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Come rovinare tutto col mio solito tatto

Quell’anno mi ero dovuta trasferire a Londra per lavoro. Una bella seccatura, considerando che ero appena riuscita a convincere il mio recalcitrante fidanzato Paolo a convertire il nostro precario rapporto in una promessa di matrimonio. Prima della partenza c’erano state promesse di eterna fedeltà e relativo scambio di anelli, nel primo mese di trasferta quotidiane telefonate inzuppate di sospiri, poi le telefonate si erano progressivamente inaridite e diradate: segno inequivocabile che Paolo, lontano dalla mia influenza, stava inesorabilmente regredendo allo stadio di maschio promiscuo e libertino.
L’unico lato positivo della situazione era che per la prima volta questa consapevolezza non mi aveva portato alla depressione acuta. La ragione di ciò stava nel fatto che, lontana dall’influenza di Paolo, avevo cominciato ad accorgermi dell’esistenza degli altri uomini. In modo anche troppo violento: la cosa stava assumendo i connotati inquietanti di un’infezione virale. Mi ero perdutamente invaghita di tutti i miei colleghi di lavoro, fattorini inclusi, al ritmo di uno alla settimana. Le mie notti erano tormentate da sogni erotici di preoccupante complessità, i miei giorni erano scanditi dalle vampate di calore al semplice contatto visivo con la passione del momento.
Inizialmente avevo cercato di ignorare i sintomi dell’infezione, ma il giorno in cui avevo avuto un principio di orgasmo al contatto della mano del ragazzo che ci portava il caffè avevo dovuto arrendermi all’evidenza che la fedeltà in condizioni di astinenza forzata è biologicamente impossibile. Avevo dunque abbandonato ogni ritegno e mi ero lanciata sul mercato locale. Il quale, valutato obiettivamente, offriva poco o niente - almeno a me. Sì, perché una cosa è sognare ad occhi aperti di farlo a destra e manca con chiunque, ma trasportare i desideri nella realtà è molto più complesso. Come minimo occorre ottenere il consenso della controparte, e tutti i maschi per cui avevo sbavato – incluso il ragazzo del caffè – erano già variamente impegnati, omosessuali e/o non interessati all’articolo. Per cui lo stato di astinenza forzata permaneva e l’ombra nera della depressione cominciava a fare capolino. Solo la telefonata di Paolo che mi annunciava la sua visita per la settimana dopo Pasqua mi aveva rinfrancato lo spirito: valeva 7 giorni 7 di sesso estremo. Se ci arrivavo viva.
La sera dell’invito a casa di Richard, vigilia del Venerdì Santo, ero quindi orientata alla rassegnazione passiva nell’attesa del mio legittimo amante. Richard era uno slavatissimo esemplare di britannico DOC con mire non ancora dichiarate, che per questo mi invitava regolarmente fuori. Quella sera mi aveva chiesto se mi andava una pizza a casa sua insieme ai suoi coinquilini ed una comune amica allo scopo di decidere come organizzare le vacanze di Pasqua, che avevano colto tutti loro di sorpresa e senza impegni. La casa in questione apparteneva a George, figlio scapestrato di un conte di chiara fama, si trovava dietro Westminster Abbey, era stata dichiarata patrimonio artistico nazionale insieme a tutto il vicolo, meta di turisti e la BBC ci aveva girato tutti i film di Sherlock Holmes. Richard snocciolava i fatti con calcolato understatement: credo volesse impressionarmi, probabilmente contava sul fatto che mi sarei lasciata abbagliare dallo sfoggio combinato di nobiltà, arte e celebrità e sarei passata sopra al suo aspetto batraceo.
Arrivati alla famosa casa nel celeberrimo vicolo, mentre aspettavamo che George ci aprisse la porta, una MG blu modello Due per la Strada è entrata nel piccolo cortile, ha inchiodato e l’autista ha urlato “Qualcuno mi aiuta con le pizze?”
