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Ecco, adesso che ho a disposizione tutto il tempo dell’universo mi sento lentamente trascinare indietro, alla ricerca dell’istante preciso, del punto zero, dell’origine di tutto questo. È stato forse quando la HoriPro ha fatto irruzione nella mia vita, unannounced, inaspettata come la telefonata di un maniaco?
I tre jap hanno un aspetto vagamente inquietante. Seriale. Completo doppiopetto nero, camicia bianca, cravatta regimental, tank bag, Church nere. Il capo è quello basso con gli occhiali, gli altri due sembrano cloni di Komuro Tetsuya a 25 anni e molto probabilmente lo sono. Non parlano, non si muovono. Stanno seduti dietro al capo e fissano un preciso punto dello spazio vuoto tra me e il tavolo.
“Miss Sella, many thanks for coming at such short notice. The flight has been comfortable, I hope.” dice il capo.
“Very much, thank you. Never tried JAL first before.” dico e subito mi pento di aver detto. Il capo annuisce impercettibilmente. I due cloni non muovono un muscolo.
“You will want to know why we called you, I suppose.” continua il capo. Un perfetto understatement, considerando che dodici ore prima ero stata prelevata dal mio bilocale a Milano, imbarcata sul Milano-Tokyo delle 22:30 e scodellata all’headquarter HoriPro senza altra spiegazione che la seguente e-mail:
Tanaka Yasunori, Director of HoriPro VR dept., head of DK96 project, wishes to meet you on confidential business. Please confirm your acceptance by return. You will be contacted by HoriPro staff a.s.a.p.
 
A.s.a.p. stava per esattamente 30 minuti dopo la mia risposta. L’incaricato HoriPro era un altro clone della serie Komuro Tetsuya che non aveva detto una parola durante tutto il viaggio, a parte “Please follow me” e “Are you comfortable”.
“Do you know anything about our DK96 project?” dice Tanaka Yasunori soavemente.
Adesso tutti sanno del progetto DK96, naturalmente, ma al tempo era ancora confinato al mercato giapponese e al Web. L’idea di una popstar virtuale, non umana cioè, ma sintetica, era solo una curiosità tecnologica per il mondo occidentale. La solita diavoleria jap.
Date Kyoko stava muovendo i primi passi, nel vero senso della parola: non aveva ancora fatto un’apparizione in pubblico, ma aveva già un ufficio stampa organizzatissimo e tre singoli in classifica. Una buona fonte di reddito per la HoriPro, che però stava ancora investendo parecchio nello sviluppo olografico per l’atteso debutto TV della bimbetta. Tutto si sarebbe giocato tra il debutto TV ed il primo concerto: come avrebbe reagito il pubblico? Quanto si poteva far sembrare reale un ologramma?
Quella mattina (sera, col fuso orario di Tokyo), Tanaka Yasunori, direttore della sezione Virtual Reality, capo progetto DK96, l’uomo basso con gli occhiali, seduto ad un capo dell’enorme tavolo ovale laccato nero nella sala riunioni Sakura, al quarantatreesimo piano dell’arcologia HoriPro, snocciola i dati e le cifre del progetto con pedanteria scolastica: quanti addetti alla computer graphics, quanti all’immagine, quanti alla musica, quanti alla voce. Dopo un’ora di lezione potrei vincere tutti i contest DK96 sul Web, ma ancora non vedo che cosa c’entro io con tutto questo.
Ho trentatrè anni, due terzi dei quali spesi a studiare inutili discipline umanistiche e un terzo al servizio del marketing di prodotti di largo consumo, tipo cibi per gatti, merendine al cioccolato, sturacessi liquidi, ammorbidenti per biancheria e via discorrendo. Cerco di trovare un nesso tra tutto ciò e quello di cui mi sta parlando l’occhialuto jap. L’esperienza più vicina al mondo della musica pop che ho mai avuto è stata scoparmi un batterista di technotrance; il sushi bar di Poland Street l’esperienza più vicina al Giappone; in quanto alla computer graphics, buio assoluto. Mai nemmeno aperto il Corel Draw in dotazione al mio PC.
“Date Kyoko is just the first in a series of virtual popstars that HoriPro is planning to introduce in the next three years.” dice Tanaka Yasunori. “Our objective is to cover as many market niches as we can with our products.” Adesso sta parlando della strategia di marketing del progetto: finalmente qualcosa che posso capire. Ma non posso credere di essere stata convocata per fornire una consulenza di marketing alla HoriPro: non sono affatto la più accreditata esperta del settore. Anzi, non sono neanche nella lista dei top 100 manager under 40, come il mio capo non manca mai di farmi rilevare ogni qualvolta chiedo un aumento. Perciò, che cosa ci faccio qui?
“Tanaka san, what you are telling me is extremely interesting. However, I still do not see how I come into the picture, if I may say so.”
