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La prima volta

Giugno. Ultimo anno di liceo. La lavagna coperta di Verwandlung diffonde l’eco di incubi antichi, l’aria calda che entra a fiotti dalle vetrate solleva il pulviscolo bianco del gesso in grosse nuvole pigre. Ho tanta voglia di non essere qui, dovunque, ma non qui. Magari in riva al Reno, pigramente adagiata sull’amaca di Hubert, magari solamente in cortile a chiacchierare con qualcuno, ma non qui a sforzarmi di trovare una spiegazione logica degli incubi di Kafka ad uso della commissione esaminatrice, non qui in mezzo a tutto il gran casino di chi non porta tedesco all’esame di maturità e quindi si crede in diritto di commentare le partite di domenica ad altissima voce. Non davanti al sorriso stupido della Rosamaria che, beata lei, tra una settimana se ne va a Los Angeles e al diavolo noi e il nostro esame.
“Ehi, tu, ti va di andare in discoteca domani?”
Alzo gli occhi con calma: un’enorme ammucchiata di buffi omini che giocano a hockey sullo sfondo beige della maglietta più idiota che abbia mai visto. Poi due occhi verdi e luminosi incorniciati dalla più potente faccia da schiaffi che il liceo ricordi dall’anno della fondazione.
“Come, scusa?”
Risatina. Stefano, cretinissimo individuo della sezione scientifica, ovvero quelli che non hanno mai studiato tedesco in vita loro e la cui promozione è sempre rimasta un mistero.
“Allora, ci vieni sì o no?”
“A quale titolo, se è lecito?” In tre anni scolastici non ci siamo scambiati più di otto parole, di cui sei insulti.
“Come la fai lunga.”
“E poi con chi?”
“Ma con me, no? Che domanda stupida.”
Spiazzata. E adesso che gli dico?
“Ah, beh, allora cambia tutto! Con te, in capo al mondo.”
Com’è quel vecchio detto cinese? Non esprimere desideri: potrebbero avverarsi.
“Un momento - aggiungo seria - hai detto discoteca? Che discoteca è?”
Già non vado pazza per il genere, se poi mi devo anche angustiare in un postazzo da tamarri …
“Il Capriccio.”
Le parole cadono con la solennità del discorso presidenziale di Capodanno: Stefano ha la irritante caratteristica di farti sentire in dovere di adorare le cose che gli piacciono e di farti sentire un verme se apprezzi qualcosa che a lui non piace. Però questa volta ha ragione: il Capriccio è la discoteca più quotata della provincia.
“La proposta è allettante. Ma scusa, perché proprio io?”
“Spiegazione: ci va un gruppo di amici miei, ma sono tutti accoppiati e non ho voglia di andarci da solo. Però sbrigati, sennò lo chiedo a qualcun'altra.”
“Ah, mi pareva bene! Infatti dove la trovi un'altra scema che ti fa da tappabuchi? Però va bene, pagherò lo scotto: una sera al Capriccio val bene una presa per il culo.”
La campanella del fine ora provoca il solito trambusto: nel giro di pochi secondi la classe è completamente deserta, a parte noi due che, non avendo guardato l’orologio nell’ultimo quarto d’ora, abbiamo ancora i libri sparsi in giro. Mentre li raccogliamo mi viene in mente improvvisamente.
“Accidenti, mi ero totalmente dimenticata che sabato sera devo fare la baby-sitter!”
Lo sguardo disperato di Stefano mi ripaga dell’affronto subito.
“Porca miseria, Daniela! Non poteva venirti in mente prima?”
Già, prima che suonasse la campana e che le altre ipotetiche donne avessero il tempo di squagliarsela. E se l’avessi fatto apposta? Ringrazio il mio subconscio che ogni tanto funziona a mio favore.
“Beh, senti, posso sempre disdire. Ti telefono oggi pomeriggio, va bene?”
Intanto ci siamo avviati per le scale.
“No, ti telefono io, oggi pomeriggio sono in giro.”
Arriviamo al mio motorino.
“OK, allora. Ce l’hai il mio numero di telefono?”
“So anche guardare negli elenchi.”
Questo è il suo stile: esattamente quello che mi fa venire voglia di prenderlo a schiaffi.
“Buona fortuna, allora. Il mio cognome non c’è: il telefono è intestato a mia madre.”
Intanto strappo un foglio dal quaderno di matematica e ci scarabocchio il numero. Glielo sbatto sotto il naso inviperita. Sorrisetto e gli occhi verdi si illuminano.
“Ecco come farsi dare il numero di telefono dalle ragazze! Dove vai? Ti accompagno.”
Perché il prossimo treno ce l’hai tra un quarto d’ora, penso cinicamente.
“Ho il motorino, grazie. Se vuoi puoi accompagnarmi qui dal panettiere.”
Ci avviamo, tenendo il motorino per mano. Parliamo del comune argomento esami di maturità, poi lo saluto e mi avvio verso casa. Durante il tragitto tra file di macchine roventi sotto il sole mi sorprendo a pensare perché mai ho insistito per andare in discoteca con lui. A parte la meschina considerazione che questo non gioverà alla mia reputazione presso i gruppi di serve che mi conoscono (Stefano è notevolmente brutto e ha la reputazione di un imbecille sfigato) io non sono il tipo da discoteca, soprattutto sotto esami e soprattutto in qualifica di tappabuchi. Però mi vengono in mente altre cose altrettanto inspiegabili.
Circa un mese prima stavo passando nel corridoio della sezione scientifica e avevo incontrato Andrea - uno dei maschi più ambiti del liceo - in conversazione con Stefano. Mi ero fermata a rendergli omaggio e mentre scambiavamo qualche frase di circostanza Stefano mi aveva sorriso radiosamente, mi aveva battuto un paio di colpi affettuosi sulla spalla e poi, con uno sguardo di rimprovero, aveva puntato l’indice sulla mia pancia e aveva detto: “Stiamo mettendo su pancetta, peccato.”
Punta nel vivo perché effettivamente da un paio di mesi l’ago della bilancia si era spostato sensibilmente, avevo riportato la mia attenzione su Andrea, ignorando Stefano completamente. A quel punto si era aperta la porta dell’aula di Andrea e la prof di lettere nota scopatrice di minorenni lo ha richiamato all’ordine. Rimasti soli io e Stefano avrei voluto andarmene, ma il suo sorriso e una domanda mi avevano trattenuto. La prof era riapparsa una seconda volta intimando a Stefano di tornare nella sua classe e lanciandomi un’occhiata di odio profondo, che avevo retto benissimo, non essendo la suddetta mia docente e quindi pregiudizievole in sede di scrutini ed esami. Lo sguardo con cui Stefano mi aveva lasciato era incomprensibilmente tenero.
Poi si erano susseguiti altri tre episodi. Una mattina, arrivando a scuola, lo avevo trovato seduto sui gradini della scalinata in conversazione con un tipo che conoscevo solo di vista. Lo avevo gratificato con un ciao e lui, per tutta risposta, mi aveva passato un braccio attorno alle gambe bloccandomi sullo scalino vicino a lui; il tutto continuando a conversare tranquillamente con il tipo. Io non avevo minimamente reagito: curiosamente la cosa non mi dava fastidio come avrebbe dovuto. Il giorno dopo stavo scendendo a precipizio le stesse scale alla ricerca della mia prof di lettere e lui mi era piombato accanto come un falco, saltando in un solo colpo sei scalini, e mi aveva preso sottobraccio.
“Dove vai?” aveva chiesto cantilenando come i bambini.
“A cercare la Guiducci.” Istintivamente avevo adottato lo stesso tono.
“Allora vengo con te.”
Avevamo girato tutti i corridoi a braccetto facendo gli imbecilli. Poi come era arrivato se n’era andato.
Infine, giudicando che le ostilità tra noi fossero finite mi ero arrischiata io a chiedergli un favore. Un favore molto comune data la sua autorità indiscussa in fisica e matematica. Durante l’ultimo compito di matematica avevo copiato i problemi su un foglietto ed ero uscita. Avevo bussato alla porta della sua classe e, di fronte alla prof pedofila, avevo chiesto con la faccina e la vocina più candida di questo mondo se Stefano poteva uscire un attimo. Il suddetto aveva letteralmente fatto un balzo sulla sedia e, incurante dello sguardo torvo della prof, era uscito con un sorriso radioso e gli occhi luccicanti.
“Dimmi.” Aveva chiesto emozionato. Gli ho piantato il foglio sotto il naso intimandogli senza cerimonie di risolvermi alla svelta i problemi. Dire che si è completamente smontato è poco. Ma avevo altro cui pensare e non ci tenevo si sapesse in giro che i compiti di matematica me li faceva qualcun altro. Aveva dovuto eseguire il tutto, abbacchiato e svogliato. Non mi ricordo nemmeno se l’ho ringraziato. In ogni caso le sue soluzioni sono risultate clamorosamente sbagliate. Quando gli ho fatto le mie rimostranze lui ha sogghignato maliziosamente, lasciandomi nel dubbio che lo avesse fatto apposta.
Mi sorprendo a ridere di questo ricordo mentre ripongo il motorino in garage. Salgo le scale di casa pensando a domani sera. Un fattore che non ho calcolato è la battaglia con mio padre per ottenere il permesso di uscire: comincio a smontarmi. Piuttosto che dover confessare di non aver ottenuto il permesso vado a fare la baby-sitter e al diavolo tutto. Oltretutto penso che non valga la pena di litigare per qualcosa di così poco gratificante come un invito per tappare i buchi ad uno sfigato. Perciò, entrando in casa, dico subito: “Sai ma’, Stefano mi ha invitato ad andare in discoteca domani sera ma mi ero dimenticata di aver già preso l’impegno con Lina per la bambina.”
“Stefano chi?” indaga subito la genitrice apprensiva.
“Quello brutto e insopportabile della sezione scientifica. Hai presente, l’amico di Mauro.”
“Non sarà mica quello che scambio sempre per una ragazza?”
“Lui. Figurati che l’unica cosa positiva della faccenda è la discoteca: il Capriccio.”
“Voi due da soli?” inquisisce la madre paladina dell’onore filiale.
“Ma figurati! Con un gruppo di amici suoi.”
Il mio subconscio quel giorno doveva essere particolarmente in forma. Ancora mi domando come queste parole, in quest'ordine, abbiano potuto provocare la reazione che segue.
“Beh, e perché non ci vai?”
“Ma perché non conosco nessuno! E poi Lina? Ormai ho preso l’impegno.”
“Da Lina ci posso andare io.”
“Come???”