“Questo è John.” Ha commentato Richard. Io mi sono sentita in dovere di rispondere alla richiesta e mi sono avviata verso la macchina, da cui nel frattempo era sceso un cumulo di scatole da pizza con le gambe. Ho tolto la metà superiore della pila e ho immediatamente perso la coordinazione cardiaco-respiratoria. Dietro la pila è apparso l’esemplare maschile più bello che avessi mai visto sul suolo britannico: bruno, occhi azzurri, pelle color miele e un sorriso da incantatore di serpenti. “Ciao, sono John e tu devi essere Sandy.” Ha detto togliendomi anche la funzione vocale. Quell’uomo era una centrale atomica di fascino: emetteva radiazioni che andavano dritte all’ipotalamo e facevano saltare la centralina. Non ho coscienza di quello che ho risposto e di come siamo arrivati in casa: le gambe mi tremavano e avevo una massa di gelatina al posto del cervello. Mi ricordo solo che il resto della serata è stato un documentario a ripresa fissa su John, una lunga panoramica dei movimenti lenti e ipnotici dei suoi occhi, del piccolo fremito che attraversava il suo naso quando rideva, delle curve morbide e sensuali delle sue labbra, del movimento felino delle sue spalle, dei movimenti fluidi delle sue lunghe mani da pianista, del suono della sua voce dall’accento leggermente esotico e melodioso, di tutto quello che era visibile e percepibile ad un metro di distanza attraverso la barriera architettonica del tavolo, dei bicchieri e delle bottiglie.
Richard, George e l’altra donna erano macchie indistinte nello sfondo ai lati dell’inquadratura, rumori di fondo. Non ricordo assolutamente gli argomenti della conversazione: il pilota automatico si prendeva cura degli obblighi sociali lasciando la mia coscienza libera di nutrirsi di John.
Quella notte, a casa, ho avuto la fantasia erotica più porca della mia vita: una cosa talmente intensa da lasciarmi senza fiato e con il desiderio incontrollabile di scoparmi un palo della luce come surrogato della materia prima. Praticamente sono impazzita: è l'unica giustificazione che ho per come mi sono comportata dopo.
Dovevo avere John: adesso, subito! Problema: avevo solo 7 giorni di tempo prima che Paolo atterrasse a Heathrow. Opportunità: 4 di questi giorni erano vacanze.
Prendo in mano il telefono e comincio a telefonare a casa di Richard a raffica finché non lo trovo. Lo affronto di petto e dopo quattro parole di circostanza gli dico: "Senti, io sono pazza di John, me lo devo fare, capito? E anche alla svelta perché sabato prossimo arriva il mio fidanzato dall'Italia. Devo concludere questa cosa prima. Puoi aiutarmi?"
Ora, a parte qualunque considerazione su come ci deve essere rimasto quel poveraccio di Richard, rileggendo adesso quelle parole - e sono passati 10 anni - rabbrividisco ancora dall'orrore. Richard si mette a ridere e dice che sono pazza. Io, implacabile "Sì, sono pazza. Allora, mi aiuti?" Richard sospira, promette che farà quello che può. Mi richiama alle sei del pomeriggio con una scusa e poi, con tono che puzza di finto come una bambola gonfiabile: "John ti vuole parlare: te lo passo." John arriva al telefono, recita benissimo la parte di quello che passava di lì per caso e mi chiede se mi va di uscire con lui per andare a bere qualcosa la sera stessa. Usciamo, si girano un paio di pubs molto graziosi e poi mi porta da amici suoi - tipi bizzarrissimi, straintellettuali poveri che vivono in luridi council flats nel più profondo e malsano sud est di Londra (tipo SE25) - ai quali sembra tenere molto e ai quali mi presenta come amica di vecchia data.
Sono perplessa. Non capisco la ragione della mossa, mi sembra un’inutile perdita di tempo: a quest’ora potremmo già essere in qualche posto tranquillo a fare sesso selvaggio. Comunque cerco di comportarmi come si deve: sorrido alle battute e fingo di trovarmi a mio agio in mezzo a pareti macchiate di muffa e coperte indiane slavate. Quando finalmente ce ne andiamo, John mi lascia sulla porta di casa mia dopo interminabili ore passate a chiacchierare in macchina, con un castissimo bacio sulle labbra. Ma che bacio! Da sciogliermi completamente: la sua bocca è calda, asciutta e dolce, avvolgente, travolgente. Mi si bagnano le mutandine e passo la notte in bianco, arrapata e insoddisfatta come dopo un coitus interruptus.
