paola cassone
romanzi
racconti
collezioni di racconti
collezioni di racconti
diario  
comprami  
scrivimi  
2009

elfstedentocht

Un ex direttore regionale della defunta Lintas, parigino purosangue comprensibilmente inorridito dalla barbarie circostante, definiva gli olandesi un popolo che amava l’acqua in tutte le sue forme. Fino ad ora la trovavo una definizione molto arguta, ma a seguito dell’ondata di gelo che ha avvolto l’Europa dopo Capodanno ho capito che il vero amore degli olandesi non è tanto l’acqua quanto il ghiaccio! Per gli olandesi l’acqua è un male necessario con cui bisogna convivere, tanto è vero che sono l’unico popolo terreste (se si escludono i castori) costruttore seriale di dighe e polder, fino al culmine di una grande muraglia a difesa dagli attacchi del mare del nord. Per l’olandese medio l’acqua ha la stessa valenza delle uova rispetto all’omelette: bisogna romperla per farci qualcosa di buono. Lo sport nazionale olandese non è come pensano molti italiani il ciclismo, bensì il pattinaggio di velocità. Uno sport inventato qui e sconosciuto nel resto del mondo, per il quale la parola pattinaggio è indissolubilmente associata a leggiadre silfidi in tutù luccicanti che danzano sul ghiaccio al suono del lago dei cigni. Non qui. Qui il pattinaggio artistico viene considerato allo stesso livello del nuoto sincronizzato e della dressure equestre: roba da circo. Qui il pattinaggio è roba da uomini veri, uomini alti due metri con pettorali da tarzan, sixpack e cosce d’acciaio grandi come prosciutti, avvolti in tutine aerodinamiche che, pur non lasciando alcuno spazio all’immaginazione, riescono ad avere il rigore di abiti monacali, indubbiamente grazie al cappuccio e agli occhiali che anonimizzano i lineamenti facciali alla pari dei burka. Ma sto divagando. Dunque, dicevo, lo sport nazionale olandese è il pattinaggio di velocità e la ragione di questo si può capire se si considera che, fino a relativamente poco tempo fa, d’inverno le temperature andavano regolarmente una decina di gradi sotto zero e l’acqua dei canali gelava per mesi interi. Di conseguenza, per tre mesi all’anno la forma più veloce di trasporto erano slitte e pattini, altro che biciclette! Il fatto che nell’ultimo decennio le temperature medie si siano alzate è un grosso cruccio per gli olandesi che si vedono privati della gioia di poter emulare i campioni di pattinaggio nel polder locale. In effetti, se ci pensiamo un attimo, è una questione di selezione naturale. In un paese dominato da acqua gelata in inverno e pioggia e freddo in estate è ovvio che la probabilità di sopravvivenza privilegia i tipi somatici a cui l’equazione acqua + freddo = ghiaccio risveglia le endorfine. I tipi mediterranei come me che entrano in letargo appena la temperatura scende sotto 15° possono sopravvivere qui solo grazie al riscaldamento centralizzato, ai lettini UV e lunghe vacanze ai caraibi.
Così si spiega anche l’incredibile espressione di gioia che si diffonde sui visi locali quando la temperatura si avvicina allo zero. Come i trolls di Terry Pratchett, genii matematici alle basse temperature e idioti al sole, gli olandesi si rinvigoriscono al freddo e soffrono terribilmente il caldo. Qui i neonati a partire dal primo mese vengono portati fuori ogni giorno, con qualunque tempo, per il ‘frisse neus’ – cioè finchè il naso del bimbo si raffredda. Questa abitudine viene mantenuta per tutta l’infanzia, dove peraltro viene raccomandato di far dormire i bambini in camere con temperatura non superiore a 18° e di vestirli più leggeri per non surriscaldarli quando hanno la febbre. Passata l’infanzia, la raccomandazione è di dormire con le finestre aperte ed è inutile dirvi che bambini e adulti qui girano mezzi nudi in pieno inverno e le madri si preoccupano di mettere sciarpa e cappello alla prole solo se la temperatura scende sotto zero. Vedo regolarmente con i miei occhi madri con bimbi di due anni nel cestino davanti della bici, sotto la pioggia novembrina, senza cappello o sciarpa e con la giacca aperta su una T-shirt di cotone a maniche corte!
 
Ma torniamo al punto. Ogni olandese che si rispetti non solo sa andare in bicicletta come gli unni andavano a cavallo ma sa pattinare fin dalla più tenera infanzia e impara a pattinare non già come la sottoscritta su piste di ghiaccio artificiale, ma sui canali gelati! Non vi tornano in mente tutti quei romanzi del diciottesimo e diciannovesimo secolo in cui almeno un personaggio moriva annegato mentre pattinava sul ghiaccio? Beh, qui è ancora normale! Magari adesso non si muore più grazie alle strutture di salvataggio avanzate, ma settimana scorsa ospedali e pompieri erano in allerta 24/7 e un bimbo della scuola di Matteo è finito all’ospedale mezzo assiderato. Come gli esquimesi hanno 14 parole per descrivere la neve, il vocabolario degli olandesi è ricco di termini specifici: dooi(en) è un nome/verbo che si usa solo per descrivere il disgelo del ghiaccio naturale; wak è il buco che si crea nel ghiaccio in conseguenza del dooi; door het ijs gaan (lett. ‘passare attraverso il ghiaccio’) vuol dire cadere nel wak mentre si sta pattinando.
Se quello che è successo settimana scorsa a me è sembrato eccezionale, il vikingo mi assicura che durante la sua infanzia era ordinaria amministrazione. L’eccezionalità – mi si dice - non è quest’anno ma il fatto che nell’ultimo decennio non abbiamo avuto un vero inverno. Comunque stiano le cose, settimana scorsa perfino l’Ijsselenmeer (il pezzo di mare del Nord tra l’Olanda del nord e la Frisia chiuso dalla diga più lunga del mondo) è gelato e la follia collettiva del pattinaggio si è risvegliata.
 
