’ultimo mese a vivere la mia vita serenamente, senza darne relazione ad alcuno.

Poi, com’era sparito, dopo un mese il blog è ritornato. A questo punto ho sviluppato due certezze: la prima è che il mio blog è governato da un’AI palesemente umorale e la seconda è che l’AI mi sta comunicando qualcosa.

Dai Paole’, facce ridere.

Viviamo a un passo dall’apocalisse. Se non sarà Kim Jong Un a sterminarci ci penserà il morbillo. O lo tsunami dal Polo Nord. O il meteorite dallo spazio. E non abbiamo ancora inventato i viaggi interstellari che ci porteranno in salvo su qualche altro pianeta; insomma, non c’è scampo. In questo delirio da fine del mondo l’unica cosa che possiamo fare è ridere: una risata ci seppellirà.

A me in questo momento più che una risata sta seppellendo la biancheria sporca. Letteralmente. Ho due adolescenti maschi in casa (il vikingo conta come adolescente di ritorno) che passano la loro vita a cambiarsi più frequentemente di Brachetti. Ho due ceste della biancheria perennemente traboccanti di tenute da calcio, judo, ciclismo, jogging e atletica, che emanano un bouquet olfattivo composto da un fondo di spogliatoio maschile con note da discarica di rifiuti tossici. Più svariati asciugamani, accappatoi e strofinacci da cucina che il vikingo cambia compulsivamente. Se ci aggiungiamo i regolari cambi di biancheria, di vestiti e di calzini regolamentari faccio prima ad aprire una lavanderia. Quando arriva la mia colf il venerdì mattina e mi trova inginocchiata tra mucchi di biancheria sporca di fronte alla lavatrice ci scambiamo uno sguardo in cui si racchiude tutto il nostro rimpianto per non essere nate lesbiche o rimaste single. La colf è ovviamente mediterranea tanto quanto me perché se fosse olandese non si farebbe toccare da simili quisquilie ma vivrebbe felice in mezzo alla discarica. Recentemente una mia amica mi raccontava sconvolta di essere stata invitata a bere un caffé a casa di una conoscente e di essere stata accolta in un salotto dove troneggiava un'enorme cesta di biancheria sporca che la padrona di casa ha semplicemente spostato per far posto a un’altra cesta di biancheria fortunatamente pulita e per tutto il tempo della visita ha piegato imperturbabile calzini e magliette. E il vikingo stenta ancora a capire perché sia così importante togliere regolarmente vestiti, suppellettili usate e scarpe da tutte le superfici piane e riporli nelle appropriate sedi: un giusto contrappasso per chi come me è affetto da una leggera forma di OCD (vi ho già parlato delle mollette da bucato spaiate e della sequenza delle posate nella lavapiatti vero?). Tornando alla biancheria, ho imparato a meditare (in apnea) mentre smisto colori e tessuti, mentre cerco in tutti i luoghi e in tutti i laghi calzini spaiati e perfino mentre recupero dal mucchio della biancheria lavata le mie poche cose sommerse da chili di maschie magliette, canotte e calzoncini: tutte attività che sfiorano tempi tantrici senza il sesso. E il risultato delle mie meditazioni mi ha portato a prendere una decisione epocale.

Chiudo questo blog.

È stato bello, è stato utile, è stato perfino terapeutico ma ormai non ha più senso. Nell'epoca in cui tutti sono tracciabili e visibili online 24/7, l'invisibilità è diventata un lusso. E, come ci ricorda Banksy, un superpotere. Intendo riappropriamene.

Potete leggere tutti i miei articoli sul sito alla voce DIARIO e se avrò ancora qualcosa da dire lo metterò lì. Questa pagina rimarrà aperta finché l’AI non deciderà di richiuderla.

Doei.
 
Di paola (del 01/06/2017 @ 10:21:44, in diario, linkato 193 volte)
Questa è la traduzione - a grande richiesta - del mio articolo apparso il 30 maggio su una rivista di settore olandese.

I memes sociali sono sempre divertenti e talvolta contengono anche verità profonde. Qualche tempo fa ho trovato questo sulla mia bacheca di Facebook: "Perché non vi fidate dei professionisti, dei medici e degli scienziati, ma credete in qualsiasi idiota che scrive su facebook?". Avrei potuto lasciarlo per quello che era, invece mi ha fatto pensare. Davvero: perché?

Il rapporto Edelman sulla fiducia (Edelman Trust Barometer) offre una possibile risposta. Nell’introduzione all'edizione 2017 Edelman descrive la situazione attuale come un’implosione di fiducia senza precedenti nelle istituzioni e addita come ragione il fallimento del sistema capitalista a seguito del crollo finanziario del 2008. Questo avrebbe alimentato un crescente scetticismo sulla sostenibilità dei nostri valori e in particolare delle nostre condizioni di vita, insieme alla percezione che il sistema capitalista premi soltanto certe élites a scapito di tutti gli altri.

Leggo il rapporto Edelman ogni anno, ma non ho mai percepito un tono così cupo come quest'anno. Sembra che il modello politico ed economico creato dopo la seconda guerra mondiale sia stato definitivamente affossato da parte di tutta la popolazione interessata. La crisi finanziaria ha aperto il vaso di Pandora e ora tutti si sentono traditi dal sistema. Questo spiega la prima parte del meme, la seconda parte è più difficile da spiegare. Non riesco a trovare alcuna ricerca quantitativa che spieghi perché le notizie false (fake news) siano diventate più credibili di fatti oggettivi, sostenuti da un’ampia base di ricerca scientifica.

E quindi non mi resta che speculare.

Negli anni novanta, The X-Files era una delle serie TV più popolari. In questa serie americana il protagonista Mulder – nota bene un agente dell'FBI – è ossessionato dalla perdita di sua sorella, che lui crede fermamente essere stata rapita dagli alieni. Nel suo ufficio è appeso un poster raffigurante un UFO e le parole "voglio credere". Questa è l'essenza della storia: non importa quello che è realmente accaduto. Quello che è veramente importante per Mulder è la prova della sua fede, che egli persegue senza sosta fino a quando non soccombe all’avversità della realtà.

Questo fenomeno è di tutti i tempi: fino al XIX secolo le madri dei neonati morti in culla credevano che il loro bambino fosse stato rapito dalle streghe. La credenza nelle streghe, negli elfi, nei fantasmi, nei demoni e negli alieni ostili come la causa di tutti i mali della nostra vita dà conforto; la scienza e i fatti oggettivi invece non sono quasi mai confortanti. La scienza ci costringe a pensare che tutto ciò che facciamo ha delle conseguenze e che nessun deus ex machina ci salverà. I fatti oggettivi ci dicono che tutto ha un prezzo e che c'è sempre un conto da pagare alla fine della festa. E questo è esattamente ciò che non vogliamo sentirci dire. Noi preferiamo credere alle favole. Non per nulla la Chiesa cattolica è riuscita a prosperare per più di due millenni attraverso lo sfruttamento sistematico di un paio di favole ben scritte.

Da ciò possiamo concludere che l’umanità sia collettivamente alla ricerca di conforto, non necessariamente della verità. E noi - proprio come Mulder – preferiamo sempre credere a chi ci offre conforto rispetto agli ambasciatori di brutte notizie: le promesse di uno spacciatore di droga piuttosto che gli avvertimenti di uno scenziato. Ogni idiota che diffonde notizie false su Facebook può contare su un gruppo abbastanza grande di persone che vogliono credere alla notizia e la copertura di massa dei social network ne facilita la diffusione virale fino a quando la notizia non viene accettata da tutti come verità. Questo fenomeno è di tutti i tempi: fin dal Medioevo la vox populi del villaggio è stata sufficiente a mandare decine di ragazze innocenti al rogo come streghe. Forse oggi noi non siamo più in grado di comprendere come la vista di una ragazza innocente che brucia possa dare conforto al villaggio, ma i social-idioti lo capiscono ancora perfettamente. I tedeschi hanno perfino una parola per definire questo fenomeno: Schadenfreude.

E prima di incupirmi come Edelman, provo a evocare il mio pusher interiore per offrire conforto. Se seguo il mio ragionamento, la soluzione è a portata di mano: abbiamo bisogno di una nuova fede, qualcosa che ci dia conforto, speranza e fiducia nel futuro. Non deve necessariamente essere qualcosa di scientificamente provato, ma deve suonare credibile e soprattutto non contenere brutte notizie, solo buone intenzioni. Una visione, una missione. Suona familiare? E’ il nostro mestiere (di comunicatori di marketing n.d.t.). L'essenza del nostro mestiere è tradurre bisogni primari inespressi in esperienze soddisfacenti che si ancorino il più saldamente possibile alla nostra vita quotidiana e infine diventino parte della nostra cultura. O almeno, questo è quello che voglio credere.
 
Di paola (del 12/02/2017 @ 00:40:40, in diario, linkato 181 volte)
Quando ci è stato comunicato che la classe di Matteo avrebbe partecipato ad uno scambio culturale con una classe di studenti francesi sia io che il vikingo abbiamo reagito entusiasticamente, come si addice a due prodotti dell'Europa unita, cresciuti ai tempi dell'interrail e delle vacanze-studio a Torquay. Ospitare per 6 giorni un ragazzo francese e mandare Matteo in Francia per un analogo periodo ci è sembrato un degno preludio per introdurre il pargolo alle gioie del programma Erasmus, fiduciosi che esista ancora quando Matteo entrerà nel corrispettivo olandese della quarta superiore.

La memoria è un singolare meccanismo che fa ricordare solo gli avvenimenti positivi e rimuove ogni esperienza traumatica. Sia io che il vikingo infatti ricordavamo con piacere e perfino un filo di nostalgia i nostri soggiorni in famiglie straniere; solo adesso che mi sto riprendendo da quest’ultima esperienza riaffiorano anche tutti gli aspetti meno edificanti di quei soggiorni e mi consolo parzialmente della nostra performance in questo.

Un mese fa ci è stato recapitato il nome del nostro ospite insieme a un succinto resumé autoprodotto in inglese traballante che ci ha lasciato completamente all’oscuro delle sue abitudini, preferenze e attitudini. Insieme al resumé ci è stato consegnato un dettagliatissimo programma delle attività previste che invece definiva inequivocabilmente i confini del nostro coinvolgimento: la fornitura di un posto letto, tre pasti al giorno e intrattenimento nel weekend. L’intrattenimento nei giorni feriali sarebbe stato organizzato e gestito dalla scuola di Matteo. Forti di questa assicurazione ci siamo preparati ad accogliere il ragazzo, ovvero, io ho cucinato pasti per un reggimento e il vikingo si è assicurato che Matteo si occupasse delle PR tramite Snapchat. Ma già il giorno prima dell’arrivo si sono addensate le prime nubi all’orizzonte sotto forma di contributo obbligatorio al rinfresco di benvenuto. Il vikingo si è immediatamente defilato adducendo impegni lavorativi improrogabili e mi ha lasciato a produrre tartine fino a mezzanotte e a rappresentare la famiglia al rinfresco.

Quando il pullman si è fermato sul piazzale della scuola e i ragazzi sono scesi mi sono resa conto che nessuno di loro aveva un cartellino col nome e che nessuno assomigliava anche solo vagamente alla fototessera inviata insieme al resumé. È seguito un imbarazzante quarto d’ora di ricerca reciproca, poi mi è sembrato di sentire chiamare il nome del nostro ospite, mi sono girata e mi sono trovata di fronte a un allampanatissimo ragazzo di origine mediorientale: Lyess, il nostro ospite. Sbrigate le formalità di prammatica ho caricato ragazzo e valigie in macchina e ho cercato di intavolare una conversazione in francese. Potevo percepire il terrore assoluto del ragazzo seduto accanto a me e ho provato una tenerezza infinita senza peraltro sapere come alleviare il suo stato d’animo. A casa ho cercato di far cooperare Matteo e Lyess: li ho spediti al supermercato con il compito di scegliere alimenti adeguati per la colazione e la merenda del giorno dopo e li ho invitati a sistemare insieme la camera da letto. Dopodiché ognuno si è messo a consultare il proprio smartphone e fino all’ora di cena non si sono più scambiati una parola.

Il giorno dopo toccava al vikingo occuparsi dei ragazzi mentre io tornavo a lavorare.
Prevedendo il peggio ho preparato il tavolo per la colazione come un buffet da bed & breakfast. Tornata a casa la sera sono venuta a sapere che Lyess non aveva osato prendere niente di diverso da Matteo e aveva fatto quindi colazione con latte e corn flakes e pranzato con un misero panino alla nutella. Ho soppresso le quindici bestemmie che mi sono scoppiate in testa e ho preparato la cena, assicurandomi che Lyess mangiasse abbastanza proteine e verdure. Dopo cena abbiamo tentato di coinvolgerlo nelle nostre preferenze cine-televisive, lui ha perfino trovato il coraggio di chiedere se nel weekend avrebbe potuto passare un po’di tempo coi suoi compagni di classe preferiti e bene o male siamo arrivati all’ora di dormire senza incidenti.

