paola cassone
romanzi
racconti
collezioni di racconti
collezioni di racconti
diario  
comprami  
scrivimi  
in attesa di notizie

Londra

7.
Londra era cupa. L'era AIDS era già iniziata e anche se tutti, dimentichi o sordi, stavano ancora ballando, il presagio della fine incombeva. Come durante le epidemie di peste la ricerca di sesso era selvaggia, isterica e violenta. Londra era triste e povera, ma era la mia casa. Parigi era solo il posto in cui andavo a lavorare tre giorni alla settimana.
La casa che Grigio aveva affittato era bellissima. Una villa georgiana sulla collina di Putney, tre piani: noi stavamo al secondo. L'affitto era bassissimo perché la casa era da ristrutturare e Grigio aveva stipulato un prezzo di favore in cambio della promessa di effettuare determinati lavori.
Quando gli avevo chiesto come avrebbe fatto a completare i lavori in casa dovendo dedicare alla radio in media dieci ore al giorno mi aveva risposto: "E chi ci pensa? Lo faranno i ragazzi." I ragazzi erano tutti gli amici del Giro che arrivavano in continuazione e si installavano a casa per settimane e mesi. In cambio di ospitalità offrivano lavoro di qualunque tipo. Qualcuno voleva trovare lavoro permanente in città, altri si volevano concedere una vacanza, qualcuno non aveva altro posto in cui andare. Grigio non mandava mai via nessuno.
Matteo è venuto a trovarci solo una volta, per pochi giorni. Aveva molto da fare con l'università e adesso insegnava in una scuola privata. Grigio non aveva fatto domande. Ero stata io a chiedergli che cosa ne pensava. "Sono cazzi vostri, aveva detto. Tu sei masochista. Lui no."
Di poche parole era solito arrivare subito al nocciolo. Ed era il migliore amico di Franz. Gli avevo chiesto di parlarmi di lui.
"E' un missionario. Vive per aiutare la gente. Va sempre a finire che quando quelli che aiuta cominciano a fare i soldi glie lo mettono nel culo, ma per fortuna c'è Panzer che pensa agli affari. Lui ha sempre idee geniali e Panzer riesce sempre a farci dei soldi. Sono una coppia perfetta."
"E perché Panzer gli è così fedele?"
"Mica ce le ha lui le idee geniali. Lui sa solo fare soldi. E poi gli vuole bene. Dice che lo deve proteggere da sé stesso."
"E Lella?"
"Una troia. Lui l'ama ancora. Solita storia."
"E' per questo che le è rimasto fedele?"
"Ha un codice d'onore. Non scopa mai due volte con chi non ama e non prende mai le donne degli altri" e a questo punto Grigio mi aveva guardato in modo molto curioso.
"Allora non è vero che le è rimasto fedele!" ho esclamato, interiormente disturbata dall'ultima affermazione. Grigio aveva alzato le spalle.
"Difficile dire di no quando ti supplicano di darglielo. A lui capita continuamente."
"Noto una vena di invidia?"
"No. Ti ho detto che è un missionario. Non sa dire di no alle squinzie che soffrono per lui."
Grigio non aveva squinzie ufficiali. Periodicamente tornava in Italia e spariva dalla circolazione per una settimana o due. Non ho mai saputo se e con chi divideva il suo ritiro.
 
Franz ci telefonava una volta alla settimana per sapere come andavano le cose in radio. Dopo un mese anch'io avevo preso a telefonargli una volta alla settimana, per respirare una boccata d'aria.
Il lavoro era massacrante, i nostri soci erano degli squali e l'ambiente uno scannatoio. Le condizioni in cui ci toccava operare provocavano mediamente in un anno le dimissioni di sei collaboratori e l'esaurimento nervoso di almeno un direttore. Sarei tornata a casa dopo un mese se non mi fossi costantemente rassicurata che questo era il normale calvario necessario per sfondare, e naturalmente se non fosse stato per la prospettiva di fare finalmente i soldi veri. L'autopersuasione però non annullava le mie frustrazioni, non riduceva la stanchezza e il disgusto e soprattutto ancora non produceva fama e soldi.
"Dove sto sbagliando?" mi sfogavo con Franz: "Sono ridotta uno straccio e i soldi ancora non si vedono. Non ne posso più."
"Non stai sbagliando, stai andando benissimo. Solo cerca di non essere ossessionata dai soldi: io non lo faccio per i soldi."
"Lo so, e ti massacri come noi, il che è ancora più incomprensibile!"
"Dimentica i soldi se vuoi sopravvivere. Non ti avrei mandata su se non avessi pensato che tu fossi all'altezza delle tentazioni. Ma ascoltami molto bene: se non ti piace il lavoro torna subito qui."
"Certo, e ammetti di essere un'incapace. Giammai!"
"Ci tengo a te, non voglio che ti rovini per una stupida questione di utili."
"Se tu ci tenessi veramente a me ti prenderesti una vacanza e mi verresti a trovare ..."
"Mi sa che ne hai più bisogno tu di me, di vacanze. Perché non te le prendi? Io non posso, c'è questo gruppo di Trento, devi sentirli, sono una bomba, ma c'è il cantante che continua a entrare e uscire dall'ospedale ..."
"Si fa?"
"Quel pirla. Devo tenere insieme gli altri finché non si decide a rientrare o mi salta la tournée e poi c'è il festival delle indipendenti; a proposito ti ricordi di Spillo? Quest'anno porto la sua demo al festival."
"Spillo? Sei riuscito a fargli fare una demo? Fammela sentire subito!"
Era il nostro modo di fare l'amore, ma io trovavo sempre più difficile accontentarmi di questi orgasmi spirituali che servivano solo a ricordarmi la sempre più lunga astinenza carnale. Era piuttosto curioso notare che lo stesso tipo di stress provocava la caduta del desiderio sessuale nei maschi e accentuava il bisogno di soddisfazione sessuale nelle donne: la nostra radio, microcosmo rappresentativo della situazione metropolitana londinese, sembrava composta esclusivamente da gays, impotenti e ninfomani. Perfino io, modello di fedeltà coniugale del Giro, mi scoprivo sempre più assetata di sesso col passare delle settimane.
Londra offriva parecchie opportunità di praticare l'attività fisica che localmente viene definita one-night stand; le condizioni erano a dir poco deprecabili, ma non avevo altra scelta: il mio fidanzato ufficiale latitava e i ragazzi del Giro non mi avrebbero toccato neanche con un dito finché stavano sotto il nostro tetto; sconcertante scoperta da me fatta in occasione della festa di benvenuto ufficiale alla nuova direzione di Radio West-One UK (cioè io e Grigio) in conseguenza della quale sono stata costretta a rivolgermi esclusivamente al mercato locale per non morire di inedia sessuale.
I nostri collaboratori avevano organizzato un party in radio e sapevamo perfettamente che si sarebbe trattato di un affare particolarmente pesante secondo le abitudini degli indigeni.
Grigio aveva chiuso occhi e orecchie mentre muscolosi e tatuati individui con accento eastender scaricavano nell'atrio una quantità di casse di birra, vino da quattro soldi, tequila e gin da far invidia al duty free di Heathrow. Avevamo quindi trovato impegni improvvisi al piano di sotto per lasciare libero il capostruttura di pesare le sue polverine su un bilancino da farmacista nello stanzino dell'archivio.
Molto quietamente Grigio aveva poi sbarrato tutte le porte degli uffici, dei cessi, degli stanzini e degli studi in modo che dall'atrio si potesse passare solo - attraverso un percorso tortuosissimo - alla sala riunioni, alla cucina e a due cessi senza chiave.
Verso le otto di sera sei robusti individui si sono piazzati nei punti strategici vicino alle uscite sbarrate e non si sono più mossi: erano i ragazzi del Giro in visita, assoldati da Grigio per rimanere eroicamente sani e vigili durante l'intera festa.
"Che cosa gli hai promesso per convincerli?" gli avevo chiesto incredula quando l'ho scoperto. Non me lo ha mai detto.
Alle dieci la temperatura dell'aria era tra 15° e 18° alcolici. Sono cominciate a girare le prime canne e qualche pirla ha cominciato a fare lo spiritoso con le polverine. Topo e Osvaldo hanno domato facilmente una piccola rissa affidando a Mini (così chiamato perché stazzava 100Kg x 1.93mt) i più agitati. Tra le dieci e mezza e mezzanotte l'atmosfera è stata più calma e riflessiva ma quando, finite le birre e il vino, il livello alcolico è salito a 40°, le cose si sono complicate.
Le segretarie e le assistenti di produzione avevano a questo punto il problema di trovare un maschio locale sufficientemente sobrio per ricordargli che cosa poteva fare con gli appositi organi e convincerlo a farlo con l'aiuto di qualche popper. I ragazzi del Giro erano però tutti italiani, sobri e ormai irrimediabilmente arrapati dal display di cosce, tette e culetti inglesi sbandierati sotto i loro occhi vigili come sotto a quelli spenti e disinteressati dei locali.
Non sapevo quanto sarebbe durato l'accordo con Grigio, ma ero sicura che molto presto le indigene più sveglie si sarebbero accorte della situazione e a quel punto ci sarebbe stata una rissa generale per accaparrarsi i sei maschi attivi.
Come italiana, padrona della casa in cui i suddetti dormivano, e vicedirettore della radio sentivo di avere un sacrosanto diritto di prima scelta sui ragazzi. In particolare su di un certo Roberto, con cui stavo chiacchierando da un paio d'ore e che sembrava ricambiare l'interesse. Mi sono quindi avvicinata a Grigio e ho chiesto quanto pensava di avere ancora bisogno di tutti i ragazzi.
Grigio mi ha lanciato un'occhiata piuttosto strana, che poteva somigliare a stupore misto a raccapriccio, ma prima che potesse rispondermi un rovinio di cocci infranti e urla miste hanno catturato la sua attenzione. Mi sono trovata di colpo serrata tra Mini e Topo che mi hanno letteralmente sollevata da terra e portato fuori mentre la vera e sanguinosa rissa che conclude ogni party inglese che si rispetti prendeva il via.
Mini mi ha affidato a Topo ed è rientrato a dare man forte agli altri. Pochi minuti dopo però Roberto è uscito correndo e ha fatto segno a Topo di rientrare. "La porto a casa io." ha detto brevemente. Well, well, well, ho pensato: questo rende tutto molto più facile!
Ce ne siamo andati sulla sua moto, io romanticamente allacciata alla sua cintura, la testa sulla sua spalla. A casa Roberto ha tirato un gran sospiro di sollievo versandosi un whisky: "Permetti? Non ne posso più!". Avevo anzi incoraggiato, con uno sguardo che speravo contenesse abbastanza lubricità. Dopo il whisky Roberto ha rollato una canna, dopo la canna un altro whisky e così via per un'oretta durante la quale il mio livello di arrapamento era salito al punto che se mi avesse fatto una carezza avrei urlato.
Roberto sembrava voler prendere le cose con calma: abbiamo parlato di Londra, dell'Italia, della sua vita, della mia vita, della vita di Grigio, di musica, di politica, di ogni fottuto argomento su cui potessimo avere una qualsiasi opinione fino alle tre. Solo quando ha sentito il rumore della chiave che girava nella serratura e la faccia severa e sobria di Grigio è spuntata nella cornice della porta della cucina, Roberto si è alzato, mi ha baciato lievemente la mano e ha dichiarato:
"Sei veramente la donna più affascinante che ho conosciuto in vita mia. Vorrei restare qui con te fino all'alba ma il privilegio di accompagnarti a casa mi è costato il turno di pulizia della radio fra quattro ore e ho bisogno di dormire. Buonanotte." e se ne è andato a letto!
Inutile dire che gli altri si erano caricati in spalla una groupie locale a testa prima di lasciare il teatro della festa e per il resto della notte mi è pure toccato sentire i gridolini estatici delle fortunate indigene dal mio candido e solitario lettino.
 
