paola cassone
romanzi
racconti
collezioni di racconti
collezioni di racconti
diario  
comprami  
scrivimi  
lo sfigario di bree gionas

dicembre

1 dicembre 2000

Tutto il mio sistema di relazioni è esploso tre mesi fa e il big bang è ancora in corso. Ho firmato il contratto con BC e ho conosciuto il mio nuovo capo. Ha l'età di Martin ed è assolutamente rampante. Non gli sono piaciuta e ancora meno gli è piaciuta l'idea che ogni giorno alle 18 in punto (anzi, alle 17:45) leverò le tende per prendere l'intercity che mi riporta a Nymegen. Cazzi suoi.
2 dicembre 2000
 
Oggi visita ufficiale a casa di Nico. Casetta con giardino su 2 piani con grande soggiorno a piano terra e 3 camere da letto al primo piano. Standard olandese, fotocopia di tutte le case di parenti-bene e amici-bene che ho visto finora: icona piccolo borghese. Anna installatissima già entrata nel ruolo moglie-casalinga-vecchia-scuola e Nico ha la faccia beata di uno che finalmente riesce ad avere 2 pasti caldi al giorno e figa dopocena. Ci mostra orgoglioso una casa meticolosamente pulita e per un quarto d'ora dobbiamo ascoltare compunti le lodi di Anna mentre sorseggiamo discreti il thè che ci ha servito con le sue operose manine. Il soggetto del panegirico siede come una regina imbronciata sul divano e alla fine del lungo resoconto dice nel suo inglese incomprensibile "You should pay me for all the work I do for you." Nico la guarda con l'occhio da pesce lesso tipico del maschio al guinzaglio coniugale e le dice sorridendo "I pay you every night my love." Attimo di panico. Afferro prontamente la mia tazza di thè e nella fretta di bere mi ustiono la lingua. Martin rimane immobile, rigidissimo, col sorriso etereo di quando l'imbarazzo è più forte delle parole e Anna non sembra affatto divertita. Solo Nico è perfettamente a suo agio e ci chiede faceto quando noi due andiamo a vivere insieme; nello sguardo che lancia a Martin c'è un muto monologo di emozioni tra cui la più palese è "non sai che ti perdi". Lascio a Martin il compito di spiegare la nostra situazione abitativa che li spiazza totalmente: misuro in pochi secondi la distanza che si sta allargando tra il nostro angolo di divano ed il loro. Dopo il primo attimo di smarrimento Nico assorbe la notizia e dichiara "So you will share your freedom." e noi ci guardiamo rapiti: sì, è esattamente questo. Condivideremo la nostra libertà di stare insieme, uniti per sempre dalla nostra affinità elettiva, senza guinzagli fisici, burocratici ed emotivi. E il colmo è che il concetto che racchiude talmente bene l'essenza della nostra modalità di concepire il rapporto di coppia, quel concetto che noi non siamo mai stati in grado di esprimere è stato formulato in modo del tutto casuale dalla persona più lontana da esso! Mi riscuoto dall'estasi deontologica alla vista di Anna che mi guarda con un'espressione di silenzioso disprezzo. In uno di quei dialoghi muti che si fanno solo tra donne ci diciamo che la nostra weltanschauung è talmente lontana che non possono esistere punti di contatto tra noi, fatto salvo magari occasionalmente lo scambio di qualche ricetta e anche lì Anna non mi ritiene all'altezza. Del resto, una che nella sua stanza tiene un enorme specchio, 15 vasetti di creme di bellezza assortite, 4 spazzole, trousse da trucco e NESSUN LIBRO non ha niente da dare a me quindi siamo pari: ognuno torni al suo mondo e da questo momento io smetto di esistere nel suo sistema di riferimento e lei nel mio. Nel ritorno a casa sento il disagio inespresso di Martin e gli chiedo a che cosa sta pensando. Mi bastano poche frasi per capire che il suo sistema di riferimento è profondamente scosso dalla nuova situazione para-coniugale di Nico: dopo quasi trent'anni di assidua amicizia e comunione spirituale si è aperto un canyon di incomprensione tra loro e Martin sta elaborando le responsabilità degli eventi. Condividiamo il giudizio su Anna, ma mentre per me è solo un dettaglio di poca rilevanza per lui è l'elemento destabilizzante del suo rapporto con il suo migliore amico. Mi astengo dall'esprimere la mia opinione, e cioè che non ho mai capito come Martin e Nico possano essere (stati) amici del cuore vista l'abissale distanza chiaramente percepibile nel loro sistema valoriale. Mi ricorda l'amicizia tra Jeff Bridges e John Goodman in The big Lebowski e concludo che sono robe da uomini.
3 dicembre 2000
 