La mattina dopo mi richiama e mi chiede se ho voglia di fare un giro in campagna. Si chiacchiera del più e del meno, mi chiede che cosa ne penso dei suoi amici, rispondo diplomaticamente. Di sesso nemmeno un accenno: anche questa volta finisce con un bacio sulle labbra a notte fonda.
Sono fuori di me: praticamente ho la bava alla bocca. Ma come, mi avevano parlato di scopate selvagge contro muri umidi con maschi a cui si è state presentate tre minuti prima, mi avevano detto di non aspettarmi i corteggiamenti latini e di andare al primo appuntamento senza mutande per tagliare i tempi morti. Leggende metropolitane oppure ho beccato l’ultimo gentleman rimasto sul suolo inglese? Sarà la mia solita sfiga, penso masticando frustrazione e cioccolatini per calmare l’agonia ella carne. Mi aggrappo con le ultime forze all’appuntamento concordato per la sera di Pasqua: cena a casa sua, velatissima implicazione che la casa sarà vuota (George e Richard sono in campagna da amici comuni). Con questo siamo al terzo appuntamento, quello in cui perfino il galateo italiano consente di passare all’azione. Se giochiamo bene le carte fanno due scopate prima del rientro in ufficio e magari ci scappa la terza infrasettimanale.
Mi preparo con biancheria da battaglia e mi presento puntualissima e smaniosa con bottiglia di vino regolamentare alla porta della famosa casa dietro Westminster. La porta si apre e un frastuono confuso di voci, risate e musica mi investe. George sogghigna, già ubriaco, fa una battuta pesante che fingo di non capire e mi scorta in sala da pranzo. La casa è piena di gente che viene e va: sembra che tutti i parenti e gli amici di Richard e George abbiano deciso di venire in visita e fermarsi a cena. John mi bacia come se niente fosse e mi dice che George e Richard sono tornati prima perché in campagna si rompevano le palle. “Non è meraviglioso? Un party a sorpresa per pasqua.” Sorrido angelica mentre la bile mi sale agli occhi, ma sono ormai troppo arrapata per cambiare programma: questa sera gioco per vincere, costi quel che costi. Resisto ad ore ed ore di insulsa conversazione con una marea di ubriachi che mi fiatano puzzolenti alitate sul collo: dribblo Richard con agilità e fingo di non cogliere le allusioni volgari di George. Dopo un lasso di tempo interminabile gli ospiti si diradano e io chiedo a John se mi riaccompagna lui a casa fra un’oretta. Dice di sì, ma naturalmente è chiaro ad entrambi che io da lì non mi muoverò nemmeno con le ruspe. Lancio occhiate velenose a Richard che dopo un intervallo ragionevole fa per dileguarsi, ma George se ne sta lì con tutta l'aria di volersi fare altri tre whisky, con comodo. Io friggo e lancio occhiate in tralice a John che rimane imperturbabile. George comincia a farmi domande sempre più personali, a cui rispondo con educato distacco, ad un certo punto mi fissa la mano e fa "Ehi, ma quello è un anello nuziale! Sarai mica sposata?" IL MALEDETTO ANELLO! Naturalmente mi ero totalmente dimenticata della sua esistenza e quindi non avevo pensato di toglierlo. Sono completamente spiazzata e nel silenzio carico di attesa che segue le parole di George non trovo di meglio che dichiarare "Non ancora. E' un anello di fidanzamento. Sono fidanzata, in Italia." Mi viene da piangere e mi butterei dalla finestra. C'è un silenzio di gelo nel quale Richard ne approfitta per dare a tutti la buonanotte, George sogghigna soddisfatto, perfettamente consapevole di essere riuscito a rovinare la serata, e manda giù un sorso. Io mi arrendo e dico, con la morte nel cuore "Beh, si è fatto tardi. John, mi accompagni a casa?"
John si riscuote e dice. "Certo, vieni che prendo le chiavi."
Mi accomiato da George e lo seguo, John mi porta in camera sua e chiude distrattamente la porta, poi si siede pensoso davanti al camino e accende il fuoco.