Il giorno dopo mi sono assicurata che Lyess mangiasse la colazione che preferiva e ho preparato un nutrito lunchbox, dopodiché sono andata al supermercato a fare la spesa per la settimana e infine mi sono apprestata a godermi la mia giornata libera. Stavo pedalando in direzione dell’università per assistere al discorso inaugurale di un’amica quando lo smartphone mi ha indicato che Matteo mi voleva parlare. Chiunque abbia figli adolescenti sa che costoro usano la funzione telefono solo in casi disperati, quindi ho risposto con una certa apprensione.
“Ciao mamma, brutte notizie.” ha esordito il mio adolescente facendomi istantaneamente perdere sei mesi di vita e imbiancare quindicimila capelli. “Non io, io sto bene,” ha aggiunto evitandomi l’infarto “ma la nonna di [compagno di classe] è in fin di vita e quindi [compagno di classe] mi ha chiesto se possiamo ospitare noi il suo ospite francese per il resto della settimana.”

Ho incassato il colpo senza perdere una pedalata e ho chiesto all’adolescente se il ragazzo francese in questione non fosse per caso uno dei compagni di classe preferiti da Lyess, avuta risposta affermativa mi sono consolata pensando che ogni svantaggio ha il suo vantaggio [celebre citazione di Johann Cruyff] e ho cominciato a pensare come incastrare questo ospite extra nella già complessa logistica del weekend. Tornata a casa e preparata la cena al volo ho constatato che il nuovo ospite era ancora più terrorizzato e taciturno di Lyess. A nulla sono valsi i miei tentativi di metterlo a suo agio per cui ho gettato la spugna e l’ho lasciato alle cure del suo amico.

Il giorno dopo io e il vikingo abbiamo lasciato i ragazzi dormire e siamo andati al mercato per completare e integrare la spesa settimanale. Ho lasciato tornare a casa il vikingo con croissants e panini freschi e ho proseguito la spesa con l’idea di tornare a casa, preparare le cene del weekend e poi occuparmi dell’intrattenimento degli ospiti, ma quando sono arrivata a casa sono stata accolta da una cucina devastata dall’arrivo a sorpresa dell’idraulico che aspettavamo da almeno tre mesi e dalla notizia che il numero dei nostri ospiti francesi era salito a tre.

Ho avuto la decenza di aspettare che l’idraulico si assentasse per andare a prendere il pezzo di ricambio che gli serviva prima di sbroccare.

Mi sono poi ritirata nella stanza che riserviamo alla meditazione e ho aspettato che l’idraulico finisse il suo lavoro prima di ripresentarmi in cucina. Mentre pulivo le macerie insieme al vikingo gli ho chiesto delucidazioni sull’evoluzione del nostro monte-ospiti ottenendo unicamente l’assicurazione che la presenza del terzo francese sarebbe stata limitata a poche ore. Un’interrogazione di Matteo ha rivelato che l’ospite ci era stato scaricato per permettere a [compagno di classe] di andare a giocare la partita del torneo della sua associazione calcistica. Non potendomi sfogare sul vikingo che nel frattempo si era strategicamente eclissato adducendo impegni lavorativi improrogabili mi sono sfogata sulle verdure per il minestrone e stavo quasi per calmarmi quando mi sono resa conto che era l’una passata e nessuno si stava occupando del pranzo: il vikingo era ancora latitante, i tre ospiti francesi erano chiusi in conclave nella loro camera e Matteo era sdraiato sul divano, incollato al suo iPad.

Ho avuto il piacere di constatare che quattro urla ben assestate hanno ancora il potere di far staccare un adolescente dall’iPad e fargli venire il desiderio impellente di aiutare sua madre a preparare il pranzo.

Ovviamente il vikingo è ricomparso solo per ricordarmi che avevamo un appuntamento per concordare il menù della cena per il nostro decimo anniversario di matrimonio mentre stavo facendo la cuoca-cameriera e mi ha costretto ad abbandonare sia il minestrone che i quattro ragazzi al loro destino. In macchina ho espresso la mia opinione sulla maleducazione di certi olandesi sottolineando la correlazione tra maleducazione e propensione a far parte di associazioni calcistiche. Il vikingo ha espresso il suo dissenso sulla mia correlazione e siamo arrivati al ristorante con lo stato d’animo di chi si appresta a incontrare gli avvocati per discutere la separazione. Fortunatamente lo chef – che ci conosce molto bene - ha capito l’aria che tirava ed è riuscito a farci calmare sufficientemente per riuscire a condurre una discussione produttiva sul menù.

Rientrati a casa abbiamo avuto il piacere di constatare che il terzo francese non c’era più e a quel punto il vikingo è finalmente entrato in azione e ha portato il gregge di adolescenti in centro per un giro turistico e una tazza di cioccolata, così da permettermi di finire di cucinare e concludere in bellezza la serata all’hamburgeria slow food. Da quel momento in poi il weekend ha ripreso una parvenza di normalità e il resto della settimana è trascorso senza incidenti. A parte il fatto di aver dovuto cucinare una settimana di cene per cinque persone anziché tre, di aver dovuto preparare ogni sera la tavola della colazione e tre lunchbox per evitare che gli ospiti andassero a scuola/in viaggio digiuni il giorno dopo e soprattutto di aver dovuto tentare di intrattenere per due ore al giorno due adolescenti terrorizzati e timidissimi: una combinazione che mi ha lasciato totalmente spossata.

Eppure, nonostante Lyess e il nuovo ospite abbiano passato tutto il tempo insieme senza pronunciare più di un paio di monosillabi in nostra presenza, Matteo ci assicura che tutti si sono divertiti molto e le numerose attività organizzate dalla scuola e dagli studenti sono state molto gradite. Questo ci conforta e ci fa ben sperare per la seconda parte dello scambio culturale, ovvero la settimana che Matteo trascorrerà in Francia. Speriamo che se la cavi.
 
Di paola (del 30/12/2016 @ 18:28:17, in diario, linkato 200 volte)
Mentre scrivo si è appena prosciugato il feed di messaggi di dolore per la prematura scomparsa di George Michael e stanno ancora girando foto di Carrie Fisher, stranamente non nel bikini di metallo che l’ha resa immortale. Secondo la bolla mediatica della mia bacheca Facebook il 2016 è stato l’anno più sfigato della storia mondiale in quanto sono passati a miglior vita una quantità industriale di cantanti e attori iconici.

È fin troppo facile verificare che il 2016 non differisce da tutti gli anni passati in quanto a statistiche di decessi nell’olimpo delle popstar: lo hanno già fatto o lo stanno facendo i quotidiani superstiti proprio in questi giorni. L’anno scorso il quotidiano a cui siamo abbonati ha pubblicato un paginone doppio con tutte le foto dei defunti celebri del 2015: erano più di un centinaio e per la maggior parte a me sconosciuti; è probabile che quest’anno riconoscerò un paio di volti in più, ma solo perché ormai l’età media dei divi conosciuti dalla mia generazione si avvicina sempre più inesorabilmente a quella soglia oltre la quale si comincia a lasciare questa valle di lacrime.

Facciamocene una ragione: i Rolling Stones sono un’eccezione, la maggior parte delle popstar che non è schiattata di overdose in gioventù come Amy Winehouse, Sid Vicious, Keith Moon, Jim Morrison, Jimi Hendrix e Janis Joplins, per citare giusto i primi che mi vengono in mente, paga adesso le conseguenza di una vita dissipata o più semplicemente fa la fine che aspetta il resto di noi comuni mortali in qualunque momento e che si fa sempre più vicina col passare degli anni.

Non voglio assolutamente essere macabra, tutt’altro. Il mio rapporto con la morte è decisamente più sano di quello di chi si straccia le vesti per qualunque decesso più o meno celebre. A dir la verità capisco molto poco la sindrome argutamente descritta da Zerocalcare che spinge a postare accorati messaggi di dolore per persone che abbiamo visto solo al cinema, in televisione o sulle copertine dei CD/LP che abbiamo comperato decenni fa. Non solo perché non sono nostri parenti, amici o conoscenti (per il decesso dei quali mostriamo fortunatamente un riserbo molto maggiore), ma soprattutto perché sono artisti, quindi per definizione immortali.

Mi spiego meglio. Un artista è definito dalle sue opere, che dall’invenzione della fotografia e del fonografo sono replicabili e quindi eterne. Potremo ascoltare la voce di George Michael per sempre, ma non la voce rotta che aveva al momento della morte, bensì la voce sublime che aveva all’apice della sua espressione creativa. Carrie Fisher sarà per sempre la principessa Leia con un fisico mozzafiato e un bikini che ha nutrito le fantasie erotiche della mia generazione, non la Carrie Fisher rattrappita e sofferente delle ultime apparizioni pubbliche. Invece di dolerci per la morte di queste icone dovremmo gioire per il fatto che potremo sempre ricordarle al loro meglio e potremo per sempre godere del loro fascino e della loro arte, a differenza dei nostri cari di cui siamo costretti a testimoniare impotenti il declino fisico e mentale giorno per giorno e di cui ricorderemo ossessivamente solo i giorni di sofferenza prima della fine.

Inoltre mi chiedo quanti di noi si siano filati i morti celebri del 2016 quando erano ancora in vita. La risposta onesta? Nessuno. Groupies e stalkers a parte nessuno sapeva se David Bowie, Prince o George Michael fossero ancora vivi dal momento che nessuno di loro ha prodotto niente di memorabile nell’ultimo decennio. Il fatto che Black Star sia stato nominato (in Olanda) il miglior disco del 2016 dimostra solo l’ipocrisia dei critici musicali o in alternativa la qualità dei dischi usciti nello stesso periodo. Sono sicura che se David Bowie fosse stato ancora vivo quel disco non sarebbe entrato nemmeno nella Top 40. Di Prince non si è riusciti nemmeno a mettere insieme un CD postumo e dubito che si riesca a fare altrettanto con George Michael. Pace all’anima loro e se proprio vogliamo ricordarli mettiamo sul piatto del giradischi i loro vecchi successi, senza intasare le bacheche di futili testimonianze di lutto. Soprattutto perché da adesso in poi moriranno sempre più spesso tutti i nostri eroi che sono ancora vivi, quindi rischiamo di trasformare facebook in un obitorio.

E a questo proposito, come stanno Howard Devoto, John Lydon e Holly Johnson? Qualcuno ha comperato il loro ultimo CD/LP?

I rest my case. Buon 2017 a tutti.
 
Di paola (del 06/11/2016 @ 23:23:23, in diario, linkato 282 volte)
Per una misantropa tendenzialmente sociopatica come me, che odia perfino il pranzo di Natale, l’usanza olandese del familieweekend, o weekend annuale con i parenti più stretti in posti più o meno ameni, è solo marginalmente meno fastidiosa di quella del vriendeweekend, ovvero il corrispettivo con gli amici del bel tempo che fu, perché se in teoria gli amici li scegli mentre la famiglia è quella che ti trovi intorno alla nascita e dalla quale non puoi uscire fino alla fine dei tuoi giorni, la famiglia del vikingo è decisamente meno disfunzionale delle mogli dei suoi amici e soprattutto non pretende di celebrare l’usanza più di una volta ogni quattro o cinque anni.

Ho dato ampia cronaca del familieweekend al Centerpark Hochsauerland nel 2008, che era stato preceduto dal Centerpark Drenthe nel 2003. Da allora ne abbiamo fatto un altro all’Efteling nel 2013 e quest’anno ci è toccato di nuovo. Appena il padre del vikingo ha cominciato a parlare di una location orrendamente simile a quella dei weekend precedenti mi è salita una tale ansia che ho sbroccato. Ho cercato di arginare lo sbrocco argomentando che l’età media dei nostri figli è ormai largamente sopra l’infanzia e quindi l’attrattiva di un villaggio vacanze nei boschi con minigolf e piscina tropicale tende a meno infinito. Quello che i teenagers vogliono – a parte il wifi – è la possibilità di fare shopping in negozi fighi e in generale di essere immersi fino alle orecchie nella cultura pop del momento. Ergo, ho concluso, occorre spostarci in metropoli vibranti di cultura pop come Amsterdam, Anversa, Parigi o Londra (aggiungo a margine che tutte queste località sono equidistanti dal buco del culo del polder in cui la famiglia del vikingo vive). Con mia grandissima sorpresa il vikingo mi ha dato manforte e prima che potessi ricompormi ci eravamo aggiudicati la prospettiva di un weekend a Londra. La proposta doveva passare il vaglio della sorella del vikingo e qui è arrivata la seconda grandissima sorpresa. Avevo contato sull’ostruzionismo della sorella – che per sua stessa ammissione non è mai volontariamente uscita dal villaggio natale e fino a dieci anni fa non era nemmeno mai stata ad Amsterdam – e sull’appoggio entusiastico delle due figlie adolescenti e invece le figlie si sono schierate all’unanimità sul fronte del no. Non sto a farvela lunga sulle ragioni, ma alla fine di elaborate trattative condotte con grande diplomazia dal vikingo siamo partiti alla volta dell’Eurostar accompagnati dai genitori e dalla sorella del vikingo, lasciando le ragazze a casa col padre.