“Certo, perché no? Credi che non sia capace di fare la baby-sitter?”
“Oh, beh, contenta tu … allora gli dico di sì?”
“Sì, sì, così almeno esci, ti distrai e non hai il muso tutto il giorno.”
Mi sembra di vivere in una realtà parallela. Faccio un reality check.
“Tanto per sapere, a che ora devo rientrare?”
“A mezzanotte, come al solito.”
Ah, ecco, volevo ben dire. Confortata dal fatto che sto parlando con mia madre e non con la fata turchina, mi riprometto di negoziare il rientro a casa in un secondo tempo. Ora che il più è fatto posso rassicurare il mio cavaliere che onorerò l’impegno. La sua voce sembra sollevata.
“Oh, bene. Allora siccome domani mattina a scuola non ci vediamo troviamoci direttamente a Porta Nuova alle nove.”
Vorrei chiedergli perché non ci vediamo domani a scuola ma mi trattengo: mi risponderebbe che sono affari suoi e avrebbe pure ragione.
All’arrivo di mio padre inizia la battaglia per il rientro: ora che ho accettato non posso farmi accompagnare a casa a mezzanotte. Il genitore indaga sui partecipanti all’uscita stile terzo grado: poco ci manca che mi chieda fedina penale e foto segnaletica di ognuno. Finalmente iniziamo a trattare l’orario.
“Mezzanotte.”
“Papà, forse non ti rendi conto che per arrivare al Capriccio ci vogliono tre quarti d’ora. La discoteca apre alle dieci, ergo alle undici e un quarto dovrei andarmene? E’ irragionevole. Facciamo le due.”
“Non se ne parla nemmeno. Al massimo mezzanotte e mezza.”
“Papà, vorrei chiarire un’altra cosa. La discoteca apre alle dieci, ma nessuno si presenta prima delle undici, non usa. Ergo, la musica migliore va dalle undici all’una.”
“All’una allora, non un minuto di più.”
“Ma vuol dire uscire a mezzanotte e un quarto!”
“Piantala o non esci nemmeno e facciamo prima.”
Chiudo la trattativa soddisfatta: per arrivare al Capriccio ci vogliono al massimo venti minuti, quindi fino a mezzanotte e quaranta sono a posto. Poi sta a me mercanteggiare un dignitoso ritardo.
Sabato mattina: storia, fisica, fisica, francese. Ovvero almeno due ore per decidere vestito e trucco, visto che non porto fisica all’esame. Più che sufficienti, dato che di solito impiego al massimo 15 minuti per scegliere la mise del giorno dai capelli alle scarpe. Ma questa volta l’impegno è più gravoso: innanzitutto non sono preparata all’evenienza discoteca, frequentando le suddette solo d’estate al mare e per un massimo di quattro serate all’anno, poi è fuori discussione l’acquisto di un vestito nuovo per l’occasione, quindi mi devo arrangiare con quello che ho, infine qui si tratta di incontrare perfetti sconosciuti: che immagine voglio dare di me? Raggiungo una decisione operativa alla fine della seconda ora di fisica, il che lascia tutto il pomeriggio libero: troppo libero. Inevitabilmente ripercorro tutta la conversazione del giorno prima trovandola sempre più bizzarra ad ogni replay, poi per misteriose associazioni di idee comincio a pensare agli ultimi inviti ricevuti dai miei compagni di scuola, fino ad arrivare a Carnevale, alle feste di Carnevale, alla festa di Carnevale a casa di Cristina. Naturalmente. Perché non ci avevo pensato prima?
 
Ero appena arrivata alla famigerata sezione linguistica del liceo sperimentale multidisciplinare, proveniente da un trucido liceo privato dove per due anni avevo tentato in tutti i modi di ribellarmi alla sottocultura fascistoide che ci era imposta. Però approdare di colpo ad una scuola lottizzata dai gruppi dell’ultrasisinistra marxista con tendenze Autonomo-Operaie nel 1978 era decisamente sbalestrante. La mia reazione mi aveva alienato le simpatie di tutti gli esponenti dei gruppi politici dominanti e siccome avevo messo subito in chiaro che non avevo nulla a che spartire con l’arco parlamentare a destra del PSI, non mi restava altro che la palude indegna degli apolitici qualunquisti: praticamente un insulto. Proprio da una ragazza di questo ambito mi era arrivato il primo invito: una festa in maschera a casa sua. Il comune denominatore degli invitati era costituito dal tedesco, essendo gli amici di Cristina equamente divisi tra la sezione più conservatrice, dura e pura del liceo scientifico, la cui élite si distingueva anche per lo studio del tedesco come lingua straniera, e la sezione più sgangherata e fancazzista del liceo sperimentale, composta - a causa del tedesco - in modo del tutto casuale strappando riluttanti studenti alle sezioni di inglese e francese. Tra questi gruppi, due figure egualmente rappresentative: per lo scientifico, Alessandro Riva, un metro e novantadue, fisico da giocatore di football americano, occhi verdi, viso da fotomodello perennemente abbronzato, ricco ereditiero, campione di sci. Per lo sperimentale, Stefano Gavazzi, un metro e ottanta cresciuti tutti negli ultimi tre mesi, pallido, allampanato, grottesco nella sua scarnificata magrezza, faccia da pagliaccio, naso enorme, occhi verdi. Che poi erano l’unica cosa che lo salvava dal cestino dei rifiuti. Anche la scelta del costume era significativa: Alessandro era vestito da fantasma, con vaghe reminiscenze Ku Klux Klan, Stefano era vestito da vecchia zitella, con marcata somiglianza a Nonna Abelarda. Insomma, sembrava il set di Animal House.
Io avevo 15 anni, ero travestita da femme fatale e tutto quello che vedevo e desideravo in un uomo erano faccia da divo e spalle larghe. La scelta era obbligata e ho passato la serata in movimenti circolari di avvicinamento alla mia preda. Uno dei movimenti era stato quello di sedersi vicino alla zitella-Stefano, che sedeva sconsolata/o in un angolo, e fingere di interessarsi alla storia della sua vita, o meglio, della vita del personaggio che stava interpretando. Un gioco pericoloso, perché senza preavviso il personaggio si è trasformato in attore, cioè la timida nonnetta è tornata maschio sedicenne allupato, e mi sono ritrovata rovesciata sulla poltrona, con la sua bocca sul collo, tra le risate generali. La scena era così assurda che sono scoppiata a ridere anch’io, fragorosamente, mentre Alessandro giungeva a trarmi in salvo e veleggiavamo verso il divano per proseguire seriamente quello che era iniziato per scherzo.
Sono venuta a sapere molto tempo dopo che durante il resto della serata, Stefano, solitamente l’anima delle feste, si era ritirato sul terrazzo e guardava malinconicamente le automobili parcheggiate sul marciapiede sottostante. Ho anche saputo che ad un tratto si è messo a tirare arance alle auto parcheggiate per azionarne il sistema di allarme, ma questo almeno è in linea con il suo stile.
Il giorno dopo, a scuola, il mio pensiero era naturalmente concentrato esclusivamente su Alessandro, per cui quando ho urtato Stefano nel cortile quasi non lo avevo salutato. Lo scontro non era stato casuale, perché Stefano mi aveva detto a bassa voce: “Ti devo parlare.”
Ero alquanto scocciata di questa intrusione nella mia realtà privata, perciò ero stata estremamente sbrigativa.
“Sì, dimmi, che c’è?”
“No, non qui.” Aveva tergiversato lui, con occhi furtivi.
“Beh, allora dove?” avevo risposto esasperata mentre i miei occhi scandivano la folla alla ricerca di Alessandro.
“Senti, oggi vado al cinema a vedere Interiors. Se vuoi venire …”
“Fuori discussione. Devo studiare.” Bugia colossale, ma mi sembrava meno indelicato che confessargli che Woody Allen mi faceva schifo. “Però possiamo trovarci in centro prima o dopo se va bene.”
Logico che dovesse andare bene. Ci accordiamo su luogo e orario e finalmente riesco a sganciarmi. Solo sull’autobus che mi riporta a casa avevo cominciato a sospettare che tipo di discorso mi volesse fare. Perché ai tempi si usava ancora fare una dichiarazione formale per iniziare una storia e le modalità erano sempre le stesse: aria da cospiratore, tono impacciato, sguardo imbarazzato, appuntamento in luogo appartato. Bene, la cosa era decisamente imbarazzante per me, dato che avrei dovuto rimanere seria, dire nel modo meno brutale possibile che l’articolo non mi interessava e poi resistere alla tentazione di raccontare tutto all’amica del cuore fra risate convulse.
Così all’ora dell’appuntamento ero alternativamente incazzata e nervosa. Nervosa perché sarebbe stata la prima volta che dovevo dire di no a qualcuno e incazzata perché la cosa non si prospettava piacevole. Il dialogo che segue mi lasciò quindi del tutto spiazzata:
“Ciao, allora, che dovevi dirmi?”
“Non vuoi proprio venire al cinema?”
“No, anzi, ho fretta. Allora, dimmi.”
“Beh … io … almeno mi accompagni?”
“Solo fino alla biblioteca. Allora?”
Ci incamminiamo. Lui accende una sigaretta.
“Ecco, io mi volevo scusare per sabato scorso.”
“Scusare? E di che?”
Viso paonazzo.
“Mi sono comportato come uno stupido.”
“Ma di che cosa stai parlando?”
“Beh, della festa, della poltrona …” sguardo implorante, per favore non farmi entrare in dettagli penosi.
“Ahhh! Quello!”
“Sì, quello.”
“Dio mio, Stefano, tutto qui?”
“Beh, sì, perché?”
“Ma perché non era assolutamente necessario! Ma ti pare! Era uno scherzo, lo hanno capito tutti. Non me ne ricordavo nemmeno più!”
Era tutto perfettamente vero. E qui il peso che mi era caduto dallo stomaco lo deve aver colpito in piena faccia perché aveva finito in calando.
“Allora tutto risolto. E non vieni al cinema.”
“No, anzi, è tardi. Ciao.”
Me ne ero andata completamente sollevata, in compenso credo di avergli rovinato totalmente il film.