Forse non tutto è perduto, penso con l’ultimo barlume di ottimismo. Mi guardo intorno: la stanza è piena di cimeli di viaggio: aggancio il tema con la forza della disperazione e chiedo a John dei suoi viaggi. Si apre un orizzonte infinito mentre mi parla del suo giro del mondo, apparentemente dimentico della scena nel salotto, gli occhi gli si illuminano ed io mi perdo nel loro incantesimo e nella melodia della sua voce finché la musichetta del Big Ben seguita da tre rintocchi mi sfonda i timpani. Mi riscuoto e dico "Ma è tardissimo!"
"Sì, è un po' tardi per tornare a casa. Se vuoi puoi fermarti qui a dormire." Dice John con studiata indifferenza.
"Qui dove?" chiedo io.
"Qui. C'è abbastanza posto per due." Dice lui indicando il suo letto con un gesto molto ampio del braccio.
Oddio, ci siamo! Penso io. Eppure qualcosa nel tono in cui John ha pronunciato l’invito è così casuale da farmi sospettare che fosse solo troppo stanco per accompagnarmi a casa.
Poi tutto succede improvvisamente: con un solo gesto alla Full Monty lui si è spogliato e si è infilato sotto le coperte; non faccio nemmeno in tempo a vedere se ha addosso qualcosa o no. Io, per non sbagliare, tengo su un discreto numero di indumenti intimi e mi infilo a letto.
"Dormi con tutta questa roba addosso?" chiede genuinamente stupito.
"Beh, dipende..." dico io noncommittal e aspetto.
Lui non dice niente. Mi guarda e poi si gira dall’altra parte.
Mi ritrovo a fissare il soffitto e le fiamme del camino, imbarazzatissima, inguainata nella mia ridicola biancheria nera di pizzo, col terrore di aver frainteso completamente le intenzioni di John. In questi casi, dopo il primo momento di smarrimento, l’imbarazzo si trasforma in rabbia e divento aggressiva.
"Ehi, non sentirti in dovere di scoparmi." Dico sarcastica.
Lui si gira verso di me: "Ma che cazzo dici?"
“Dico, se vuoi dormire, dormi pure. Mica ci rimango male se …” non riesco a finire la frase: lui mi ha tolto tutto quanto l’armamentario con un solo, morbido gesto e ... dio mio, la sua pelle! Da non credere: velluto, velluto caldo, sensuale: le sue labbra sono sulle mie, ma tutte le mie sensazioni sono concentrate sulla sua pelle. Non finivo mai di accarezzarla, ancora, ancora, mi faceva impazzire, credo di avere anche urlato, sono venuta in tre secondi netti e poi ancora, ancora e ancora.
Lui come amante non era male, ma avrebbe anche potuto stare lì senza fare niente: era tutto nella sua pelle! Emanava fascino: non ho mai più provato sensazioni del genere e ancora adesso, se ho qualche difficoltà a concentrarmi, penso per un attimo alla sua pelle e l'orgasmo è assicurato entro trenta secondi.
Alla sigaretta postcoitale ero totalmente obnubilata ed è questa la mia unica giustificazione per la mia totale impreparazione alla sua reazione, quando mi ha fatto la domanda più insensata di questa terra:
“Che cosa pensa il tuo fidanzato italiano di questo?”
“Che cosa c’entra adesso il mio fidanzato italiano?” dico stralunata, quasi strangolandomi con una boccata di fumo.
“Sì, come lo vede il fatto che tu adesso sei qui con me?”
Il mio sguardo stupefatto gli fa riformulare la domanda in termini più elementari.
“Perché hai fatto quello che hai fatto con me se hai un fidanzato in Italia?”
Porca puttana, come glielo spiego adesso? Dico, in sintesi e pure in inglese? Deglutisco ancora, boccheggio e la gola mi diventa secca di colpo. Quando rispondo la voce sembra uscire da una tomba.
“Non pensarci proprio: a lui non gliene frega niente. Il nostro concetto di coppia è piuttosto aperto.”
Al che lui naturalmente ha preso la mia mano, quella con l’anello, me l’ha messa davanti agli occhi e ha detto “Se tu fossi la mia donna e facessi questo a me io ti ammazzerei.”