Fokke e Sukke si scaldano, diceva la didascalia sulla vignetta dell’NRC di martedì: “Allora?” chiede Sukke a Fokke, che sta trapanando il ghiaccio. “Chiama il coordinamento regionale!” risponde Fokke con un sorriso beato. Non ci avete capito niente? Beh, consolatevi: neanche io! Ho dovuto farmi spiegare dal vikingo che il coordinamento regionale è quello dell’associazione delle undici città frisone e che settimana scorsa si è accarezzato il pensiero di poter fare la sedicesima Elfstedentocht ovvero il giro delle undici città. Si tratta in pratica di percorrere 200 km pattinando sui canali ghiacciati della Frisia, partendo da Leeuwaarden, passando per Sneek, Ijst, Sloten, Stavoren, Hindeloopen, Workum, Bolsward, Harlingen, Franeker, Dokkum per tornare poi a Leeuwaarden. La maratona – che inizia alle quattro di mattina e finisce a mezzanotte – si può effettuare solo se tutti i canali del percorso sono ghiacciati e la profondità del ghiaccio è di almeno 15 cm. Questo evento si è verificato nel secolo scorso solo 15 volte, la prima volta nel 1909 e l’ultima nel 1997. La penultima volta nel 1986. Potete capire quindi l’eccezionalità della cosa. O no? Io francamente non capisco come si possa entrare in paranoia da finali da mondiale (che pure non capisco ma constato) per avere il privilegio di pattinare a -20°, magari con vento contrario e sotto la neve, per diciotto-venti ore di seguito senza fermarsi, senza poter bere, mangiare o fare pipì (che a quella temperatura non so voi ma io mi dovrei portare il pannolone). Eppure l’Olanda ogni inverno entra almeno per un paio di giorni in paranoia, con volontari armati di trapano che misurano la profondità del ghiaccio dopo ogni gelata e serissimi annunciatori del TG che comunicano con evidente eccitazione preorgasmica le previsioni del tempo (“stanotte si cala a meno diciotto, domani al massimo meno dieci, fantastico! Altri due centimetri di ghiaccio!”) prima di passare agli ultimi massacri nella striscia di Gaza.
 
Quest’anno, dopo una settimana di fibrillazione e infinite interviste ai membri dell’associazione e ai campioni delle edizioni passate, la temperatura si è alzata di botto, il ghiaccio si è sciolto e Sukke e Fokke annunciavano lunedì dal podio dell’associazione delle undici città frisone: “Non si fa”. In realtà il ghiaccio si era già sciolto sabato, quando quattro milioni di olandesi assatanati avevano tirato fuori i pattini arrugginiti dai ripostigli e si erano riversati sui canali come da noi sulle spiagge a ferragosto. E lasciamo perdere quanti sono ‘passati attraverso il ghiaccio’ mandando in tilt gli ospedali.
 
La sottoscritta, che non mette i pattini da quando aveva quindici anni e che non ha ambizioni agonistiche di alcun tipo, ha speso tutte le sue energie nel cercare di tenersi in equilibrio a piedi o in bicicletta su strade ghiacciate come mai ho visto in vita mia: il vikingo ha perfino proibito a Matteo di andare a scuola in bicicletta per paura che potesse cadere e rompersi una gamba. Poi, con tipica logica olandese, se l’è caricato sul sellino della sua bici e a quel punto le gambe rotte avrebbero potuto essere due o quattro. Appena saputa la bella impresa ho proibito al vikingo di accompagnare Matteo a scuola e ho provveduto a farlo io, in smart, a venti all’ora e sudando freddo. Lungo la strada ho visto frotte di genitori che tiravano slitte cariche di prole. Arrivata a scuola mi sembrava di stare al rifugio alpino tante erano le slitte accatastate davanti alla porta. Di biciclette, manco l’ombra. Ho fatto due più due e da brava madre coscenziosa sono andata in centro a comperare una slitta per mio figlio. Mi hanno riso in faccia! Slitte e pattini sono stati venduti tutti nelle quattro ore successive alla caduta del primo fiocco di neve! Mi è stato poi riferito da amici che su marktplaats (versione locale di ebay) le slitte di seconda mano andavano via per centinaia di euro! Ma è possibile dico io ... alla faccia della crisi finanziaria! Viva il dooi.
 
torna su
« precedente     successivo »  
 
| design&development: Artdisk