 
Questo è tutto. Finora. Però adesso il mio cervellino sta tirando i fili e costruendo un’ipotesi neanche troppo insensata. Mentre aspetto l’autobus per Porta Nuova, alle otto e tre quarti, comincio a pensarci seriamente. Quando le porte si aprono ho già preso la mia decisione: sarà quel che sarà, l’importante è che ci sia da divertirsi. Una volta sul luogo dell’appuntamento realizzo che ignoro completamente modello e colore della sua macchina, oltre che la direzione dalla quale presumibilmente arriverà. Perdipiù odio mettere gli occhiali anche se so che al calare delle tenebre (fra dieci minuti) non vedrò più niente, quindi cerco con aria indifferente di cavarmi le pupille per scorgere il viso familiare. I minuti passano con lentezza incresciosa; controllo continuamente l’abbigliamento scelto e ogni volta lo trovo meno adeguato, mi dedico quindi alla lettura delle brochure sulle Maldive della vicina agenzia di viaggi. Alle nove e un quarto, imparati a memoria orari e costi dei viaggi, accusato il bidone, mi preparo a lasciare il campo meditando vendetta, quando una 128 verde modello 1968 si ferma ed un sorriso radioso appare al finestrino. Prima delusione: tutto mi sarei aspettata tranne questo catorcio. Seconda delusione: Stefano assomiglia ad un pastore bergamasco bagnato.
“Scusa, non ho fatto in tempo ad asciugarmi i capelli.” È la giustificazione.
“Non fa niente – rispondo diplomaticamente – Almeno ci vedi?”
“Spiritosa! A che ora devi essere a casa?”
“Presto, purtroppo. L’una.”
“Bene.”
“Come, bene?”
“Si possono fare tante cose da qui all’una. Per esempio cominciare a decidere se andare al Capriccio o in Vigna.”
Ho diritto di incazzarmi? Mi chiedo. Ripensando alle lotte col genitore mi rispondo che ne ho diritto.
“Come sarebbe a dire?”
“Sarebbe a dire che i miei amici hanno deciso all’ultimo momento di andare in Vigna, ma io avevo promesso a te di portarti al Capriccio.”
La prima cosa che mi viene in mente è che questa è una vecchissima scusa totalmente in linea con le mie peggiori ipotesi. La seconda è che devo scendere immediatamente dalla macchina e tornare a casa. Invece, inspiegabilmente, resto composta e tranquilla mentre dico: “Veramente ho detto a mio padre che sarei andata al Capriccio e conoscendo il tipo è anche capace di venire a controllare; se non mi trova diventa complicato spiegargli tutta la storia. Però – aggiungo in fretta – dato che i tuoi amici sono in Vigna decidi tu.”
“Beh, intanto mettiamoci in strada e poi decidiamo.” Dice Stefano, impenetrabile come una banca svizzera.
Approvo, anche perché così non sarò costretta a guardarlo negli occhi: mi mette decisamente a disagio.
Volge la macchina in direzione sud e partiamo. Ignoro dove si trovi la Vigna e ho solo una vaghissima idea di dove sia il Capriccio, però dato che ignoro anche la dislocazione dei paesi nel circondario evito di fare domande le cui risposte non sarebbero più illuminanti e cerco di spiegarmi invece come mai adesso ho una gran voglia di non conoscere affatto i suoi amici e di andare con lui in qualunque altro posto. Mi trovo una labile giustificazione che non convince neanche me, ma sono ancora perfettamente all’oscuro del vero motivo, sepolto nel subconscio: in superficie, Stefano è ancora uno sfigato bruttarello con cui normalmente non vorrei farmi vedere nemmeno morta.
Mentre la sera cala coprendo di viola le ciminiere del sobborgo industriale, Stefano attacca a parlare e di colpo mi trovo perfettamente a mio agio: la sua conversazione è talmente avvincente che mi accorgo di dove siamo solamente quando lui frena dolcemente e gira nel piazzale del Capriccio.
“Avevamo detto Capriccio, vero?” chiede con uno sguardo perfettamente da schiaffi.
“Certamente.” Sorrido acida mentre dentro di me si accende una lotta furibonda. La curiosità di sapere come andrà a finire prende il sopravvento e mi infonde una strana euforia: comincio a chiedermi se questi amici esistono veramente.
Entriamo nella decantata discoteca e rimaniamo abbagliati allo spiegamento di luci e alla vastità del locale ancora semivuoto; neanche lui è mai stato qui per cui non mi sento particolarmente inibita nell’esprimere la mia ammirazione un po’ naïf. Quasi subito incontriamo un suo compagno di classe, di cui so solo che è una checca, in compagnia del suo amico: un biondo notevolissimo. Mentre penso malinconica al crescente numero di bei ragazzi irraggiungibili da noi povere donne, Stefano e la checca si scambiano cortesie formali e poi il tipo, con aria complice, dice “Beh, noi andiamo, così vi lasciamo soli.”
Divento immediatamente rossa e guardo Stefano che è altrettanto imbarazzato. Alza le spalle e commenta: “Non farci caso, è fatto così.” Annuisco ridacchiando, in realtà non c’è proprio niente da ridere.
“Ci buttiamo?” propone Stefano. Acconsento con enorme sollievo e entriamo in pista. Non mi posso definire un’intenditrice di disco music, ma almeno credo di saper distinguere la musica di qualità da quella scadente. Questa è decisamente scadente. Lo dico a Stefano che concorda e torniamo a sederci. Siamo senza fiato, per cui non c’è niente di strano se non parliamo. Lo strano è che mentre facciamo finta di interessarci vivamente a quello che succede in pista, il braccio di Stefano si mette in azione e mi avvolge le spalle. Mi mordo le labbra per non scoppiare a ridere, nervosissima, lo spio di sottecchi: il suo viso paonazzo mi conferma il filo dei pensieri. E’ logico che dovesse finire così penso, lasciandomi scivolare nell’abbraccio. Perché lo faccio? Perché di colpo mi sembra che il tempo tra quel pomeriggio di tre anni prima e questo momento non sia mai passato? Come se alla fine avessi accettato di andare a vedere Interiors e adesso fossimo nel buio della sala cinematografica, due quindicenni impacciati e silenziosi.
Mi ricordo improvvisamente l’anello che ho dato a Hubert, gli impegni presi, il suo imminente viaggio in Italia dopo un mese di separazione forzata. Mi viene in mente subito che Hubert non saprà mai di questo, ma allora lo faccio solo per dimostrare che posso? No, non può essere solo per questo: se fosse così avrei scelto un esemplare meno brutto e sfigato. Ma che cosa sto dicendo? Non è così brutto e non mi sembra nemmeno molto sfigato, anzi.
Dopo un tempo che mi pare lunghissimo sento che mi sta guardando e alzo il viso. La sua espressione è stupefacente: sembra un bambino che regge un vassoio di giocattoli di cristallo e ha paura di romperli.
“Ti va di ballare ancora?” (da dove è saltata fuori quella voce dolce?)
Annuisco e ci alziamo. Nei film a questo punto i due protagonisti scendono in pista guardandosi negli occhi tra sberluccichii rosati e due ali di folla che si separano rispettosamente come il Mar Rosso, quindi attaccano un tango adesivo sorridendosi beati al suono di una canzone lenta dei Bee Gees. Nella realtà ci dobbiamo fare largo a spintoni tra la folla sudata mentre rimbombano le note di The Magnificent Seven dei Clash, guadagniamo dieci centimetri a testa per poggiare i piedi ed evitiamo di guardarci perché siamo entrambi impegnati a meditare sul da farsi.
Non riesco a capacitarmi ancora di quello che sta succedendo e soprattutto non ho la minima idea di quello che ho intenzione di fare io: sento solo lo stomaco chiuso e respingo la sensazione violenta che mi ha provocato l’espressione di Stefano. Non so che cosa darei per sapere che cosa sta pensando lui, quando la canzone dei Clash sfuma in uno scadente motivo disco di almeno tre anni prima. La sensibilità musicale ha il sopravvento e faccio segno a Stefano di uscire.
“Alla faccia del posto figo! Chi mette in giro ‘ste voci?” dico, grata al DJ per avermi dato un motivo di irritazione.
“Non lo so.” Risponde Stefano con lo stesso tono irritato. “Ma è certo che non ci metterò mai più piede. Anzi, ce ne andiamo?”
“Sì, andiamocene subito.” Dico veemente.
Usciamo facendo gara di insulti all’indirizzo del gestore, dei DJ, degli avventori e perfino dei baristi, fino a che l’irritazione svanisce e scoppiamo a ridere.
“Beh, che ore sono?” chiedo asciugandomi gli occhi.
“Solo mezzanotte meno dieci.” Dice Stefano quasi deluso.
“Ah!” non trovo nessun commento migliore.
“Che si fa?” chiede lui incerto.
Alzo le spalle. Non ne ho la minima idea.
“Beh – propone lui – cominciamo ad incamminarci …”
“… che poi si decide. Già sentita questa!” e rido nervosamente.
Saliamo in macchina. Il ritorno rischia di essere molto taciturno, ma per fortuna gli insulti all’indirizzo del Capriccio tengono in piedi la conversazione. Arriviamo sotto casa mia all’una meno venti. Stefano spegne il motore. Il momento è mio: decido con impeto.
“Senti, scusa, ti dispiace se rimaniamo un po’ qui? Se torno prima dell’una li abituo male e la prossima volta pretenderanno che torni a mezzanotte.”
“La prossima volta?” indaga Stefano sornione.
“Mica con te, scemo. Dicevo in generale.” Corner. Un punto per lui. Maledizione.
 Il suo sguardo si trasforma rapidamente: non è più tenero e infantile, ma sicuro e all’erta. Non voglio dargliela vinta troppo presto, anzi, non sono più sicura di voler concludere un bel niente. Tergiverso per un quarto d’ora, finché arriva il punto di non ritorno. Mentre mi bacia sento i nervi che si distendono. Anche i suoi. Il bacio è lungo, assetato, dolcissimo e appagante.
“Beh, adesso devo proprio andare.” Dico a malincuore all’una e qualche minuto. Mi accompagna alla porta, mi prende la testa tra le mani (brivido lungo la schiena) e mi bacia la fronte: è come se mi avesse marchiato a fuoco. Lo guardo allontanarsi, spavaldo, il sorriso del conquistatore sulle labbra. Scuoto la testa e suono il campanello, ricomponendomi per affrontare la famiglia.
Domenica mattina, risveglio stiracchiando i sogni della notte, rotolando mollemente nel suo profumo. Apro gli occhi e sorrido: consuntivo della serata? Sorprendente: non mi aspettavo nulla di quello che è successo; tipo stano, Stefano, decisamente originale. Non ci penso più fino a lunedì mattina, quando, arrivando a scuola mi scopro curiosa di sapere come ci saluteremo, come ci comporteremo. Non ho intenzione di cercarlo: l’incontro dovrà essere assolutamente casuale. Come evocato appare, scendendo a precipizio dalla scalinata, nemmeno si ferma a salutarmi: sorride appena, il suo sorriso spavaldo. No, questo non mi va proprio.