"Le tue disposizioni sono intollerabili! Non ho diritto di divertirmi anch'io?" ho protestato infuriata a Grigio la mattina dopo.
Grigio ha risposto gelido come un'istitutrice svizzera che scopre la sua allieva a giocare a nascondino con il figlio del custode: "Non ho dato alcuna disposizione in merito. Non ce n'è stato bisogno. Per i ragazzi tu sei come me, credevo che non ci fosse bisogno di ricordartelo."
"Non avranno nulla da ridire allora se mi faccio qualche britannico." ho rimbeccato con calcolata cattiveria.
"Suit yourself." ha concluso Grigio imperturbato.
 
Grigio non ha mai detto una parola sui miei rientri a casa alle sei di mattina o sulle facce pallide che da allora hanno cominciato ad uscire brancolando dalla porta della mia camera in cerca del bagno. Non diceva niente a me, ma evidentemente a qualcun altro sì. L'ultimo venerdì di giugno la telefonata di Franz è arrivata da Heathrow: "Qualcuno mi venga a prendere o ditemi dove cazzo vi trovo. Qui nessuno conosce l'indirizzo." Grigio si è precipitato e poche ore dopo Franz sbarcava armi e bagagli a Putney e cominciava l'ispezione.
"Un buon lavoro. I ragazzi me l'avevano detto." si è complimentato alla fine. "La casa è molto grande: potrebbero starci almeno altre due persone. Magari serviranno, in futuro. In quanto a te - ha detto inchiodandomi al muro con i suoi occhi d'acciaio - ti devo parlare. Portami a cena in qualche posto tranquillo."
"E' nervoso perché Londra gli fa schifo. Sa il cazzo che cosa ci è venuto a fare - mi ha confidato Grigio senza scomporsi -. Portalo al Mandeer, è l'unico posto che sopporta."
Davanti al curry e alle dosa del Mandeer Franz si è effettivamente rilassato fino al punto di spianare la ruga in mezzo alla fronte. I suoi occhi però non hanno perso l'affilatura.
"Sono qui. Parla." ha detto asciutto.
"Di che cosa ti dovrei parlare?"
"Sei tu che mi hai chiamato. Che cosa vuoi?" il suo tono, come sempre, era più erotico delle carezze che non mi aveva ancora fatto.
"Che cosa puoi darmi Franz, vecchio mio?" ho rilanciato, ma questa volta Franz si è subito tirato indietro.
"Basta giochetti. L'hai capito allora da chi stai scappando?"
"Ancora questa storia! Vuoi sentirti dire che sto scappando da te?" dovevo mordermi le labbra per non urlare.
"Spero proprio di no." è stata la risposta secca. Gli occhi lampeggiavano come spade in duello.
"Che palle, non sto scappando, lo sai anche tu che non ho scelta! Mi piace questo lavoro, mi piace stare a Londra e sono innamorata di qualcuno che in questo momento si sta sicuramente scopando un paio di troie nel mio letto! Che cosa dovrei fare?"
"Tu sei completamente matta. E' per questo che stai giocando con la tua vita?"
"La mia vita? In che senso?"
"Non hai fatto la troia finora e ti metti a farlo proprio adesso che si muore di AIDS?"
"Ma saranno cazzi miei! Da quando sei diventato mio padre?"
"Qualcuno lo deve pur fare. Lo faccio io visto che al tuo amico Matteo sembra non gli ne freghi niente!"
"Quello che mi fa impazzire di te è che non so mai a che livello stiamo parlando. Che cos'è, un'offerta? Un consiglio? Un avvertimento? Che cosa vuoi da me?"
"La domanda te l'ho fatta prima io."
Mi sono alzata in piedi di scatto. Dai tavoli vicini cominciavano ad arrivare le prime occhiate. Non potevo escludere che qualcuno capisse anche di che cosa stavamo parlando.
"E va bene. Ti voglio, ti desidero, sono mesi che non dormo per la voglia che ho di te. Portami a casa e scopami fino a domani. Foute moi la paix!"
Franz è rimasto interdetto, ha abbassato gli occhi e ha sibilato: "Adesso siediti e smettila di blaterare in francese."
Mi sono seduta con il cuore che pompava a mille e il viso paonazzo. Non so come ho trovato il coraggio di guardare Franz negli occhi. Si erano spenti.
"Non puoi fare queste cose, non è equilibrato. Dovresti tornare in Italia e chiarire le cose con Matteo. E' un consiglio."
"Sei venuto solo per dirmi questo? Me lo dico già da sola, grazie."
"No, adesso andiamo a far l'amore fino a domani mattina. E non piangere che siamo in un fottuto ristorante."


