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manifesto contro la maternitá

Riemerse dal baratro senza coscienza in un turbinio di gommapiuma soffocante nella gola. “E’ finito?” le sue prime parole impastate di sonnifero e di bruciore sordo in fondo al ventre.
“Sì, è finito.” la voce arrivava percuotendo milioni di pareti che si sfondavano con colpi ovattati. Finito finito finitofinito: le lacrime bruciavano più di quello, contro le guance bollenti. Aprire gli occhi, solo sollevare le palpebre inchiodate, squarciare il buio angosciante di dubbio. “Chi c’è qui?” fu solo un mormorio indistinto.
“Che cosa dice?” “Mettile del ghiaccio, va tutto bene.” chi parlava? Turbinava tutto in un vortice di colori brucia brucia bruciano le lacrime brucio dentro, com’era? Quanto era grande? Che ore sono? Il ghiaccio freddo arrivò come un colpo a tradimento e tutto cadde precipitando nel buco.
Continuò a svegliarsi a strappi di impaziente inquietudine: sto bene, voglio andare, sto bene, portatemi a casa prima che si sappia, sto bene, sto bene!
Spalancò gli occhi sul bianco abbagliante del soffitto e li richiuse gemendo: bruciava tutto e la nausea stava salendo dal basso ventre in spirali sempre più strette. Sbatté le palpebre ancora, doveva vedere!
La stanza era vuota, non c’era nessuno. “Mamma.” chiamò raschiando la gola e tutto il corpo ricominciò a bruciarle insopportabilmente. Nessuna voce, niente. Richiuse gli occhi sfinita: il ghiaccio si era sciolto e la massa di acqua cominciava a bruciarle più del ventre pulsante. Suonò il campanello e attese, le sembrò infinitamente tanto: si era addormentata di nuovo: doveva reagire.
“Che cosa c’è?”
Non aveva sentito arrivare l’infermiera: le infermiere hanno sempre un passo troppo leggero.
“Il ghiaccio ... c’è qualcuno?” doveva aprire gli occhi.
“Non c’è nessuno.” le mani dell’infermiera sotto le coperte, lo strappo della borsa bollente, il vuoto, la nausea.
“Quando esco? Sto bene.” adesso era agitata, doveva calmarsi.
“Non certo prima di domani mattina.” la voce secca, autoritaria.
“Devo uscire, devo uscire, sto bene! Avvertite Diana, deve venirmi a prendere!”
“Se ne riparla domani.” la voce dura, sbrigativa, i passi frettolosi si allontanavano impercettibilmente, il vuoto, ancora. E le lacrime, insieme al rossore divampante, alla vergogna, all’orrore.
“Stai calma, calmati.” la voce dolce, il ghiaccio fresco, i gesti leggeri. Riaprì gli occhi sul viso tondo e pulito, un sorriso mite e gli occhi amorevolmente preoccupati.
“Coraggio, non lo saprà nessuno. Se stasera dormi e non hai la febbre, domani mattina puoi uscire. Vuoi provare ad alzarti?”
Annuì e sentì le ossa scricchiolare. Strinse i denti, tese le mani, fece forza sui reni e si tirò su. Tutto cominciò a capovolgersi rotolando giù giù giù: gli occhi sbarrati su masse colorate fluttuanti, nessuna forma, nessuna dimensione, solo onde di colore.
“Dai, ce la fai, ti aiuto.”
La nausea era intollerabile. Lottò coi denti stretti per non vomitare e annaspò per l’aria: i polmoni si dilatavano fino a scoppiare, non riusciva più a respirare; si aggrappò al braccio dell’infermiera, trascinò un piede avanti all’altro appoggiandosi a qualsiasi cosa i suoi occhi riuscivano a distinguere dalle onde di colore, tutto sembrava inarcarsi e ondeggiare sotto le sue mani, dovette chiudere gli occhi che le stavano schizzando via.
“Vuoi provare ad andare in bagno?”
Si avviò a passi brevi, male, male, voglia di vomitare e tutto intorno bruciava in modo insopportabile.
“Va meglio adesso?” la voce incoraggiante penetrava le pareti del cervello in subbuglio senza fatica.
“Sì, grazie. Chi sei tu? Come ti chiami?”
“Rosella. Lavoro qui da cinque anni: ne ho viste troppe come te, so cosa si prova. Ma stai tranquilla, devi solo rilassarti e tutto finirà presto ... se riuscirai a dimenticarlo.”
“Senti Rosella.” la mano si strinse angosciosamente intorno al braccio sottile e nervoso, le parole le costavano uno sforzo indescrivibile. “Non è venuto nessuno oggi?”
L’infermiera la guardò comprensiva e il rossore cominciò ad invaderle le guance.
“No, mi dispiace, lui non è venuto.”
Le mancò la forza di pronunciare le parole che l’istinto le aveva suggerito: sarebbe stato troppo lungo spiegare, lei non avrebbe certo compreso; meglio lasciarle credere quello che voleva. Ma le lacrime cominciarono a salire inarrestabili: no, non doveva piangere, almeno non quello.
“Ti serve qualcosa?”