“Ehi, dico, non avrai mica intenzione di bigiare …” senza di me mi resta in gola quando vedo Monica seguirlo sorridente.
“Certamente!” mi dice lui senza fermarsi, senza cercare un contatto visivo, è già sparito.
Assumo automaticamente l’espressione neutra e indifferente che, per chi mi conosce bene, è indice di profonda frustrazione. Ah è così? Usa e getta come i kleenex? Bene, tesoro mio, la cosa è perfettamente reciproca. Ne trovo a pacchi come te. Anzi, il prossimo arriva fra una settimana. Dirotto immediatamente i miei pensieri su Hubert cancellando Stefano dalla memoria, inoltre la scuola è praticamente finita: mancano pochi giorni agli scrutini e poi solo l’esame di maturità ci separa dal reciproco oblio.
Arriva Hubert e riparte, lasciandomi con la consapevolezza che non lo rivedrò mai più. La cosa mi è del tutto indifferente: gli esami di maturità incalzano, devo mettermi a studiare, seriamente. Facile a dirsi, ma dopo dieci giorni di impegno solerte mi addormento sempre più spudoratamente sui libri e mi sveglio giusto per chiuderli e dichiarare a me stessa che per oggi basta così. Proprio durante una di queste poderose dormite, più che altro uno stato di semi-incoscienza cullato dalla calura estiva, squilla il telefono.
A questo punto devo fare un inciso. Una caratteristica incontrollabile del mio cervellino inquieto è la preveggenza. Cioè, ogni tanto, in modo del tutto casuale, ho delle premonizioni che puntualmente si avverano. Appaiono in forma di flash brevissimi, molto spesso sono solo un nome, un fotogramma, o un concetto, tipo “morte” o “nascita” abbinato ad un nome.
Ad esempio, quel pomeriggio, prima che il telefono squillasse ho ricevuto un’immagine del mio telefono insieme al nome di Stefano, per cui, quando il telefono ha squillato, sapevo già chi era. Però me ne resto buona e calma e aspetto che mio padre risponda, appoggi la cornetta sul tavolino, apra la porta della camera e mi annunci che c'è una telefonata per me. Rispondo tranquilla e fingo grande meraviglia quando la voce inconfondibile squilla: “Ciao, sono Stefano.”
“Toh, chi si sente! Come mai?”
“Così, avevo voglia di sentirti.”
Il brutto delle mie premonizioni è che sono troppo brevi, per cui a parte il fatto di sapere chi è l’autore della telefonata sono totalmente impreparata sul perché e soprattutto sulle mie reazioni al proposito. Deglutisco.
“Ah, sì? Bene.”
“Che cosa stai facendo?”
“Studio, naturalmente. Cioè, cerco di resistere alla voglia di sbattere via tutto e mi sforzo di ripassare qualcosa per l’esame. E tu?”
“Sto registrando un disco da Mauro.”
“Ah, sì? E quando studi?”
“Boh … tanto non mi manca molto. Dopo gli scritti me ne vado al mare per finire la tesina di italiano. Cioè, conto sul fatto di non essere interrogato prima del 15, ho calcolato tutto al millesimo.”
“E se invece ti interrogano prima del 15?” chiedo per non essere costretta a ripetere ah, sì.
“Allora sono fottuto.” Dice con una semplicità disarmante.
Sento che la conversazione languisce. Giriamo pigramente intorno all’argomento scritti/orali per mezz’ora durante la quale per ben tre volte ho l’impressione che Stefano stia tentando di dirmi qualcos’altro. Quando metto giù la cornetta ho memorizzato i seguenti dati:
1.      Dobbiamo incontrarci e metterci vicini il giorno degli scritti
2.      Dal 4 al 15 lui è al mare, indi irreperibile, ma dal 16 in poi dobbiamo rivederci.
Scrivo “dobbiamo” perché nel comunicarmi i suoi movimenti il suo tono era assolutamente categorico: ci mancava poco che mi chiedesse di prendere appunti.
La telefonata rimane un fatto totalmente isolato e subito dimenticato fino alla fatidica mattina dello scritto di italiano. Sono in piedi un’ora prima del necessario e arrivo a scuola mezz’ora prima dell’orario stabilito. Sarò l’unica scema, penso. Invece il marciapiede brulica di zombies pallidi, ansiosi, con l’occhio cerchiato di nero. Saluto tutti, scambio le solite battutine e improvvisamente mi sento perforare da due occhi verdi: è Stefano, in piedi, come incantato, di fronte a me. Quello è stato un momento da film, nel senso che di colpo la folla è sparita, il rumore si è attenuato ed il mio respiro è entrato in sincrono col suo. L’incanto è durato pochi secondi, lui mi è venuto incontro, mi ha squadrato da capo a piedi e ha commentato che avevo messo su ciccia. Una frase del genere gli sarebbe in altri tempi costata almeno un vocabolario in testa, oggi invece sorrido e dico che ci credo, visto che nell’ultimo mese non ho fatto altro che studiare e mangiare per il nervosismo.
“Paura?” chiede tenero.
“Uhm … così così.”
Ci guardiamo ancora, ma prima che lui riesca a parlare di nuovo viene fagocitato da un gruppo di suoi compagni di classe, io a mia volta vengo attorniata dalle solita cerchia di terrorizzate in cerca di appoggio morale, ci perdiamo di vista. Quando aprono i cancelli e la folla si muove compatta so che non potremo sederci vicini, un po’ mi dispiace.
Leggono il tema: seconda premonizione della sottoscritta che si avvera. Il tema letterario è sul decadentismo. Come avevo sempre saputo e come avevo tentato di comunicare a tutti i miei compagni di classe, inascoltata Cassandra. Almeno questa volta mi ero preparata alle conseguenze della premonizione, studiando quasi esclusivamente decadentismo, per cui me la sbrigo in cinque ore e poi di corsa a casa senza salutare nessuno: sono troppo felice che la prima prova sia andata così bene.
Il giorno dopo c’è la prova di specializzazione, cioè matematica per lo scientifico e prima lingua per il linguistico. Con un vocabolario in mano di solito faccio faville, per cui sono relativamente tranquilla. Come al solito, per noi quattro gatti di tedesco prima lingua ci sono i soliti pasticci: a quanto pare non siamo previsti dal ministero, per cui niente commissario d’esame e soprattutto niente busta col compito! Tutto sospeso mentre la commissione costernata cerca di risolvere il problema: sono libera di aggirarmi tra i banchi degli scienziati in attesa del loro commissario, scambiando chiacchiere qui e là. Lo vedo nel primo banco, proprio di fronte alla cattedra. Lo raggiungo.
“Ma allora sei proprio scemo.” Gli dico. Lui mi guarda frustratissimo.
“Taci, è stata quella stronza.” Cioè la solita prof pedofila, follemente innamorata di lui, lo sa tutta la scuola. Così se lo può godere in prima visione per quattro ore, la troia. Che nel frattempo arriva alle mie spalle, allarmata per le confidenze che ho osato prendermi con il suo cocco.
“Beh? Che ci fai tu qui? Torna nella tua classe.” Mi intima la troia. Mentre mi allontano la vedo rimproverare aspramente il povero Stefano e comincio ad odiarla con tutta me stessa.
Tornata in classe le brutte notizie non sono finite: il commissario d’esame è arrivato, una neolaureata più spaventata di noi, che ha fatto estrarre a sorte una versione scelta da un’antologia del Novecento. Ci dice di stare tranquilli, perché ha scelto due versioni facilissime e una solo un po’ più difficile per non dare nell’occhio. Naturalmente che cosa viene estratto? La versione più difficile. Ma che dico difficile: praticamente in runico. Io ed i miei compagni di sventura ci guardiamo negli occhi e in pochi secondi siamo tutti intorno al commissario, che rilegge la versione e sbianca.
“Non vi preoccupate - dice alla fine - tanto le devo correggere io. Fate quello che potete.” Certo, come no. Con la sfiga che ci perseguita come minimo alla fine del compito arriva il vero commissario nazista e ci ranza tutti. Fortunatamente, con il mio fido Langenscheindt non temo nulla: ci impiego tre ore e venti minuti, ma alla fine ne vengo a capo. Uscendo passo davanti a Stefano, vorrei dirgli che lo aspetto fuori, ma lo vedo stravolto sulle formule e tiro dritto.
Fuori mi imbatto nella prof pedofila che sta intrattenendo una delle sue vittime: un bellissimo ragazzo che conosco di vista. Appena mi vede mi saluta (!) e attacca bottone, dando l’opportunità al tipo di sfuggire alle sue grinfie. Mi fermo a parlarle prevalentemente perché vorrei evitare di andarmene magari due minuti prima che Stefano finisca il compito. La conversazione che segue è ai confini della realtà: mi sento attaccata come donna e rivale in amore da una donna che potrebbe essere mia madre e la cosa è già di per sé abbastanza sconcertante. Inoltre, senza essere sollecitata in alcun modo, la prof ci tiene a puntualizzare che Stefano è suo e che io non ho alcuna speranza, il tutto condito da un campionario di toni e sottintesi velenosi come solo le donne sanno fare. Esco totalmente frastornata dall’esperienza: di Stefano non mi importa più di qualsiasi altra storia superficiale avuta in precedenza, eppure mi sono sentita apostrofare come se fossi l’amante che insidia il marito di un’altra. Mi sorprendo a pensare che se la troia si azzarda a toccare Stefano con un dito le cavo gli occhi rendendomi conto che è un pensiero assurdo: meglio tornare a casa e dimenticare tutto. L’estate è lunga e ancor più lunga l’attesa dell’orale. Mi ributto nello studio, questa volta davvero disperato, con la coscienza di non aver fatto abbastanza, anzi, di non aver fatto altro che trastullarmi con i libri. Passano i giorni e le occhiate diventano sempre più marcate, comincio a fumare le prime Camel di nascosto per fermare il nervosismo crescente: mi fanno l’effetto di una canna, ma non bastano; il 14 luglio, presa della Bastiglia e vigilia dell’orale, vengo presa da una crisi depressiva.
“Non ce la faccio più. A che cosa serve? Qual è lo scopo di tutto? Anzi, qual è lo scopo della vita? Mamma, qualche volta penso che dovrei davvero farla finita: almeno smetterei di soffrire inutilmente.”
Mia madre valuta il mio sguardo, la tesina sull’esistenzialismo che ho finito di preparare e risponde con tranquillità: “Telefona a qualcuno e esci. Per oggi hai studiato abbastanza.”