Il rassicurante, endemico casino della casa di Martin mi cura dalle spiacevolezze della visita di ieri. Mentre guardo il soffitto nella terra di nessuno tra il sonno e la veglia provo ad analizzare le cause del disagio: era l'asetticità, l'artificialità di quelli che definisco valori borghesi e qui siamo nel cuore storico e geografico della borghesia. Come ha potuto Martin crescere così diverso dalle condizioni al contorno? E perché il mio karma mi porta sempre più verso la ricerca di questa diversità? Oggettivamente, nell'ultimo anno non ho fatto altro che demolire sistematicamente l'achievement di dieci anni di duro lavoro: un solido e serio marito, una carriera e una casa di 150 mq nel cuore pulsante di una metropoli post-industriale per andare a vivere a metà tra una stanza in una casa per studenti e una comune con l'antitesi dello yuppismo - capelli lunghi, lavoro part-time sottopagato, 3 paia di jeans bucati, 15 t-shirts promozionali, una Volvo del '79 e una Honda del '75 recuperate dalla rottamazione (ci credo che lo fermano sempre alla frontiera e gli rivoltano anche i calzini!) e sono follemente felice. Sì, sono follemente felice: non vedo l'ora di portare via da Milano i miei libri, i miei dischi e naturalmente il mio adorato PC che mi ha tenuto compagnia nei momenti più bui. Non me ne frega niente di lasciare tutte le mie scarpe di Cellini - peraltro scomodissime - e le borse di Furla e i tailleur di Aspesi, tutti i beni materiali che ho accumulato negli anni in cui giocavo a fare la donna in carriera. Sì, è stato divertente, ma è stato un gioco, il gioco di Sweet: vediamo che cosa si prova a fare i bauscia. Martin si sveglia e le immagini smettono di turbinare nella mia testa. Ho appuntamento con Desie tra poco meno di un'ora, abbiamo deciso di andarci insieme: sarà la prima volta che Martin vede la casa dove andrò ad abitare e mi chiedo che effetto gli farà. Desie è agitatissima: ha lavorato come un'indemoniata per giorni per farmi trovare tutto in ordine ma deve ancora fare tutti i bagagli ed è in piena ansia da scelta. Toccherà anche a me fra una settimana e mi sento molto affratellata. Faccio le presentazioni tra lei e Martin e rimango ad osservare il loro scambio di formalità olandesi senza capirci molto come al solito, poi Desie mette a bollire l'acqua del thè, ci sediamo sul divano e finalmente tutti si rilassano. Discutiamo il ritiro delle chiavi e delle masserizie e in dieci minuti abbiamo finito. Desie ripete per l'ennesima volta anche a Martin quanto si sente felice di lasciarmi la casa e quanto si sente tranquilla da quando sa che mi prenderò cura delle sue cose, poi ci offre le carte degli angeli, non ho capito bene, dev'essere una roba new age, comunque il gioco è che scegli una carta da un mazzo composto da diversi tipi di angeli custodi, quello che scegli sarà il tuo angelo custode finché non scegli un'altra carta. Desie ha una specie di altarino davanti al quale sono disposte già tre o quattro carte e le nostre finiscono insieme a loro. Il mio è l'angelo del potere, quello di Martin è l'angelo della bellezza. Direi che la situazione è chiarissima! Desie guarda le carte pensosa, ci saluta affettuosamente e mentre stiamo per uscire mi dice: "Oh, and, Bree ... don't forget to breathe."
4 dicembre 2000
 
Ancora 12 giorni a MI e poi finalmente questa agonia sarà finita. Non mi pare vero: dal 25 dicembre non dovrò mai più, mai più stare un giorno senza vedere Martin, dormire senza Martin, tornare a casa e non trovare Martin, contare i giorni che mi separano dal prossimo aereo per Amsterdam. 12 giorni, ce la posso fare! Ho passato la mattina a fare la lista degli impegni e l'agenda da qui al 24 è piena come non è mai stata in 30 anni! Non riuscirò assolutamente a fare tutto, mi conviene almeno sospendere lezioni di olandese e strizza se voglio sopravvivere. Purtroppo le riunioni di lavoro e le feste di Natale mi toccano.
5 dicembre 2000
 