8.
La mattina dopo Grigio ha bussato alla porta semiaperta della camera dove Franz aveva messo i bagagli e ha annunciato: "La colazione è pronta" con un volume da caserma. Poi ha dato il colpetto di prammatica anche alla porta chiusa della mia camera. "Entra pure." Gli ha urlato Franz alzandosi.
Grigio è rimasto in piedi con la mano sulla maniglia della porta e la sua abituale faccia da poker.
"Grigio, io parto con l'aereo delle tre. Mi porti tu a Heathrow?"
"Ci vai da solo o ti ci fai portare da lei. Non coinvolgermi nei cazzi vostri."
Franz è scoppiato a ridere. Io non sapevo da che parte guardare. Grigio mi ha lanciato uno sguardo indecifrabile e se ne è andato chiudendo la porta.
"Come sarebbe a dire che prendi l'aereo delle tre?" ho detto cercando di controllare il tono della voce.
"Se non prendo quell'aereo sarà molto peggio e lo sai anche tu. La prossima volta che ti senti così non aspettare che me ne accorga io: prendi il primo aereo e vieni tu da me."
 
"E' un missionario, non sa dire di no." ha commentato Grigio senza malizia la sera a cena. La casa era silenziosa come un chiostro: potevamo sentire il battito dei nostri cuori.
"E non scopa mai due volte chi non ama, lo so." ho aggiunto delicatamente per non turbare l'equilibrio precario che eravamo riusciti a costruire dopo che Franz era partito. L'espressione di Grigio si stava modificando impercettibilmente in qualche cosa di molto simile alla compassione.
"Mercoledì sera invece che tornare qui vai da lui." ha detto alzandosi e ha cominciato a sparecchiare.
Naturalmente mi ero guardata bene dal farlo. Non ero in condizioni di sopportare la certezza, di qualunque tipo fosse stata. Avevo invece telefonato a Matteo per sapere se e quando avremmo potuto passare un paio di settimane di vacanza insieme e avevo ottenuto, non senza fatica, la concessione di ben una settimana a cavallo di ferragosto.
"Solo una?" avevo esclamato delusa.
"Ho da fare. Non sto a spassarmela come te." era stata la laconica risposta.
 
