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2012

Autocritica, compagni!

E’arrivato il temuto traguardo dei cinquant’anni per i nati nel 1962, quindi per tutti i miei compagni di classe e amici del tempo che fu. Pur essendo nata un anno dopo, mi identifico al 100% con questa annata che potremmo definire l’ultima dei mohicani, perchè ha raccolto le ultime briciole stantie del ’68 e ha vissuto sulla propria pelle il passaggio tra gli anni settanta e gli anni ottanta, cioè tra l’impegno politico coatto e la Milano da bere.
E’ arrivato il momento di guardare indietro e fare una valutazione del nostro contributo alla società e questo non perchè ci prepariamo a godere i frutti di tale contributo, ma perché proprio grazie quest’ultimo siamo ora condannati a spendere i prossimi vent’anni della nostra vita nel cercare di arginare i danni che abbiamo fatto. Sì, compagni, è arrivato il momento dell’autocritica: recuperate gli appunti della terza liceo e cominciamo insieme il doloroso e necessario percorso che farà di noi persone migliori. Dove abbiamo sbagliato? Che cosa è andato storto?
Tranquilli, sto scherzando, lo sappiamo benissimo dove abbiamo sbagliato: avremmo dovuto stoicamente resistere alle sirene del consumismo e non mangiare i fiori del loto televisivo. Saremmo dovuti insorgere come esortavano i Clash in The Guns of Brixton invece di andare al Leoncavallo agghindati come Robert Smith. Ma diciamocelo francamente, chi si sarebbe aspettato di arrivare a cinquant’anni? Ci hanno lavato il cervello fin dalla culla con l’olocausto nucleare e la terza guerra mondiale, non per niente ci siamo autodefiniti no future generation: nessuno di noi si aspettava di arrivare al duemila! Pensa l’ironia della sorte: la no future generation ha la prospettiva di vita più lunga nella storia dell’umanità e la certezza che sarà una lunghissima vita di merda. Rimbocchiamoci le maniche, compagni: da adesso in poi ci tocca solo spalarla, la merda che abbiamo contribuito a creare.
A cominciare dai beni di consumo che abbiamo accumulato in tutti questi anni. Avete notato che ci ritroviamo le case piene d’inutili gadgets che consumano un’ira d’iddio in eletticità, oppure assemblati negli sweat shops pakistani da bambini più giovani dei nostri adorati e viziatissimi figli unici? Facciamo piazza pulita di queste costosissime inutilità e visto che ci siamo proviamo a togliere i vari nintendo, wii, playstations, iPod, iPhone, iPad e tutti gli altri iPirls alla nostra prole per vedere quanti secondi resiste prima di entrare in rota.
Contiamo poi le auto che abbiamo in garage – pardon – parcheggiate in terza fila e divieto di sosta sul marciapiede pubblico. Eliminiamo tutte le auto >1. Vediamo anche quanto beve l’unica auto che ci possiamo d’ora in poi permettere: con la benza a 3 euro, se non fa almeno 20 km con un litro non tiriamo la fine del mese. Diamoci peraltro come obiettivo – se già non lo stiamo facendo – di utilizzare l’auto familiare esclusivamente per percorsi non coperti dai mezzi pubblici e/o dai nostri piedi e/o dalla bicicletta.
Adesso contiamo le scarpe, i vestiti firmati e gli accessori da 300+ euro al pezzo. Facciamo un bel pacco di tutto quello che non ci siamo mai messi negli ultimi due anni e mettiamolo all’asta su eBay. In alternativa diamolo alla vicina di casa col marito in cassa integrazione e la figlia laureata che non riesce a trovare lavoro: se lo rivendesse lei su eBbay e si mettesse un po’di soldi in tasca che ne ha sicuramente più bisogno di noi.
Dopodichè eliminiamo l’impianto di aria condizionata che deturpa da un decennio i nostri infissi. Non è più ambientalmente e moralmente sostenibile: se ancora non ci siamo adattati alle condizioni climatiche da noi prodotte, ci meritiamo darwinianamente di morire asfissiati sotto il solleone.