Oggi riunione da paura col nuovo chairman europeo del cliente storico, noto squalo internazionale mandato qui in missione punitiva. Tutti sono in fibrillo da 2 mesi, tutti tranne me che mi sono assicurata che la riunione fosse fuori dai miei impegni prioritari (voli per Amsterdam) e ho preparato quello che mi è stato detto di preparare docilmente e senza discutere. No, sbaglio, ho discusso solo con il mio chairman l'opportunità di portare in riunione anche Bo: lui - come tutti in preda al panico - avrebbe voluto lo spiegamento di forze, io con il distacco nauseato che mi contraddistingue da agosto gli ho spiegato pazientemente che a) il chairman sarà in contatto col mio reparto se va bene 2 volte l'anno e quindi figuriamoci se la prossima volta si ricorda chi c'era e chi non c'era in questa riunione, b) che siccome per colpa sua il cliente italiano non sa ancora che io tra due settimane me ne vado e Bo prende il mio posto sarebbe opportuno informare prima lui in camera caritatis piuttosto che fargli trovare la sorpresa in una riunione internazionale ad alta tensione, c) che siccome questa riunione è una presentazione formale del lavoro fatto fino ad oggi non solo Bo non ha alcun ruolo ma è molto più strategico giocarselo la prossima volta come asso nella manica se come tutti si aspettano le cose vanno male e c'è bisogno di un capro espiatorio (io) + segnale forte di cambiamento (Bo). Il chairman rimane totalmente spiazzato, ovviamente non può ammettere che una povera junior (tutti quelli nati dopo il '45 sono junior per lui) perdipiù donna la sappia più lunga di lui per cui bofonchia che ci penserà e che Bo si impari a memoria la presentazione e si ritenga precettato, ovviamente 1 ora prima della riunione il direttore servizio clienti lo chiama e lo libera dalla precettazione. Arriviamo in sala riunioni e assisto disgustata al solito spiegamento di leccate di culo. Fortunatamente mantengo un accurato riserbo e il nuovo chairman si lancia in un monologo di 30 minuti sul perché ed il percome e su quello che si aspetta da noi. Io sono la prima a presentare e ovviamente quello che ho preparato seguendo le istruzioni di chairman, direttore servizio clienti e cliente storico è esattamente il contrario di quello che il chairman europeo si aspetta. Nei 30" che ci vogliono al mio chairman per ringraziare, leccare di nuovo il culo e introdurre il team il mio cervello lavora febbrilmente per uscire dall'impasse. Mi alzo e sento la tensione intorno a me, pesantissima. Sorrido e comincio la mia parte, entro praticamente in trance dopo le prime 4 frasi, appena sento di avere in pugno l'attenzione del chairman europeo: gli altri mi guardano terrorizzati. Il chairman europeo è uno di quei personaggi a cui piace sentire la propria voce per cui mi interrompe ogni tre charts per monologare lungamente sulla sua visione delle cose. Meglio così. Lo lascio fare, lo vezzeggio, lo coccolo, se dice una cazzata mi fermo pensosa e gli ripropongo la verità come se l'avesse appena detta lui, insomma do fondo a tutto il repertorio di trucchi del mestiere senza mai lasciare che il panico degli altri mi tocchi. Mi sento un'equilibrista sul filo, so che non devo guardare giù per non cadere, ma mi accorgo anche che non è difficile, adesso. Alla fine della presentazione il chairman europeo mi ringrazia calorosamente per la vision inusuale e profonda della mia presentazione e tutti intorno al tavolo riprendono a respirare. Io collasso elegantemente sulla sedia e il cliente italiano mi passa un bicchiere d'acqua. Mi accorgo che tutti mi stanno guardando con una forma di reverente rispetto che non ho mai visto associata alla mia modesta persona. Il resto della riunione è un blur indistinto, sorrido in automatica, il chairman europeo mi guarda continuamente per chiedere il mio assenso ad ogni sua dichiarazione, lo fa con tutti ma penso che adesso sono cazzi del mio chairman trovare una buona ragione per la mia assenza dopo questa riunione. Piccolissima, veramente microscopica, soddisfazione.
6 dicembre 2000
 