Nel lungo weekend ci siamo resi conto che il fascino di Londra appartiene molto più alla nostra generazione che a quella dei nostri figli. Per loro, i veri abitanti del villaggio globale, i luoghi geografici non hanno più alcuna valenza pratica o emotiva e questo spiega il rifiuto delle ragazze di seguirci. Matteo, che prima dell’estate era entusiasta alla prospettiva, ha passato la maggior parte del tempo nella cloud, scendendo a terra solo per accompagnarci riottosamente alle mostre e ai ristoranti che avevamo accuratamente scelto unicamente per avere la soddisfazione di protestare che tutto gli faceva schifo. Noi invece abbiamo fatto sballare l’adolescente che evidentemente è ancora in noi e quando dico noi includo anche i genitori e la sorella del vikingo che non solo ci hanno seguito entusiasti nel nostro pellegrinaggo cultural-gastronomico ma hanno addirittura mostrato grande spirito di iniziativa organizzandosi un pomeriggio freestyle in giro per la città.

Per me tornare a Londra è sempre un trip psichedelico, rafforzato ogni volta dalla constatazione che la città si evolve in sintonia col mio sentire più profondo. Nonostante la folla di turisti quasi apocalittica che ci ha accompagnato ovunque io mi sono sentita subito a casa e se non fosse che anche questo mese non abbiamo vinto la lotteria, avrei voluto chiedere la cittadinanza e trasferirmi in un appartamento in zona 2, possibilmente dalle parti di South Kensington. Così stando le cose mi sono accontentata di visitare tutti i negozi fighi che mi ricordavo più quelli che hanno aperto nel frattempo e di mangiare nel tempio della nouvelle cuisine londinese: Nopi, il ristorante di Yotam Ottolenghi. Dire che l’esperienza è stata orgasmica è un perfetto understatement: quello che Ottolenghi riesce a fare con una melanzana e un cucchiaio di olio d’oliva appartiene alla mitologia. Nell’entusiasmo ho anche comperato l’omonimo libro di ricette per accorgermi troppo tardi che la prefazione avvertiva che, a differenza dei libri precedenti, le ricette contenute in questo sono di un livello di difficoltà decisamente alto, diciamo per chef di alta cucina, e richiedono tempi di preparazione che vanno dalle tre ore ai tre giorni. Nel ristorante successivo sono riuscita a farmi dare la ricetta del tirshy, un’insalata di zucca di origine marocchina, e per il resto del weekend ho cercato di assemblare gli ingredienti necessari e prepararmi spiritualmente all’impresa. Ma il clou è stato senz’altro la visita alle due mostre che avevo scelto: gli espressionisti astratti americani e i quattro anni che hanno cambiato il mondo (1966-1969). Entrambe le mostre sono appena iniziate quindi il mio consiglio è di prenotare subito un volo low cost per andarle a vedere entrambe (e poi mangiare da Nopi ovviamente). Le condizioni al contorno non possono essere migliori: grazie alla Brexit godete di un cambio particolarmente vantaggioso e il global warming vi regalerà giorni quasi primaverili. Inoltre la cloud vi consente di comperare tutti i biglietti necessari (inclusa la travelcard) e perfino prenotare il ristorante da casa. Insomma, non avete scuse!

In quanto a noi, la prossima volta lasceremo Matteo a casa e torneremo da soli per la prima tranche del viaggio di nozze che non abbiamo ancora potuto fare. Ma questa è un’altra storia.
 
Di paola (del 16/10/2016 @ 21:13:52, in diario, linkato 332 volte)
Per un tempo che ti sembra eterno hai un tenero cucciolo in casa che vuole solo starti vicino e dirti quanto ha bisogno di te. Poi un giorno ti guardi intorno e al posto del cucciolo c'è un energumeno alto due metri che passa la vita guardando i gamers su YouTube e ti sfancula con un vocione da caserma. Allora ti rendi conto che sono passati quattordici anni.

Dove cazzo sono finiti?

Non il primo anno, quello lo so dove è finito: in quella parte del subconscio che viene tirata fuori solo quando la gente mi chiede perché non ho fatto il secondo. Quell’anno di puro terrore di fronte all’enormità di quello che io e il vikingo avevamo con tanta leggerezza messo in moto: una macchina infernale di urla, pipì, pupù, parole sconnesse, contusioni multiple e malattie infantili.
Il primo anno è stato un incubo, soprattutto per una come me che aveva buttato l’utero in soffitta e mai si sarebbe immaginata di rimanere incinta al primo tentativo. Diciamo la verità: a trentasei anni stavo melinando e tirando la menopausa, forte di una diagnosi di utero piccolo, mobile e retroflesso; lo stesso utero che al primo spermatozoo vikingo si è srotolato come un gatto che fa le fusa.
Già in sala parto mi sono resa conto dell’impossibilità dell’impresa in cui mi ero cacciata e quando ho capito che non avrei mai più avuto una notte di sonno ininterrotto, ne ’una vita extralavoro ho pianto tutte le lacrime che non avevo pianto negli ultimi mesi di surplus ormonale represso.

Però poi quell’anno è passato, la macchina infernale ha smesso gradatamente di urlare e ha cominciato a esprimersi in fasi di senso sempre più compiuto, a smettere di fare pipì e pupù in ogni momento e in ogni luogo, a camminare e a mangiare cibo sempre più somigliante a quello che mangiavamo noi. Ci ha lasciato dormire notti intere e perfino qualche pomeriggio. Già solo il fatto di non doverci muovere come sherpa carichi di carrozzine, passeggini, biberon, omogeneizzati, pannolini e salviettine umidificate ci ha restituito un briciolo di quella qualità della vita che credevamo nostro diritto divino e cominciavamo a vedere il miraggio di ripigliarci anche qualche minuto di libertà infrasettimanale all’entrata nella scuola materna.

Il miraggio si è trasformato in realtà, con il nostro cucciolo così piccolo e sperduto che stringeva forte la mia mano mentre camminavamo nel cortile pieno di ragazzini così incredibilmente grandi e sicuri di sé. Li guardavo con la bocca aperta, chiedendomi quando Matteo sarebbe stato come loro.

Ecco, è stato allora che il tempo ha cominciato a correre. Dapprima una corsetta leggera, perché almeno un paio di volte all’anno Matteo si beccava un virus che lo costringeva a letto per un paio di giorni: nel lettone con me ovviamente perché dovevo controllare la febbre ogni paio d’ore e perché i cuccioli quando stanno male tornano sempre dalla mamma. Poi sempre più veloce, perché le malattie diminuivano e l’altezza cresceva tanto che l’ultima influenza l’ho passata raggomitolata sulla testata del lettone per lasciare spazio a quelle gambe e braccia infinite. Ma ancora non mi rendevo conto di che cosa stava succedendo. Matteo era sempre il mio tenero cucciolo, il bambino che mi stringeva la mano nel cortile della scuola anche quando mi ha proibito di accompagnarlo oltre l’incrocio, anche quando mi ha salutato, è salito sulla mia bicicletta e se ne è andato a scuola da solo. L’ho seguito per anni con la funzione find my iPhone, ancora non mi arrendevo all’idea che il mio bambino non avesse più bisogno di me.

Poi è arrivato il momento di lasciarlo andare in centro con gli amici, alle feste della scuola, alle giostre, al cinema. Io e il vikingo ci tenevamo a debita distanza ma pur sempre nei paraggi, pronti a intervenire, sorseggiando aperitivi o digestivi e perfino cioccolata bollente a mezzanotte. Ancora non volevo arrendermi, ancora lavoravo in part-time per vederlo andare a scuola ed essere a casa quando tornava.

Sono stata cieca, sono stata stupida. Gli cambiavo guardaroba ogni stagione e non correlavo l’altezza all’indipendenza. Fino all’estate scorsa la sua voce era ancora incorrotta. L’ho accompagnato a Sanremo e l’ho affidato alle cure di mia madre per una settimana e quando sono tornata a prenderlo al posto del mio cucciolo c’era uno sconosciuto alto, grosso e scorbutico, che mugugnava frasi sconnesse. Non era regredito, era approdato all’adolescenza e sprofondato nello spleen accessorio. Di conseguenza adesso io e il vikingo ci dobbiamo riparametrare su una vita largamente composta di noi due più un adolescente a cui urlare ogni paio d’ore di abbassare il volume di quell’infernale cacofonia (i gamers su YouTube) e di cominciare a {FOR x = 1 TO æ, REPEAT: studiare/ sparecchiare/ riordinarelacamera/ lavarsi/ vestirsi/ uscire}. Non so al vikingo, ma a me viene da ridere ogni volta, poi mi ricordo che sono una madre e faccio del mio meglio per restare seria e incazzata così da fornire al nostro adolescente materia sufficiente di risentimento nei miei confronti. E nello stesso tempo prego che il viaggio di Matteo nell’adolescenza non sia peggiore di quello che ho fatto io, che già mi è sembrato abbastanza tremendo.

Sarà per questo che da qualche mese riaffiorano a tradimento e nei momenti più impensati memorie antichissime di Matteo bambino, delle sue prime parole, dei suoi primi passi: intere sequenze di immagini che non sapevo di avere dentro. Un po’come si dice succeda un istante prima di morire: la vita che ti scorre davanti come reazione della mente di fronte all’ignoto, ricerca disperata di una risposta nelle esperienze precedenti. Intanto navigo a vista e speriamo che me la cavo.
 
Di paola (del 02/10/2016 @ 22:59:59, in diario, linkato 405 volte)
Nel mio passato milanese Lucio Costa ha occupato uno spazio molto importante e se non ne ho parlato fnora è perché fa talmente parte del mio essere che sarebbe come parlare del mio ombelico o dei miei gomiti. L’ho conosciuto quando era già uno stilista affermato ma lavorava ancora per altre case di moda, ho seguito dal backstage tutto il suo percorso indipendente fino a che ho potuto, finanziando le sue collezioni con robusti ordini, poi ho riscosso una promessa fatta nelle torride nottate della Milano da bere e mi sono fatta fare da Lucio il mio abito da sposa. Devo a Lucio molte cose a cominciare dal senso dello stile. È stato lui a dirmi nel sempre più remoto 1989: “La tua personalità è talmente esuberante che devi temperarla con linee semplici, tagli rigorosi e colori neutri”: da allora non ho più osato mettermi una fantasia floreale o un colore fluó, una camicetta con le rouches o una gonna zingaresca e scucio le paillettes perfino dalle etichette delle magliette di H&M. Fino a che sono rimasta in Italia non ho più osato presentarmi in pubblico senza un vestito disegnato o almeno approvato da Lucio e posso testimoniare che averlo avuto come amico e consigliere di stile mi ha sempre aiutato a mantenere un fisico da passerella, sia perché i suoi abiti stanno veramente bene solo se si riesce a entrare nel campionario che è fatto per le sfilate, sia perché il campionario costa meno della produzione. Di contro le taglie della produzione sono più generose e il prezzo maggiorato si ripaga in comfort respiratorio.