Adesso che abbiamo ripulito le nostre case dal ciarpame superfluo, possiamo spegnere il televisore e riaccendere lo stereo per riappropriarci del piacere di guardarci intorno e in faccia invece di guardare un monitor come iloti. Forse guardandoci in faccia ci verrà anche in mente come possiamo aiutare il prossimo meno fortunato di noi, quali azioni eversive possiamo pianificare per realizzare il sogno di Occupy senza necessariamente picchettare i templi del denaro che si è visto che non serve a un cazzo e ci rimedi solo mangnellate e lacrimogeni (e dire che questa lezione al liceo ce l’avevano ben insegnata: manco quella siamo riusciti ad imparare e trasmettere ai nostri figli). Fortunatamente ormai la voglia di rimediare la scopata clandestina nel sacco a pelo ci è passata (e se non ci è passata è bene che ci facciamo visitare da uno specialista) quindi possiamo mettere a profitto le lezioni di vita imparate negli intervalli tra le copiose canne che ci siamo fatti o, se proprio non ci viene in mente niente, racimolare i dieci euro che servono a comprare Prepariamoci di Mercalli, magari in versione eBook, così evitiamo di contribuire ulteriormente alla distruzione della foresta amazzonica.
Fortunatamente per noi, che fin dal tempo di Ecce Bombo ce la meniamo a sangue sulla nostra immagine pubblica, il consuminderen (consumare meno) è uno dei trend emergenti dal 2010 nel Nord Europa, dove le marche iconiche perdono sempre più terreno a favore delle scelte responsabili, per cui rischiamo pure di fare bella figura con le amiche che ancora spulciano i mercatini alla ricerca del perfetto vero-falso Luis Vuitton e ci possiamo permettere di tirare fuori dalla naftalina senza vergogna i terribili poncho autoprodotti nell’ultima occupazione della nostra adolescenza.
Giacchè siamo coattati a lavorare 24/7 fino al 2039 con il miraggio sempre più fioco della pensione minima, il tempo per coltivare le verdure biodinamiche nell’orto comunale e farci le marmellate in casa non ci avanza, però possiamo sempre svuotare la dispensa e il frigo di tutti i prodotti industriali carichi di conservanti, coloranti, aromi artificiali, grassi idrogenati e zuccheri occulti e donarli alla banca del cibo per i poveri. Dopodichè andiamo in bicicletta al più vicino negozio di prodotti biodinamici e facciamoci piacere le verdure di stagione, il bulghur integrale e lo yogurt di capra addolcito con miele selvatico. Se ci sentiamo particolarmente avventurosi, facciamo un accordo con la più vicina fattoria biologica per l’approvvigionamento settimanale di carne, uova, latte, formaggio, verdura e frutta: praticamente la versione lusso della banca del cibo e un altro trend emergente nel Nord Europa.
Come dite? Troppo sbattimento? Vergogna, compagni! L’Italia è l’unico paese in Europa che si ostina ancora ad acquistare i prodotti industriali dalle multinazionali, pagandoli il doppio delle marche private. L’Italia è l’ultimo paese rimasto in Europa dove si fanno ancora le risse davanti a Mediaworld per un iPhone. E l’Italia è il paese europeo con l’export di prodotti biologici più alto d’Europa e coi consumi interni più bassi. Personalmente non credo a quest’ultima statistica, perchè fa a pugni con i miei ricordi d’infanzia, ma sono passati troppi anni e anche la fattoria dove ci rifornivamo noi è stata sostituita da un quartiere dormitorio con annesso centro commerciale Auchan.
Ecco che cosa è andato storto.
Diamoci come obiettivo di far tornare la fattoria al posto del centro commerciale entro i prossimi vent’anni. Questo sì che è un obiettivo concreto, realizzabile e pure coerente con gli ideali anticapitalistici. Se ci riusciremo, potremo morire con la coscienza a posto. (3 aprile)
 
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