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2014

Donne in carriera

(02/02/2014) Tra le molte riflessioni che le parole del deputato grillino De Rosa alle parlamentari piddine mi hanno suscitato, la più profonda e spassionata è stata l'analisi della mia carriera. Ho detto spesso, anche dalle pagine di questo diario, che mi ritengo una ragazza molto fortunata in quanto nata nell'ultimo anno del baby boom e quindi inconsapevole beneficiaria del boom economico degli anni sessanta e delle conquiste femministe degli anni settanta: due concetti che oggi suonano esotici ma che sono stati l'imprinting della mia generazione.

Ho fatto carriera esclusivamente grazie alle mie abilità intellettuali e ad un clima sociale favorevole (sia pure controvoglia) all'emancipazione femminile. Per parafrasare John Prentice in Indovina chi viene a cena, ho sempre avuto l'impressione che tutti si sentissero in dovere di aiutarmi a far carriera per dimostrare di non essere sessisti. Fino ad un certo punto naturalmente, perché ogni donna prima o poi si trova a fare i conti con quello che nel mondo anglosassone viene chiamato il soffitto di cristallo. Ebbene, ogni volta che ho sbattuto contro il soffitto di cristallo ho fatto un passo indietro. Non ho mai rinunciato alla mia - peraltro già scarsa di natura - femminilità e ho preferito lottare per il diritto alla mia dignità di donna, moglie e madre piuttosto che avere un posto nel consiglio d'amministrazione.

Detto questo però, va anche detto che non sarei mai potuta arrivare dove sono oggi senza essere emigrata. In Italia infatti ho sempre fatto pochissima carriera, semmai sono stata frenata e sabotata in tutti i possibili modi dal gotha della dirigenza maschile ed è solo grazie alla decisione del tutto fortuita di accettare un posto di lavoro all'headquarter londinese dell'agenzia in cui languivo che la mia vita ha avuto una svolta positiva. Non che a Londra siano meno sessisti che a Milano, per carità, ma gli anglosassoni hanno almeno il merito di essere decisamente meno maschilisti e patriarcali degli italiani e mi spiego con alcuni esempi.

Nella mia vita professionale italiana sono stata chiamata fica secca da un amministratore delegato a cui evidentemente non andava giù il fatto che fossi totalmente immune al suo fascino, sono stata avvertita più volte che se non fossi stata accondiscendente con un certo direttore servizio clienti la mia carriera ne avrebbe risentito, ho dovuto parare con una diplomazia di cui non sapevo di essere capace le avances molto eloquenti di un altro amministratore delegato alle feste aziendali e infine ho dovuto subire l'umiliazione di sentirmi dire da un direttore creativo in presenza di altri colleghi: "Se ti piace la Mercedes classe A ne possiamo parlare, secondo me te la meriti." Il tutto condito dal noto sguardo lascivo che ti spoglia e valuta consistenza e dimensioni dei tuoi organi riproduttivi.

Episodi di questo genere, del tutto normali in Italia, sono impensabili nei paesi anglosassoni. Nei paesi anglosassoni i maschi preferiscono sicuramente una donna che mette la famiglia prima del lavoro e fanno copiose battute sull'intelligenza inferiore delle biondine, ma nessun maschio anglosassone civilizzato si permetterebbe mai di proporre prestazioni sessuali in cambio di avanzamenti di carriera: una tale pratica sarebbe giudicata degradante e indegna, oltre che avere possibili conseguenze penali in quanto nelle aziende anglosassoni vige il reato di sexual harassment. Quindi se il direttore creativo di cui sopra si fosse trovato qui anziché a Milano, io lo avrei potuto tranquillamente denunciare per sexual harassment all'ufficio personale, forte della testimonianza dei miei colleghi, e il suddetto sarebbe stato ufficialmente ripreso dalla direzione se non addirittura licenziato. Un consigliere comunale del PvdA (partito laburista) di Nijmegen, scoperto nel parcheggio a farsi soddisfare oralmente da una collega del VVD (partito liberale) è stato costretto a dare le dimissioni e a lasciare la città. Un consigliere comunale di Wassenaar che durante una festa, completamente ubriaco, ha minacciato una collega di darle una lezione con i suoi venti centimetri di frusta (o parole di questo genere) è stato puntualmente denunciato ed è sotto processo.