Rido sardonicamente. Evidentemente leggere Sartre mi fa male.
“Chi vuoi che esca con me? Nessuno vuole uscire con me, non ho amici. E poi tutti stanno studiando.”
Mia madre si concentra.
“Quel tipo, come si chiama, l’amico di Mauro. Non ha mica l’esame il 27? Prova con lui, magari è meno impegnato con lo studio.”
“Certo, ma sicuramente non vorrà uscire con me.” Dico, ma intanto prendo l’elenco telefonico e cerco il numero. Risponde una profonda voce femminile. E’ la madre e mi informa che Stefano torna domani dal mare.
“Devo lasciargli detto qualcosa?”
Mi impappino e farfuglio alcune frasi sconnesse sul mio orale di domani e sul fatto che mi sarebbe piaciuto rivederlo prima delle vacanze. Lei mi assicura che riferirà senz’altro e io ho certezza che non ci pensa nemmeno. Torno in cucina e lancio uno sguardo torvo a mia madre:
“E’ al mare – dico accusatoria, come se fosse colpa sua – tralaltro me lo aveva anche detto. Ho fatto una bella figura da scema.”
Alla fine mia madre mi convince a fare un giro in bici per prendere aria. Si rivela un toccasana: rinuncio ai propositi suicidi, riesco a dormire cinque o sei ore e il mattino dopo sono perfino quasi calma. In compenso sono i miei genitori ad essere nervosissimi. Quando cerco di tranquillizzare mia madre, lei mi dice che non è nervosa per me, anzi, il mio comportamento è stato esemplare, quasi anormale paragonato ai figli sotto esame delle sue amiche. No, è nervosa per mio fratello, che adesso ha appena finito la seconda liceo. “Ma tu sai com’è Piero, così sensibile e apprensivo. Pensa alla tragedia quando toccherà a lui.” Sono allibita. Le ricordo che mancano ancora tre anni all’evento e cerco conforto nel caffelatte. Ma mio padre mi si para davanti con la faccia da occasioni solenni e mi dice: “Daniela, sai che ho fiducia in te e so che non mi deluderai in questa occasione. Ma devi assolutamente promettermi una cosa. Devi aiutare tuo fratello quando toccherà a lui. Sono molto preoccupato.”
Il caffelatte mi va di traverso e mi sale una potentissima incazzatura.
“E se ne riparlassimo quando io ne sarò fuori? Tra mezz’ora sono sotto, alle nove e mezza è tutto finito. Pensate che sia possibile rimandare la discussione sull’esame di mio fratello fino ad allora?”
Arrivo a scuola ancora furibonda e abbaio. “Guai a voi se vi fate vedere prima delle nove e mezza. Fuori dai piedi.”
Li guardo allontanarsi malinconicamente: è vero che mi avrebbero reso nervosa, ma stamattina la scuola è deserta: non ci sarà nessuno ad assistere al mio esame. In fondo mi dispiace. Respiro profondamente e apro la porta dell’aula dove la commissione è schierata.
Tutti quelli che hanno assistito al mio esame, entrati alla chetichella appena non potevo vederli, mi hanno detto che è stato uno show strepitoso. Lo show strepitoso per me invece è stato il ritrovarmeli schierati davanti alla fine dell’interrogazione, che applaudono, mi abbracciano, mi battono pacche sulla spalla. Qualcuno mi dà un grosso mazzo di fiori, un’amica mi allunga una scatola di cioccolatini, mia madre mi accompagna in cortile dove mi aspetta la bicicletta bianca dei miei sogni, comprata da giorni perché tanto erano sicuri che sarebbe andato tutto bene. Torno a casa in trionfo e il telefono comincia a squillare. E’ la mia amica Sara dal mare che vuole sapere come è andata. Non faccio in tempo a mettere giù che il telefono squilla di nuovo, va avanti per un’ora finché non mi accascio per terra ridendo. E’ cominciata la vacanza, la vera estate! Il telefono squilla per l’ennesima volta.
“Questa è sicuramente la nonna: manca solo lei.” Dico alzando la cornetta.
“Oh, finalmente! Dove sei stata tutta mattina? Sono due ore che ti cerco.” Urla la voce di Stefano. Sento una valanga di emozioni accavallarsi e rimango temporaneamente senza saliva.
“Senti un po’ disgraziato, io ho avuto un esame stamattina. Mica sono al mare a spassarmela.”
“Ah, vabbè. Allora perché mi hai telefonato ieri?”
“Che domanda idiota. Secondo te? Avevo voglia di vederti. Ci vediamo?”
“Sì. Domani mattina. In biblioteca. Mi trovi tra le nove e le undici e mezza.”
La vita è bella, Sartre è un comico francese e Kafka ha bruciato tutti i suoi manoscritti prima di morire. Ho tanti amici che mi urlano i loro complimenti, che mi regalano abbracci e fiori e cioccolatini e biciclette bianche e appuntamenti in biblioteca.
Il pomeriggio è una corsa in bicicletta sotto il sole, col vento che mi corre tra i capelli, finalmente libera da tutto. La notte invece è un incubo kafkiano. Porte chiuse, custodi che scuotono la testa, ho sbagliato data, gli esami sono già finiti, non ho fatto in tempo, devo tornare l’anno prossimo. Mi sveglio un po’ scossa e vado a lavarmi i denti. Mia madre entra in bagno preoccupata e dice: “Daniela, sono quasi le nove, sbrigati o non farai in tempo per l’esame.”
Inghiottire una boccata di Mentadent di prima mattina a digiuno è una delle esperienze più disgustose della vita. Ma almeno serve a rendermi completamente lucida e presente: pronta per l’appuntamento. Una breve corsa con l’ormai inseparabile bicicletta, poi la biblioteca greve di sudato terrore delle vittime che non sono ancora state interrogate. Come al solito non ho gli occhiali e per un attimo mi perdo nella marea di teste chine sui libri, poi due fari verdi e trentadue denti bianchissimi mi guidano al tavolo giusto.
In ogni storia d’amore c’è un momento magico in cui scocca la scintilla del fuoco divampante: bene, per me quella scintilla è scoccata tra i tavoli di una vecchia biblioteca polverosa la mattina del 16 luglio 1981. Mi avvicino trasognata all’incredibile splendore che è diventato Stefano dopo dieci giorni di mare: i capelli schiariti dal sole, morbidamente arricciati, tagliati di fresco ad incorniciare il viso; gli occhi di smeraldo incastonati in un viso color miele, risplendente di corse sulla spiaggia, sopra un sorriso dolcissimo; perfino i soliti jeans scoloriti e la maglietta a righe sembrano fatti apposta per valorizzare il fisico asciutto e slanciato. Non avevo mai considerato Stefano quel che si dice un bel ragazzo, ma oggi non è solo bello: è irresistibile. Tutto in lui emana fascino, un fascino strano, sornione, fatto di contrasti e di irregolarità, un fascino che solo molti mesi più tardi riuscirò a decodificare come sesso allo stato puro.
Sono passati vent’anni, ma per me Stefano resterà sempre il ragazzo abbronzato che scrutava la porta della biblioteca quel mattino di luglio.
Mi siedo di fronte a lui, mi perdo nel mare di smeraldo. “Ciao.” Dice lui semplicemente. Ma i suoi occhi dicono moltissime altre cose.
Riesco ad uscire dall’incantesimo solo quando smette di guardarmi per rituffarsi poco convinto nelle leggi della termodinamica. Saluto i suoi compagni di tavolo, faccio le solite battute sull’esame appena passato, parlo, sorrido, gesticolo, ma il mio pensiero costante è solo lui, Stefano: che cosa farà, che intenzioni ha, che cosa vuole da me. La sua espressione è impenetrabile, eppure i suoi occhi mi hanno fatto un discorso ben preciso, prima. Se almeno mi desse un segnale un po’ più concreto. Come se mi avesse letto nel pensiero, senza che la parte superiore del corpo abbia alcun movimento percettibile, sotto il tavolo le sue lunghe gambe si allungano verso di me e mi stringono i fianchi. Con totale naturalezza ha appoggiato i piedi sui bordi della mia sedia e mi trasmette leggere pressioni che possono essere considerate carezze. Spingo una mano sotto il tavolo, penetro guardinga sotto il bordo dei jeans e accarezzo la pelle asciutta del polpaccio, su fino a dove il mio braccio può arrivare senza dare nell’occhio. Restiamo così finché l’orologio segna le dodici e la biblioteca comincia lentamente a svuotarsi. Usciamo anche noi, insieme ai suoi amici, ma rimaniamo presto soli. Finalmente.
“Ho la macchina. Ti accompagno a casa.” Dice lui invitante.
“Ho la bici, grazie lo stesso.” sono costretta a rispondere. Lo vedo spiazzato e aggiungo impaziente: “Allora, usciamo insieme prima che vada in vacanza o no?”
“Sì, certo. Va bene oggi pomeriggio alle tre? In centro?”
“Perché non mi vieni a prendere a casa?”
“Non mi ricordo come ci si arriva: l’altra volta era buio.”
“Allora incontriamoci in Via Moroni, dopo il passaggio a livello. Tu ci devi passare per forza ed è vicino a casa mia. D’accordo?”
La ragione per cui ho riportato questo dialogo tecnico sarà evidente tra pochi paragrafi.
Torno a casa con la testa completamente fra le nuvole, mangio appena continuando a guardare nervosamente l’orologio: il tempo non passa mai. All’una e trentasette decido di stendermi sul terrazzo a prendere il sole: sapendo che non resisto mai più di mezz’ora calcolo i tempi e non ritengo necessario mettere la sveglia o chiedere a mia madre di chiamarmi. Così naturalmente mi addormento e quando mia madre mi scuote, preoccupata che mi scotti, sono le tre meno cinque.
Arrivo al passaggio a livello trafelata, col cuore in gola: non c’è nessuno. Guardo l’orologio: le tre e cinque. Non può essere già andato via. Mi calmo, mi rassetto e mi dispongo ad aspettare. La giornata è torrida. Passano file di macchine, rallentano, qualche conducente si sporge dal finestrino e mi fa gesti inequivocabili: non ho avuto una bella idea, penso stringendo le labbra e assumendo sempre più l’atteggiamento della dignità offesa. Cerco di estraniarmi e di guardare l’orologio il meno possibile. Le tre e mezza. Le quattro meno un quarto. La battaglia all’interno del mio cervello si fa sempre più furiosa: ti ha bidonato, dice la mia insicurezza; ci deve essere senz’altro stato un equivoco, ribatte l’orgoglio. Vattene subito: ti sei già resa abbastanza ridicola, suggerisce la mia dignità; non ti muovere o non ti troverà e tu non saprai mai perché sta tardando così tanto, urla il mio istinto. Alle quattro la battaglia è finita, il mio orgoglio è piuttosto malconcio e il mio aspetto è spaventoso. Sto per attraversare la strada e tornare ignominiosamente a casa quando l’inconfondibile 128 verde appare all’orizzonte, dalla parte opposta a quella da cui sarebbe dovuta arrivare. Dentro l’abitacolo intravedo un Stefano molto incazzato e sudato che spalanca due occhi molto cattivi mentre inchioda a un passo da me e apre il finestrino.