La Weltanschauung di Matteo poteva essere elegantemente riassunta in: l'universo è definito dalle cose di cui mi occupo io; il resto non esiste.
Ma sto semplificando.
Matteo sommava alla visione egocentrica del mondo un perfezionismo maniacale che lo portava a prendere con enorme serietà qualunque attività: era quel tipo di persona che prende anche il divertimento come un lavoro, per cui effettivamente non aveva mai un minuto di riposo. La sua idea di "serata fuori" consisteva nel pellegrinaggio rituale in tutti i locali del Giro alla ricerca del maggiore indice di notorietà. L'indice di notorietà è una mia invenzione nata nella disperazione delle noiosissime e interminabili serate di quei tempi: è determinato dal numero di "c'ero anch'io" che si scambiano alla festa successiva. Il concerto dei CCCP al ThinkPink, teatro della notoria rissa skinheads-punks finita con vari contusi e un ferito semigrave - tutti nelle file dei punks, detiene il più alto indice di notorietà del decennio. Secondo i "c'ero anch'io" ci doveva essere almeno il triplo delle persone che risultavano nei verbali della polizia.
Qualche volta penso che Matteo non avesse mai abbandonato quell'età psicologica in cui ci si sente irrimediabilmente emarginati se non si è dappertutto e se non si fa tutto quello che fanno i compagni di gioco. Non mi stupirei se un giorno saltasse fuori un diario su cui, in bella calligrafia, Matteo ha annotato tutte le serate di quell'epoca: figurine sull'album della vita.
Provava grandissima stima per chiunque dimostrasse di eccellere in qualunque campo dello scibile umano, perversioni in testa. Non a caso i suoi migliori amici erano Martina e Pippo: di Martina lo eccitava la freddezza scientifica con cui gestiva i rapporti sociali e sentimentali, mentre in Pippo ammirava l'incoscienza criminale che gli consentiva di perseguire tranquillamente qualunque eccesso. Probabilmente aveva altri modelli di riferimento, ma la quantità e la qualità di tempo che dedicava a questi due era indice di grande affinità elettiva. Lo spazio che io potevo ritagliarmi in questo rapporto bivalve era giusto solo quello del sesso, e dovevo anche difenderlo con le unghie e coi denti, visto che il perfezionismo di Matteo lo aveva portato a diventare un notevole artista nel settore.
Il rapporto con le donne resta comunque uno degli aspetti più sconcertanti di Matteo. Si avvertiva che la chiave di lettura dei suoi atteggiamenti non era immediata, si poteva anche intuire che qualcosa di inconfessabile stava alla base del suo feroce maschilismo, ma Matteo custodiva gelosamente i suoi sentimenti e le sue emozioni senza mai lasciar trapelare nulla che non fosse socialmente accettabile: variava semmai la gamma di atteggiamenti in funzione dell'ambiente circostante, passando con agilità dal turpiloquio più volgare ad un codice salottiero e pseudo intellettuale. Questo era l'unico indizio per iniziare a comprendere; la teoria dell'imprinting poteva spiegare molto altro.
L'origine proletaria, conservatrice e culturalmente sottosviluppata della sua famiglia aveva lasciato un'indelebile traccia: le donne sono tutte puttane tranne mia madre, mia sorella e mia moglie.
Siccome questa cruda teoria era socialmente inaccettabile, pubblicamente Matteo ostentava interesse per la battaglia dell'emancipazione femminile: il suo paravento era Lella, femminista attivissima del tipo castrante; il ragionamento sotteso: come posso essere maschilista io che mi butterei nel fuoco per questa donna, emblema del femminismo più deleterio.
L'altra donna-chiave nella vita di Matteo era sua madre: una temibile virago con cui intratteneva un rapporto di complicità sfacciatamente edipico. Anche questo era un paravento nella stessa direzione: accettando e supportando la superiorità della madre in una famiglia in cui le donne erano tradizionalmente trattate da schiave Matteo poteva illudersi di dare dimostrazione di estrema apertura e comprensione delle tematiche femminili/iste. Ma era la contraddizione palese del suo rapporto con tutte le altre donne a tradirlo: nessuna delle donne con cui aveva intrattenuto rapporti carnali era per lui più di una squinzia, i veri amori della sua vita erano al contrario diligentemente casti.
L'etichetta dicotomica "madonna/puttana" con cui contrassegnava ogni sua nuova conoscenza femminile - che peraltro catalogava ed esaminava con la stessa emozione con cui i collezionisti esaminano le monete e i francobolli - aveva però da qualche tempo smesso di essere applicata a me. 
Non me ne ero accorta subito, ma ripercorrendo i mesi e gli anni del nostro rapporto non potevo evitare di notare che progressivamente Matteo mi aveva avvolto in una rete di protezione. Una rete di complicità, bugie, reticenze, silenzi e tradimenti che aveva la funzione di escludermi dagli aspetti più turpi della sua vita. Non a caso Matteo mi negava l'accesso ai suoi santuari del vizio, non a caso mi riaccompagnava a casa per poi continuare le sue notti brave in compagnia di varie groupies, non a caso mi escludeva da ogni attività da lui giudicata malsana e proprio per questo da lui goduta con voluttà.
Avevo creduto che non mi ritenesse abbastanza degna di partecipare alle sue orge finché un dubbio sottile aveva cominciato a rodermi: esisteva forse un'altra categoria di donna? Forse la donna eletta a fornire la discendenza del suo seme? Se io fossi stata prescelta per questa funzione il significato di tutte le bugie e reticenze, di tutti i silenzi ed i tradimenti sarebbe diventato chiaro: Matteo mi stava preservando per la gravidanza.
Con questa chiave di lettura tutti i fili ingarbugliati, tutte le incongruenze e le contraddizioni di Matteo si saldavano in un'allucinante visione egocentrica, una visione della sua discendenza come clonazione della sua personalità, perpetrata non già in una poco virile provetta ma in un sano ventre femminile. Questa teoria spiegava anche la morbosa attenzione di Matteo ai miei cicli mestruali e allo stesso tempo il suo rifiuto categorico di attuare qualunque tecnica contraccettiva, il tutto condito da reiterate quanto implausibili dichiarazioni di essere pronto ad impalmarmi qualora i metodi contraccettivi da me utilizzati avessero fatto fiasco. Non avevo mai dato importanza alle sue affermazioni: al tempo in cui pillola e aborto risolvevano tutte le questioni di paternità la probabilità che un noto puttaniere del Giro si sposasse perché la sua squinzia era incinta tendeva a meno infinito, senza contare che nessuna squinzia metropolitana degna di questo nome si sposa mai perché è incinta. Le uniche donne che si fanno sposare in quello stato sono puttane senza scrupoli o cielline senza cervello, che in fondo è la stessa cosa.
Ma durante la settimana di ferragosto insieme a Matteo ho maturato la certezza che c'era un'altra donna di questo tipo nella sua vita: la donna che gli avrebbe dato un figlio e che per questo avrebbe sposato. Innanzitutto Matteo non era arrapato come avrebbe dovuto essere un astinente, segno che scopava ancora in giro. Poi era cambiata la qualità dei suoi amplessi: non ci metteva più la passione dell'amatore, era più distaccato, segno che era in preda ad una passione più spirituale. Infine non sembrava accorgersi della mia distrazione: un anno prima non avrei mai potuto mentirgli a letto e sperare di farla franca.
"Sei sicuro che vogliamo continuare ad andare avanti vedendoci una settimana ogni sei mesi?" ho chiesto cercando di affrontare il discorso mentre mi accompagnava all'aeroporto la sera dell'ultimo giorno di vacanza. Con mia enorme sorpresa la provocazione è tornata indietro come un boomerang.
"Non è abbastanza? Vuoi dedicare più tempo al tuo Franz? O adesso che hai visto come scopa è scaduto anche a te?" ha risposto Matteo secco e ostile.
"Ma di che cosa stai parlando?" ho ribattuto dominando a stento il rossore e i battiti del cuore.
"Ne parla tutto il Giro, del suo famoso viaggio a Londra. Com'è? Scopava così male che l'hai buttato fuori casa dopo una notte? Perché non posso credere che tu lo abbia deluso dopo tutto il tempo che ci ho messo ad allenarti."
"Sei orribile! Non posso credere che mi stai parlando in questo modo! Non ti permetto di trattarmi così! Chi credi che sia, una delle tue troie? Se è così che la pensi perché non sei venuto a controllare di persona? Potevo farmi mezza Londra prima che ti ricordassi che magari avrei avuto voglia di vederti! Ovviamente non ti sono mancata molto!"
Mentre il duello verbale continuava il mio cervello lavorava freneticamente. Chi era stato? Chi aveva parlato? Ma soprattutto, perché Matteo se la stava prendendo tanto? Era geloso di Franz o di me? Apparentemente il fatto gli bruciava parecchio, ma non capivo se era solo il suo orgoglio ferito che urlava oppure se stava cercando di scaricarmi. E se avesse voluto scaricarmi perché non dirmi semplicemente di andare affanculo? Perché stava cercando di incastrarmi con la storia di Franz? Perché - e con questo pensiero tutte le tessere del mosaico si sono incastrate e la certezza è diventata intollerabile - questo era l'unico modo di uscire a testa alta dalla vicenda: dovevo essere io la causa della separazione, non lui. Era innamorato dell'altra fino a questo punto!
Arrivata a Londra, sconvolta, ho telefonato subito a Martina sperando di avere delucidazioni.
"Non ne so niente e non ne voglio sapere niente, ha risposto imbarazzata. Perché non lo chiedi a lui?"
"Che cosa gli chiedo? Ogni volta che ci provo accusa me di tradire lui! Si è innamorato di un'altra e non lo sa ancora!" ho urlato disperata.
"Mi dispiace, ma non sono affari miei." ha concluso Martina dandomi il colpo di grazia.
Se Martina si rifiutava di dirmi il sue opinioni significava che il mio destino era già deciso. Anzi, era molto probabile che la stessa Martina avesse avuto un ruolo attivo negli avvenimenti. Non si rifiutava mai di dare una spintarella nelle costole a chi stava sull'orlo di un crepaccio, per tenersi in allenamento.
Sommando un elemento all'altro ottenevo ... Lella! Matteo aveva continuato a frequentarla dopo "il fattaccio", ma credevo che avesse smesso quando eravamo andati a vivere insieme, non tanto per rispetto nei miei confronti quanto perché dopo cinque anni di assiduo corteggiamento sembrava ormai chiaro che Lella non gliel'avrebbe mai data, per usare l'espressione favorita dei maschi del Giro.
E se avesse cambiato idea?
Ripercorrevo con la mente i miei sporadici incontri con Lella per capire se era il tipo stracciacazzi: non mi aveva mai colpito per essere stata particolarmente decisa, effettivamente. Gentile, corretta, non se la tirava quanto avrebbe potuto, non diceva stupidaggini, anzi, lei e Cinzia - la squinzia di Panzer - erano le più quotate menti femminili del Giro (la media era bassa). Ripassavo i suoi gesti, le frasi, gli sguardi, alla ricerca di indizi. Mi aveva sempre colpito come una persona molto triste, di quelle tristezze che vanno oltre le preoccupazioni contingenti. Una persona esistenzialmente triste. Depressa. Matteo aveva detto di lei: "è quel tipo di persona che non può evitare di fare del male a se stessa e a tutti quelli che le stanno vicino." Al tempo avevo ribattuto acidamente che bastava non starle vicino, se questo era il problema; adesso rivedevo le parole di Matteo sotto una nuova luce.
Che lei si facesse del male era indubbio: prima del Rosso e dell'eroina, Lella faceva parte di quella falange del Giro che passava il tempo a fare l'elenco degli orrori del mondo, a contare i giorni che ci separavano dalla Bomba e a convincersi che l'umanità non era degna di sopravvivere a se stessa. Le turpi pratiche di quel periodo avrebbero dovuto apparire premonitrici del suo destino di tossica e forse anche del resto: il giorno che il mio premolare mi stava facendo vedere le stelle, Lella, con la sua gentilezza abituale, mi aveva dato una capsula di Novocaina dicendomi di infilarla nella cavità dolorante e facendomi capire che lei risolveva così i suoi problemi dentali. Ringraziandola mi ero offerta di prendere un appuntamento dal dentista anche per lei, ma lei mi aveva guardato dolcemente e aveva risposto "No, grazie: la mia sofferenza fisica mi serve. Mi impedisce di dimenticare le sofferenze della Vita."
Da questo punto di vista Matteo era sicuramente l'ideale: una garanzia di eterna sofferenza e umiliazione, ma allora perché non subito? Che cosa poteva avere indotto Lella a cambiare idea dopo tutto questo tempo?
Fare del male a chi le sta vicino: Lella aveva strappato il cuore di Matteo con la sua gelida indifferenza per anni, quindi adesso l'unico motivo per cui poteva aver ceduto era per dargli un dolore ancora maggiore, e Matteo ci era cascato come una mosca sulla ragnatela. Questa soluzione mi lasciava scettica, ma era possibile. Era possibile che Lella avesse chiesto aiuto a Matteo per togliersi la scimmia, per esempio. Era anche possibile che gli avesse fatto balenare davanti agli occhi l'ipotesi di un figlio che questa volta non sarebbe stato abortito. Un figlio dalla donna che Matteo amava perdutamente, lo stesso figlio che la stessa donna aveva negato al dio in terra Franz. C'era abbastanza per fare perdere la testa a Matteo, decisamente. Se fosse stato vero. Ma non lo era. Sentivo che non lo era. Sapevo che non lo era. Per quanto Lella fosse masochista e tossica non poteva essere così troia. Non era nel suo carattere. Indecisa, masochista, depressa, tossica, sì, ma non troia.
Scartata l'ipotesi Lella brancolavo nel buio e mi accorgevo che la mia angoscia non era data dalla gelosia di questa donna senza volto quanto dall'impotenza di fronte agli eventi. Infatti come avrei potuto impedire a Matteo di innamorarsi? Ma soprattutto: ero ancora innamorata di lui? E se invece mi fossi innamorata di ... qualcun altro? Non osavo nemmeno pensare alle complicazioni di questo nuovo amore, che non era ancora niente e che non avrebbe mai potuto essere qualcosa finché non tornavo in Italia a sbrogliare la matassa.
Che cosa dovevo fare? Ho evitato di affrontare la questione per tutto l'autunno: il lavoro era arrivato a livelli di follia pura e non potevo permettermi di essere distratta da questo tipo di dilemmi. Mi dicevo che avrei avuto tempo di pensarci quando tutto il casino fosse finito, tanto non c'era molto che potessi fare da mille km di distanza. Ma il casino non finiva mai e sono arrivata al 15 dicembre con la questione ancora totalmente irrisolta. Istintivamente ho pensato che mi sarebbe servita un'altra notte con Franz per trovare il coraggio di affrontare Matteo ad armi pari e per qualche giorno mi sono tormentata cercando il modo di combinare tutti i pezzi del gioco.
Quando infine, le idee ancora poco chiare, ho chiesto a Franz di passare con lui la vigilia di Natale non ha fatto domande. E' venuto a prendermi all'aeroporto e mi ha portato nel ristorante vegetariano che aveva aperto da poco. C'era anche Panzer, Grigio e il cantante del famoso gruppo di Trento, che Franz aveva preso sotto l'ala e teneva sotto stretta sorveglianza per evitare che ricadesse nelle vecchie abitudini.
"E' Natale e tutti tornano in famiglia: perché non chiami anche Matteo?" ha proposto Franz mentre ci avviavamo al tavolo.
"Stai scherzando?" gli ho risposto scandalizzata.
"Per niente. Vedo nei tuoi occhioni che è quello che desideri."
"Ma se gli ho detto che arrivo domani mattina da Lione! E poi anche lui torna stanotte da Pisa, dopo il cenone di fine corso." mi sono ribellata debolmente.
"Un uccellino mi ha detto che potrebbe aver deciso di non farlo, quel cenone."
"E magari lo stesso uccellino ha detto a lui che io stasera sono qui?"
"Telefonagli e lo saprai."
Avevo ceduto. Ero così stanca e confusa che non ero nemmeno sicura di poter portare avanti il gioco fino alla fine. Forse era meglio se me ne andavo a casa senza cena, forse Matteo sarebbe arrivato durante la notte e ... con un ultimo guizzo di determinazione ho ricacciato indietro i sensi di colpa e ho stretto i denti: gli avrei lasciato un messaggio sulla segreteria telefonica. Poi avrei lasciato fare alla sorte.
Uno squillo, due, tre ...
"Pronto?"
Una voce di donna, giovane, allegra, lievemente brilla e, in sottofondo, la voce concitata di Matteo "lascia stare, non rispondere!"
Le ultime forze mi hanno abbandonato e mi sono ritrovata con un buco nero al posto del cervello.
Ho riattaccato e mi sono girata come un automa, le labbra strette e gli occhi vuoti. Franz era dietro di me e mi ha sostenuto fino al tavolo.
"Adesso sai chi è la tua vera famiglia, piccola. Buon Natale."