Alla pesa ufficiale registro 53.1 kg e constato che i vestiti mi stanno veramente tutti larghi. Fame zero.
Ho comunicato alla strizza che contrariamente a quanto previsto non riuscirò a concludere il ciclo di sedute, per cui questa è l'ultima. Mi ha tirato un culo pazzesco. Le ho spiegato con pazienza che CREDEVO onestamente di farcela ma che alla luce dei miei impegni pre-Natalizi e alla luce del traffico fetente di Milano cominciato lunedì non posso garantire di mantenere il mio impegno. La battaglia dialettica mi lascia esausta: francamente sono stufa di prendere schiaffi da lei e ho firmato l'assegno con grande piacere. Una palla di meno! PS: l'insegnante di olandese non solo non ha fatto un plissé alla mia comunicazione che non ci vedremo più ma mi ha fatto tanti auguri e ha insistito per avere il mio indirizzo a Nymegen. Vedi la differenza di stile!
7 dicembre 2000
 
Incredibile ma vero l'aereo per Amsterdam è puntuale!
8 dicembre 2000
 
Ho dovuto litigare con l'impiegato del comune per fargli capire il semplice concetto che non risiedo ancora a Nymegen perché il mio contratto d'affitto della stanza di Desie comincia il 15 dicembre e quindi dichiarare che risiedo qui dal 1° dicembre è un flagrante falso in atti d'ufficio. Credo di averlo convinto solo perché è rimasto affascinato dal mio incerto olandese. Ma sono uscita vincitrice dopo aver firmato un documento che attesta la mia residenza a Nymegen dal 15 dicembre 2000.
9 dicembre 2000
 
Oggi pranzo in famiglia con stamppot, piatto tipico olandese invernale, praticamente una mappazza di tutto quello che non mi è mai piaciuto: patate lesse, cavoli, wurstel ... ne ho mangiato 2 piatti!
10 dicembre 2000
 
E anche l'aereo per Milano è puntuale, checcazzo. Non ne posso veramente più e ne devo prendere ancora 1, quello del 19 dicembre. Quelli del 15 e del 25 per Amsterdam non contano, quelli vanno bene.
11 dicembre 2000
 
Ho dovuto mettere una fascia elastica sopra il braccialetto azzurro del villaggio di St. Martin che ormai è pieno di crepe e sta insieme per miracolo! Sembra che mi sia rotta il polso ma non me ne frega niente. So che è ben protetto e ogni volta che mi viene da piangere sollevo la benda e lo guardo: la sua presenza è molto rassicurante.
12 dicembre 2000
 
Nella rituale telefonata settimanale mia madre è riuscita a menarmela sul fatto che non sono stata capace di trovarmi un fidanzato a Milano e per colpa della mia incapacità di prendere decisioni sensate lei adesso dovrà soffrire per i 1000km che ci dividono! Non ci posso credere!
13 dicembre 2000
 
Pesa ufficiale: 52.9 kg. Fame zero.
Sweet mi invita a pranzo, ufficialmente per farmi gli auguri di Natale giacché non ci vedremo più da qui al 24, in realtà ha da dirmi che ha deciso di non tornare ad abitare in casa nostra perché Susi non vuole e anche lui non sa bene come si sentirebbe a tornarci. Posso capire Susi ma non capisco e non mi interessa capire lui, dico solo che mi pare uno spreco di soldi e anche pericoloso lasciare disabitata una casa piena di roba in centro Milano. Al che Sweet fa il suo sorriso malandrino e dice che ha già pensato anche a questo. Se sono d'accordo affitterà la casa al suo carissimo amico Robi che da 4 anni fa il pendolare e ne ha pieni i coglioni. Gliela affitterebbe ovviamente a prezzo di favore in quanto guardiano del tempio (Sweet non si esprime in questi termini ma il significato è palese). Mi dice il prezzo di favore. E' parecchio più di quanto mi aspettavo e di quanto avevo intenzione di chiedere a Susi quindi mi sta benissimo. Poi Sweet mi chiede quando ho intenzione di cominciare a preparare il trasloco e gli dico che torno apposta qui dal 19 al 24 per occuparmi di inscatolare tutto e di presenziare alle inevitabili cene e feste di Natale. In realtà ho già incominciato ad inscatolare le cose fondamentali (libri e CD) ma il grosso lo faccio dopo aver preso visione di quello che Desie lascia nella sua/mia stanza. Al che Sweet mi dice che secondo lui è meglio che si porti via i gatti così non subiscono il trauma degli scatoloni. Rimango un attimo interdetta poi dico ma sì certo, passa pure a prenderli quando vuoi e lui dice che passerà venerdì dopo il lavoro. Lascio il ristorante con la spiacevole sensazione che una serie di decisioni-chiave siano state prese alle mie spalle e mi siano state diplomaticamente comunicate in modo che non potessi avere niente da ribattere e passo il resto del pomeriggio a cercare di digerire il pranzo che non va ne su ne giù.
14 dicembre 2000
 