“Sì, Diana!” le parole erano uscite aggrovigliandosi nel sonnifero, respirò e ripeté scandendo le lettere che ormai anche il cervello rigettava.
“Avverti Diana di venire domani: deve portarmi a casa.”
“Sì, certo, calmati. Dammi il suo numero di telefono.”
Le cifre si sovrapposero nella coscienza sempre più lontana. lo sforzo la lasciò senza fiato, gli occhi fissi sul soffitto azzurro della sera mentre i passi soffici si allontanavano nel corridoio. Tese le orecchie per captare i rumori dell’ospedale, inquieta, dimenticando il bruciore e la nausea. Ma il ronzio di qualche generatore si fondeva turbinando con il ronzio dei suoi pensieri anestetizzati. Domani in echi compressi in una botte e poi lasciati esplodere tra pareti lisce e altissime di cattedrale gotica, viaggiava velocissimo e oscillante, sempre più martellante, un martello nell’enorme catena di montaggio sugiù in echi metallici piccoli feti senza occhi senza bocca tutti aggrovigliati nel sangue rappreso avantiavanti sul grande nastro della vita, della morte, della notte di voci spegni la luce, no, devi guardarmi voglio che mi guardi sei felice? No non sono felice ne’ con te ne’ con me stessa, non sono felice con nessuno mai, non è vero, non è vero, io ti amo e tu mi ami, vieni qui vicino, lo sai che ti amo e anche tu, dì che anche tu!
La luce gelidamente grigia toglieva ogni speranza di qualche motivo per sorridere: il viso ovale e picchiettato di scuro di Diana non era abbastanza convincente nella sua calma quasi indifferente, troppo indifferente, così i suoi muscoli si contrassero in una smorfia di disgusto.
“Ciao. Che ore sono?”
“Le nove. Come stai?”
“Meglio, adesso mi alzo.”
Caduta rotolante di viscere già eccitate, i muscoli si tesero spasmodicamente e lei riuscì a percorrere l’interminabile tragitto fino al bagno. Ogni spostamento del baricentro era un sussulto convulso di nausea, ma la cosa più importante era uscire. Il camice bianco e severo dalla faccia leggermente annoiata disse con distacco:
“Se fossi in lei starei qui un altro giorno.”
Debole sorriso, sguardo lampeggiante.
“Voglio andare a casa mia, voglio dormire nel mio letto.”
La faccia accentuò l’espressione: due dita sotto il naso cogitabondo.
“Allora deve stare davvero a letto, completamente immobile fino a domani: il pericolo di un’emorragia non è da sottovalutare, nelle sue condizioni. Non mangi nulla di solido, altrimenti l’anestesia le farà male. Se dovesse accadere qualcosa prenda due di queste e chiami subito un’ambulanza. Questo lo dico soprattutto a lei.” Sguardo indagatore sul viso macchiettato e serio.
“Sì, non si preoccupi: viviamo insieme, la terrò d’occhio.”
Lo sguardo ritornò distaccato e leggermente disgustato.
“Bene, allora firmi qui e poi può andare.”
I primi passi fuori erano pesanti come piombo: l’aria fredda le bruciò i polmoni. Si sdraiò sul sedile dell’auto stringendo i denti fino a sentire male. Diana non parlò per quattro isolati.
“Matteo è d’accordo?”
“Matteo non deve nemmeno saperlo.”
“Ha telefonato ieri sera.”
“Spero che tu sia stata abbastanza vaga.”
“Gli ho detto che non avevo la minima idea di dove fossi. Il che era vero fino a due minuti dopo.”
Chiuse gli occhi, sfinita.
“Si è agitato?”
“Abbastanza.” Diana accelerò troppo bruscamente, si morse le labbra, sbuffò.
“Perché l’hai fatto? Ormai sei abbastanza grande per avere un figlio.”
Abbastanza grande ...
La strada si snodava liscia e deserta nel ferreo cielo di marzo. Abbastanza grande per decidere della vita di qualcuno, della propria, di chi?
“Il dottore ha detto che con il tuo utero non ci sono molte probabilità di averne altri. Questa poteva essere la tua unica possibilità.”
Diana si sarebbe sposata presto, avrebbe avuto molti bambini. Le piacevano i bambini e lei era abbastanza grande per sapere quello che era giusto. O forse era solo troppo sicura di sé, oppure troppo immatura; forse tutt’e due le cose insieme.
“Non si è mai abbastanza grandi per decidere quello che è giusto e quello che è sbagliato.”
La macchina svoltava lentamente nella stradina, si fermava. Negli occhi di Diana non c’era irritazione, solo compatimento.
“Sai che Matteo lo avrebbe voluto. Che diritto hai di decidere senza di lui?”
Non rispose: era troppo stanca e la testa le ronzava. Strinse i denti per sollevarsi e uscì dall’auto. L’aria fredda e cattiva le schiaffeggiò la gonna contro le gambe, i capelli contro il viso. Cominciò a tremare.