Quando sono emigrata ho portato con me tre bauli di vestiti di Lucio che sono prontamente finiti in quello che chiamo il mio museo degli abiti, quell’armadio in solaio in cui tutte le donne conservano tutti i vestiti in cui non riescono più a entrare. I miei Lucio Costa sono finiti prematuramente in quell’armadio perché in Olanda il dress code è assolutamente casual-rozzo e non sarei comunque riuscita a pedalare avvitata in quei tubini mozzafiato, ma non ho smesso di comperare almeno le maglie e i capi spalla in cui riuscivo a entrare. Poi, una sera di settembre di quattro anni fa, una sera in cui con orgoglio stavo partecipando a una festa di nuovo fasciata da un suo tailleur lungo di canneté nero della collezione 2003 mi è arrivata la telefonata di Roberto, il suo compagno di vita e il mio amico del cuore, che mi annunciava la prematura dipartita di Lucio da questa valle di lacrime. Mi ricordo che sono riuscita solo a dire: “L’ho addosso, ho addosso Lucio” prima di scoppiare a piangere e correre via. Il giorno dopo ho prenotato un volo per Milano e ho messo in valigia un tailleur da giorno bluette della collezione 2000 per partecipare al funerale.
Sebbene ogni donna in quella chiesa avesse addosso Lucio, Roberto mi ha gratificato di una frase che conservo tra le cose più preziose che ho. Ha detto: “Tu sei stata la nostra musa negli anni ottanta.” E ha aggiunto: “Di tutte le persone che conosco tu sei l’unica che vive nel presente.”

Lucio Costa invece ha sempre vissuto nel futuro.

Non solo tutti i vestiti che ho tirato fuori dal museo quest’estate sono ancora perfettamente attuali, ma negli anni in cui non potevo permettermi le sue collezioni mi adiravo puntualmente alla vista delle vetrine di Max Mara, Armani e Prada che esibivano come novità capi che io sapevo di aver visto nelle collezioni di Lucio almeno quattro stagioni prima. Anche se negli ultimi anni la sua salute non gli aveva permesso di far sfilare più di una capsule per stagione, tutti i modelli sono capolavori impeccabili ed eterni. Di Lucio ricordo soprattutto questo, la sua ricerca della perfezione assoluta che si rispecchia nei tessuti, nelle cuciture e nei tagli. In occasione della confezione del mio abito da sposa l’ho visto per la prima volta sul pezzo e ho compatito la povera sarta che ha dovuto scucire, ritagliare e ricucire almeno sei volte un modello che a me sembrava già perfetto la prima. Ho assistito a discussioni appassionate sulla lunghezza di una manica e sull’ampiezza di una piega, per non parlare della scelta del tessuto – taffetà di seta - che da solo è costato più di tutto il pranzo di nozze. L’operazione-vestito è durata più di tutto il resto dell’organizzazione nunziale e ha prodotto un modello che ha fatto di una ultraquarantenne provata da gravidanza tardiva e tre anni di notti in bianco una giovane ninfa sinuosa, oltre che la seconda leggendaria frase di Lucio su di me: “Apprezzo questo tuo voler vivere la tua età in modo naturale, però i capelli te li devi tingere.” Da allora non ho mai mancato un appuntamento dal parrucchiere e vado in iperventilazione al primo segno di ricrescita.

Roberto ha impiegato gli ultimi quattro anni a elaborare il lutto e il risultato di questa elaborazione è stato un tributo fotografico in forma di libro e una capsule collection di capi futuristi per il marchio Lucio Costa. Libro e collezione sono stati presentati a Milano lo scorso venerdì nell’ambito delle manifestazioni della settimana della moda. Io naturalmente c’ero, col tailleur di canneté nero in cui avevo ricevuto la notizia della sua scomparsa.

Se la scelta del vestito è stata quasi scontata, tutto il resto invece è stato parecchio complicato.

Nella mia beata ingenuità consolidata da sedici anni di spartana vita olandese non avevo considerato le condizioni al contorno. Avevo immaginato di dovermi recare in qualche oscura libreria specializzata per una signature session, un bicchiere di prosecco e qualche tartina per poi andare a mangiare una pizza con Roberto. Sì, lo so, smettete di ridere. Sono sedici anni che non vedo una settimana della moda e anche quando abitavo a Milano non sono mai andata a uno show, per snobismo ovviamente e anche perché seguivo le collezioni di Lucio dal backstage e sapevo bene che nella settimana della moda sia lui che Roberto erano chiusi in una frenetica girandola di fotoshooting, sfilate e trattative con produttori e buyers nelle quali la mia presenza sarebbe risultata superflua se non addirittura molesta. Per cui sarei andata al macello come un agnello il giorno di Pasqua se non avessi deciso di andare al cinema a vedere Absolutely Fabulous (the movie) il sabato prima della presentazione. Non faccio spoileraggio se dico che il film apre con un tributo a uno stilista giapponese a cui partecipa il gotha della moda inglese: stilisti, giornalisti, PR e modelle. Mentre le immagini scorrevano sul grande schermo dentro di me calava la consapevolezza che il venerdì seguente a Milano mi sarei trovata in un ambiente del genere e per tutto il resto del film sono stata accompagnata da un crescente senso di inadeguatezza. Appena tornata a casa ho scritto una mail a Roberto chiedendo consigli ma Roberto non è Lucio e mi ha risposto molto succintamente di non preoccuparmi perché quest’anno l’accento è sugli accessori più che sui vestiti e che sarebbe bastata una calzatura contemporaneo-aggressiva per accompagnare degnamente il tailleur di canneté nero.

Adesso chiedo alle mie amiche fashioniste di non suggerire e voglio sapere da tutte le altre che cosa diavolo vuole dire calzatura contemporaneo-aggressiva. Non lo sapete vero? My point entirely. Per cui ho fatto l’unica cosa possibile e ho lanciato un grido d’aiuto via facebook al gruppo di amiche fashioniste. Nelle 24 ore che sono seguite mi sono sentita come Andrea in The Devil wears Prada, precisamente nel momento in cui le viene comunicato che accompagnerà Miranda a Parigi e come Andrea mi sono resa conto che il mio senso della moda è totalmente inesistente, cancellato dalla mia vita olandese. La calzatura contemporaneo-aggressiva non si è tradotta nelle pumps a punta con tacchi a stiletto che avevo immaginato ma nei Doc Martens 9 buchi vintage. Essi però sono stati portati accuratamente slacciati, senza calze o collant e accompagnati da una borsetta rosa cipria molto bon ton, ombretto in tinta e una collana-statement (quattro giri di perle in lunghezza variabile). Sotto il tailleur nero sono stata obbligata a mettere un top di tulle trasparente nero e non la camicetta bianca a cui avevo pensato. Unghie rigorosamente corte ma laccate rosso sangue con labbra in tinta. Infine coiffure bon ton e non aggressiva come avrei pensato io. Insomma, diciamo pure che l’outfit con cui mi sono presentata all’evento è stato tutto il contrario di quello che avevo in mente. E meno male.

Se ometto di dire che tutti i vestiti presentati nella capsule sono completamente senza cuciture e termosaldati Roberto mi toglie il saluto. L’ho detto e lo ripeto: tutti i vestiti della capsule Lucio Costa Estate 2017 sono senza cuciture e termosaldati. La cosa che invece ha colpito me e che nessuno ha mai menzionato è che la collezione è totalmente unisex. E che il pubblico dei buyers era altrettanto unisex per cui distinguere i buyers dai modelli è stata un’impresa. Un aiutino: i modelli erano quelli senza cellulare in mano. Invece del prosecco è stato servito Campari spritz e al posto delle tartine due sacchettini contenenti rispettivamente patatine e noccioline, chiamate però vegan chips e vegan nuts. Ora, va bene che da Mc Donalds sono stati capaci di friggere le patatine nel lardo, ma non mi risulta che esistano patatine e soprattutto noccioline non vegane. In ogni caso io mi ero portata i miei snacks supermetabolici e almeno in questo ho superato il livello medio di spocchia. Di andare a mangiare la pizza con Roberto nemmeno se ne parlava: lui era nel suo elemento, io la cugina di campagna vestita a festa. Per cui a una certa mi sono anche scavata e sono andata a cercare un ristorante. Ho avuto il piacere di vedere arrivare uno ad uno anche i buyers giapponesi, segno che più che il dolor poté il digiuno.
Sono tornata a casa il giorno dopo stanca ma felice con il libro fotografico nella borsa da viaggio e i maledetti anfibi ormai incollati permanentemente ai miei piedi piagati.

Penso che Lucio avrebbe detto: “Le piaghe passano, ma l’anfibio con le calze non si può vedere.”

Grazie di essere esistito.
 
Di paola (del 17/07/2016 @ 16:17:47, in diario, linkato 736 volte)
Venerdì sono andata a comperare un costume da bagno. Ne avevo bisogno perché tutti i costumi comperati in questi ultimi quindici anni mi stanno larghi. I costumi mi stanno larghi perché da gennaio ho smesso di bere alcol, caffè e the, di mangiare formaggi e latticini, zuccheri e farine raffinate, soya, mais, succhi di frutta, cibi industriali contenenti dolcificanti, zuccheri, additivi e conservanti e prima di fare la filastrocca di mio padre che andò al mercato vi metto il link dei post di gennaio e febbraio che spiegano perché ho smesso di mangiare e bere tutta questa roba. Bottom line: da gennaio a giugno ho perso i 14 chili che mi sono cresciuti addosso contro la mia volontà in questi quindici anni.

Sono rimasta comprensibilmente scioccata quando ho scoperto che tutti i costumi in vendita erano troppo larghi, poi mi sono ricordata che quando sono arrivata qui, ormai quasi sedici anni fa, era successa la stessa cosa: la mia taglia di allora (e di adesso) non era tenuta in stock dai negozi. Sono tornata a casa ancora sotto shock e ho ordinato il costume online, dove fortunatamente non ci sono mai problemi di stock: sia benedetta Amazon e i suoi fratelli. Mentre aspettavo la consegna ho cominciato a riflettere sulla strada fatta in questi sei mesi e mi sono accorta che è una strada che parte da molto, molto più lontano di sei mesi fa.

Da quando ho avuto Matteo, nel lontano 2002, il mio corpo ed io siamo entrati in lotta continua. Per anni ho tentato di ritornare al peso che avevo prima della gravidanza, inutilmente. Riuscivo a riavvicinarmi al mio peso ideale solo a prezzo della dieta ipocalorica low fat no carb da 1000 calorie che la dietologa milanese mi aveva prescritto quando avevo scoperto di essere intollerante al glutine e che mi lasciava sempre più infelice, affamata e depressa. Ovviamente appena smettevo di stare a dieta riprendevo tutti i chili persi nel giro di pochissimo tempo. Poi, sei anni fa, sono entrata nel tunnel della menopausa e da allora ho preso un chilo ogni anno, tra gli alti e bassi di quella dieta disumana. Infine l'anno scorso la mazzata: 4 chili tutti in un colpo. Ero disperata: mangiavo praticamente solo una volta al giorno, avevo già eliminato zucchero e dolcificanti nella speranza di vedere qualche miglioramento, prendevo lassativi per debellare una stipsi sempre più ostinata, senza alcun risultato. Prima di Natale ero ridotta uno straccio; piena di dolori alle articolazioni, lividi e infiammazioni ovunque, gonfia di ritenzione idrica, il seno sembrava siliconato da quanto era grande e mi faceva male costantemente, tanto da non riuscire quasi a dormire la notte. Era come se il mio corpo si fosse ribellato contro di me. Sono anche andata dal medico a parlargli di tutti i miei disturbi ma a parte un paio di radiografie per accertare che non ci fossero masse sospette nei punti più dolorosi non mi è stato prescritto nulla, ne’ il medico ha fiatato sul mio evidente sovrappeso. Mi sono data una spiegazione di questa incredibile negligenza nel fatto di possedere ancora un residuo di punto vita: evidentemente la mancanza di una circonferenza addominale superiore alla circonferenza toracica non mi qualificava come caso clinico.

Poi il caso o il destino mi ha fatto leggere un post su facebook: parlava di una nuova dieta spiegata in un libro americano e non ricordo più perché qualcosa nel post mi ha colpito. Solitamente non leggo mai libri di diete, non ho mai fatto le diete di moda: ancora non mi spiego che cosa mi ha spinto a prendere nota del titolo e a ordinare il libro su Amazon, forse la parola metabolismo contenuta nel titolo e la vaga coscienza che il mio stato fisico dipendesse da scompensi ormonali. Comunque, in quel momento la mia vita è cambiata.

Il libro è arrivato il 27 dicembre, ho cominciato subito a leggerlo e ho continuato a leggere come ipnotizzata: ogni parola, ogni paragrafo, ogni pagina era la storia della mia vita. Ogni spiegazione apriva una nuova porta nella mia coscienza, come pezzi di un puzzle che cominciano ad avere senso. Ho riletto il libro almeno tre volte prima di convincermi che non avrei potuto aspettare un altro giorno prima di iniziare. Il 2 gennaio ho bevuto il mio ultimo caffè e sono andata a fare la mia prima spesa supermetabolica, il 3 gennaio ho cucinato tutto il giorno, il 4 gennaio sono andata in ufficio con lo zaino in spalla, pieno di bottigliette d'acqua, frutta, verdura e pollo al vapore. Come sapete faccio la pendolare: ogni giorno ho un'ora e mezza di viaggio in treno da Nijmegen a Amsterdam per raggiungere il posto di lavoro; parto alle 7 di mattina e torno a casa alle 7 di sera. Ma ciononostante sono sempre riuscita in tutti questi mesi a portarmi dietro i pasti previsti dalla dieta (nello zaino), a bere tutta l'acqua prevista, a non toccare il caffè e i dolci che in ufficio sono a disposizione di tutti, gratis e bene in vista. Fuori dall’ufficio sono riuscita a schivare tutte le profferte di dolci, aperitivi e cocktails, a portarmi la schiscetta a tutte le cene sociali, a pretendere un menù adattato alle mie esigenze al ristorante e perfino ad andare in palestra 3 volte la settimana come consigliato.