Il giro di feste natalizie è ufficialmente cominciato con la cena della holding. Ogni anno è sempre peggio, penso guardando la marea di facce nuove, sempre più spietate e rampanti, che affollano il locale a tema prescelto, quest'anno tex mex. A saperlo mi mettevo i jeans, invece sono ridicolmente mummificata in un tubino nero che mette in mostra tutti i miei nuovi spigoli da aspirante anoressica. Non è colpa mia se da un mese mi si chiude lo stomaco ogni volta che torno a MI. Ogni domenica sera butto via la spesa della settimana prima, mi viene il magone solo ad aprire il frigo, praticamente ormai mangio solo a Nymegen. Non ho fame, non ho sete, non ho voglia di niente da questa città che mi sta soffocando. Mi passano davanti vassoi di antipasti misti, alla terza tartina mi sta già venendo da vomitare, ho chiesto un succo di pomodoro ma lo commuto in acqua minerale al secondo sorso: sarà una lunga notte. Circolo col mio bicchiere tra i gruppi, sorrido debolmente alle persone che conosco, evito accuratamente i grandi capi e fronteggio stoicamente i colleghi delle altre società che veleggiano verso di me con sorriso a 34 denti e domanda fissa "Ma-è-vero-quello-che-ho-sentito-dire?". Sì, è vero, serialmente spiego e produco l'ormai consunta foto-santino, anche l'espressione seriale di profondo stupore dei miei interlocutori comincia a darmi fastidio: come dire che nessuno mi ha mai creduto capace di interessare un figo del genere? Fa niente che ancora anch'io non ci credo, ma grazie per la fiducia! Poi ti spieghi come mai ci ho l'autostima endemicamente sotto la suola delle scarpe. Il direttore servizio clienti mi arriva addosso a sorpresa e mi stupisce con effetti speciali ringraziandomi profondamente per la mia performance alla riunione di settimana scorsa con il cliente storico. "Bree, ho parlato anche con il Capo e ti posso assicurare che non dimenticheremo quello che hai fatto. Hai molti amici qui alla holding." mi dice con lo sguardo complice che ho visto tante volte tra i membri del board, come dire, benvenuta nel club, sei dei nostri. Già: una si fa un culo così per 10 anni e poi quando decide di mandare a cagare tutto le porte miracolosamente si aprono. Troppo facile, troppo ipocrita, ti starebbe bene che dicessi beh effettivamente ci ho ripensato non parto più che ne dici di quella posizione alla direzione generale? Ma non mi viene nemmeno in mente come scherzo, voglio solo finire questa farsa e andare via, tornare a casa. Invece la farsa si prolunga oltre ogni tollerabile limite della mia sopportazione. Il discorso del presidente della holding comincia alle 21:04 e dura 37 minuti, c'è gente che alla fine si è mangiata anche il tovagliolo perché finché il presidente non ha finito il discorso non vengono serviti gli antipasti e non vengono cambiate le bottiglie di acqua e di vino ai tavoli. Segue annuale premiazione mongolino d'oro per i migliori progetti andati a buon fine, come al solito i direttori creativi si beccano il rolex, noi poveri pirla la spilletta microscopica argento placcato oro col logo della ditta. Viene menzionato anche il mio nome per un oscuro progetto nel quale il mio apporto deve essere stato una telefonata, in compenso nessuna menzione per il cliente vinto a giugno e per il cliente storico che per il terzo anno consecutivo mi ha dato il bonus di produzione, fa niente. Torno al tavolo con la spilletta e finisco il bicchiere di vino sperando che i camerieri comincino a portare gli antipasti. Invece il presidente convoca i chairman di tutte le società partner sul palco per un breve discorso commemorativo. Quando tocca al mio chairman assisto inorridita ad un discorsetto di 30" sulle belle cose che abbiamo fatto per la holding quest'anno e poi "ci tengo particolarmente a ringraziare Bree Gionas che alla fine del mese ci lascia per raggiungere il suo amore lontano. Grazie Bree per il lavoro sempre eccellente e per il coraggio della tua decisione, ti siamo vicini e ti auguriamo tanta felicità nella tua nuova vita." Scrosciano gli applausi e per un interminabile minuto sento gli occhi di 400 persone su di me: è orribile! E' orribile anche perché vedo con la coda dell'occhio molte persone girarsi verso la rappresentanza della mia ditta invitata alla festa e bisbigliare al che tutti quelli che sanno assumono immediatamente l'aria golosa di chi la sa lunga e attaccano col comizio. No, per favore, non voglio questo, non voglio passare alla storia come la pazza che è andata al nord per amore, non voglio che tutta la mia presenza lavorativa venga cancellata dalla mia vita privata, non qui, non per voi maledette sanguisughe. Non vi è bastato succhiarmi l'energia per 10 anni, dovete impadronirvi anche della mia più profonda e sacra intimità e farne polpette di pettegolezzo? Basta, voglio andare via, voglio andare a casa, a Nymegen: questa non è più la mia casa, non è più la mia gente, la ripudio. Mentre tutto questo turbina dentro di me fuori sono rimasta congelata in un sorriso ebete, il direttore servizio clienti mi versa altro vino nel bicchiere e per la prima volta mi dice qualcosa di umano: "Bevi Bree, bevi e non ci pensare. Tu almeno te ne vai da tutto questo." Bevo, ma non abbastanza per ubriacarmi, intanto sono arrivati gli antipasti e mastico senza sentire il sapore fino a che il piatto non è vuoto. Dopodiché mi alzo come per andare alla toilette e corro fuori, il dito sul richiamo automatico del cellulare. Ho bisogno di Martin, adesso, subito.
15 dicembre 2000
 