Diana apriva la porta, la teneva aperta mentre lei camminava con difficoltà fino all’androne buio; si appoggiò al muro ansimando: la nausea era salita al cervello in una spirale vorticosa.
Contò mentalmente fino a cinquanta prima di crollare sul letto sfatto del giorno prima, ancora pieno del profumo che Matteo portava sempre. Diana sistemava alcuni pacchetti in cucina, chiudeva le finestre, metteva l’acqua sul fornello, tornava con il vassoio del tè.
“Grazie, Diana, per tutto. Non è necessario che tu stia qui.”
“Sto qui invece: devo studiare almeno duecento pagine per cui non sarei uscita comunque. Posso mettermi alla tua scrivania?”
Lei annuì con gli occhi già stretti sulle immagini che non volevano sparire. Se Matteo sapesse. Il suo viso attonito, incredulo, ma perché? Sì, l’avrebbe sposata, glielo diceva da un anno che ormai era ora di sposarsi, di formare una famiglia. Lei, che era fuggita dalla sua famiglia, non aveva mai capito perché tutti desiderassero la continuazione di un’istituzione così crudele. Perché nessuno sembrasse aborrire l’idea di tante piccole incubatrici di angosce: padre, figlio, mamma, bambino mio e strutture invisibili, più impenetrabili della Muraglia Cinese, contro cui si sfracellavano i primi impulsi, in cui venivano murati i primi desideri. Desideri di non vita se la vita era racchiusa in quei nuclei di violenza. Violenza di dover sentire, la notte, rumori spaventosi, senza poter chiamare aiuto, senza capire perché nessuno rispondeva al suo pianto di paura. Violenza di dover chiedere permessi per ogni pensiero, di doversi umiliare per vedere uno sguardo appena benevolente, di dover pensare solo ciò che è concesso, senza discutere, senza obiettare, di dover frenare, mortificare, nascondere, sopprimere qualsiasi impulso di libertà. Ma soprattutto violenza di bambagia dorata che veniva strappata via dai primi contatti con l’esterno. Crudeltà di illudere e disilludere quasi con gioia, di promettere e non mantenere mai, perché la realtà è questa: non esistono le fate, non esistono i paesi incantati, non esiste la felicità. E il resto è ben poco.
Ne aveva parlato, ma Matteo scuoteva la testa e diceva che lei era matta. Parlava della gioia della famiglia, pronto a ripetere gli stessi gesti, le stesse parole che aveva subito per anni nella sua.
Non ti rendi conto di quanto tutto ciò sia orribile?
Il suo sguardo terrorizzato si scontrava con il sorriso di Matteo.
Di che cosa hai paura? Ti starò sempre vicino, lo sai.
Non è questo il punto. Io mi rifiuto di dare la vita a qualcuno che non me l’ha chiesta.
Perché, tu non sei felice di stare con me?
Finiva sempre così, con Matteo trionfante sul suo debole no subito inghiottito dalle sue carezze. Non sei felice? Non ci credo, non è vero. Tu sei felice con me, sei felice quando il sole ti batte sul viso e sei bellissima quando sorridi, sei bellissima quando piangi e le lacrime scorrono sulle tue guance di velluto: insieme possiamo superare tutte le tue difficoltà, insieme costruiremo qualcosa che ci sopravviverà.
Lei non vedeva altro che cose da dimenticare, non poteva pensare ad altro che una droga che non facesse vedere l’abisso: sopravvivere, a chi? Perché?
Voglio farmi sterilizzare.
Ma sei pazza? Adesso pensi così, ma vedrai che cambierai idea e allora che cosa hai intenzione di fare? La sterilizzazione non è reversibile.
Conosci Laura, vero? Anche lei non voleva figli, per ragioni etiche, diceva. Beh, si è accorta che non ne può avere: sterilità psicologica. Naturalmente adesso si sta dannando per averne uno a tutti i costi.
I figli sono una gioia, riempiono la vita.
Non posso sopportare l’idea di essere madre.
Smettila di giocare, non sei più una bambina: affronta la vita.
Matteo lo avrebbe voluto, lo sai.
Voglio un figlio e lo voglio da te.
Quando ti sposerai cambierai idea, vedrai.
E’ un modo di dirti che ti amo più di ogni altra cosa al mondo, non capisci?
E’ il regalo più bello che una donna possa fare ad un uomo.
Un figlio tutto nostro, ma ci pensi?
E’ meraviglioso vederlo crescere, diventare adulto, giorno dopo giorno.
Avrà gli occhi verdi come me e i tuoi capelli neri: sarà bellissimo.
Gli occhi verdi la guardano con odio: perché mi hai fatto nascere? Io non te lo avevo chiesto. E adesso che cosa dovrei fare? Perché sono qui?
No. Non avrebbe sopportato quello sguardo, non avrebbe sopportato le parole sferzanti che lei stessa aveva pronunciato di fronte a sua madre. Non sapeva rispondere, non esisteva la risposta!
 