“Dove diavolo eri finito/a?” urliamo all’unisono. Segue bagarre di frasi concitate e accavallate.
“E’ dalle tre che ti aspetto qui. Non mi sono mai mossa!”
“E’ dalle due e mezza che ti aspetto al semaforo. Perché mi dici una cosa e poi ne fai un’altra?”
Segue spiegazione dell’equivoco. Sintesi della faccenda: ci siamo aspettati per un’ora (un’ora e mezza, puntualizza acido lui) a cinquanta metri di distanza, senza vederci.
“Non capisco come hai potuto non vedermi. Come minimo avrebbero dovuto fischiarti le orecchie dagli insulti che ti ho tirato dietro.”
“Sempre meno di quelli che ti ho tirato io. Inoltre io ne so molti di più.”
Scoppio a ridere. La situazione è troppo bizzarra, e anche leggermente imbarazzante: perché nessuno dei due ha mollato il colpo prima? La domanda rimane inespressa mentre ci dirigiamo verso il primo bar, scambiandoci insulti e piccole scortesie per gioco. Davanti alle bibite fredde attacchiamo a parlare di tutto, alla rinfusa, ansiosi di immagazzinare quanti più dati possibili l’uno dell’altra. Scopro la sua passione per matematica, fisica e informatica, la sua ambizione di entrare alla Normale di Pisa e la sua grande competenza nell’avanguardia musicale: cita nomi, fatti e argomenti a me perfettamente sconosciuti con un’espressione alternativamente ispirata e competente, passa da un argomento all’altro con grandissima facilità e io devo continuamente sforzarmi di non assumere l’atteggiamento dei bambini di fronte ad un cantastorie. Di colpo le mie conoscenze e i miei interessi mi sembrano una nullità di fronte al suo smisurato scibile: non mi capita molto spesso di discutere con un coetaneo maschio dotato del mio stesso livello di cultura, allenata da anni di discussioni con gli amici intellettuali di mia madre. Il fatto di trovarmi di fronte a qualcuno che non solo mi sta tranquillamente alla pari, ma mi supera di diverse lunghezze mi affascina totalmente. Stefano guadagna rapidamente un consistente numero di punti e un bonus per il sense of humour con cui argomenta le sue tesi. Mi sembra impossibile averlo considerato fino ad un mese fa un perfetto idiota e mi sento in dovere di dirglielo nel modo più diplomatico possibile. Lui sorride e ammette che fino alla terza liceo si era comportato da imbecille integrale, sia a scuola che fuori; poi, improvvisamente, si era scoperto curioso e assetato di sapere e fare un sacco di cose e la sua vita era completamente cambiata.
Al termine del pomeriggio scocca l’agognato bacio che suggella l’inizio di qualunque storia e dà il diritto di fissare subito il prossimo appuntamento, che in questo caso sarà per la sera stessa, in modo da recuperare il mezzo fiasco del pomeriggio. Nonostante luogo e ora dell’appuntamento vengano discussi e concordati nei minimi dettagli, sono di nuovo costretta ad aspettare un’ora tra gli sguardi interessati di un gruppo di militari in licenza e le ripetute avance di un pestifero turista francese. Quando la ormai familiare 128 verde si accosta al marciapiede abbasso la testa fino all’altezza del finestrino e sbraito. “Allora? Si può sapere dove sei stato questa volta?”
“Ad accompagnare mio padre all’ospedale. Ha avuto un infarto.” È la risposta neutra. Vorrei sprofondare. Lui mi consola, assicurandomi che non è niente di grave, per fortuna: solo un po’ di trambusto e naturalmente l’inconveniente per me della lunga attesa. Non oso fiatare finché non arriviamo in Piazza Vecchia, luogo di ritrovo della sua compagnia di amici, tutti ex esponenti dell’ultrasinistra in via di imborghesimento progressivo. Tutti, come era prevedibile, estremamente stupiti di vederci insieme, tanto che – ho saputo poi – la nostra storia è stata il pettegolezzo principale dell’estate.
Mi sento un po’ a disagio in mezzo a tutta quella gente a cui non ho molto da dire e che non ha avuto molto da dirmi negli ultimi tre anni, ma Stefano mi abbraccia, assertivo e protettivo nello stesso tempo. Restiamo un’ora con i sui amici, poi Stefano mi guarda con lo stesso sguardo dolce e delicato della prima sera insieme:
“Andiamo?”
“Sì, andiamo.” Rispondo completamente soggiogata. Sono totalmente inconsapevole che la performance davanti ai suoi amici è stata lucidamente intenzionale, la cosiddetta mostra del trofeo appena conquistato.
Torno a casa molto più tardi del previsto, dopo una lunga passeggiata conclusa con una corsa sfrenata giù per le scalette fino a Porta Nuova, per evitare la domanda che scoppia comunque cento metri prima di casa mia.
“Mi verrai a trovare in montagna?”
“Non so – risponde lui totalmente compreso nella parte del conquistatore. – Devo sistemare alcune cose con un paio di sbarbine.”
Accuso il colpo passando immediatamente alla mia espressione neutra e vagamente distratta.
“Beh, non importa. Anzi, forse è meglio così: anch’io devo sistemare le cose con un paio di tipi.”
Stefano inchioda davanti a casa mia, facendomi quasi sbattere la testa contro il vetro. Mi afferra per le spalle e con la faccia più incazzata che gli ho mai visto mi molla un ceffone simbolico. Io sono felicissima.
“Ah, bene, bene. Le cose stanno così, allora? Tu sbarbine sì, io tipi no? Sarai mica geloso alle volte?”
E’ arrossito talmente violentemente che si vede perfino alla luce fioca del lampione, sotto l’abbronzatura.
A casa volo a letto crogiolandomi nel suo profumo e sogno cose terribilmente decadenti ma enormemente piacevoli. L’indomani mi alzo a malincuore e preparo le valigie per la montagna. Che odio già di default; in particolare quest’estate mi sembra il confino.
Decido di trarre profitto dalle avversità: faccio lunghe camminate e sto a dieta, con l’obiettivo di smaltire i chili presi durante la preparazione dell’esame di maturità. Tra passeggiate, letture e insalate passano anche questi cinque giorni, più un sesto che faccio passare io a viva forza, mordendomi le dita per resistere alla tentazione di toccare il telefono. All’alba del settimo giorno, vigilia della partenza per il mare, piena di nervosismo compongo il suo numero.
“Ciao, sono tornata stamattina e domani riparto per il mare. Ci vediamo stasera?”
Sì, ci vediamo e sì, alla grande. Ai soliti baci si aggiungono carezze più ardite e baci che provocano peccaminosissime vampate di fuoco al basso ventre e rossori nascosti solo dalla debole luce della luna, che bruciano più di ogni altra cosa.
Al ritorno, mia madre mi guarda con disapprovazione e con orrore mi toglie una foglia dai capelli.
“E questa cos’è?”
Fortunatamente le volto le spalle, per cui la vampata di rossore passa inosservata. Cerco di assumere il tono più naturale possibile mentre invento una spiegazione plausibile dell’accaduto. Mia madre non indaga più di tanto: non so se per merito della spiegazione o per rifiuto inconscio della ovvia verità. Corro a letto col cuore che batte a mille, sperando fervidamente che nessun altro segno di quello che è successo sia visibile. L’indomani, partenza per il mare e ormai abituale dolore sordo alla bocca dello stomaco. Non voglio lasciare la città che per la prima volta nella mia vita mi ispira ricordi meravigliosi: nemmeno il pensiero di Sanremo, la mia località di vacanze preferita e lungamente agognata, mi risolleva il morale. Guardo fuori dal finestrino e penso ossessivamente a Stefano: sei ore di viaggio, sei ore di Stefano. Forse mi fa bene, perché quando passiamo le spalliere di fiori della riviera di ponente ho esaurito tutti i ricordi e le nostalgie e mi sembra di poter ripartire purificata per godermi le vacanze. Non mi passa nemmeno per la testa di rinunciare alle immancabili avventure estive solo perché adesso c’è Stefano e infatti mi metto subito all’opera, però questa volta non mi diverto come le altre estati: il fatto di avere per la prima volta un termine di paragone, seppur molto approssimativo, con cui misurare gli uomini che incontro, mi rovina il gusto dell’avventura. Quando poi Stefano telefona per comunicarmi l’esito degli esami mi assale un’ondata così forte di nostalgia che perfino il mio uomo del momento se ne accorge e mi chiede come mai sono così assente.
“E’ inutile, non ci riesco. Io lo amo.” Dico più a me stessa che a lui, disperata.
Lui abbassa lo sguardo e dice solo: “Se lo ami perché stai con me allora?”
“Per non pensarci – il mio è quasi un urlo – Per fare finta che non sia vero. Perché è una cosa troppo grande e io non riesco a sopportarne il peso.”
Me ne vado, non gli parlo più, non voglio più vederlo, non voglio più vedere nessuno che mi ricordi la mia debolezza. E Sanremo non sarà più la stessa, da adesso.
Finalmente si torna in città. Sei ore di viaggio, sei ore di sofferenza lancinante. Guardo il nastro nero dell’autostrada dipanarsi lento, troppo lento, non ce la faccio più.
A casa le ore passano con una lentezza insopportabile, aspettando una telefonata che non arriva, girovagando con un’amica e un’altra e un’altra ancora, evitando accuratamente di parlare di lui. Resisto fino alle nove di sera e poi mi arrendo e compongo il suo numero. Risponde la madre, mi informa che Stefano sarà di ritorno in serata o l’indomani mattina. Un’altra notte, forse un altro giorno: sento che non riuscirò a resistere. Vado a letto agitatissima, non riesco a dormire e mi rivolto fino all’alba, poi crollo sfinita. Mi sveglio di soprassalto dopo poche ore: lui è qui. Ha suonato alla porta. Tendo le orecchie, ma sento solo i rumori familiari dei miei genitori che fanno colazione: sono le nove passate, l’aria è calda e elettrica, sta per succedere qualcosa.