Come diavolo ho fatto? Ve lo spiego subito.

Ho avuto mal di testa fortissimo per i primi 5 giorni: è normale disintossicazione da caffeina e zucchero, ma sono stata malissimo; solo il fatto di sapere che dovevo resistere almeno 5 giorni mi ha fatto stringere i denti e andare avanti. Poi il venerdì mattina, mentre facevo colazione, ogni cucchiaiata di porridge mi portava sollievo, il mal di testa si è sollevato come la nebbia quando arriva il sole e nella mia ritrovata lucidità mi sono accorta di stare bene. Mi sono accorta che il seno si era sgonfiato e non mi faceva più male, che non avevo più dolori alle articolazioni e che la stipsi era passata. Mi sentivo piena di energia, quasi euforica: non riuscivo a stare ferma e sono praticamente corsa in palestra sotto la pioggia per la mia prima lezione di yoga. Questa sensazione di benessere mi ha accompagnato tutto il mese, tanto che quando mi sono pesata alla fine e la bilancia segnava 63 kg ci sono rimasta malissimo. Io mi sentivo bella e in forma, ero riuscita a rientrare in tutti i vestiti larghi della 42, come era possibile che avessi perso solo 4 chili? Ma ho messo a tacere la delusione, mi sono concentrata sul fatto che stessi bene e soprattutto che per la prima volta in tutta la mia vita non avessi fame, anzi, che mi dovessi sforzare di trovare sempre nuove combinazioni di ingredienti per riuscire a mangiare tutti gli alimenti obbligatori. Sono andata avanti. E più passavano le settimane più succedevano cose incredibili: il peso calava poco, in compenso perdevo un centimetro di circonferenza alla settimana, i piatti che prima mi sforzavo di finire adesso mi facevano venire l'acquolina in bocca e mi sorprendevo a guardare l'orologio per vedere se erano passate le due ore obbligatorie tra un pasto e l’altro, non vedevo l’ora che arrivasse la sera per poter scaricare tutta la mia energia repressa in palestra e il venerdì mi alzavo piena di desiderio di andare di nuovo a stirare tutti i muscoli con una sessione di yoga: era il mio corpo che me lo chiedeva, che mi chiedeva di andare avanti. Alla fine di maggio avevo perso 12 kg e la 42 mi stava già larga.

Sono entrata in mantenimento e ho continuato a perdere peso: adesso ho ritrovato il mio peso e la mia taglia pre-gravidanza, ma quello che è più importante è che per la prima volta nella mia vita amo quello che mangio, amo tutti gli ingredienti, amo le acrobazie culinarie che la rinuncia a tutti gli alimenti di cui sopra comporta. Il cibo non è più un nemico, è lo strumento che mi ha fatto fare finalmente pace col mio corpo. Il mio corpo mi parla, mi incoraggia, mi dice quando sbaglio, mi suggerisce quello che devo fare. Ci fidiamo l'una dell'altro: ci siamo riconcliliati dopo decenni di incomprensione e litigi.

Ecco come ho fatto.

E per dirlo con parole chiare, in modo che non ci possa essere alcun equivoco: per la prima volta nella mia vita non ho alcuna voglia di tornare a mangiare quello che mangiavo prima, a bere caffè, vino, o succhi di frutta. Sarei ipocrita se dicessi che quando passo di fronte a Starbucks o a un negozio di formaggi non mi venga l’acquolina in bocca, ma penso a quanto stavo male prima del 4 gennaio e tiro dritto. Inoltre adesso non provo più alcun desiderio di fronte alla vetrina di un pasticcere o all’offerta di un pezzo di torta, segno che la disintossicazione dagli zuccheri è riuscita solo ed esclusivamente grazie a questa dieta.

Due settimane fa sono tornata dal medico, che non mi vedeva da dicembre. Prima ancora che potessi rivelargli la natura della mia visita mi ha chiesto con aria preoccupata se avessi perso peso. Appena saputo che avevo perso 14 chili in sei mesi gli si sono accese metaforicamente le sirene in testa: mi ha prescritto una valanga di analisi del sangue e mi ha esortato a tenere d’occhio il mio peso. Quando ci siamo accomiatati mi ha augurato “Beterschap” che vuol dire auguri di pronta guarigione, al che ho esclamato risentita che io mi sentivo benissimo e che confidavo in una conferma del mio stato di salute da parte delle analisi. Conferma che è puntualmente arrivata settimana scorsa tramite l’assistente (in Olanda gli esami e le analisi vengono spedite al medico, non al paziente) che mi ha chiesto se usavo supplementi perché i valori della vitamina B12 e del ferro erano molto alti, se pur nella norma; ho mentito per non dover entrare in dettagli. Il medico da parte sua era perplesso e quasi deluso nel dover constatare che aver perso il 20% del mio peso corporeo non si fosse tradotto in terribili scompensi ormonali e deficienze vitaminico-minerali. Se mi avesse prescritto le stesse analisi a dicembre scommetto che avrebbe rilevato un netto miglioramento su tutti i fronti; purtroppo questa è una delle tante cose della vita di cui non avrò mai conferma.

Dopo il colloquio mi sono indignata perché a quanto pare siamo arrivati al paradosso che alla mia età sia normale essere sovrappeso e pieni di dolori mentre un ritorno al peso e volume della gioventù sia per definizione sospetto. Voi sapete che non sono per natura complottista ma dopo episodi del genere è difficile credere che i medici non siano tutti al soldo delle multinazionali farmaceutico-alimentari. In realtà credo che la medicina degli ultimi tre secoli si sia concentrata nel debellare malattie mortali e nel prolungare quanto più possibile la durata della vita tralasciando un aspetto che oggi sta diventando preponderante e cioè la qualità della vita. A che serve avere un’aspettativa di vita di 80 e passa anni se la metà di questi sono spesi in stato di prostrazione, dolore e frustrazione?

Mi fermo qui perché non voglio fare polemiche: non è questa l’intenzione di questo articolo. Con questo articolo voglio celebrare il mio nuovo bikini, il mio rinato gusto per la vita e per aver finalmente trovato il cibo che non c’è.
 
Di paola (del 27/06/2016 @ 21:57:52, in diario, linkato 304 volte)
Ci sono domande che non vanno mai fatte. Tutte le donne sanno (a loro spese aggiungerei) che non bisogna mai chiedere al proprio marito, fidanzato o compagno occasionale che cosa pensa dopo l’atto d’amore appena consumato perché ben che vada starà pensando alla prossima partita di calcio della squadra del cuore e se dice male starà ricordando le tette e il culo della nuova collega più giovane di te. Analogamente bisogna trattenersi dal chiedere l’opinione di nostra madre sul nostro nuovo fidanzato perché la probabilità che la risposta sia anche lontanamente incoraggiante è una su un milione. Infine, costi quel che costi, bisogna resistere all’impulso di chiedere che cosa ha fatto nostro figlio/a col suo fidanzato/a quando il pargolo/a in questione rientra a casa in stato di evidente alterazione emotiva dopo un appuntamento. In questo caso (ma vale anche per i casi precedenti) si aspetta pazientemente che il soggetto in questione si esprima spontaneamente sull’argomento preparandosi nel frattempo a bilanciare l’impatto della rivelazione con argomentazioni e azioni tese a riportare l’equilibrio familiare il più presto possibile.

Analogamente il governo di una nazione che si ritiene evoluta non può commettere la leggerezza di chiedere al proprio elettorato se gradisce o meno la decisione presa dal governo stesso in merito ad un’alleanza internazionale volta essenzialmente a promuovere l’assenza di conflitti tra le nazioni coinvolte. Non può farlo perché la risposta dell’elettorato sarà l’equivalente della risposta del marito, della madre e del figlio di cui sopra, ovvero largamente emotiva, imponderata e soprattutto non strettamente congruente alla domanda posta. È perfettamente evidente che nessuno degli elettori britannici che ha votato per l’uscita dall’Unione Europea si rendesse conto delle conseguenze del voto. È altresì perfettamente evidente che il voto è stato dettato da un trentennio abbondante di propaganda antieuropea cominciata con Margaret Thatcher, innestata su una sana base di xenofobia per la quale gli Inglesi sono sempre stati famosi. Infine è perfettamente evidente che il voto è solo un’espressione di profonda frustrazione per il crollo dello stato sociale promesso alla generazione del dopoguerra, la stessa generazione che adesso vede i propri privilegi crollare uno ad uno. Non a caso i pochi “millennials” che hanno votato (ricordiamo che solo un “millennial” su tre ha espresso la propria opinione) hanno votato a favore dell’Unione: a loro non è mai stato promesso di avere lavoro garantito, uno stipendio equo, sanità gratuita e pensione a 60 anni, ma hanno conosciuto i vantaggi di far parte di un mondo libero e pacifico stigmatizzato dal crollo del muro di Berlino e rappresentato dalla Love Parade.

Quel che più lascia allibiti però è la reazione del governo in questione che, dopo aver posto una domanda che non avrebbe mai dovuto fare, dimostra di essere totalmente impreparato alla risposta. Ci si sarebbe aspettati quantomeno che il governo britannico avesse un piano d’azione pronto per l’inevitabile crollo della valuta e per l’annunciata fuga di capitali e per piano d’azione non intendo la penosa dichiarazione di Osborne sulla stabilità dell’economia britannica, ne’ l’altrettanto penosa richiesta di Elliott di colloqui informali con l’EU. A quanto pare la vera rivelazione di questo referendum è che la classe politica britannica è formata da clamorosi incapaci in entrambi i campi. Infatti se nel campo conservatore regna lo sconforto, nel campo laburista si sta assistendo ad una faida degna di Game of Thrones, segno che nemmeno chi dovrebbe garantire gli interessi delle classi più deboli ha un chiaro piano d’azione.

Il che mi riporta alle domande che non si dovrebbero mai fare. Le domande che non si dovrebbero mai fare sono quelle per le quali non si è preparati a gestire la risposta. Spero solo che troveremo il modo di gestire questo ennesimo episodio di irresponsabilità politica, perché i nostri nonni sanno bene che cosa è successo l’ultima volta che non ci siamo riusciti. Loro non sono più qui a ricordarcelo, ma i libri di storia sì.
 
Di paola (del 30/04/2016 @ 20:25:50, in diario, linkato 543 volte)
Oggi è il mio primo sabato libero da quando la biblioteca di Heumensoord in cui ho prestato servizio come volontaria ha aperto i battenti il 14 dicembre. Il campo profughi più grande e più discusso d’Olanda chiuderà ufficialmente domani ma l’ultimo pullman è partito ieri. Sono passati poco meno di otto mesi da quando è stata data la notizia che Nijmegen avrebbe ospitato 3000 rifugiati siriani, eritrei, afghani e iraniani in una tendopoli nella riserva naturale di Heumensoord al confine tra Nijmegen, Malden e Heumen. Da quel giorno la mia vita ha preso una direzione inaspettata: mi sono sentita direttamente chiamata in causa come abitante di Nijmegen e come sostenitrice del diritto di asilo per queste persone dilaniate da una guerra senza fine e ho sentito che tutto quello in cui professavo di credere era messo alla prova.

In questi otto mesi la città in cui vivo ha dimostrato di essere all’altezza della chiamata aprendo le porte delle proprie case, i propri armadi e i propri cuori a tutti coloro che avevano bisogno di aiuto. Abbiamo donato una quantità inaudita di abiti, biancheria, articoli da toeletta, medicine, biciclette; abbiamo fornito incessante compagnia, supporto, lezioni di lingua e infine valigie a tutti gli abitanti del campo che sono rimasti bloccati da inesplicabili lungaggini burocratiche per tutti questi mesi. Si sono mobilitati più di mille volontari attraverso i canali ufficiali, altrettanti attraverso canali ufficiosi. Praticamente quasi tutti i volontari con cui sono entrata in contatto in questi mesi avevano un “doppio lavoro” come volontari al servizio del COA (Centro Nazionale Accoglienza) e come organizzatori di iniziative spontanee quando il beneplacito del COA ha latitato.