Riaprì gli occhi sul viso corrucciato di Matteo. I suoi occhi erano bui e senza espressione: i suoi occhi di smeraldo.
“Come stai?”
Gemette appena. Si voltò contro il muro e lo spasmo al basso ventre le arrivò come una pugnalata in gola. Afferrò il lenzuolo con le mani contratte per non urlare. Lo spasmo si sciolse in un oceano di dolore sordo e ronzante.
“Perché, Paola?” Matteo era addolorato, i suoi occhi non splendevano più dei mille riflessi subacquei.
“Non voglio un figlio. Non lo voglio.”
Matteo scosse la testa e si sedette sul letto.
“Paola, ma perché mai? Ti avevo detto che ti sarei stato vicino.”
Cominciò a piangere silenziosamente, senza lacrime.
“No, Matteo. Non puoi capire.”
“Ci sto provando, ma tu fai di tutto per non aiutarmi.”
Gli occhi vagarono a lungo sulla liscia indifferenza del muro: rabbia, umiliazione, frustrazione, tutto si mescolava alle lacrime che rimanevano incollate al bordo delle palpebre. Non avrebbe capito. Non avrebbe potuto mai capire.
“Matteo, ne abbiamo parlato. Da quando ci conosciamo non abbiamo fatto altro che parlarne, ma tu ti rifiuti di ascoltarmi. Tu mi consideri la tua bambina un po’ pazzerella, pensi che non sappia quello che dico, ma io sono serissima: non ho intenzione di fare nascere un altro essere umano, ne’ prima, ne’ adesso, ne’ mai. Io rifiuto la mia condizione di macchina per la vita. Io non voglio un’altra vita.”
Matteo scuoteva la testa, lei deglutì il dolore e la rabbia.
“Se mi ami come dici devi accettarmi per quello che sono: non puoi costringermi a fare una cosa che non voglio.”
Matteo la costrinse a guardarlo fisso negli occhi bui.
“In tutti questi anni ho cercato di capirti, di accettarti, di immedesimarmi nella tua situazione: questo perché ti amo.” la sua voce era insinuante: un gatto che si struscia pigramente contro le gambe.
“Ho anche cercato di capire da che cosa potesse essere generata la tua repulsione verso i bambini. Fino ad oggi ho pensato che fosse solo paura per il dolore del parto, oppure paura di non essere in grado di assumerti una responsabilità così grande. Ma ora tu ribadisci le tue folli idee sulla vita, dopo che hai sofferto molto di più per liberarti da nostro figlio che per averlo; dopo che ti sei assunta la responsabilità di averlo ucciso. Adesso non riesco più a capirti.”
Lei sorrise debolmente.
“Ne ero sicura; non ne avevo mai dubitato.”
Le mani di Matteo scattarono attanagliandole i polsi.
“Era figlio anche mio e sapevi che lo volevo! Non avevi nessun diritto di decidere da sola!”
Lei sentì la rabbia salire sempre più in fretta insieme alla nausea.
“Tu non ami me! Tu ami il fatto che potrai avere un altro essere a tua immagine e somiglianza, un essere che potrai comandare, su cui potrai riversare tutto quello che i tuoi genitori hanno riversato su di te: un giocattolo, un bel regalo da mostrare a tutti con orgoglio, per poterti sentire grande e saggio e forte e simile al tuo dio, per poter credere di aver creato qualcosa come vuoi tu, da plasmare come vuoi tu, signore e padrone! Tu non vuoi capire: un figlio non è una proprietà, non è un bel regalo da farsi a natale, non è il sostegno della tua vecchiaia, non è la tua presenza imperitura, soprattutto non è per niente tuo! E’ parte del mio corpo fino a quando è attaccato al cordone ombelicale. Dopo non è di nessuno se non di se stesso!”
Ricadde nel baratro buio del dolore tra i frantumi della sua rabbia ormai polverizzata: lampi di luce le attraversavano le pupille fisse contro le pareti buie delle palpebre. Sentì un’ondata di caldo liquido fluirle verso il basso e i suoni sempre più ovattati delle voci in rapido movimento. Non aveva più cognizione del suo corpo: solo una massa scura e pesante rotolava lungo la china dell’ansia tra le pulsazioni regolari e assordanti di tamburo.
 
