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dance with a stranger

milano metropoli

Questa volta ho programmato tutto. Mica come le altre volte che mi riducevo ad uscire dall’ufficio cinque minuti prima dell’appuntamento, afferrando un taxi al volo, cercando di rifarmi il rossetto e la riga sull’occhio tra una frenata e un semaforo rosso. Poi ti credo che i vestiti fighi del mio amico stilista rimangono incellofanati nell’armadio e le foto ricordo mostrano una sconvolta strazzatissima tra fighe perfettamente truccate e addobbate.
No. Questa volta no. C’è l’amministratore delegato e tutto il board del cliente, ho appena pagato due sacchi per il rifornimento semestrale dall’amico stilista: il nuovo vestito da cocktail rosso è uno sballo planetario e dato che ultimamente mi dimentico di mangiare ho anche quel look vagamente anoressico che fa tutta la differenza.
Alle diciannove e zerocinque spengo il computer e attacco il voice mail. Allora: adesso chiamo il taxi e mi faccio portare dal parrucchiere sottocasa che già mi aspetta per il ritocchino al capello e intanto mi faccio fare anche le mani e il trucco che tra tutto sembro il muro di Berlino a natale dell’89. Poi prenoto l’altro taxi per le otto e venti, così ho il tempo di salire su a rinfrescare l’ascella e cambiarmi come una vera signora. Metti pure che ci sia traffico, alle nove meno venti sono al Globe: dieci minuti di ritardo sono perfino politically correct.
Bel piano. Mi congratulo con me stessa mentre il numero del radiotaxi suona occupato. Faccio l’altro numero. Li faccio tutti. Tutti occupati. Che palle. Mi tocca andare a piedi fino al parcheggio di piazza Cavour. Vabbè. Scendo di corsa, apro il portone e mi trovo di fronte ad un megaingorgo. La settimana della moda è finita, lo smau inizia dopodomani, che cazzo succede anche oggi, incidente? Mi avvio a passo sostenuto verso piazza Cavour, controcorrente, tra file di macchine fumanti e solidamente statiche. Meno male che non ho trovato il radiotaxi, penso tra me e me, vuoi vedere che faccio prima così? Arrivo a piazza Cavour in scioltezza e mi assale una strana sensazione: c’è qualcosa che non va. Il parcheggio taxi è deserto: una bolla inquietante di vuoto all’interno di uno scenario apocalittico. La fermata del tram trabocca di persone accalcate ovunque. Intorno, tripla fila di macchine ferme e frementi. Clacson a tutto spiano e brontolio di motori. Come in un film del realismo dopoguerra appare un tram, il 2 barrato, sembra uscito dallo sfasciacarrozze: è un modello vecchissimo, scrostato. Arranca faticosamente fino alla fermata e le porte si aprono come pustole eruttando gente. Gente appesa ovunque, braccia fuori dai finestrini, gente che cerca di entrare, lamenti soffocati, imprecazioni, sguardi da vitelli al macello. Mi si stringe la gola, non capisco. Guardo interrogativa alcuni rassegnati passeggeri in attesa del prossimo tram e percepisco, al di sopra del rumore assordante, la parola sciopero. Di colpo un velo della mia mente si squarcia e visualizzo il memo arrivato tra gli altri ventisette ieri mattina e subito rimosso: sciopero mezzi dalle 18 alle 22, domani. Cioè oggi. Cioè adesso.
Cazzo, cazzo, cazzo, cazzo. Iniziava così anche porci con le ali, ma qui la storia è molto più pesante. Allora, piano b: annullare parrucchiere e correre a casa - a piedi, naturalmente e meno male che tra piazza Cavour e casa mia ci vogliono solo venti minuti. Mentre corro metto il redial a oltranza sul numero del radiotaxi dal cellulare, prima o poi ne beccherò uno. A casa: doccia, vestito, gel nei capelli, trucco. Le mani le faccio nel taxi mentre vado al ristorante, coll’ingorgo faccio anche in tempo ad asciugare la seconda passata di smalto.
Il piano b procede benissimo fino al taxi. Che non c’è. Alle otto e venti, docciata, inguainata, gellata, truccata e smaltata di fresco mi ritrovo in strada smanettando il cellulare come un’invasata mentre cammino. Il percorso più breve per Piazza Cinque Giornate sarebbe Morgagni-Pisacane-Fiamma, ma se voglio beccare un taxi ho più speranze con Buenos Ayres-Porta Venezia-Majno-Bianca Maria. Il traffico è ritornato normale, cioè incasinato ma almeno scorrevole. Nessun taxi in vista. Il radiotaxi sempre occupato. Aumento il passo, mi posiziono mentalmente sulla velocità 6.6 del runner, con il tubino di taffetà e i tacchi a spillo fa un effetto strano, soprattutto quando cominciano a sudarmi le ascelle. Slaccio il soprabito per aumentare la ventilazione interna, incrocio due marocchini rattrappiti dal freddo che rallentano e mi guardano a bocca aperta. Benvenuti a Milano, penso aumentando la velocità a 6.9. Porta Venezia è ingorgata: devo