9.
Dopo Natale ho evitato qualunque contatto con Franz, per più di un anno. La coscienza del ruolo che aveva giocato nel mio distacco emotivo da Matteo me lo faceva odiare; mai prima di allora avevo provato tanta avversione per una persona che aveva solo cercato di farmi del bene. E' stato in quell'occasione che ho capito perché tutti quelli che Franz aiutava alla fine lo disertavano: la gratitudine è un sentimento umiliante.
Naturalmente adducevo ben altre scuse alla mia diserzione e precisamente i suoi metodi brutali e la sua crudeltà mentale. Con crudeltà, questa sì reale, insinuavo a me stessa che in fin dei conti Franz voleva solo persuadermi a passare dalle braccia di Matteo alle sue: tutto il suo comportamento era stato solo un gigantesco, bieco esercizio di seduzione. Non ho mai ammesso che il vero problema fosse in me, nel fatto che mi stessi rovinando con le mie mani: la mia droga si chiamava Matteo e ormai avevo iniziato la caduta senza ritorno. Per questo Franz, istintivamente, aveva adottato le stesse tecniche che usava con gli scoppiati che cercava di recuperare.
Non era difficile stargli lontano: non gli avevo più telefonato e avevo cominciato a passare più tempo a Parigi, specialmente nei giorni delle sue telefonate a Londra. Poi anche le sue telefonate si sono diradate: Grigio se la cavava benissimo e in Italia c'erano problemi più gravi: la polizia stava sgomberando con la forza uno squat dietro l'altro, i tossici erano in forte aumento, alcuni ragazzi del Giro cominciavano ad ammalarsi, uno era morto "di overdose".
Me lo ricordavo, Cardo: era uno dei magnifici sei della festa in radio un anno prima. Vero nome: Riccardo, ultimo di tre fratelli, famiglia dell'alta borghesia. Era entrato nel Giro giovanissimo come buttafuori delle discoteche grazie alla sua notevole stazza: lui e Mini erano i pesi massimi più richiesti dal servizio d'ordine ai concerti. Del Giro però gli interessavano soprattutto gli aspetti illegali e questo era il grande cruccio di Franz che in lui vedeva un grande leader di folle e non sopportava di saperlo sprecato.
Quando l'avevo conosciuto si faceva già: "Scientificamente." aveva precisato.
Di scientifico c'era solo la frenesia della sperimentazione e il cinismo con cui i ragazzi del Giro usavano il proprio corpo come laboratorio chimico. Cardo si era inserito in una corrente che aveva visto la luce quando Panzer, Pippo, Spillo e Matteo avevano scoperto l'abbondanza e la versatilità degli stupefacenti disponibili sul mercato. L'atteggiamento di Matteo era come al solito a traino di Pippo, che era specializzato in acidi e amfetamine. Li andava a cercare come un collezionista in tutta Europa, li combinava e li alternava in dosi sempre differenti e controllava gli effetti tramite i risultati dell'ecriture automatique, o meglio, dei disegni automatici che sfornava copiosi durante i suoi viaggi e che commentava lungamente insieme a Matteo. Molti di questi mi sembravano copiati brutalmente dalle Avventure di Pentothal, il testo che, insieme alle Confessions of an English Opium Eater di De Quincey, ai Paradis Artificiels di Baudelaire e all'opera omnia di Burroughs costituiva il nucleo della cultura del Giro sugli stupefacenti. Altri disegni erano veri e propri Mandala: bellissimi, inquietanti e intricati, ma qualcosa nella loro geometria impeccabile suggeriva l'uso del cerchiometro. In quanto a Spillo, dall'acido sembrava ricavare poco o niente in termini di creatività, perciò era passato a misture più convenzionali di fumo e alcool che invariabilmente acutizzavano le sue numerose ossessioni ed i suoi ancor più numerosi tic: chiunque, vedendolo in viaggio, lo avrebbe scambiato per un autistico. Alla fine di ognuno dei suoi esperimenti la band aveva nuovo materiale sonoro originale, perlopiù inascoltabile, su cui elaborare. Panzer invece era un mistico: bypassando le testimonianze della beat generation era approdato alla fonte; consultava testi esoterici africani e sudamericani e sperimentava le ricette che questi fornivano, riferendo poi alla comunità le sue impressioni. I suoi però erano viaggi che apparentemente non potevano essere descritti a parole, per cui la comunità non si è mai fatta un'idea molto chiara delle sue visioni.
Una notte, alla fine di uno degli estenuanti PR tours con Matteo, eravamo finiti a casa sua, nel bel mezzo di un esperimento. Ci aveva aperto la porta Pippo, che insieme a Spillo era lì dall'ora di cena ed era stranamente ancora in piedi. Con una solennità che non riuscivo a giustificare, Pippo ci ha comunicato che Panzer era fuori dalla sera prima e che adesso stava riacquistando l'uso della parola. Silenziosamente ci ha condotto in una specie di salottino arredato con molti cimeli orientali e impregnato di incenso. Panzer era seduto su un mucchio di cuscini e sembrava un film al rallentatore. Spillo gli ripeteva dolcemente "Come va?" ad intervalli regolari, al che Panzer si sollevava faticosamente dal torpore beota in cui era immerso e sorrideva benevolmente. Non credo che ci abbia riconosciuto. "Allora Panzer, che si dice?" gli ha chiesto giovialmente Matteo. Un lungo silenzio, poi, lentamente: "Bene . . . bella . . storia." Un'altra lunga pausa, durante la quale tutti facevano finta di interessarsi alla collezione di fanzine e dischi, sbirciando di sottecchi la faccia rapita di Panzer, e poi: "E' . . come . . l'oppio. " al che Pippo si era subito entusiasmato e aveva cominciato a consultare febbrilmente il libro da cui Panzer prendeva le ricette. Su quel viaggio, come del resto sugli altri sballi panzeriani, nessuno è mai riuscito a sapere di più. Pippo diceva di aver provato la stessa pozione e la sua opinione era che era un pacco, ma del resto Pippo e Spillo passavano la maggior parte del tempo a lamentarsi che la roba era una merda, che quel pusher li aveva fregati, che adesso non c'era più la roba di una volta, e ti ricordi l'anno che c'era l'amfe rosa? Quella sì che era un bello sballo.
Cardo era arrivato nel Giro quando anche questi episodi ormai facevano parte delle cose di una volta. Apparentemente, poco prima del mio trasferimento a Londra, le correnti di pensiero erano diventate due: quella della canna e quella della spada.
In una delle ultime telefonate Franz mi aveva detto: "Non hai idea di come sono cambiate le cose nel Giro, non hai idea di quanti ragazzi si fanno adesso." Era avvilito: la considerava una sconfitta personale.
"Ma perché si fanno? Non si è sempre saputo che l'ero è la morte?" gli avevo chiesto allibita. Era stato evasivo, aveva cominciato a parlare per metafore, a distinguere, a sdrammatizzare, a giustificare. Sì, è vero, l'eroina è una brutta storia, però. "Molti si fanno tutta la vita senza che gli succeda niente, sai quanti si fanno tutti i sabati e poi al lunedì tornano in ufficio come se niente fosse." Cose già sentite, come quando a scuola dicevano che non rimanevi incinta se contavi i giorni o praticavi il coitus interruptus. Funziona, se hai culo. L'unica cosa che ero riuscita a capire di tutto il lungo e ingarbugliato discorso era che l'eroina era la risposta migliore a molte domande per alcuni, per altri solo una delle cose da provare nella vita. "C'è chi va a 200 all'ora sull'autostrada, chi ruba nei negozi, chi si stona con l'alcool e chi si buca. Alternative." Qualche volta le alternative diventavano sensi unici e qualche senso unico sbucava in una strada a fondo chiuso. Qualche volta si poteva anche fare marcia indietro. Qualche volta.
 