Mentre lo dico un lampo mi attraversa il cervello: non è che per caso vogliono utilizzare la mia faccia per la prossima popstar? Se vogliono coprire tutte le nicchie di mercato avranno bisogno di un volto per il mercato europeo, no? Ma l’idea appare subito ancora più folle della precedente. Figuriamoci se in tutto il mondo occidentale non trovano una faccia più adeguata della mia! Anzi, figuriamoci se non riescono a creare una faccia da popstar occidentale sintetica in computer graphics.
Ma il mio intervento ha imbarazzato Tanaka san, se riesco a decifrare le microscopiche onde espressive sulla faccia dei jap.
“I was just coming to that point, Miss Sella.” dice gelido dopo un silenzio di circa dieci secondi.
E il punto è questo.
Date Kyoko è la realizzazione sintetica della donna perfetta. Fisicamente, secondo i canoni pedofili giapponesi: non ingrasserà mai, non le verranno mai i brufoli, non invecchierà mai. Professionalmente, secondo i canoni dell’entertainment industry: non prenderà mai una stecca, non mancherà mai un concerto, non farà bizze da diva, non si stancherà mai di firmare autografi, non si farà mai beccare con tre chili di coca alla frontiera o con una puttana in automobile.
Ma il pubblico vuole veramente una donna perfetta?
Alla vigilia dell’apparizione TV di Date Kyoko, il reparto PR del progetto ha sollevato il dubbio. Una rapida serie di indagini incrociate ha rivelato che il pubblico vuole popstar tutt’altro che perfette dal punto di vista morale. Una popstar che non beve, non si droga, non scopa a destra e a manca, non fa un po’ di bizze, non ha un po’ di nevrosi è noiosa. Roba da dodicenni. Una nicchia di mercato piccola, troppo piccola.
Per cui: cambio di strategia. Date Kyoko e tutte le popstar virtuali HoriPro avrebbero dovuto essere dotate di difetti morali accuratamente selezionati tra quelli più graditi al pubblico.
E qui entro in ballo io.
La spiegazione è talmente irreale che mi convinco immediatamente della sua verità.
Cinque anni fa, in un raptus di creatività mai più ripetuto, ho scritto tre romanzi. Che hanno fatto il giro dei miei amici intimi, più alcune case editrici, senza altro risultato che una serie di complimenti più o meno sinceri e l’augurio corale di nuove e più promettenti produzioni.
Insomma, un bel fiasco editoriale.
Ma totalmente a mia insaputa e senza il mio permesso un anonimo ammiratore si è preso la briga di pubblicare la mia opera omnia sul web. Un ricercatore della HoriPro, incaricato di surfare tutti i siti amatoriali alla ricerca di idee inedite si è imbattuto nei detti romanzi, li ha letti, li ha giudicati degni di essere passati al vaglio del comitato editoriale, che li ha giudicati degni di essere passati all’elaboratore per l’analisi testuale. Il risultato è stato positivo (Tanaka san glissa abilmente sulla quantificazione della positività) ed il comitato ha sottoposto il nome dell’autore al board. Un procedimento venusiano nella sua impeccabile logica e sistematicità.
Pertanto, ora, quello che Tanaka san a nome della HoriPro mi sta offrendo è un contratto di prova di sei mesi, durante i quali dovrò dimostrare di essere in grado di creare una personalità femminile originale per una nicchia di mercato marginale. Se la personalità avrà successo avrò un contratto quinquennale per lavorare allo sviluppo di una personalità femminile mainstream per il mercato caucasico. I termini dei contratti sono contenuti nella cartelletta che giace sigillata di fronte a me.
Sei paia di occhi mi guardano impassibili mentre rompo il sigillo rosso a forma di H.
Comincio a leggere la versione inglese del testo, che mi assicura che la versione giapponese a fronte è copia fedele di quanto sto leggendo.
Le cifre di entrambe le versioni sono arabe e inequivocabili. Conto tre volte gli zeri. Per essere certa.
Poi succedono tre cose contemporaneamente.
La vista si appanna, il cuore salta un battito e da tutti i pori del corpo erompe inarrestabile un’ondata di sudore freddo.
Mi offrono l’equivalente in Yen di 90.000 Euro per i primi 6 mesi e 200.000 Euro per ogni anno del contratto, più 1% di royalty sui proventi multimediali delle personalità che creerò, fino a che esisteranno. Oppure una buonuscita di 150.000 Euro nel caso il contratto non fosse rinnovato dopo i primi 6 mesi.
Calma. Innanzitutto calma. Respiro profondo. Ascolta il respiro che entra nelle narici, seguilo fino ai polmoni e buttalo giù. Espira. Lentamente. Guarda il jap diritto negli occhi. Controlla l’emissione della voce.
“The offer is quite interesting.” Pausa. Conta fino a cinque, lentamente.
“I would like a couple of days to think about it.” Ecco fatto. Fredda, tranquilla, siamo uomini d’affari no? Guardalo diritto negli occhi, non abbassare lo sguardo adesso. Controlla il respiro, fai entrare l’aria contando fino a dieci.