Credi di andare controcorrente scandalizzando la gente a questo modo? Ma lo sai che fine farai?
No e non mi importa: meglio finirla prima che poi.
A volte dubito della tua intelligenza, come fai a pensare certe cose?
Non voglio vivere, non mi piace la vita, nessuno mi ha ancora detto che scopo ha il mio esistere qui, non credo nel disegno universale: il mio è un ragionamento logico.
Adesso sragioni.
Sei tu che mi hai fatto leggere il canto del pastore errante. Tu pensi come me ma hai paura di quello che pensi. Spiegami perché dovrei continuare un errore biologico, perché dovrei sottopormi ad un rito orribile aspettando che qualcuno mi liberi da questa vita.
Non è normale che tu pensi così alla tua età.
Dimmi perché dovrei, oltre che finire il ballo di questa vita, procreare, cioè creare qualcuno a cui non saprei nemmeno spiegare il perché della sua esistenza.
La vita ci è data.
Da due idioti che non si rendevano conto di quello che stavano facendo, da due egoisti senza coscienza.
Ha bestemmiato!
Ha bestemmiato!
Guardate! Ha fatto piangere sua madre!
E’ crudele, è abominevole!
Eresia!
Enormi figure piene di buio la ghermivano, la dilaniavano.
Al rogo! La strega!
Ombre di vite passate, un cerchio, un enorme cerchio di ipotesi. Due file di facce deformate dalla velocità oltre il suono, oltre la luce, denti protesi, unghie nella carne: il rogo. Già il calore saliva in vampate soffocanti.
Ha bestemmiato!
Rifiuta la vita!
Ha ucciso un’altra vita!
Senza alcun diritto!
Ha offeso sua madre!
Ha offeso il Supremo!
Si dibatteva tra la calca soffocante: voleva che tutto finisse, doveva finire, fatela finita, presto.
Si ritrovò distesa su una catasta di legna, le facce intorno protese, ghignanti, le sagome in velocissimo movimento sulla sua testa: le torce ardevano decine di metri sotto di lei, ma le fiamme salivano rapide insieme al boato stridente della folla: chiuse gli occhi sul dolore acuto di mille spine nella pelle, tra le gambe; chiuse gli occhi sul suo sangue scuro e denso: sta per finire, è finita.
 