Franz aveva speso molte delle sue energie cercando di convincere Cardo a smettere i suoi giochi pericolosi, ma Cardo non ascoltava nessuno al di sopra dei vent'anni e credeva di essere immortale, come tutti a sedici anni. Voleva provare tutto quello che la vita offriva prima di rincoglionire, diceva.
Franz lo aveva mandato a stare a Londra con noi nella speranza che si distraesse, ma quando è tornato a casa Franz si è accorto che le sue condizioni di dipendenza dall'eroina erano peggiorate. Lui e Grigio avevano quasi litigato al telefono per questo.
Lo aveva trovato Mini in un furgone, alla fine di un concerto. Come tutti i morti "di overdose" era uno spettacolo allucinante, con la spada ancora in vena: Mini aveva dimenticato all'istante la sua reputazione di duro e aveva vomitato l'anima prima di mettersi a piangere come una dodicenne.
 
Dopo la morte di Cardo, Grigio ed io non abbiamo più parlato del Giro. In realtà non parlavamo più molto nemmeno di altro, al di fuori delle riunioni di lavoro. Non ne avevamo più bisogno.
 
Grigio è stata la persona che più mi ha affascinato. Lo definivo il gemello nero di Franz perché difficilmente avrei potuto trovare una persona che gli fosse così vicina con un carattere ed uno stile di vita diametralmente opposto. Tanto Franz era aperto e sfrontato tanto Grigio era chiuso e riservato. Se Franz attirava immancabilmente gli sguardi delle donne, Grigio passava talmente inosservato che suppongo di essere l'unica donna del Giro a ricordarmi della sua esistenza, e credo che sia solo perché sono stata praticamente costretta a vivere con lui per un anno. All'altruismo missionario di Franz opponeva un individualismo cinico che a volte sfociava in menefreghismo puro. Per finire, Grigio era un gran mangiatore di pane e salame e al vino preferiva il fumo: una cena con Franz e Grigio era un incubo organizzativo.
La qualità che più mi affascinava era la sua miracolosa capacità di intuire i punti deboli di ogni persona e di valutare correttamente lo stato di sicurezza di ogni situazione: per questo era un abilissimo negoziatore e per questo era l'unica persona a cui si poteva affidare la gestione di un carico di esplosivi e dormirci tranquillamente sopra. In tutto il tempo che ci siamo frequentati non l'ho mai sentito dire una parola in più o in meno del necessario e sempre la parola più adeguata a risolvere un conflitto.
Mentre Panzer si stonava con le pozioni magiche, Grigio studiava meditazione, yoga e discipline orientali. Frequentava ancor meno di Franz i locali e le feste del Giro eppure era sempre il più informato sugli avvenimenti e ne prevedeva perfino lo svolgimento. La sua teoria era che si possono giudicare gli eventi solo da una grande distanza.
Sarà una coincidenza, ma è noto che la notte della grande rissa tra skins e punks, al concerto dei CCCP, Grigio aveva telefonato a Franz da Londra e lo aveva convinto a tenere a casa i minorenni. Due ore dopo la telefonata uno skin ha steso a catenate il povero Chelo che gli aveva chiesto della moneta e nel giro di cinque minuti si è scatenato l'inferno.
 
Grigio ed io avevamo preso l'abitudine di restare in silenzio a guardare fuori dalla finestra del soggiorno o dell'ufficio i diversi paesaggi delle strambe stagioni londinesi. Era in questi momenti che lui riusciva a trarre il massimo di informazioni su una persona: dal modo in cui stava in silenzio.
"Sei molto abile a trincerarti dietro le parole, mi aveva infatti detto una sera. Ma devi imparare a costruire il tuo muro nel silenzio."
Così avevo provato a nascondergli alcune delle mie emozioni. Le prime volte lo vedevo sorridere e scuotere la testa, ma dopo alcuni mesi ero riuscita a costruire una piccola trincea in cui depositavo di volta in volta il pensiero che volevo tenere per me. Davanti alla trincea mettevo un finto pensiero e sentivo che Grigio esitava. Un giorno mi ha detto:
"Questo non è quello che pensi, ma almeno non vedo la tua vera opinione: sforzati di più."
Non gli ho potuto nascondere un grande sorriso di gratitudine.
 
