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2008

01 02 2008 il clan cassone

Vi avevo promesso di raccontarvi la storia del clan Cassone, la prendo un po' alla larga perchè mi è difficile esternare e riassumere 44 anni di pesante condizionamento psicologico in poche righe.
Il 20 agosto 1963, alle 10 e 30 di mattina, mio padre poteva stringere tra le braccia l'agognato primogenito. Che non era un maschio. Mio padre ha dimostrato fin da allora la sua emancipazione culturale - o forse solo l'orgoglio del clan - sorridendo a denti stretti e commentando che anche senza l'attributo necessario l'avrei messo in culo a tutti. Non si è ovviamente espresso in questi termini essendo un ufficiale e un gentiluomo. Le sue parole sono state 'E' Cassone.' Per gli intimi, il senso era inequivocabile.
Nel corso degli anni mi è stato fatto capire in modo sottile ma altrettanto inequivocabile che in quanto Cassone avrei dovuto attenermi ad un codice di eccellenza ben preciso. L'essere Cassone implica - tra le altre cose - assumersi le responsabilità più gravose senza battere ciglio, comportarsi con decoro ed onore, aborrire la mediocrità, primeggiare senza sfoggio e soprattutto perseguire in ogni momento la ricerca dell'equilibrio interiore senza il quale - anche con l'attributo necessario - non si può metterlo in culo al mondo.
Senza che mi fosse detto, ho sempre saputo quando ero in riga con il codice del clan e quando non lo ero. In alcuni periodi della mia vita, decoro ed equilibrio interiore sono stati piuttosto bassi nella mia top 10, ma bastava un'occhiata di mio padre per ricordarmi il mio dovere.
Che mio padre mi abbia sempre trattato come un primogenito maschio è stata la mia fortuna e la mia salvezza. Dal punto di vista pratico perchè quando ha scoperto che ero stata deflorata prima di un matrimonio che manco è mai stato in programma non mi ha chiuso in un convento o costretto a nozze riparatrici come è successo a una mia cugina. Dal punto di vista morale perchè il pensiero di perdere il favore di mio padre mi ha tenuto alla larga da eccessi che pure avrei perseguito con molto piacere ai tempi in cui il mio stile di vita era piuttosto alternativo. Famosa a questo proposito la sua frase, detta a quattr'occhi un venerdì sera quando mi era venuto a prendere alla stazione FFSS, di ritorno da Milano: 'Non credere che siccome non ti dico niente vuol dire che apporovo il tuo stile di vita. E' solo che tua madre te ne dice già abbastanza, ma ricordati: appena smette lei comincio io.' Avevo 23 anni e la sera prima ero stata in giro fino alle 5 con compagni di gioco ambigui e una buona dose di chimica di supporto. L'occhiata di mio padre e quella frase è stata una cura di disintossicazione istantanea.
Qualche anno dopo, quando il mio stile di vita era definitivamente rientrato nei ranghi, mi è stato comunicato senza mezzi termini che sarebbe toccato a me tenere alto l'onore del clan in quanto mio fratello purtroppo mostrava segni inequivocabili di appartenere al clan Berardesca (la parte materna) e come tutti i maschi Berardesca era 'malato d'infantilismo'. Mio padre era convinto che i geni Berardesca non fossero all'altezza dei geni Cassone e nonostante il DNA dei discendenti sia un mix al 50% mio padre sosteneva che i geni Berardesca erano dannosi solo per i maschi. 'Guarda tuo nonno - mi diceva - non sa nemmeno girarsi lo zucchero nel caffè. Tua nonna lo cura come se fosse un neonato.'
In effetti quello dello zucchero nel caffè è un famoso aneddoto della nostra famiglia. E' vero che mia nonna lavava, sbarbava, vestiva e serviva di tutto punto mio nonno come un valet de chambre, ma si diceva che era un fatto generazionale: mia madre non si sognava di lavare o vestire mio padre, ne' mio padre pretendeva un simile trattamento. Sta di fatto che quando mia nonna dovette restare in ospedale un paio di giorni per analisi e mio nonno venne a stare da noi, il poveretto dovette lavarsi, sbarbarsi e vestirsi da solo e arrivò al tavolo della colazione con l'aspetto di chi è stato costretto a fare autocritica di fronte allo stato maggiore del partito. Presentatogli il caffè, rimase dieci minuti ad aspettare senza toccare la tazza. Chiestogli se il caffè non andasse bene rispose con un guaito pietoso 'Non c'è lo zucchero!' E non era una battuta. Mia madre, stizzita, sotto i nostri sei occhi attoniti, dovette prendere il cucchiaino di lato alla tazza, immegerlo nella zucchieriera di fronte alla tazza e versare nonchè girare lo zucchero nella tazza di mio nonno.