In questi otto mesi ho conosciuto persone splendide, persone con grinta e spirito d’iniziativa ammirevole, persone che non si sono mai fatte scoraggiare dai muri burocratici, persone che hanno reso possibile il miracolo: quando i profughi sono stati fatti migrare in campi meglio organizzati, sono andati via carichi di vestiti nuovi, con le indispensabili biciclette e una infarinatura di base sulla lingua e sulla cultura olandese. Molti di loro hanno esportato anche lo spirito d’iniziativa e l’energia dei cittadini di Nijmegen: la biblioteca di Heumensoord è stata riaperta a Blauwestad (Groningen) e un sorridente bibliotecario eritreo ci ha mandato la sua foto. Ci arrivano messaggi di ringraziamento e di amicizia da tutti i campi profughi d’Olanda e perfino un tributo su Facebook dai parenti e dagli amici dei rifugiati sparsi in giro per il mondo: #dankjeNijmegen.

Per capire l’immensità del compito provate a pensare che tremila persone sono arrivate a Nijmegen con niente più dei vestiti che avevano addosso quando erano partite dalla loro patria e sono state rinchiuse in una tendopoli dove veniva fornito loro solo un posto letto in camere da otto, bagni in comune, tre pasti caldi al giorno e articoli da toeletta razionati. Il COA non aveva il budget per fornire vestiti, scarpe, biancheria e qualsiasi altro accessorio. Il campo distava mezz’ora dal centro di Nijmegen ma i profughi non avevano i soldi per poter prendere l’autobus, ne’ tantomeno per poter comperare un pacchetto di sigarette o un caffè. I tre pasti forniti dal servizio di catering erano confezionati secondo rigide norme igieniche, ma completamente privi di gusto. A parte una sala con quattro TV e il wifi in tutto il campo non c’era assolutamente nessun gioco o passatempo. Non c’era ne’ scuola ne’ asilo nido per i bambini, non c’era nemmeno un tavolo per leggere o scrivere o disegnare, senza contare che non c’erano ne’ libri ne’ quaderni, ne’ penne, ne’ matite. Non c’era NIENTE.

Prima che vi scagliate sull’inadeguatezza del servizio, come hanno abbondantemente fatto giornalisti, volontari e profughi in questi otto mesi, dovete sapere che in origine il campo era stato pensato come transito per chi aveva fatto richiesta di asilo ed era in attesa di risposta. I profughi che arrivavano a Heumensoord erano già stati registrati nei centri di prima accoglienza e a tutti era stato comunicato che la permanenza al campo di transito sarebbe durata al massimo quattro settimane. Le polemiche sono iniziate quando è stato evidente che le quattro settimane sarebbero diventate almeno quattro mesi e infine più di sei per la stragrande maggioranza degli ospiti. Il campo non era stato pensato per un’accoglienza così lunga e dopo Natale le proteste di volontari e profughi erano talmente forti che si è mosso addirittura il garante dei diritti civili, con un’ispezione che ha dato un verdetto poco lusinghiero sulle condizioni di vita all’interno del campo.

Grazie a quel verdetto però la legislazione è stata cambiata. Adesso i campi profughi in Olanda sono organizzati per l’accoglienza sul medio-lungo periodo, con dimensioni ridotte, maggiore privacy e servizi ampliati, e i governi locali stanno stanziando fondi per l’integrazione dei rifugiati nella società olandese: scuole, corsi di lingua e possibilità di lavoro volontario anche per chi è in attesa di risposta. Sì, lavoro volontario, perché la protesta più grande in questi otto mesi non ha riguardato la mancanza di denaro o privacy, ma la impossibilità di poter occupare il tempo di attesa in un’attività produttiva. La maggioranza dei profughi voleva semplicemente avere qualcosa da fare per far passare la giornata: c’erano cuochi che imploravano di poter aiutare in cucina, barbieri che chiedevano di poter tagliare barbe e capelli, contadini che volevano coltivare gli orti urbani ma nessuno di questi ha potuto farlo (almeno ufficialmente) perché la legislazione non lo prevedeva. Adesso la legislazione lo prevede e prevede perfino che i profughi siano smistati nei piccoli centri di accoglienza sparsi su tutto il territorio secondo le affinità professionali col territorio stesso.

Non solo la capacità di ammettere e imparare dai propri errori è uno dei tratti più ammirevoli dell’Olanda ma la democrazia diretta qui è una realtà. La legislazione è stata cambiata a tempo record perché tutti i volontari di Heumensoord sono stati invitati a partecipare a un workshop per dare suggerimenti alla giunta comunale su come organizzare il prossimo campo profughi e le nostre raccomandazioni sono state spedite al parlamento per l’integrazione nazionale. Ipso facto. Il COA ci ha pubblicamente ringraziato in più occasioni e la giunta comunale ha addirittura dato il premio “cittadino dell’anno” al fondatore della pagina facebook “Welcome to Nijmegen” che è stata la piattaforma di tutte le iniziative private intorno a Heumensoord. Tutti i volontari aderenti ai vari gruppi di lavoro sono poi stati premiati individualmente con una torta. Le torte sono state tutte condivise con gli ospiti di Heumensoord, perché la reazione unanime è stata: “non torte ma opere di bene”.

E che ho fatto io? A parte il lavoro ufficiale alla biblioteca di Heumensoord, ho organizzato la festa di Sinterklaas insieme ad altre quattro meravigliose donne, sono andata in Germania a comperare scatoloni di shampoo, sapone, schiuma da barba e deodorante che ho distribuito clandestinamente a tutti quelli che lo hanno chiesto, ho portato di nascosto da mangiare a una camerata di rifugiati quando piangevano per l’obbrobrio del cibo in mensa, ho invitato a cena a casa mia otto rifugiati siriani in svariate occasioni, ho portato in giro per la città gli stessi e ho offerto caffè a non so più quanti, ho regalato vestiti, sciarpe, guanti, scarpe, pigiami, materassi, sedie, tavoli, biciclette, borse, libri, quaderni, lucchetti per la bici, pile e lampadine, batterie, giocattoli e giochi da tavolo e settimana prossima andrò a trovare i miei nuovi amici nei loro nuovi campi di accoglienza per vedere come stanno. Ho fatto esattamente quello che hanno fatto tutti gli altri volontari e molto meno di quello che hanno fatto gli organizzatori di tutte le attività con cui abbiamo cercato di alleviare la sofferenza di tutti questi esseri umani traumatizzati. Questo periodo di incredibile impegno e emozione si chiude così, ma a settembre ci aspetta la nuova sfida: il centro di accoglienza concepito secondo i nostri suggerimenti.

Non vedo l’ora.

(articoli correlati: Refugees, Blind Date, Sinterklaas@Heumensood)
 
Di paola (del 06/04/2016 @ 10:36:46, in diario, linkato 558 volte)
Concita de Gregorio ha recentemente scritto che il silenzio è l’unica forma di dissenso ormai concessa nella cacofonia di insulti incrociati che sono diventati i social networks. Nell’ultimo mese mi sono quindi concentrata sul mondo al di fuori dallo schermo dello smartphone e ho concluso che la distanza del mondo analogico dal mondo digitale è veramente grande, per nostra fortuna.

Nel mondo analogico la gente si incontra, si parla, si sorride, si aiuta e si sostiene a vicenda. Non occorre fare la volontaria al locale centro assistenza profughi per incontrare belle persone; basta una visita al museo per godere di un inaspettato scambio culturale con visitatori casuali in vena di chiacchiere e perfino un pranzo random tra colleghi, fitto di scambi di opinioni sulle questioni più mondane, si rivela utile perché sapere l’indirizzo giusto per trovare pantaloni e magliette che non si dissolvano al contatto con il suolo o con il detersivo migliora la qualità della vita almeno quanto la visione dei capolavori di Jeronimus Bosch.

Grazie ad uno di questi scambi di opinioni sono anche riuscita a leggere un libro che consiglio caldamente, Plato and platypus walk into a bar: uno spassosissimo compendio di storia della filosofia raccontata attraverso una serie di barzellette esemplificative. Una di queste riguarda il dissenso insanabile tra atei e religiosi. Il dissenso è insanabile perché le due categorie umane hanno una visione del mondo totalmente opposta: le prime credono che l’uomo abbia inventato dio e le seconde che dio abbia inventato l’uomo. Una discussione tra atei e religiosi è pertanto completamente inutile perché non c’è alcun argomento comune su cui poter discutere, come mirabilmente illustrato da questa barzelletta:

Una donna molto pia esce tutte le mattine di casa e declama: “Dio sia lodato!”
Il suo vicino di casa ateo le risponde tutte le mattine: “Non c’è nessun dio.”
Questa storia va avanti anni e anni e ad un certo punto la pia donna si trova in tali difficoltà finanziarie da non potersi più nemmeno permettere di comperare cibo con cui sfamarsi. Allora esce di casa e implora dio di darle il cibo che le manca.
Il giorno dopo davanti alla sua porta c’è un sacchetto pieno di cibo fresco. La pia donna ringrazia dio del miracolo e a questo punto il vicino ateo esce di casa e dice: “Il cibo l’ho comprato io: non c’è nessun dio.” La donna non batte ciglio e declama: “Dio sia doppiamente lodato: per avermi dato questo cibo e per averlo fatto pagare a Satana.”

È quindi chiaro perché ogni dibattito sui social sia perfettamente inutile e si trasformi presto in gazzarra da stadio. Non ci può essere dialogo tra persone con visioni opposte del mondo e infatti nel mondo analogico queste persone non vengono mai in contatto e se lo fanno l’incontro dura generalmente il tempo necessario per capire che aria tira e darsela a gambe. Nel mondo digitale invece queste persone sembrano caparbiamente alla ricerca della rissa continua. La barzelletta di cui sopra non ci dice come ha reagito l’ateo all’ultima invocazione della donna ma basterebbe metterla su Facebook per saperlo. Volontari?

Se il dissenso tra atei e religiosi è insanabile, altri dissensi lo sono molto meno. Ad esempio il pernicioso dibattito vegani contro carnivori. Qui il punto di incontro c’è perché entrambi i gruppi sono interessati alla salute personale ma non ci si trova d’accordo sulle modalità. Uno studio medico recentissimo, pubblicato il 29 marzo nella rivista Molecular Biology and Evolution, ci viene incontro.

Questo studio dimostra che la capacità di processare i grassi omega 3 e 6 contenuti nei vegetali è appannaggio esclusivo di coloro che possiedono nel loro patrimonio genetico un particolare genoma. Queste persone si trovano prevalentemente in Asia e Africa e solo in minima parte in Europa e Nord America. Questa è la ragione per cui la maggioranza degli europei non può beneficiare di una dieta vegetariana o vegana.
Lo studio continua ipotizzando che la maggior incidenza del genoma in questione presso le popolazioni asiatiche e africane sia dovuta alla tradizionale dieta che privilegia cibi di origine vegetale e quindi nel corso dei secoli ha selezionato naturalmente le persone provviste del genoma più appropriato.
Questa ipotesi non è nuova: l’avevo infatti letta almeno una trentina di anni fa in un libro di antropologia. Credo che la novità stia nel fatto che ora l’ipotesi antropologica sia stata scientificamente provata con uno studio ad ampio raggio. Quindi si può concludere che chi ha in dotazione il patrimonio genetico adeguato si deve preoccupare di salvaguardare il patrimonio vegetale della terra e chi dipende dal regno animale per la sopravvivenza si deve preoccupare di salvaguardare le condizioni di vita dei suoi amici animali.

Mi pare un buon inizio per una discussione proficua, purché fuori dai social.
 
Di paola (del 08/02/2016 @ 15:35:15, in diario, linkato 1041 volte)
I 28 giorni di alimentazione supermetabolica sono passati, ho perso solo 4 dei 9 kg promessi ma in compenso sono rientrata nella mia taglia pre-menopausa senza aver mai sofferto la fame e soprattutto, dopo le prime settimane di rodaggio, sono talmente abituata alle acrobazie gastronomiche della Pomroy che non ho alcuna voglia di tornare alla mia vecchia routine alimentare, sicuramente meno faticosa ma provatamente dannosa alla salute e alla linea. Ho deciso quindi di continuare a oltranza il regime supermetabolico con il miraggio di poter un giorno rientrare in tutti i tubini di Aspesi e Lucio Costa che stanno in naftalina dalla nascita di Matteo. A scopo dimostrativo, beninteso: a parte un paio di evergreen tutto il resto del guardaroba sopravvissuto alle purghe dell'anno scorso è da sera e a meno di non dare una svolta alla mia vita sociale non vedo molte occasioni in cui sfoggiarlo.