Da oggi sono ufficialmente residente a Nymegen! E ho anche le chiavi di casa! Ho cominciato a marcare il territorio portando qui tutta la roba accumulata a casa di Martin negli ultimi tre mesi. Lunedì Ikea!
16 dicembre 2000
 
Oggi siamo andati a Deurne a vedere il furgone per il trasloco. Il papà e la mamma di Martin vogliono venire con noi un po' per aiutare un po' perché non sono mai stati in Italia e sono curiosi, chissà quando gli ricapiterà l'occasione! Questo vuol dire che dobbiamo prendere un furgone con 4 posti al posto dello standard 3 posti, costa 400 fiorini di più. L'alternativa è che uno di noi vada in aereo, cioè io perché Martin e il padre si alterneranno alla guida e la madre da sola in aereo non ci va. Guardo Martin terrorizzata, no, non può farmi questo! Lui mi stringe la mano e dice al padre di prendere il furgone che costa di più. Chissenefrega, sono solo soldi, solo soldi!
17 dicembre 2000
 
Sono tanto felice di essere a casa!
18 dicembre 2000
 
L'Ikea di Arnhem è identica all'Ikea di Assago, che bella cosa la globalizzazione! Ho comperato un servizio di posate troppo belle col manico ciccione e trasparente con le bolle dentro, lo so che non erano in lista ma questo è il primo shopping che faccio quest'autunno! E non ho ancora comperato nemmeno un vestito (il maglione che ho preso ad Amsterdam lo considero pura sopravvivenza!). Molto orgogliosa di me: speso solo 324 fiorini in 2 ore!
19 dicembre 2000
 
