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A Kiss in the Dreamhouse

Si è infiltrato subdolamente sotto la mia pelle, quasi per caso, approfittando di un rigurgito della memoria stimolato dalla visione di uno scampolo multisensoriale di cielo grigio e carico di pioggia, mare arruffato, rena ghiaiosa e scura, sciabordio delle onde, odore frizzante delle alghe. Si è nascosto, virus paziente, esplorando i recessi più deboli della mente, analizzando le aree da colpire, studiando la strategia di attacco. Poi ha iniziato a piluccare qui e là tra le mie visioni oniriche: un dettaglio, un luogo, una frase. Ha progredito rapidamente fino ad occupare lo spazio di un intero flash: location, dialoghi, luci. Pochi istanti che lasciavano una traccia confusa nello stream del risveglio. Poi, il primo attacco: durante un fiacco sogno ricorrente, quello della ricerca senza fine, di colpo, vividissimo nel grigio piovoso, lo scoppio di luci, i flash, sempre più incalzanti, il dialogo, lungo, elaborato, inequivocabile.
Vola altissimo, nuota e fluttua negli abissi bluastri del mare magnum. Un’illusione, una di più, che importa. Vita parallela, vita nascosta, strade che non si incroceranno mai, neuroni impazziti nella loro vertiginosa corsa al centro dell’atomo. Implosione isterica, forse mi restano pochi mesi, poche settimane, o ancora decine e decine di anni, chi lo sa. Per questo, qui ora è tutto quello che importa. Ogni giorno come se fosse l’ultimo, senza mai voltarsi, senza pensare a domani. Afferra tutto quello che puoi, tutto quello che riesci ad afferrare, inghiottire, tenere giù. E se anche lo vomiterai, anche se è cattivo e ti farà male, questa è una cosa che accadrà domani. Oggi non c’è, quindi non esiste.
Ma non ti scoperò subito.
Non ancora.
Il sublime piacere dell’attesa, il desiderio dell’impossibile, la catarsi della rinuncia. Togli questo calice dolce dalle mie labbra affinchè ne possa godere di più quando finalmente lo berrò, dopo, più tardi, cioè mai.
Sento che potrei venire solo con un gesto delle tue labbra, indovinato, a mille km, dietro l’interfaccia ASCII, pulsante a 64 bps.
Dammene ancora un po’.
Eccita i miei sensi anelanti, assopiti da anni di esistenza al bromuro, atrofizzati da interminabili notti bianche.
White nights, white lights, white city, white lies.
Ne ho abbastanza e non ho abbastanza tempo. Devo prendere tutto adesso, subito. Domani non mi interessa, non c’è, non ci sarà più.
Sparami tutto in vena adesso, subito. Fallo. Pensami, desiderami, di più, ancora, fino a che non ti farà male, fino a che qualunque cosa ti sembrerà meglio di questa attesa, sublime parossismo del dolore che diventa piacere, intenso, irrinunciabile.
Sentirmi dentro le tue vene, scorrere fino al cuore, pompare fuori, nei polmoni, nel fegato, nei reni e ancora più giù, più avanti, finchè ogni poro della tua pelle, ogni organo, ogni muscolo, ogni tendine del tuo corpo urlerà di dolore e di estasi.
 
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