Ho considerato che in fondo essere ortoressica è meno impegnativo che essere vegetariana e sicuramente meno fastidioso del veganesimo. Non ho infatti nessuna intenzione di convincere amici e parenti a seguire questo regime alimentare e non ho motivi etici da sbandierare, non voglio salvare il mondo e difendere i diritti degli animali. Semplicemente questo regime alimentare mi provoca una sensazione di benessere, mi dà energia e mi toglie i chili superflui: ragione necessaria e sufficiente per proseguire. In più boicotta le sofisticazioni alimentari e l'industria OGM e sostiene l'agricoltura e l'allevamento biologico a chilometro zero: bonus di impatto sociale non trascurabile. Dopo tutte queste belle considerazioni mi sono apprestata a uscire dalla clausura volontaria in cui mi rinchiudo ogni gennaio e la realtà mi ha dato il solito pugno in faccia.

A parte il fatto tutt'altro che trascurabile che seguire questo regime alimentare al ristorante è praticamente impossibile, perfino amici e conoscenti non si stanno rivelando affatto comprensivi. A quanto pare avere un metabolismo bradipico non viene considerato uno stato di malattia (lo è a tutti gli effetti e la causa prima dell'obesità) e la richiesta di preparare cibi che rispettino il decalogo della Pomroy viene giudicata a dir poco bizzarra. Ne ho sentite di tutti i colori, a partire dal: "ma che vuoi che ti faccia un piatto di pasta ogni tanto, basta non esagerare." Per finire con: "Ma come, non vieni all'high tea? E perché?".

Cerco di non incazzarmi perché lo stress mette le ghiandole surrenali in stato di allerta, ma non posso fare a meno di pensare che c'è molta strada da fare se le persone come me sono tutt'ora considerate ingorde senza controllo anziché portatrici di handicap. Non è colpa mia se mangiare un piatto di pasta mi fa ingrassare un chilo ogni volta, chilo che non se ne andrà se non a prezzo di diete ipocaloriche contro natura e tornerà puntualmente al prossimo sgarro. Non è nemmeno colpa mia se le modificazioni genetiche e le sofisticazioni industriali del cibo che mangiamo sono la seconda causa dell'obesità dilagante oltre che causa di tutte le intolleranze alimentari di questo secolo. Però è un fatto che se dichiaro un'intolleranza alimentare tutti si fanno in quattro per offrirmi piatti compatibili alle mie esigenze, se invece dico che sono costretta a tenere permanentemente in allenamento il metabolismo per non ricadere nella spirale dell'accumulo incontrollato dei grassi (con tutte le conseguenze del caso) vedo sorrisini di scherno dietro ogni sguardo politically correct se non addirittura sguardi decisamente ostili.

Nel gruppo di supporto su facebook - gruppo di cui non tesserò mai abbastanza le lodi - vengo in contatto quotidianamente con testimonianze dell'incomprensione sociale a cui noi ipometabolici siamo sottoposti. Siccome non siamo vegani fanatici non ce la prendiamo col mondo: siamo talmente abituati alla mancanza di comprensione e rispetto che trovare sempre nuove scuse e intolleranze immaginarie per essere lasciati in pace è diventato un riflesso automatico. Ma non è giusto. Non è ammissibile essere trattati diversamente dagli intolleranti alle più svariate categorie alimentari, non è ammissibile che i ristoranti non prevedano varianti supermetaboliche al pari delle varianti vegetariane e vegan. Oltretutto le varianti supermetaboliche metterebbero d'accordo un po' tutti perchè sono all'80% vegane e non contengono la maggior parte degli allergeni più comuni. No, non ha affatto senso. Ma per fare sì che l'opinione pubblica cambi occorre un atto di coraggio. Occorre uscire dall'ombra, sfidare lo status quo, esporsi al pubblico ludibrio. Basta scuse e basta sotterfugi.

E quindi faccio pubblicamente coming out. Sono un' ipometabolica. Sono una portatrice di handicap ormonale. Per riuscire a mantenere un peso nella norma sono costretta a mangiare solo alimenti integri, cioè non intaccati dalla lavorazione industriale: senza conservanti e additivi, non geneticamente modificati come il grano, il latte, il mais e la soia, senza zuccheri raffinati, senza caffeina e senza alcol. Tutti questi elementi mandano in tilt il mio già debole metabolismo e fanno sì che io accumuli grassi in continuazione, anche se mangio solo un panino e poi vado a correre per mezz'ora. Sono sempre stata così, fin da quando sono nata, non ho scelto io di essere così e l'industria alimentare del XX secolo ha fatto il resto.

Ecco fatto. E non rompetemi i coglioni che ho già abbastanza da fare a leggere tutto l'elenco degli ingredienti dei prodotti confezionati e studiare il significato di ogni acronimo sui cibi freschi. La mia non è una vita facile e se non ne siete convinti la prossima volta che vi mettete in bocca qualcosa, qualunque cosa, provate a pensare che cosa contiene prima di deglutire. Poi ne riparliamo. Intanto, se volete che venga a cena, pranzo, merenda o qualunque altra attività comprendente consumo di bevande o alimenti, fate il favore di lasciarmi portare il mio cibo da casa senza cercare di convincermi a mangiare il vostro e possibilmente senza fare battute di spirito fuori luogo. Altrimenti, amici come prima e ci vediamo già mangiati.

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Di paola (del 23/01/2016 @ 12:55:18, in diario, linkato 953 volte)
Nemmeno avevo finito di ricevere i commenti sull’ultimo post che mi dovevo rimangiare il buon proposito fatto alla vigilia della rituale dieta di gennaio. Siccome sono convinta che nulla avviene per caso, devo concludere che questi tre anni da apprendista cuoca sono solo stati la preselezione per la dieta del supermetabolismo di Haylie Pomroy. Come tutte le diete la promessa è di dimagrire mangiando e perdere tutti i chili superflui in tempo record (9 chili in 28 giorni! Strilla la copertina del libro), a differenza di tutte le altre diete posso confermare che dal 4 gennaio non faccio altro che mangiare e bere da quando mi alzo a quando vado a letto. Dove sta la fregatura? Ovviamente nel tipo di alimenti concessi e negli abbinamenti tra questi, che costringono a esercizi di alta cucina per far quadrare i conti e cancellano tutti gli anni di emancipazione femminile sponsorizzata dall’industria alimentare per farti tornare casalinga del dopoguerra: la Pomroy infatti fa parte di quella corrente di ortoressiche che schifa qualunque cibo industriale. Il primo comandamento del suo decalogo è: non mangerai frumento, il secondo: non mangerai mais, il terzo: non mangerai latte e latticini, il quarto: non mangerai soia e i suoi derivati, il quinto: mai più zuccheri raffinati, il sesto: niente caffeina, il settimo: niente alcol, l’ottavo: non mangerai frutta seccata (datteri, uvette e prugne tanto per intenderci, non le noci) e succhi di frutta, il nono: mai più dolcificanti artificiali e il decimo: mai più varianti “light” o “diet” di qualunque cosa.

Vi lascio assorbire l’impatto di questo decalogo mentre vado a far marinare il tacchino in aceto balsamico, aglio, lime e sale per farmi gli spuntini della prossima settimana. Perché il comandamento #0, la Zeroth Law per dirla alla Asimov, quello che spazza definitivamente via ogni speranza di poter ritornare alla vita del XXI secolo, è quello che vieta tutti gli alimenti conservati con nitrati, coloranti e additivi chimici. Cioè tutti gli alimenti che si trovano nei supermercati a partire dal prosciutto per arrivare alla maionese. In un colpo solo la Pomroy cancella sessant’anni di onorata sofisticazione alimentare per restituirci quello che a suo dire è il potere medicinale del cibo allo stato brado. La ragione di tanto accanimento ci viene ripetuta come un mantra ogni tre pagine: la Pomroy è laureata in scienza dell’agricoltura e quindi sa perfettamente quante e quali modificazioni genetiche sono servite a darci il nostro pane quotidiano anche prima che arrivasse la Monsanto e i suoi OGM. Ella sa perché mangiamo sempre meno e ingrassiamo sempre di più: tutta colpa degli alimenti che hanno mandato in vacca il nostro metabolismo naturale.

Ora, intendiamoci, non posso assolutamente darle torto giacché io convivo da ormai vent’anni con una forma molto subdola di intolleranza al glutine che non mi dà disturbi immediati come ai celiaci, ma ha un tremendo effetto cumulativo per cui alla terza pizza mi parte una pielite fulminante. Però una cosa è sostituire il frumento con il farro e la segale, un’altra è dover leggere ogni etichetta di ogni cibo preconfezionato per constatare che contengono tutti uno o più degli ingredienti vietati. Forse non tutti sanno che la carne conservata contiene sempre nitrati, oltre all’amido di mais e allo sciroppo di glucosio. Il dado da brodo contiene amido di mais, la metà dei vegetali in scatola contiene sciroppo di glucosio, porca puttana, praticamente TUTTO contiene questi tre elementi in combinazioni varie. E che dire della caffeina e dei dolcificanti artificiali? Mai nessun dietista finora me li aveva vietati e adesso arriva la Pomroy a dirmi: è per questo che il tuo metabolismo è impazzito e fa si che tu accumuli grassi in continuazione. Avrà sicuramente ragione lei ma come minimo adesso vado a prendere a calci in culo tutti i dottori che mi hanno autorizzato se non addirittura incoraggiato a mettere quintali di saccarina, aspartame e stevia (che se guardate l’etichetta contiene sempre maltodestrosio e quindi è vietatissima) negli ettolitri di tè e caffè che ho sempre bevuto per placare i morsi della fame.

E quindi son tornata ai fornelli per convertire con il sudore della fronte chili di verdura biologica, legumi e grani integrali in pasti commestibili, mi sono abituata a farmi il dado da brodo, il roastbeef e il prosciutto di tacchino, mi sono abituata a sostituire i miei due cappuccini del mattino con porridge di avena, mandorle e mirtilli accompagnati da tè rosso (rooibos), mi sono abituata a fare uno spuntino di frutta, verdura cruda o proteine nobili ogni tre ore e adesso vado perfino a letto presto per evitare di dover mangiare ancora dopo la cena. Non ne posso più di mangiare! Soprattutto non ne posso più di ruminare verdura come una mucca tutto il santo giorno. Perché la Pomroy – tra le altre cose - è allevatrice di cavalli e in tutto il libro i paralleli equini si sprecano. Alle volte ho l’impressione che il confine tra equini e umani non le sia proprio chiarissimo date le quantità industriali di carote e avena che ci costringe a mangiare.

Fortunatamente il XXI secolo mi viene incontro sul terreno tecnologico: una meravigliosa app mi ricorda quando e cosa devo mangiare, tiene il conto dell’acqua che bevo (2,5 litri al giorno senza contare le tisane) e soprattutto il gruppo di supporto su facebook mi delizia con ricette ardite ricavate sfruttando tutte le possibili combinazioni degli ingredienti concessi. Ancora non mi sono azzardata a fare i dolci con lo xilitolo di betulla al posto dello zucchero e il burro di cocco al posto del burro vero, ma è solo questione di tempo. Devo prima toccare con mano i risultati promessi e mancano ancora 8 giorni e 10 ore al traguardo. Vi tengo informati.

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Di paola (del 29/12/2015 @ 13:56:58, in diario, linkato 478 volte)
E siamo arrivati anche alla fine di quest’anno. Grazie ai buoni propositi formulati l’anno scorso sono ora orgogliosa proprietaria di un futuristico forno con più funzioni di una navicella spaziale grazie al quale ho potuto regolarmente confezionare manicaretti molto apprezzati dai residenti. Come tutte le cose importanti della mia vita l’acquisizione del forno è stata un’impresa intricatissima, durata mesi pieni di intoppi, rinvii, attese snervanti, minacce e ultimatum. Un po’ come la mia vita con un adolescente in crescita e un adolescente di ritorno. Il vikingo infatti impiega il suo tempo libero nella reiterazione dei riti della sua gioventù, ovvero serate in discoteca (si chiama ancora così?) al ritmo della musica del secolo scorso e concerti di gruppi emergenti in compagnia dei suoi amici coetanei e altrettanto in crisi di mezza età. Fortunatamente per me la loro gioventù non ha compreso moto sportive o Harley Davidson, altrimenti sarei già costretta a strizzarmi in una tutina di pelle che perfino nella mia gioventù più anoressica non ha mai valorizzato il mio fisico.