Quando ho imparato ad interpretare quella parte del silenzio che Grigio mi lasciava vedere, ho saputo che Franz era rimasto molto deluso dal mio comportamento nell'intera vicenda-Matteo e aveva interpretato il mio rifiuto di parlare con lui come rifiuto del suo affetto. Di conseguenza ero uscita a pedate dalla sua lista degli amici e stazionavo in un'area di parcheggio tra gli stronzi e le troie. Del che, dato il mio comportamento, Grigio non stupiva e non avrei dovuto stupire nemmeno io.
Invece, incongruamente, questo pensiero mi tormentava. Scoprivo improvvisamente di avere bisogno della considerazione di Franz, del suo rispetto e soprattutto del suo corteggiamento, fisico o spirituale che fosse. Desideravo essere pensata con amore da lui: l'idea che per lui fossi tornata ad essere una delle donne del Giro, o ancora meno, mi rendeva isterica: un leone in gabbia. Negli strati più profondi e irrazionali del mio subconscio sapevo di avere il diritto di praticare maltrattamenti e crudeltà a mio piacimento senza per questo perdere anche solo un oncia dell'incondizionata adorazione di Franz: non era in fondo quello che Matteo aveva fatto con me? Non era quello che succede tra uomini e donne quando si amano?
Come dice il proverbio, chi va con lo zoppo impara a zoppicare: questo il consuntivo del primo quarto di secolo della mia vita.


10.
Ho rivisto Franz ad un concerto, in Italia, quattro anni fa. Come tutti i nostri incontri è stato memorabile. Ci siamo guardati a lungo prima di decidere chi sarebbe stato il primo a sorridere: l'ho fatto io. Poi tutto è stato come se ci fossimo dati appuntamento lì giusto il giorno prima.
"Allora che ne pensi? Lo sapevo che avrebbero fatto strada." mi ha detto lui con l'orgoglio di un padre: era il famoso gruppo di Trento, quello del cantante tossico, ora con un disco al terzo posto della classifica nazionale.
"Sono stati degli stronzi a mollarti, ho risposto io. Il prossimo disco sarà un fiasco."
"Panzer dice che i diritti su questo ci ripagheranno del dolore. Chi se ne frega, sono bravi e la gente lo sa: questo è quello che conta."
Lui aveva venduto le sue quote di Radio West-One quando il business era diventato talmente grande da richiedere la nomina di un manipolo di dirigenti e l'assunzione di un esercito di funzionari; adesso si occupava solo del suo ristorante, di un locale per concerti, di una microscopica casa discografica e di un negozio di strumenti musicali. Io avevo dato le dimissioni il mese prima ed ero tornata in Italia ad occuparmi di consulenza musicale a livello locale.
"E Panzer? Che fa adesso?" gli ho chiesto curiosa.
"Tiene i conti di tutto, come sempre. Si è sposato sai?"
"Maddai!"
"Giuro. Con Cinzia, stavano insieme da dieci anni ormai. E tu?"
"Io? In che senso?"
"Quando ti sposi?" ha chiesto Franz tranquillo, seguendo il filo logico della conversazione più convenzionale: non era da lui, però.
"Mai." ho risposto secca per virare la conversazione su binari meno usurati.
Siamo rimasti in silenzio fino alla fine del concerto, vicini come buoni amici. All'uscita, senza dire una parola, Franz mi ha preso sottobraccio e mi ha accompagnato in un bar. Il bar dove avevamo preso migliaia di cappuccini, birre, toast, brioches, panini; il bar sotto la vecchia sede di Radio West-One.
Entrare in quel posto mi dava i brividi. Avrei voluto chiedere a Franz perché mi aveva portato proprio lì, ma poi ho capito che per lui quel bar era il "solito posto", il quotidiano. Era sempre stato lì, per tutti quegli anni, come la casa e l'edicola all'angolo, e Franz con loro. Erano cresciuti insieme. Ero io la sradicata, l'elemento fuori posto. Solo per me quel bar era una fotografia in bianco e nero in un angolo della memoria. Solo per me sedere sulla panca, nell'angolo in fondo a destra, era entrare sul set abbandonato di un vecchio film. Per Franz era ancora un'abitudine.
"Prendi la solita spremuta o preferisci qualcosa di più forte?" ha chiesto con la gentile naturalezza di sempre, che adesso suonava irrazionale e totalmente fuori luogo. Un incubo ripetuto su tutti i tavoli, le sedie, la polvere delle mensole, come in una galleria di specchi, un'astronave aliena. Mi sono fatta forza: toccava a me adattarmi, ancora.
"Spremuta. Non è cambiato, qui. Adesso che cosa c'è al posto di Radio West-One, di sopra?"
"Assicurazioni. Ma perché sei tornata in Italia?"
Glie l'ho detto.
Il secondo anno all'estero era stato peggio del primo. Era prevedibile: chiunque abbia lavorato in giro per il mondo impara a sue spese e tramanda alle new entries la sindrome dell'emigrante. A me l'aveva spiegata una ragazza tedesca che avevo conosciuto a Parigi dopo pochi mesi dal mio arrivo.
"I primi sei mesi sono pieni di aspettative e l'atteggiamento mentale è improntato alla massima apertura. Sei un volontario, nessuno ti ha costretto, anzi, sei tu che hai voluto emigrare perché sei curioso di esplorare una nuova cultura, sei consapevole del fatto che spetta a te integrarti e accetti razionalmente lo sforzo che questo comporta. Processi gli avvenimenti in questo senso e tutto appare bello, curioso ed eccitante.
"Proprio alla fine del sesto mese arriva la crisi: improvvisamente tutte le delusioni accumulate e represse nei mesi precedenti saltano fuori. Basta una cazzata qualunque, la classica goccia che fa traboccare il vaso, e ti accorgi che in realtà la tua vita è uno schifo: sei ingrassato a furia di ingurgitare cibi a cui non sei abituato, la tua pelle è uno sfacelo, il clima ti rende isterico e trovi le abitudini indigene repellenti. Inoltre capisci che, per quanti sforzi tu faccia per integrarti, gli indigeni non ti vogliono: che tu ci sia o no non glie ne frega niente, anzi, i tuoi colleghi di lavoro non ti considerano proprio, se sono superiori di grado; ti considerano un usurpatore, se sono inferiori.
"Ti si para davanti il tuo vero futuro: la tua massima aspirazione è sperare che ti lascino lavorare senza metterti troppi bastoni tra le ruote; al di fuori dell'orario di lavoro puoi solo pregare di incontrare qualcuno con cui dividere quello che resta della tua vita: considerando che gli indigeni sono mediamente molto più razzisti di te le tue speranze in questo senso tendono a zero. Ti senti tanto di merda che pensi seriamente al suicidio.
"A questo punto i più mollano e spendono il resto dell'anno a cercare di tornare a casa.
"Gli stronzi come me invece resistono e sai perché? Perché non vogliono arrendersi all'evidenza, perché non gli va giù di averla presa in quel posto, perché vogliono tornare a casa da vincitori. Per cui si stordiscono con il lavoro nei restanti sei mesi e concludono l'anno con l'esaurimento nervoso, ma siccome hanno lavorato talmente tanto che anche l'ultimo dei cretini si accorgerebbe di quanto sono stati utili alla ditta, generalmente con l'esaurimento nervoso arriva una promozione o un grosso riconoscimento monetario.
"Questa è la trappola. I topi a questo punto lasciano il banco a qualcun altro e tornano a casa col malloppo, gli stronzi integrali abboccano e cominciano a credere di aver sfondato. Nell'anno successivo hanno tutto il tempo di rendersi conto del loro valore. Se alla fine del secondo anno non hai trovato un indigeno con cui dividere il resto dei tuoi giorni non hai più speranza e a quel punto anche tornare a casa è un'impresa: sei irrimediabilmente sradicato e ti ci vogliono altri due anni per riadattarti.
"Io - aveva concluso - ho passato il banco e torno a casa a vedere se ho ancora qualcosa da dire al tipo che ho lasciato un anno fa. Buona fortuna e scrivimi."
Nonostante l'avvertimento avevo percorso tutte le tappe della sindrome dell'emigrante fino alla fase trappola, in cui ero caduta come una stupida. Parigi aveva offerto di triplicare il mio compenso se avessi rinnovato il contratto per un altro anno e io, senza pensarci troppo, anzi, con orgoglio, avevo accettato. Inoltre, occupata con le storie italiane, l'idea di cercare un indigeno con cui dividere il resto dei miei giorni tra Londra e Parigi non mi aveva minimamente sfiorato.
Così mi ritrovavo, a soli dodici mesi dall'inizio della mia avventura europea (o della mia fuga, secondo Franz), con la prospettiva di avere un mucchio di soldi in tasca e nessuno con cui giocare. Nei primi tempi il problema non si è manifestato: stanca degli uomini in generale ho cominciato a dedicare spazio a me stessa. Adesso finalmente potevo permettermi migliori vestiti, parrucchiere tutte le settimane, estetista tutti i mesi, ristoranti costosi, oggetti inutili: sfizi di tutti i generi.
A Pasqua il mio conto in banca straripava, gli armadi erano pieni di vestiti che non mettevo mai, avevo l'acne e l'aragosta e lo champagne mi davano la nausea. Grigio regalava ai ragazzi che ci venivano a trovare tutte le inutilità che avevo ammassato in casa mentre io uscivo di casa solo per andare in radio o in aeroporto: non avevo altro posto in cui andare.
Quando Grigio si era preso la Sfiga e si era ritirato a passare il tempo che gli rimaneva in qualche monastero buddhista la vita era diventata intollerabile. Ho scoperto con le mie lacrime ed il mio sangue di essere arrivata ad un livello in cui avrei dovuto sacrificare la poca stima che avevo ancora di me stessa solo per restare a galla e finalmente mi sono convinta a gettare la spugna.
"Mi ricordo ancora quando dicevi: mi sto massacrando e i soldi non si vedono ancora. Che cosa hai pensato quando li hai visti arrivare?" ha detto Franz gravemente alla fine del lungo resoconto.
"Lo sai benissimo che cosa ho pensato, ma te lo vuoi sentire dire. Avevi ragione tu: non ne valeva la pena."
"Non ne vale mai la pena." ha sentenziato Franz.
"Grazie, maestro, adesso l'ho imparato. Ma dovevo impararlo the hard way: era soprattutto una questione di autoaffermazione. Dovevo uscire dalla palude delle squinzie, ricordi?" ho replicato con amarezza.
"E adesso ti trovi bene?" Franz non aveva colto o non aveva voluto cogliere il sottinteso.
"Beh, non sono più megadirettore dell'area Europa Centrale, non ho più quote di Radio West-One e il mio contratto non ha bisogno di essere controllato da due legali, perciò sto meglio." ho mentito spudoratamente.
In realtà da quando ero tornata mi sentivo paralizzata dal disgusto per gente e luoghi che non riconoscevo, che non comprendevo, che avrei dovuto sentire miei ma riuscivo solo a sentire ostili e minacciosi. Avevo aspettato troppo a tornare e stavo passando attraverso la fase peggiore della sindrome dell'emigrante. Adesso, questo dannato bar mi stava facendo entrare in una trance pericolosa: ricordi al rallentatore e fotogrammi incerti di storia, della mia storia? mi stavano passando davanti agli occhi e lasciavano una scia appiccicosa e amara di rimpianti.
Quando Franz ha ripreso a parlare la sua voce veniva da molto lontano, ma le sue parole mi hanno strappato violentemente al treno della depressione: sono ritornata con un balzo.
"Cazzo, l'hai scampata bella!" stava dicendo Franz gravemente.
"Temevi che mi immolassi sull'altare di Radio West-One?" ho azzardato, non sapendo assolutamente a che cosa si stesse riferendo.
"No, ero sicuro che da quella merda saresti uscita bene. Parlavo di Matteo."
Per un attimo ho avuto la tentazione di rispondere "Matteo chi?" ma leggevo nei suoi occhi la consapevolezza che il ricordo di Matteo era rimasto intatto, una cicatrice nella mia coscienza. Leggevo anche qualcos'altro che non capivo.
"Non lo vedo più da quel famoso Natale, ho spiegato infastidita. Cioè no, mi è strisciato dietro per un paio di mesi ma l'ho mandato a cagare quando ho saputo del bambino. Poi ho saputo che si erano sposati, ovviamente. Che cosa è successo?" ho chiesto sperando di non ottenere una risposta precisa.
"L'ha mollata, lei e la bambina. Un mese fa. Adesso sta con una, non credo che la conosci, una troia di prima categoria. Ti senti bene?"
Non mi sentivo per niente bene: le parole indifferenti di Franz mi avevano sconvolto. Avevo sempre creduto che chiunque avesse dato un figlio a Matteo avrebbe conquistato la sua fedeltà, o almeno il paravento sociale della sua fedeltà, per amore del bambino. Comunque non avrei mai e poi mai immaginato che Matteo rinunciasse a suo figlio per una donna: era tutto al contrario! Non poteva essere vero!
"L'idea di dargli un figlio per legarlo a te ti aveva sfiorato, vero?" la voce insinuante di Franz era una frustata elettrica per i miei nervi. Ho risposto in uno scatto di furia isterica.
"Mai! Mai! Non avrei mai fatto una cosa del genere!" Mi sono dominata a fatica e ho aggiunto, in tono più controllato: "Semmai il contrario, una volta che credevo di essere incinta."
"Ah sì?" il tono dubitativo di Franz non smetteva di stuzzicarmi i nervi.
"Certo, e adesso cambiamo discorso, per favore." ho tagliato corto, seccata.
Ma non ho potuto fare a meno di pensare, tutto il resto della sera e la notte, all'enormità di quello che avevo appreso. Tutto il mio passato mi è ritornato addosso con la forza di uno schiaffo e il baratro dell'inconscio si apriva di nuovo: maleodorante, buio e senza fondo. Come avevo potuto, come avevo potuto anche solo per un istante essere innamorata di una merda simile. Come avevo potuto tollerare che mi toccasse, desiderare che mi prendesse, che mi facesse sua. Come avevo potuto essere stata orgogliosa della mia fedeltà a lui, orgogliosa fino al punto di rinunciare volontariamente ad assaporare quello che Franz mi avrebbe voluto dare. Come avevo potuto anche solo per un istante desiderare un figlio da lui.
Perché naturalmente c'era un fondo di verità in quello che aveva detto Franz: amavo talmente tanto quel bastardo che quella sera di tanti anni prima, mentre cercavo di ricompormi per affrontare la cena, avevo preso infine una decisione. Avevo deciso che se ci fosse stato lo avrei tenuto, suo figlio. Ma non per farmi sposare, questo mai! Semplicemente perché era suo figlio: l'immagine dell'uomo che amavo!
Ero stata risparmiata: se avessi creduto in Dio adesso avrei saputo chi ringraziare. Invece non saprò mai se l'emorragia arrivata, tra atroci dolori, il giorno dopo è stato un attacco di dismenorrea o un aborto spontaneo.
 