slalomare tra le macchine ferme e ormai ho perso la speranza di trovare un taxi, ma almeno lo smalto sulle unghie si è asciugato senza sbavature. Viale Majno è un’oceano scuro puntinato di rosso: quattro file di macchine ferme più la fila a scorrimento inverso dei lavori in corso. Sospiro, metto via il telefonino e aumento la velocità a 7.5 - cambio di passo da trotto a corsa. Sento che il tubino si sta alzando sulle cosce e provo perfino un brivido di sottile piacere masochista. All’altezza di piazza Duse l’orologio segna le nove meno dieci: vorrei piangere, ma non ho tempo, continuo a correre e a momenti inciampo in una macchina nera tipo bmw messa di traverso, a fari spenti. Dribblo imprecando e scorgo con la coda dell’occhio il guidatore intento in una concitata conversazione telefonica. Fanculo anche a te e alle tue telefonatine porno, penso acida e invidiosa del suo stato felicemente automobilista. Ma mentre doppio il muso interminabile dell’auto tipo bmw il tipo chiude il telefonino, abbassa il finestrino e urla “Scusa, Cinque Giornate?” Mi fermo fulminata. Mi giro, lo guardo ammutolita. Lui ripete: “Piazza Cinque Giornate.” Io urlo “Ci vado anch’io. Aspetta.” Rifaccio la circumnavigazione del muso della tipo-bmw, apro la portiera, mi infilo dentro.
“Ti prego, portamici, è per di là.”
“OK, basta che sai davvero come arrivarci.” Bofonchia lui sconcertato.
“Certo che so come arrivarci! E’ facilissimo! E’ praticamente sempre dritto, dopo il terzo semaforo. Non sei di Milano?” evidentemente, dicono i miei occhi.
“Sì, certo, ma di un’altra zona.” Dice lui sempre meno convinto e avvia il motore. Ci immettiamo nella coda che ha iniziato a muoversi. E’ incredibile, è pure figo: bruno, occhi neri, non più di trentacinque anni, tipo agente o venditore. Visibilmente disorientato dalla mia aggressività: sicuramente si chiede che razza di pazza sono e in che razza di guai si è ficcato. O forse sta pensando quello che sto pensando io e cioè … no, va là, che idee.
Sorrido e mi affretto a chiarire: “Di solito non salgo sulle macchine degli sconosciuti, ma questa è un’emergenza. Con lo sciopero dei mezzi non c’è un taxi in tutta Milano e io avrei dovuto essere là venti minuti fa.” Lui sorride e mi guarda. Mi sa che stiamo pensando la stessa cosa. Ma dice. “E’ una cena?”, annuisco.
“Di lavoro. Tutto lo stato maggiore del cliente. E io in ritardo.” sorrido ancora. Noto per la prima volta che il tubino è scivolato indietro fino al bordo delle autoreggenti. Lascio? No, dai, non esageriamo. Tiro giù con discrezione.
“Che lavoro fai?” chiede ancora lui, credo per rompere il silenzio che si sta facendo imbarazzante.
“Pubblicità e tu?”
“Vendite immobiliari.” Ci avrei giurato. O quello o agente di commercio.
“Ah, sei un agente allora. Che ditta?”
“Case Milano.”
Peccato. Se era Tecnocasa gli attaccavo un bottone sull’agenzia di via Porpora che mi aveva venduto le case. Come se mi leggesse nel pensiero rilancia la conversazione.
“Pubblicità quale?”
“Quella che vedi in TV, sui giornali, sui poster. Come questa qui. Ecco, questo è un cliente dell’agenzia in cui lavoro.”
Adesso è impressionato.
“E tu vai a cena con questi qui?” dice incredulo.
“Sì, al Globe. Quello in cima al Coin.”
“Ah già …” fa lui, ma evidentemente non ha la più pallida idea di che cosa sto dicendo. Rilancio io, con il sorriso più bastardo del mio repertorio abbinato alla voce da charmer.
“Ma tu sei un vero angelo. Adesso credo nell’esistenza di dio. Senza di te non ci sarei mai arrivata.”
Lui sorride. Eddai, cazzo, chiedimi come mi chiamo, dove lavoro, chiedimelo! Fra trenta secondi esco da questa macchina e dalla tua vita.
“Ecco: terzo semaforo, questa è piazza Cinque Giornate, qui c’è il Coin, io sono arrivata. Fermati pure.” Dico allegramente. Lui esegue come un automa, è totalmente smarrito. Ma quanta strada pensava di dover fare? Li sa contare i semafori? Apro la portiera e scendo. Lui mi guarda, si sporge verso di me e dice in fretta.
“La Besana. Sai dov’è la rotonda della Besana?”
“Certo. E’ qui avanti. Vai sempre dritto, non puoi sbagliare. La vedi per forza: è tonda, è per quello che si chiama rotonda.”
“Ah, OK.” Dice guardando dubbioso nel buio puntinato di rosso e verde.
“E grazie un casino. Davvero.” Dico col sorriso bastardo.
“Di niente. Buona cena.”
“Anche a te.”
Chiudo la portiera e schizzo sul marciapiede: corro verso la porta del Globe senza voltarmi, chiamo l’ascensore. Mi riaggiusto le calze, il tubino, il soprabito. OK, adesso basta. Tra nove piani c’è il mio cliente e la cena. Fine della parentesi surreale, back to business.
Però è stato carino. Magari al ritorno lo rifaccio.
 
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