In quanto alle serate in discoteca, già ai tempi le consideravo una noia mortale e di gruppi emergenti ho fatto il pieno per almeno altre due vite. Basta così. Lascio il vikingo galoppare nelle verdi praterie della memoria e mi dedico all’esplorazione della gastronomia più esotica mentre penso a cosa mi piacerebbe fare da grande.

Ma invece di parlarvi del futuro come tutti, vi intrattengo sulla gastronomia.

Viviamo in tempi molto interessanti, gastronomicamente parlando. Anno 2015 perfino nel buco del culo del polder si possono trovare tutti gli ingredienti necessari a deliziare palati di qualunque provenienza. L’economia dell’eccesso in cui siamo immersi fa sì che negozi e mezzi di comunicazione trabocchino di programmi, libri, attrezzature e corsi di cucina. Si trovano ristoranti etnici a ogni angolo, soup kitchens che preparano la zuppa di lenticchie libanese, gelatai con un bancone di trenta gusti, pizzerie, coffee bars con macchine Faema e delicatessen dove il pastrami è più venduto dei wurstel. Ieri ero a far colazione con un cappuccino più che dignitoso e la lavagna del menù proponeva il panino del muratore. Adesso devono solo imparare a fare le brioches e poi non noterò più la differenza tra il Blonde Pater e Panariello. All’Albert Heijn – sempre all’avanguardia - vendono da anni panettone, scamorze, mozzarella di bufala, farro e cavolo nero e sul loro mensile dedicato all’ispirazione culinaria campeggiano ricette di Russo, Robuchon, Oliver e Ottolenghi.

Ogni anno preparo il cenone della vigilia per gli amici del vikingo, rigorosamente vegetariano non per tradizione (che prevedrebbe almeno il pesce) ma per accontentare le idiosincrasie di Loes. La tradizione è nata spontaneamente tredici anni fa, quando mi sono trovata prigioniera di un neonato e impossibilitata a condurre una vita normale. Inizialmente offrivo location e logistica e tutti contribuivano alla composizione della cena con un piatto a scelta; progressivamente l’onere della preparazione si è coagulato intorno a me e a Loes, che oltre a essere caparbiamente vegetariana è una cuoca estremamente creativa e volonterosa, ma soffre di una forma estrema di stress da scelta che la porta a iperventilare anche solo alla scelta del formaggio da usare nel soufflé. Per questo motivo ho innestato una tradizione nella tradizione: tutte le pietanze del cenone collettivo sono basate sulle precisissime ricette del mensile di Albert Heijn, che produce uno speciale Natale con servizio all-in, ovvero gli ingredienti di qualunque ricetta sono facilmente reperibili in ogni supermercato, oppure ordinabili online e consegnabili a domicilio. Con questo semplice stratagemma tengo buona Loes e tutti gli altri invitati si divertono intere settimane a indovinare che ci sarà per cena sfogliando le pagine della rivista.

Quest’anno a sorpresa Loes ha dato buca, nel senso che non si è offerta di preparare nulla, ne’ io l’ho sollecitata per timore di scatenare un attacco di panico. Ho dovuto quindi lavorare indefessamente all’intero menù di cinque portate per un giorno intero e sono arrivata all’ora di cena piuttosto provata. Anche il mio tentativo di coinvolgere il vikingo nella preparazione degli antipasti è tornato indetro come un boomerang. L’ho pregato di volermi sostituire nel preparare il ripieno di avocado e wasabi per le uova sode con gli ingredienti elencati nella ricetta mentre io mi concedevo una pausa di dieci minuti sul divano e dopo esattamente 31 secondi sono stata richiamata in cucina a sbucciare uova particolarmente riottose. A ciò si è aggiunta una litania di domande che mi ha fatto rimpiangere le telefonate convulse di Loes e mi ha precipitato nell’agghiacciante consapevolezza che il vikingo ignora la dislocazione e l’uso dei più elementari strumenti in cucina, a partire dai misurini per arrivare al tritatutto elettrico.

Colpa mia naturalmente, come abbiamo appurato la mattina dopo a colazione. Perché in questi ultimi tre anni mi sono talmente appassionata alla cucina da farlo impigrire al punto che nemmeno apre più il libro di ricette da lui espressamente chiesto in regalo a Sinterklaas proprio tre anni fa. Libro dal quale lui ha eseguito due ricette ed io più di venticinque.

Sono rimasta troppo scioccata per ribattere, ma ho formulato il mio unico buon proposito per l’anno che verrà: basta cucinare. Vivremo di avanzi fino a Capodanno e poi la rituale dieta di gennaio mi farà approdare alla quaresima senza necessità di rimettere mano ai fornelli. Se tengo duro sarà bistecca e insalata fino al prossimo cenone di Natale.

Buon anno!
 
Di paola (del 05/12/2015 @ 16:15:25, in diario, linkato 528 volte)
Abbiamo fatto un miracolo. Abbiamo portato la magia di Sinterklaas nel campo profughi di Heumensoord. Abbiamo dato a settecento bambini, ai loro genitori, a tutti gli abitanti del campo un’ora di assoluta felicità, di lettere di cioccolato, biscotti di spekulaas e regali, come vuole la tradizione olandese. Quale tradizione olandese? Ne ho parlato praticamente tutti gli anni: potete googlarla, consultare wikipedia o semplicemente rileggervi un articolo random del mio blog. È la tradizione olandese più sentita, più importante e più determinante per capire la nostra società. È un regalo collettivo all’infanzia e come tale non ci è sembrato giusto escludere l’infanzia che è ospite sul suolo nazionale.

Ci sono caratteristiche della personalità olandese che vanno apprezzate. La determinazione nel portare a termine missioni impossibili è una di queste. Un italiano medio penserebbe quello che abbiamo pensato tutti noi e cioè: sarebbe bello poter dare a questi bambini che hanno perso tutto e vivono in condizioni terribili un po’ di magia, un momento di distensione e magari anche qualche deroga alla triste dieta del catering più spartano dei francescani, poi si fermerebbe lì. Un olandese medio invece mette un messaggio su Facebook, apre un crowdfunding e comincia a percorrere con infinita pazienza la montagna burocratica e logistica che l’impresa implica. È così che ho incontrato Karin Stultiens. Un’olandese assolutamente indistinguibile dalla marea di facce e gattini su Facebook. Un’olandese con un’idea, che era anche la mia. Ho accettato di aiutarla a realizzarla e quando, dopo una stringa infinita di messaggi, ci siamo incontrate insieme alle altre due olandesi altrettanto determinate ad aiutarla, ci siamo riconosciute, capite e integrate senza nemmeno presentarci. Non era necessario.

Quello che invece è stato necessario potrebbe tranquillamente riempire un romanzo di proporzioni Dumasiane. Non è detto che un giorno non lo scriva. Per adesso quello che mi interessa condividere è la sensazione di avere finalmente fatto qualcosa di grande nella mia vita. Qualcosa che le ha finalmente dato senso. Qualcosa che ha occupato le mie notti e i miei weekend di novembre e di cui adesso sento la mancanza. Ho aperto una porta che non si chiuderà più.

E adesso un po’ di cronaca.


Il crowdfunding ha raccolto 2000 euro in 3 settimane. Con questi abbiamo comperato 600 lettere di cioccolato, 600 pacchetti di pepernoten, 600 palloni di plastica gonfiabile, 3 pompe per gonfiare i palloni e 600 sacchetti di plastica per contenere i regali. Una fabbrica di biscotti ci ha regalato 600 biscotti di spekulaas a forma di Sinterklaas, in più ha offerto il rinfresco ai sessanta volontari che il 3 dicembre si sono impegnati a fare i pacchetti e a distribuirli. La biblioteca civica ha regalato 160 valigette contenenti un libro di cartone e uno di stoffa per i bambini più piccoli. Tre professori universitari e nove studenti hanno accettato di interpretare Sinterklaas e i suoi Pieten. Perché tre? Perché Heumensoord è diviso in tre villaggi (Green, White e Purple) a cui fanno capo tre aree ricreative e il COA (Organo Centrale per l’Accoglienza dei rifugiati) ha messo come conditio sine qua non che la distribuzione dei regali avvenisse simultaneamente nelle aree ricreative di tutti i tre villaggi. Il COA da parte sua ha fornito il supporto logistico, la security e il servizio di pulizia prima e dopo. Sette profughi siriani che abitano a Heumensoord ci hanno affiancato e hanno aiutato sia nell’assemblaggio dei pacchetti che nella loro distribuzione e posso tranquillamente affermare che senza di loro non saremmo riusciti a combinare un bel niente, perché il 90% dei profughi non parla inglese e tantomeno olandese mentre il 100% del COA e dei volontari incluse noi del comitato non parla ne’ arabo, ne’ aramaico e tantomeno farsi.

All’alba del 3 dicembre abbiamo formato una carovana di auto cariche di tutto il necessario e siamo partite alla volta di Heumensoord. Arrivate al cancello principale una valchiria della security si è avvicinata alla prima auto con fiero cipiglio. Non ho sentito che cosa le ha detto Karin ma la metamorfosi è stata sconvolgente. L’espressione ostile e minacciosa si è stemperata in un sorriso beato e la robusta valchiria si è trasformata in una leggiadra ballerina che con passo aggraziato ha danzato fino alla mia auto. “En u bent?” (e lei è?) ha chiesto soavemente e alla mia risposta: “Ik ben de Piet” si è sciolta in una ridarella incontenibile. A formalità disbrigate siamo entrate nel campo e abbiamo cominciato a scaricare tutti gli scatoloni. Uno ad uno sono arrivati anche i volontari del mattino che senza tante cerimonie si sono messi a aprire scatoloni, pompare i palloni e impacchettare i regali. Dopo il rinfresco di biscotti e caffè abbiamo aspettato l’arrivo del secondo turno di volontari e li abbiamo brieffati sulle attività del pomeriggio. Poi è arrivata l’impiegata del COA con i facchini e a poco a poco i pacchetti sono spariti nei portacarichi, seguiti dai volontari.
Quando siamo arrivate ai rispettivi villaggi i volontari erano già in postazione dietro ai tavoli dei regali con l’elenco dei bambini. Abbiamo installato amplificatori, CD players e casse acustiche e abbiamo fatto partire la musica. Insieme a noi c’erano due agenti della sicurezza e due host del COA che si sono tenuti in disparte, pronti a intervenire in caso di bisogno. Fuori dalle porte intanto si stava materializzando una sempre più robusta folla di bambini e genitori che si sono riversati nella sala appena abbiamo dato il segnale di via libera. Le volontarie non addette ai regali hanno cominciato a far ballare e cantare i bambini in attesa dell’arrivo di Sinterklaas e nel giro di un quarto d’ora tutti i bambini si stavano divertendo un mondo. Ero impegnata in un trenino con un gruppo di seienni scalmanati al suono di “Hij komt, hij komt” quando con la coda dell’occhio ho visto arrivare Karin e il Sinterklaas assegnato al mio villaggio. Di nuovo la metamorfosi è stata sconvolgente: in un battito di ciglia i bambini si sono trasformati in una folla di teenagers isterici alla vista dei Beatles e sono corsi urlando verso la porta. Per mezz’ora abbiamo cercato di riportare ordine in un allegro caos, tra un muro di bambini urlanti e genitori invasati col telefonino in posizione selfie. Finalmente Sinterklaas è riuscito a sedersi davanti ai tavoli dei regali e i bambini si sono seduti in cerchio intorno a lui. Abbiamo avuto ben cinque minuti di calma, nei quali Sinterklaas ha espresso in tre lingue tutta la sua gioia di essere arrivato a Heumensoord per il suo compleanno e di aver portato i regali. Alla parola regali si è scatenato di nuovo l’inferno ma questa volta le vittime dell’entusiasmo sono state le volontarie addette alla distribuzione. Abbiamo di nuovo impiegato mezz’ora per riuscire a mettere i bambini in fila e il vero miracolo è stato che nessuno si è fatto male e tutti sono usciti dalla sala stringendo l’agognato pacchetto.

A cose fatte, quando tutti i volontari si sono dileguati con la stessa semplicità con cui erano arrivati, ci è arrivata anche una lettera di ringraziamento del COA che dice testualmente: “Jullie hebben iedereen een onvergetelijk geschenk bezorgd, bewoners, collega's, vrijwilligers: allemaal verbonden!” (avete fatto un regalo indimenticabile a tutti i residenti, i colleghi, i volontari: tutti affratellati!).

Queste cose, signore e signori, sono possibili solo in Olanda e solo nel nome di Sinterklaas. Domani il mondo tornerà l’orrore che è sempre stato ma per me, per Karin e per tutti i volontari che ci hanno aiutato sarà indelebilmente migliore di prima.
 
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