Mio zio, figlio di tanto padre, non è molto diverso: sua moglie - la formidabile Zia Marisa - è inequivocabilmente la capofamiglia (vedi sotto alla voce zia Rosa). Zio Raf ha invariabilmente l'aspetto svagato di chi non ha la minima idea di come allacciarsi le scarpe e del resto non ha bisogno di farsi toccare da simili problemi mondani.
In quanto a mio fratello, la sua carriera di irresponsabile è iniziata a 7 anni quando si rifiutò di chiudere la catena intorno alla bicicletta perchè non poteva concepire che qualcuno gliela potesse rubare. 'Ma se la rubano vanno all'inferno!' mi disse con quello sguardo da fondamentalista che da allora non si è più tolto. Per mio padre la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la sua scelta di diventare vegetariano. Per me la sua scelta di far parte della setta del Quinto Sol. Con buona pace della Furla, chiunque affidi la sua vita ad una setta capitanata dalla versione sudamericana di Osho Rainesh non ha la mia approvazione, ne' tantomeno quella del clan Cassone. Il clan, solidale con mio padre, sopporta benevolmente (ma non perdona) la peculiarità alimentare e ignora diplomaticamente l'esistenza del Quinto Sol. In quanto a rimozione noi Cassone non abbiamo rivali.
La cosa più curiosa di tutta questa storia è che se i geni Berardesca danneggiano gli uomini, i geni Cassone si tramandano in linea femminile, quindi anche il nome non è appropriato. La capostipite del clan è mia nonna Maria, la quale, nonostante appartenesse ad una generazione anteriore a quella della mia nonna materna, non ha mai girato lo zucchero nel caffè di nessuno ed è riuscita a tenere insieme la famiglia con determinazione tatcheriana, pur essendo vedova dagli anni '50, fino alla sua morte nel 1984. Nonna Maria era una tipica donna del sud, alta un metro e cinquanta, sferica e perennemente vestita di nero da capo a piedi, con tanto di rosario in mano. In famiglia era conosciuta come 'il boss' e aveva più affinità con i mammasantissima della 'ndrangheta che con le vedove. Nonno Giuseppe, il detentore del nome, era a detta di tutti un uomo buono e qui si fermano le sue doti. Il fatto che preferisse una vita da borghese alla divisa da carabiniere non era mai andato giù a nonna Maria. Non si dice, ma tutti sanno, che in casa non era nonno Giuseppe a portare i pantaloni. A Gravina di Puglia negli anni tra le due guerre! Nonna Maria era una criptofemminista.
La prole Cassone consta di 2 maschi e 3 femmine. Mio padre era l'ultimo e come tale chiamato fino alla morte Michelino e trattato come il ragazzo scapestrato che era stato sessant'anni prima. L'altro maschio - zio Ninì - è diventato uno zombie da quando è morta sua moglie, che aveva retto la famiglia con uno stile squisitamente vittoriano, per cui mio zio è vissuto per più di quarant'anni nell'illusione di essere il capofamiglia. Lo shock conseguente è stato fatale. Chapeau per zia Rosa: Cassone ad honorem.
In quanto alle 3 femmine Cassone, zia Ada ha ereditato lo spirito materno e le altre due sono copie sbiadite.
In questa generazione, di maschi Cassone ce ne sono 3 e tutti piuttosto metrosessuali in linea con il buon nonno Giuseppe. Dei maschi che portano un altro cognome, solo il cugino Salvatore - figlio di zia Ada - è un boss, ma in versione chiaramente paterna. In compenso tutte le femmine sembrano fatte con lo stampino di nonna Maria.
E per concludere, il clan Cassone tratta tutti i coniugi acquisiti come mali necessari. Se ne riconosce l'utilità ai fini riproduttivi ed economici, ma nessuno dei mariti delle femmine Cassone ha mai avuto un'opzione di voto nelle questioni di famiglia. Tantomeno le mogli: mia madre è e resterà a vita la giovane e bella moglie di Michelino (con lo status di un'oca, in pratica). Zia Rosa, essendo una femmina alfa e ricchissima ereditiera, ha sempre sottilmente snobbato il clan, sua figlia ha ereditato i suoi soldi e i suoi geni e fa altrettanto.
 
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