Tanaka san inclina rispettosamente il cranio pelato di 20° a sinistra, le mani a corolla.
“Quite so. Your flight is due at 23:25. We thought maybe a visit to the VR department and working teams in the meanwhile would help your decision. Shall we say, we will receive an answer from you 2 days after landing back in Italy?”
“Certainly.” questa volta un po’ troppo veloce, spero impercettibilmente. Tanaka san si alza. Mi alzo subito anch’io. Le gambe sono totalmente paralizzate: maschero il bisogno di appoggiarmi al tavolo con un rispettoso inchino della testa.
“Yamada Taro will escort you anywhere you need and will ensure you have a safe journey back. It was a pleasure meeting you, Miss Sella.”
Il clone a sinistra si inchina. Tanaka san scivola silenziosamente dietro un pannello della sala riunioni e sparisce insieme al clone di destra. Rimaniamo a fronteggiarci io e il clone che risponde al nome di Yamada Taro. Le mie gambe sono ancora intorpidite, ma riesco a camminare. Il clone aspetta pazientemente che gli dica qualcosa.
“Shall we proceed with our visit?” tento. Risposta esatta: il clone batte leggermente un dito sulla superficie liscia alle sue spalle e una porta scorrevole perfettamente mimetizzata si apre con un leggero fruscio nella parete di destra. Il clone mi fa segno di precederlo. Mi muovo con le gambe di gesso, ma la respirazione sta ritornando normale e anche la sudorazione ha ripreso livelli socialmente accettabili. Penso con angoscia al deodorante che lotta con i miei batteri da più di tredici ore.
Poi ricordo solo una fila interminabile di corridoi e loculi argentei e silenziosi, innumerevoli facce multietniche sbiadite ed inespressive, inchini e cortesie formali assortite e mi ritrovo magicamente seduta nella fila 4 posto A del jal che mi riporta a Milano.
Dormo, forse. Sogno. Una fila interminabile di corridoi e loculi argentei e silenziosi, innumerevoli facce multietniche sbiadite ed inespressive, inchini e cortesie formali assortite: sono seduta all’estremità di un lunghissimo tavolo ovale laccato nero nella sala riunioni Sakura al quarantatreesimo piano della HoriPro e Tanaka Yasunori snocciola i dati e le cifre del progetto DK96 con pedanteria scolastica mentre tutti i suoi collaboratori sfilano intorno a me e mi esaminano in silenzio e Yamada Taro mi porge una penna e mi sollecita ad allacciarmi la cintura. Apro gli occhi. È la hostess che mi sorride e ripete di allacciare la cintura perché stiamo atterrando.
Milano mi accoglie con la sua tipica nota di umida inospitalità. Cielo grigiastro, afa e pioggerellina noiosamente pervasiva. Lotto per aggiudicarmi un taxi e approdo finalmente nel bilocale che fino a ieri mattina definiva i confini del mio universo privato. Adesso, varcata la porta, mi trovo in un’insopportabile gabbia soffocante. Annaspo guardando gli oggetti ed i mobili polverosi, grigi e squallidi che facevano parte della mia vita precedente. Mi assale una nausea sottile e prima di rendermi conto di quello che sto facendo ho lasciato cadere la valigia e le chiavi nel piccolo ingresso, ho fatto dietrofront e sono uscita senza chiudere la porta. Mi muovo come in trance, guardando me stessa fare cose impossibili, al rallentatore. Mi osservo fermare un taxi al volo e dare l’indirizzo dell’hotel Principe di Savoia. Mi guardo entrare nella hall lucida e silenziosa, chiedere alla reception una suite per una settimana come se non avessi mai fatto altro tutta la vita. Mi vedo salire al decimo piano e chiedere al cameriere di fare mandare su i miei bauli appena arriveranno. Poi la mia nuova personalità si attacca al telefono e lascia un messaggio di dimissioni sul voice mail del direttore marketing.
Ho ancora 48 ore da passare in qualche modo prima di accettare la proposta della HoriPro. Passo le prime dieci in un sonno profondissimo e senza sogni, che mi lascia ancora più scollata di prima. Ordino una cena a mezzanotte e guardo la TV fino alla mattina dopo. Nelle successive 24 ore faccio shopping selvaggio e chiamo gli unici tre amici che ho. Non spiego niente: chiedo solo aiuto. A Diana affido l’appartamento ed il suo contenuto, a Giovanna le mie questioni legali con la multinazionale da cui ho dato le dimissioni, a Roberto il compito di depistare convenientemente chiunque chieda che fine ho fatto, nell’improbabile caso che questo succeda. Non voglio che il mio passato infetti la mia nuova vita: questa è l’unica opportunità che ho di ammazzare i miei fantasmi.
Due giorni dopo sono a Tokyo per ricevere il briefing del progetto KK99.
 
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