Alle cinque del mattino dopo, insieme alle prime luci fredde dell'alba marzolina, è arrivata la vera, immensa, crisi liberatrice. Quella che Franz aveva previsto e aspettato due anni prima, quella che avevo represso per tutti gli anni in cui ero stata succube di Matteo. La colpa era solo mia. Avevo amato un uomo che non esisteva: nessuno può cambiare la personalità di chiunque altro, ma io avevo cercato di fare esattamente questo con Matteo. Non avevo il diritto di fare una colpa a lui di quello che era; anch'io avrei potuto essere diversa, lui mi avrebbe voluta diversa: la mia fedeltà gli dava fastidio, la mia adorazione da teenager gli dava fastidio, la mia ostinazione carrieristica gli dava fastidio.
Dopo il baratro la luce, cruda, accecante. Adesso tutto mi appariva come era veramente stato. Io: una cretina. Matteo: uno che voleva legami solo a letto. Franz: uno che aveva le idee chiare e voleva aiutarmi a capire. Probabilmente perfino totalmente disinteressato, per colmo di umiliazione.
Adesso, con un ritardo di soli due anni e qualche mese, capivo. Capivo che cosa aveva voluto dire Franz, a Londra. Le sue parole mi mulinavano in testa come se fossero state pronunciate solo la sera prima, soprattutto l'ultima frase: la prossima volta che ti senti così non aspettare che me ne accorga io: vieni tu da me.
E' arrivato il momento di mantenere le vecchie promesse, ho pensato componendo il numero di Franz.
"Sto malissimo. Posso venire da te?" ho detto senza preamboli alla voce assonnata dall'altra parte del filo.
"No." ha risposto Franz e ha riattaccato.
 
torna su
« precedente     successivo »  
 
| design&development: Artdisk