Il suono del citofono perfora l’aria e il mio cervello. Non aspetto che mia madre risponda e venga a chiamarmi: sono già in piedi, alla frenetica ricerca di qualcosa di adeguato da indossare sopra le mutandine di cotone bianco.
“Intrattienilo mentre mi vesto.” Urlo a mia madre che mi sta per annunciare la visita: lei è troppo frastornata per accorgersi che qualcosa non torna nella sequenza temporale delle battute ed esegue.
Mi precipito in sala, senza fiato, il cuore in gola. Lo abbraccio e lo bacio di fronte a mia madre che è in evidente stato confusionale. Ci salutiamo con un parsimonioso ciao, ma nello sguardo che ci scambiamo quel monosillabo si espande fino a diventare un’intera dichiarazione. Parliamo eccitati, divorandoci con gli occhi, incuranti delle condizioni al contorno, ossia mia madre che si sta riprendendo lentamente dallo shock, parliamo a voce alta, troppo alta, e acuta, per coprire lo spaventoso desiderio che si è impossessato di noi e ci sta bruciando le viscere. E’ stato allora che ho capito, senza ombra di dubbio, senza una sola esitazione, che Stefano era l’uomo, the one, quello a cui avrei dato tutta me stessa.
E mi stupisco che avvenga così, senza preavviso, senza il contorno di candele, musica, vino e complicità notturna, come ci hanno abituato le produzioni hollywoodiane. C’è solo un desiderio acuto, insopportabile, terribilmente carnale, animalesco, primitivo. Sento le pulsazioni e le contrazioni al basso ventre: non le ho mai sentite prima, ma istintivamente le riconosco. Allora è questo, penso cercando di controllare i battiti del cuore, assaporando la corsa delle endorfine verso il cervello. Se non ci fosse stata mia madre non ho il minimo dubbio che avrei perso la verginità in quel preciso istante, in pieno giorno, sul tappeto del salotto. Purtroppo mia madre c’è e quindi sono costretta a scusarmi un attimo mentre vado a vestirmi. Segue la mia prima doccia fredda per calmare i bollori. Riguadagno sufficiente compostezza per vestirmi e uscire in strada camminando quasi normalmente: le gambe hanno smesso di tremare solo qualche secondo prima. Ripensandoci adesso, ammiro l’autocontrollo di Stefano, che non solo si è comportato come se nulla fosse per tutto il giorno, ma quando gli ho chiesto di fermarsi a dormire da noi non ha azzardato una mossa falsa, nonostante l’evidente stato di supereccitazione.
Però da quel momento le carezze e i baci si fanno più intensi e profondi ad ogni appuntamento, come se si trattasse di un lunghissimo amplesso a puntate: una telenovela.
All’inizio di settembre, improvvisa, la notizia che devo partire per l’Inghilterra nel giro di tre giorni. Casco completamente dalle nuvole: non capisco. Mia madre mi ricorda che era stata una mia specifica richiesta come ricompensa per la maturità. Naturalmente me ne ero totalmente scordata e naturalmente adesso annaspo: ho sempre desiderato due cose nella mia vita: ritornare a Sanremo e in Inghilterra, ma non avevo mai sognato ne’ previsto Stefano nella mia vita e adesso tutti i miei desideri precedenti si ritorcono contro di me.
Cerco di spiegarlo a mia madre, la quale, inflessibile mi ricorda che Stefano sta per andare a Pisa, quindi è perfettamente inutile che rinunci all’Inghilterra per un rapporto che è destinato a finire comunque presto, oppure a dover sopportare lunghe distanze.
La maledetta Normale! L’esame di ammissione che Stefano sta preparando da luglio, la cosa a cui tiene di più in assoluto: avevo completamente rimosso questo ostacolo alla mia felicità. Sono costretta a capitolare e preparare di nuovo le valigie.
A poco a poco mi faccio una ragione anche di questo e l’entusiasmo per il viaggio tanto desiderato mi riprende lentamente.
“Mi dispiace che non ci vedremo fino alla fine del mese, ma tanto mi sa che non ci saremmo visti comunque, vero?” gli dico il pomeriggio prima della partenza, eccitata alla prospettiva del viaggio. Lui è piuttosto giù, non capisco se sia invidia per il mio viaggio o altro, fatto sta che non pare contento di vedermi partire. Saluta un gruppo dei soliti amici e si immerge subito nella conversazione con due di loro, lasciandomi in balia di me stessa. Normalmente non ho nulla da dire a questa gente, ma oggi mi sento magnanima: mi siedo accanto ad una tremenda strega ultrafemminista di AO con cui ai tempi della scuola mi sono più volte scazzata e faccio finta di interessarmi a quello che dice. Si parla di università e mi azzardo a chiederle che cosa ha intenzione di fare. Mi risponde con sufficienza, senza sollevare gli occhi dall’inseparabile lavoro a maglia, che si iscriverà ad un corso per manager pubblicitari e di colpo la mia attenzione si desta.
“Un concorso? E dove?”
“A Milano.”
“Che cosa interessante! Da chi è organizzato? Come si partecipa?”
“E’ della Regione Lombardia, ma non ti dico niente altro perché meno persone sanno qualcosa meglio è per chi partecipa.”
Mi mordo le labbra stizzita: vorrei darle due sberle e farle sputare tutto, ma capisco che ogni mia insistenza sarebbe vana. Ormai si è chiusa in un muro di impenetrabilità che, penso con cattiveria, deve aver allenato durante gli interrogatori della polizia. Memorizzo i pochi dati e mi riservo di sguinzagliare mia madre che conosce non so più chi in Regione.
Intanto Stefano mi fa segno di avvicinarmi e mi annuncia che si va tutti a cena a San Nicola: “Così fa anche da cena di addio per noi due.” Aggiunge dolcemente. Deglutisco per scongiurare la lacrimuccia, annuisco a denti stretti e vado ubbidiente a casa a prepararmi. Sarà veramente una cena d’addio quella di stasera? Se, come è praticamente certo, Stefano verrà ammesso alla Normale, temo proprio che non ci rivedremo più, o meglio, potremo anche rivederci, una volta ogni tanto, ma non si può chiedere ad un ragazzo diciannovenne di rimanere fedele per cinque anni ad una ragazza distante 300 km. Il solo concetto mi fa ridere.
Il campanello mi riscuote dai pensieri tetri. Mi precipito giù, inseguita dalle inutili raccomandazioni di mia madre, concentrata solo sulla cena, perché sia davvero indimenticabile.
La cena è ottima, la compagnia anche, Stefano è il massimo della vita. Quando mi abbraccia e mi dice scherzoso “Che cosa farei senza di te?” gli rispondo leggera “Moriresti, probabilmente.” Ma il sorriso si spegne subito e penso che, lui non so, ma io morirei davvero.
Poi arriva il momento in cui rimaniamo soli. L’incanto si rompe improvvisamente.
“Quando ti rivedrò?” gli chiedo piena di desiderio.
“Mai.” Dice lui con il suo sorriso da schiaffi.
“Non scherzare, dico seriamente.”
“Sono serissimo.”
Lo mando a quel paese e divento nervosa ed irritabile: per la prima volta desidero che le carezze e i baci finiscano presto, voglio solo tornare a casa e piangere.
“Mi accompagni al treno, domani?”
“Forse.” È la laconica risposta. Decisamente stasera non gira. Me ne vado irritata. E piango nel cuscino, secondo copione.
Ma il giorno dopo lui è lì e le ultime ore insieme sono bellissime. Evitiamo gli addii strazianti fino all’ultimo momento, poi ci sono i bagagli da caricare, i biglietti da controllare, le ultime raccomandazioni, gli auguri. Quando il treno è partito mi accorgo di non aver detto a Stefano quanto mi sarebbe mancato e quanto lo amo.
“Non troviamo mai il tempo per dirci le cose più importanti.” Commento a mezza voce mentre la mia vicina mi guarda di traverso. Le sorrido stupidamente e improvvisamente mi viene voglia di piangere. Non piango, naturalmente, mi avvolgo nel golfino e chiudo gli occhi cercando di dimenticare tutto e tutti.
Il viaggio è lungo e scomodo: piove sempre, fa freddo, accumuliamo ritardi su ritardi. Arriviamo a Calais sfiniti e sul traghetto la maggior parte dei viaggiatori si sente male. Quando arriviamo a Londra, totalmente sfatti, devo ancora lottare con gli incomprensibili telefoni inglesi per comunicare il mio arrivo: mi aiuta un bellissimo ragazzo dai capelli rosso fucsia e venti spille da balia nelle guance e nelle orecchie. Una piccola cosa che però mi fa ritornare il buonumore: ne avrò molto bisogno per sopravvivere quattro settimane nella famiglia del curato di un paesino rurale a nord di Gloucester.
Arrivata a destinazione, la prima cosa che faccio è stendere una lettera con le cose importanti da dire a Stefano. L’opera prende parte della notte e tutta la mattina dopo: il risultato è a dir poco deludente. Sono riuscita a mettere insieme quattro pagine di assolute banalità da femmina deficiente. Decido inspiegabilmente di spedirla comunque e cerco di non guardare troppo spesso la posta in attesa di una risposta che non arriverà mai. Arriva invece, dopo quindici giorni, una telefonata sorprendente di mia madre. Mi ha iscritto al concorso per manager pubblicitari, ma per essere ammessa alla selezione occorre che io elabori e spedisca un curriculum vitae di almeno due cartelle. Nella vita non ho fatto molto oltre la scuola, quindi mi devo lambiccare il cervello già ampiamente provato da due settimane di full immersion nell’inglese alla ricerca di eventi degni di nota da riportare sul curriculum, infine mi devo spaccare le dita per batterlo su una Corona del cinquantasei sistema QWERT, cioè con la m al posto della virgola e la w al posto della z. Terminata la fatica non riesco a riacquistare la padronanza della lingua locale per due giorni, nei quali comunico a gesti.