A questo punto riportiamo le parole di De Rosa nel contesto. Inutile dire che in un contesto parlamentare anglosassone un deputato di qualsivoglia natura politica mai e poi mai si sarebbe permesso di profferire tali parole, forse nemmeno di pensarle, ma certamente non di esprimere il concetto in quei termini. Nella malaugurata ipotesi - che resta un'ipotesi del tutto teorica - che le parole gli siano potute sfuggire dalla bocca in un momento di particolare frustrazione, sarebbe seguito un massacro mediatico di proporzioni bibliche che avrebbe portato alle sue dimissioni fulminee e ad un processo penale. La deputata oggetto dell'insulto si sarebbe trovata in un quadrato di protezione formato da tutti gli altri deputati, soprattutto maschi, e mai e poi mai avrebbe risposto con una battuta sarcastica sdrammatizzando l'accaduto.

E questo, si badi bene, senza nemmeno considerare la veridicità delle parole pronunciate, perché in tutti i paesi anglosassoni la forma ha un'importanza assoluta rispetto al contenuto, come ho potuto ampiamente sperimentare sulla mia pelle (cfr: Immagine). Già il solo fatto di essere di sesso femminile ed emigrata da un paese mediterraneo è un notevole handicap di partenza che devo compensare con prestazioni intellettuali di gran lunga superiori alle prestazioni ottimali di un maschio autoctono. Passati i mesi in cui stavo seguendo un corso per imparare l'olandese, non mi è stato più fatto alcuno sconto linguistico, per cui ho sempre dovuto prestare un'attenzione spasmodica alle parole che uso e nessuno si mostra minimamente comprensivo del fatto che non sono madrelingua, quindi che a volte mi possono mancare le sottigliezze semantiche per dibattere al livello richiesto: cazzi miei, per dirla all'italiana. Ultimamente perfino i miei difetti di pronuncia vengono sottolineati con una persistenza che mi fa capire come anche il periodo di saldi sull'accento esotico sia finito. In poche parole, qui ci si aspetta che se vuoi fare la dirigente aziendale rispetti le regole e il codice della dirigenza aziendale olandese, altrimenti puoi pure tornare a fare la casalinga marocchina: a lei si richiede solo che sappia esprimersi in olandese a livello di sopravvivenza, lo stesso livello che veniva richiesto negli anni trenta del secolo scorso a mia nonna, sposina ventenne emigrata da un paesino del napoletano nell'inospitale clima bergamasco, con il solo bagaglio culturale di una licenza di quinta elementare. Non a caso mia nonna è l'unica in famiglia che ha sempre parlato un perfetto italiano da radio RAI del dopoguerra con un vaghissimo accento toscano, senza mai abbandonarsi ad alcuna espressione dialettale: mi ha detto semplicemente che un minimo segno di accento napoletano era sufficiente per non essere servita nei negozi in cui doveva andare a fare la spesa.

Ripenso spesso a mia nonna, soprattutto in questi tempi turbolenti e confusi. Ripenso alle battaglie che ha dovuto condurre per essere rispettata e lasciata in pace (accettata mai) nella società borghese bergamasca del secolo scorso. Penso con affetto alla fatica con cui giorno dopo giorno si è adattata agli usi e ai costumi di un popolo barbaro, ai lunghi inverni freddi, alle brevi estate appena tiepide, alla mancanza dell'abbraccio caldo della sua famiglia e della sua terra d'origine. La sua vita è l'immagine della vita di tutte le donne che decidono di fare carriera senza accettare compromessi degradanti e so che se mia nonna fosse viva oggi non avrebbe parole di comprensione per il linguaggio di De Rosa e dei suoi colleghi di partito. Come non ne ho io.

(articoli correlati: Immagine, Retrofemminismo, Fenomenologia del turpiloquio istituzionale)

 
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