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It Takes a Second to Say Goodbye

Erano seduti intorno al tavolo. La luce calda e leggera della candela brillava nelle loro pupille e giocava con il soffitto alle ombre cinesi. Stavano in silenzio, con le dita intorno al piattino dove le gocce di cera si raggrumavano in una pozzetta: lasciavano le loro impronte nella massa molle. Non mancava nessuno; lo scricchiolio delle foglie che sbattevano contro il vetro della piccola finestra e l’ululato della tramontana erano gli unici rumori che tenevano loro compagnia. Poi Gianluca parlò e la fiamma della candela vibrò un poco. Disse: Qualcuno dovrà pur cominciare, poi stette zitto e contemplò l’impronta che il suo pollice aveva lasciato nella cera ormai indurita. Annetta disse piano, togliendo anche il suo pollice dal piattino: Vado io. Gli altri stavano silenziosi a controllare che la cera delle loro impronte si fosse rappresa. Annetta si alzò piano, facendo frusciare dolcemente la sedia sul pavimento, si infilò il giubbone e prese il mitra. Guardò ancora una volta il piattino in cui le gocce di cera continuavano a cadere e aprì la porta. La fiamma fu scossa dal vento che si insinuava nella sua nera striscia, poi la porta si chiuse dolcemente. Allora Stefano tolse il suo pollice dalla cera e, senza parlare, cominciò a prepararsi per uscire. Il crepitio delle foglie secche sembrò interrompersi per un attimo quando un crepitio più forte e ritmato si fece sentire. Ma fu un attimo solo, poi il vento riprese a fischiare la sua vecchia ballata e una goccia di cera cadde nella coppetta filigranata del pollice di Annetta. Stefano prese il mitra e aprì la porta che si richiuse con un colpo secco: la fiamma della candela si piegò violentemente e stava quasi per spegnersi. Mauro e Lucia alzarono contemporaneamente gli occhi e si guardarono, quindi Lucia annuì e tolse il dito dalla cera. Mauro aspettò mentre Lucia si avvolgeva la sciarpa intorno al viso e poi staccò anche il suo dito dal piattino. Uscirono insieme, col mitra a tracolla, mentre per la seconda volta il vento e le foglie sembravano placarsi. Una cascatella di cera riempì la conca del dito di Stefano. Gianluca rimase seduto, solo. Si appoggiò alla spalliera della sedia e guardò le cinque impronte che presto sarebbero state cancellate dalla cera liquida. Aspettò che il crepitio si ripetesse, forte e regolare, per la terza volta e immaginò che dovesse durare più degli altri due, quindi si alzò e prese il mitra. Le gocce di cera avevano ormai riempito le quattro conche lasciate dalle dita degli altri e si accalcavano ai bordi della sua. Gianluca aprì la porta stancamente e uscì scivolando nel vento freddo. La porta si chiuse. La fiammella ebbe un guizzo lungo e dorato, si piegò dibattendosi e rovesciò un filo di cera nell’impronta di Gianluca. poi si spense.
 
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