Ma questo è niente paragonato alla tortura di dover subire, day in day out, il racconto dettagliato delle prodezze sessuali delle due figlie del curato con svariati maschi locali. Costretta a rivelare di essere ancora vergine alla tenera età di diciotto anni, vengo guardata come una specie di subnormale e mi alieno le già tiepidissime simpatie di Rachel e compagni, inclusi i maschi che se già prima mi guardavano a malapena, adesso mi ignorano del tutto. Resterò per tutte le quattro settimane l’ospite italiana, sinonimo di impegno imbarazzante, straniero, quindi essere inferiore, che dobbiamo sopportare per spirito di carità. Non riesco a capacitarmi di come siano razzisti gli inglesi, come sia possibile che un Paese così sublime e struggente come l’Inghilterra ospiti una civiltà tanto fetente. Aspetto con ansia il giorno in cui lascerò il gloucestershire per tornare a Londra: un giorno e una notte di totale libertà prima della partenza del treno. A Londra respiro a pieni polmoni la metropoli, mi cibo delle sue vaste prospettive, della folla colorata, degli odori esotici, del frastuono totale: come in ogni metropoli non esistono stranieri perché che ne sono troppi e finalmente mi sento a mio agio. Riparto con un proposito fermissimo: tornare a vivere a Londra, per sempre, molto presto.
A Milano mi attendono una notizia buona e una cattiva: sono stata ammessa alla selezione per manager della pubblicità e il primo colloquio è fra mezz’ora. Guardo disperata il mio vestito stazzonato, la mia faccia gonfia di sonno, i miei capelli unti, la mia pelle piena di sfoghi dal disgustoso cibo inglese e apostrofo mia madre. “Secondo te quante speranze ho di passare il primo colloquio in questo stato?” Fortunatamente gli esaminatori sono stati avvertiti della mia situazione e mi fanno solo compilare un modulo, rimandando il vero colloquio al giorno dopo: ho meno di venti ore di tempo per rendermi presentabile. Mi abbatto sul sedile posteriore della macchina dei miei non senza prima aver domandato se Stefano si è fatto sentire. Alla risposta negativa cala il buio e perdo conoscenza.
Dei giorni seguenti ho solo un vaghissimo ricordo: colloqui, test attitudinali e ancora colloqui, singoli, a coppie, di gruppo. Poi tasse da pagare, iscrizione all’università, esami di ammissione alla scuola interpreti: mia madre mi costringe a tenere in piedi più opzioni nel caso la principale vada male. Quando tutto è finito sono iscritta alla facoltà di lettere e filosofia, corso di laurea in lingue e letterature straniere, ho rinunciato alla scuola interpreti scatenando le ire di mia madre e aspetto ansiosamente due telefonate: Stefano e il corso per manager pubblicitari.
La telefonata di Stefano arriva per prima ed è una delusione: ha passato gli scritti, sta studiando per gli orali, non sa quando saranno, forse la settimana prossima. Nessun accenno a noi due, niente di personale. Piombo nella depressione più nera, che non migliora quando, telefonata dopo telefonata, la permanenza di Stefano a Pisa si protrae fino alla fine di ottobre. La notizia che la prof pedofila è insieme a lui a Pisa e lo sta assistendo nello studio mi porta molto vicina al suicidio: arriva a salvarmi la telefonata degli organizzatori del corso per manager pubblicitari che mi annuncia che ho passato le ultime selezioni e sono stata ammessa allo stage pagato presso una delle principali agenzie di pubblicità in Italia.
Siccome piove sempre sul bagnato, nel giro di una settimana arriva anche l’ultima telefonata di Stefano da Pisa, che mi annuncia i risultati degli orali e il suo rientro a casa entro la fine della settimana. La prima settimana di novembre: la settimana dei morti.
Che meravigliosa coincidenza! Penso sarcastica. Si accettano scommesse sulla continuazione della nostra storia. Ma quello che mi dà più pena è dover sopportare gli sguardi e i mormorii dei conoscenti comuni sulla vicenda. A gara tutti si alternano a chiedermi notizie di Stefano, a me che ne so sempre molto meno di loro, puntualmente informati dalla rete di vittime della prof pedofila. Ma capisco anche – e la cosa mi sorprende - che la loro cattiveria è solo un modo disperato di asserire la loro forza in un mondo che si sta progressivamente disgregando sotto i loro occhi impotenti. Finiti i grandi movimenti del ’68 e del ’77 a cui si sono sempre ispirati, finita la scuola e la convivenza forzata in microcosmi, fuori dal gruppo e dall’adolescenza si sentono tutti improvvisamente soli, piccoli e deboli.
Per conto mio non è cambiato molto: continuo a passare le serate a casa ascoltando la radio, fumando, scrivendo, pensando a Stefano, come ho sempre fatto. E’ la mia magrissima rivincita, la rivincita di chi è sempre stato fuori da tutto e non si sente quindi più debole, più solo o più piccolo di prima.
E arriva anche la prima domenica di novembre, triste, sporca e piovosa. Sto mangiando un dolce con le mani, davanti ad uno stupido teleromanzo in TV, totalmente abbruttita dall’inverno incombente e dalla mancanza di Stefano, quando squilla il telefono. E’ lui. E’ tornato. Ci vediamo stasera: mi viene a prendere.
Non posso crederci, rimango imbambolata per un istante col telefono in mano. Vedo passare in un flash la faccia di Stefano che dice ad una donna sconosciuta devo sistemare una cosa e torno. Sento un grande dolore alla bocca dello stomaco: mi guardo allo specchio, mi trovo pallida, grassa e brutta. Dove è finita la ragazza che sorrideva radiosa sotto l’abbronzatura dorata e correva in bicicletta col vento nei capelli? Sospiro e mi preparo all’inevitabile.
Invece lui arriva, mi saluta, mi bacia, un’espressione indefinibile sul volto.
“Allora, non mi chiedi come è andato l’esame?” dice.
“Come è andato l’esame?” ripeto meccanicamente, pronta al colpo mortale.
“Male. Sono stato bocciato.” Risponde lui con un’alzata di spalle, lottando con il suo orgoglio ferito.
“Oddio! Come sono felice!” non riesco a trattenermi. Mi mordo le labbra, mi ricompongo, mentre dentro di me la speranza assurda che adesso tutto tornerà come prima inizia ad espandersi.
“Cioè, volevo dire, come mai? Cosa è successo? Gli scritti li avevi passati no?”
“Sì, agli scritti tutto bene, ma agli orali ho completamente sclerato. L’emozione, forse, infatti ero nervosissimo.” Sta sul vago, evidentemente non vuole parlarne e io lo assecondo, farei qualunque cosa per vederlo tornare a sorridere. Quando mi bacia di nuovo la folle speranza che lui sia sempre lui si riaccende.
Ma dentro di me so che non è così, so che è successo qualcosa, non so che cosa, che lo ha cambiato profondamente, almeno nei miei confronti. La sua passione si è spenta, non mi tocca quasi più, o perlomeno, non come prima. Inizia una serie di giorni tutti uguali, scanditi dal treno della mattina per andare a Milano, dal cineforum del venerdì, dalla birreria con amici del sabato e dal campionato di calcio la domenica. Le occasioni per vedersi si diradano: colpa dell’università che ci porta via molte energie, colpa del mio nuovo lavoro in pubblicità a Milano, colpa di che?
Tento inutilmente di sapere, di sondare: Stefano si è chiuso in se stesso, evita qualunque comunicazione di livello meno superficiale dei commenti sui film e sulle partite.
Arriva dicembre, arriva Natale. Arriva la mia decisione di andare a vivere a Milano: è tutto già organizzato e devo solo fare le valigie, un’altra volta. Questo significherà un’ulteriore contrazione delle occasioni per vederci, ma il treno delle 7:08 mi sta uccidendo, non ce la faccio più. Il commento di Stefano alla mia decisione è “Va bene.” Come, va bene? Non ti dispiace nemmeno un po’? Alzata di spalle, sguardo vuoto. E’ tutto finito, penso con dolore, un improvviso brivido di freddo che fa male al petto.
No, non ancora. Non per me. Costi quel che costi, fosse l’ultima cosa che facciamo insieme, Stefano è l’uomo, the one, colui che mi è stato destinato: non avrebbe senso con nessun altro, non la prima volta. Le altre non contano. Voglio che la prima volta sia con lui: lui o nessun altro.
26 Dicembre, mi alzo tardi e appena apro gli occhi so che sarà oggi. Stefano ha promesso di venirmi a prendere nel pomeriggio, è previsto un giro di auguri dai soliti amici. Niente che non si possa disdire. Mio padre è di servizio al distretto, mio fratello in montagna, mia madre andrà come tutti i giorni a trovare mio padre alle quattro e tornerà con lui dopo le otto di sera. Quattro ore di assoluta libertà e una casa vuota.
Mi preparo con cura. Aspetto. Alle tre e mezza arriva Stefano. Alle quattro mia madre si alza e dice “Uscite anche voi, vero?” La guardo negli occhi, impassibile. “Sì, certo, tra mezz’ora al massimo.” E capisco che cosa deve aver pensato Giuda.
La porta si chiude, il silenzio cala su di noi. Guardo Stefano negli occhi, calma, determinata. Accendo la radio. Ci sediamo sul letto, chiacchieriamo, ridiamo, tutto diventa sempre più forzato. Come fare? Mi chiedo. Sta per succedere e ancora non ho trovato il momento di spiegare, di dire … Stefano mi bacia e in quel momento capisco che non c’è niente da dire, non c’è mai stato niente altro da dire.
Rabbrividisco al contatto della mia pelle nuda con la sua pelle nuda, con le sporgenze sconosciute del suo corpo scarno. La mia espressione stupita lo lascia perplesso. Mi guarda, interrogativo.
“Ma … che cosa vogliamo fare?” dico strozzata: la cosa più idiota che potessi dire. Oh, per favore, date lo stop, voglio rifare la scena!
“Non vuoi?” sussurra lui, cercando di mantenere un tono dolce e sommesso ma già roco dall’eccitazione.
“No, cioè, certo che sì, ma …” non ci riesco, non ci riesco, fermate tutto: voglio scendere.
“Vuoi o non vuoi?” dice lui molto vicino all’irritazione, la voce resa profonda dall’eccitazione che sento premere sempre più insistentemente contro le mie mutandine, ultimo baluardo dell’infanzia.
“Non l’ho mai fatto. Mai, con nessuno.” Esplodo guardandolo negli occhi e sentendomi morire. Mi guarda come se mi vedesse per la prima volta.
“Ah, ma allora …” esita, sento che sta per alzarsi.
“No! Non hai capito!” ansimo al limite della disperazione. “Con te sì, con te voglio!” L’ho detto nel modo peggiore, ma l’ho detto, finalmente.
Mi abbraccia, mi bacia, sorride e mi guarda con i suoi occhi di una volta, di quando forse mi amava anche lui. Ma basta, non voglio pensare, non c’è più niente da pensare. Chiudo gli occhi e mi abbandono al suo abbraccio. Con te, con te tutto, con te in capo al mondo.
 
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