Il momento era cruciale. A questo punto, se fossi stata meno cretina, avrei dovuto dirgli qualcosa del tipo "Hai ragione, non so che cosa mi sia successo, oddio che cosa ho fatto!" e fargli capire che il mio amore per lui era tale da avermi fatto completamente perdere la bussola. Una balla, d'accordo, ma era quello che lui avrebbe voluto sentirsi dire.
Invece, con l’aggressività irritata dalla situazione di imbarazzo, gli ho detto “Ma non ci pensare, ma che te ne frega? Non è un problema per me o per Paolo, davvero.”
Senza pensare nemmeno per un istante che, ovviamente, era un problema per lui.
Inutile dire che quella memorabile scopata è rimasta anche l’unica. John non mi ha più chiamato: ci siamo visti una volta sola, dietro mia sollecitazione, con grande imbarazzo, in un pub affollato dove per tutto il tempo non ha fatto altro che chiedermi di Paolo, del nostro rapporto, delle mie intenzioni nei confronti di Paolo, delle intenzioni di Paolo nei miei confronti.
“Hai detto che Paolo arriverà domani. Che cosa gli dirai?”
Chiaramente mi stava offrendo l'occasione di rispondere "Guarda, ci ho pensato e ho deciso che lo mollo: non posso fare finta di amarlo, è ovvio che non lo amo." Non so se si aspettasse che lo avrei fatto veramente. Ma si aspettava come minimo che lo dichiarassi, per mettere a posto la sua coscienza. E io che cosa ho detto?
“Proprio niente. Che cosa dovrei dirgli? Queste cose sono sottintese.”
“In che senso, sottintese?” John stava evidentemente facendo un grosso sforzo per non buttarmi la sua birra in faccia, ma io allora ne ero totalmente inconsapevole.
“Devi cercare di capire la natura del rapporto tra me e Paolo. Mi rendo conto che non è facile ma noi due abbiamo un rapporto molto particolare.”
“Io capisco solo che tu hai al dito un anello di fidanzamento.” Ha ribattuto John, caparbio. “Quando vi sposate?”
“Ma che ne so! Non certo prima dell’anno prossimo. Adesso io sono qui e lui è in Italia, non c’è nulla che posso fare per cambiare questa situazione. Tu pensi che lui mi sia fedele? Ti assicuro che non è così.”
“Il punto non è questo.”
“A me sembra invece che il punto sia veramente questo invece. Non c’è un vero impegno da parte sua. Non nel modo in cui pensi tu.”
“E da parte tua?”
Un lungo silenzio nel quale è caduta la mannaia del mio destino. Mi sembra tutto altamente assurdo: io volevo solo un’avventura: perché stiamo parlando del mio futuro? Perché John mi sta chiedendo di mentire, di illuderlo? Si dice sempre che gli uomini devono fare credere ad una donna di amarla per poter scopare, ma che gli uomini abbiano bisogno della stessa cosa mi è totalmente aliena. In ogni caso, non ho mai saputo mentire su questo argomento e non ho alcuna intenzione di cominciare adesso.
John ha sospirato e ha bevuto l’ultimo sorso di birra. Poi, con la voce controllata del perfetto gentleman inglese mi ha detto: “E' evidente che tu, nel tuo strano modo, lo ami molto. E’ stato bello averti conosciuta, ma penso che dovresti tornare da lui. E’ la cosa migliore. Adesso scusami ma devo proprio andare.”
Poi è sparito, non ha più voluto rispondere alle mie telefonate e anche Richard, imbarazzatissimo, mi ha confessato che John non si era mai comportato così in precedenti analoghi, implicando che io dovevo veramente averla combinata grossa. Ha concluso con la preghiera di non scocciarlo più sull'argomento perché era una faccenda tra me e John, in cui lui non amava essere immischiato.
La spiegazione che ho sempre dato a me stessa di tutta la vicenda è che John non era attratto sessualmente da me come io lo ero da lui e che i suoi tempi e modi di riscaldamento erano decisamente diversi dai miei. Non ho mai osato pensare che John volesse un rapporto esclusivo perché si era innamorato di me. Se fosse così dovrei ammettere di aver lasciato andare via un Grande Amore unicamente per la mia totale mancanza di tatto.
 
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