“Dottore, la prego, mi dica ...”
Lo sguardo angosciato di Matteo, le mani strette intorno a quelle di Diana. il camice bianco si gratta il mento, la mano tesa, annoiata.
“Ce la farà?”
 
Non sentiva più le urla: il fuoco si era fermato sotto di lei, si stava ritirando.
 
“Diciamo che ha rischiato la vita ...” la voce seria, il petto inorgoglito dalla coppia di dolorosa aspettativa: pendono dalle labbra del grande specialista, i comuni mortali.
 
L’urlo si tramutò in brusio, poi si spense nel silenzio più assoluto, timoroso. Sentì che la testa veniva sollevata con uno strattone: dovette aprire gli occhi sulla grande nuvola nera di voci impetuose.
Sei accusata di aver rifiutato la vita che ti era stata data.
Sei accusata di aver insultato tua madre.
Sei accusata di aver ucciso tuo figlio.
Il rogo non è una pena sufficiente.
 
“... e la rischia ancora. Non scioglierei la prognosi fino a domani ...” il camice bianco assapora le parole che rimbalzano negli occhi spauriti di Matteo. Così imparano a fare i loro porci comodi, così imparano il prezzo del permissivismo.
 
Quale castigo pensi sia più appropriato per te? Rispondi!
Era un lampo di dolore accecante. Doveva parlare ma la voce gorgogliava in gola tra fiumi di sangue nero e denso.
La ... vita ... non ... la ... vita ...
Esattamente! La tua condanna sarà la vita.
 
“... però ha un fisico incredibilmente resistente: ha superato tutte le crisi mortali, le sue reazioni finora sono sempre state ottime ...”
 
L’oceano di sangue si ritirava, la folla si scioglieva ai piedi del rogo fumante: odore di legno marcio nelle narici, dolore di mille stiletti nel cervello. Si prese la testa tra le mani e pianse sul suo ventre squarciato, sul suo corpo dilaniato ma vivo.
 
“... per cui direi che se stanotte non sopravvengono complicazioni domani mattina sarà fuori pericolo.” il camice bianco piega le labbra con disgusto, sembra quasi che gli dispiaccia.
“Dio sia lodato!” Matteo piange e ride, abbracciando Diana nel corridoio freddo.
Viva. Il castigo peggiore, la pena più grande. Per sempre avrebbe portato sul suo corpo il marchio della vita, il marchio della sua sconfitta.
 
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