Non voglio partire. Non voglio prendere quell'aereo. Non voglio prendere l'intercity per Amsterdam. Speriamo che sia in ritardo così perdo l'aereo, anzi, speriamo che ci sia un guasto, uno sciopero, un incidente sulla linea, un attacco di astronavi aliene, così non prendo nemmeno il treno. Non voglio andare via, penso mentre salgo sul treno. Adesso cambio binario e prendo il primo treno che torna indietro, penso salendo la scala mobile a Schiphol. Se l'aereo è in ritardo mi faccio rimborsare il biglietto, penso mentre ritiro la carta d'imbarco. Poi vado al supermarket di Schiphol e mi compero una scatola di cioccolatini che mangio tutta nella sala d'attesa piangendo. Arrivo a Milano sotto un nubifragio, tre del pomeriggio ed è già buio, piango mentre vado in ufficio, piango mentre faccio finta di lavorare, piango mentre prendo la metropolitana per andare a fare l'ultima lezione all'Accademia di Comunicazione. Per due ore non penso a niente, concentrata, mi annullo nel lavoro. I ragazzi mi applaudono alla fine della lezione e mi offrono panettone e spumante, poverini, tanto cari, hanno preparato una festa per me! Mi viene ancora da piangere ma ormai sono così stranita che vedo tutto in posizione fetale, la testa tra le mani, le gambe strette intorno alle orecchie, gli occhi chiusi. E' un'altra me quella che mangia il panettone e sorride e racconta per l'ennesima volta dove vado con chi vado perché vado. Mi vedo guardare le facce attonite, un cliché, pensano che sono pazza, mi invidiano chi lo sa, chi se ne frega. Ma sono ubriaca fortunatamente già al secondo bicchiere di asticinzano e il rientro a casa è un blur indistinto. Scatoloni fino alle dieci e mezza, poi squilla il telefono e anche questa giornata è finita. Meno 5.
20 dicembre 2000
 
Pesa ufficiale: 52.7 kg, depressione nelle misure vitali. Fame meno di zero.
Grigio pioggia buio anche di mattina, voglia di alzarsi zero. La prima notte senza gatti mi lascia stranita, tutto sbagliato nel rituale del mattino e poi gli scatoloni incombenti ovunque moltiplicano il senso di straniamento. In ufficio mi aspetta una giornata piena di appuntamenti, saluti, riunioni, cene di natale della ditta. Telefono a Martin solo 1 volta nel pomeriggio quando mi prende davvero brutta tra due riunioni: non ne posso più di fare repliche dello spettacolo "Passaggio di consegne" con monologo dove quando perché. Mercificazione del mio amore, è orribile, non vedo l'ora che l'ultimo fornitore se ne vada fuori dai coglioni. A casa mi preparo per la cena della ditta con rassegnata dovizia, metto uno dei vestiti da cerimonia che decido mentalmente di non portarmi dietro e mi avvio barcollando sui tacchi altissimi (perché ho comperato queste scarpe? che cosa volevo dimostrare? che cosa volevo esorcizzare?) al garage. Sono le sette e mezza, la festa è alle otto, il locale è a 1 km da casa. Alle otto sono ancora ferma all'incrocio tra garage e casa: traffico disumano, alzo il volume della radio e faccio il coretto alle canzoncine di natale cercando dentro di me il grande om. Martin dove sei? Che cosa stai facendo? Mi pensi? Dammi un segno! Arrivo alla festa con mezz'ora di ritardo come tutti e scopro che il mio posto è al tavolo d'onore tra chairman e direttori di divisione. Non posso evitare di pensare che le cose arrivano sempre quando ormai non te ne frega più un cazzo: per anni ho guardato quel tavolo con invidia dal mio posto tra i paria, che cosa gli costava farmici sedere allora che aveva un valore? Adesso innesto nauseata la modalità presentazione-al-cliente per partecipare alla conversazione e riempio il resto della mente con la sequenza di posate bicchieri e cibi per non farmi riprendere dalla crisi di pianto: cazzo sto lavorando di più stasera che negli ultimi quattro mesi! Al dessert il chairman si alza per il solito discorso strappacore, io ho il sorriso fisso e l'occhio a palla, conto quanti minuti mancano all'inevitabile menzione della mia dipartita e puntuale arriva, imbarazzante peggio dell'altra cena: mi stanno guardando tutti e con questo domani mattina tutta la Lombardia che ancora non era stata informata saprà di me e del mio amore lontano. CVD le cose arrivano sempre quando non le vuoi più. Sotto i riflettori, esposta al giudizio del pubblico senza volto, la rockstar che non sono mai stata. E' intollerabile; aspetto agonizzante che il panettone arrivi e mi liberi dall'incombenza di dover rimanere oltre. Comincio il giro dei saluti, sempre in modalità presentazione-al-cliente, sento dietro di me i commenti, la gente mi addita e sussurra, senza dubbio tutto il mio team sta vivendo un momento di gloria riflessa come testimoni oculari della mia follia, peccato che non sia così importante da interessare i giornalisti, molta gente ci avrebbe potuto mangiare per mesi. Così com'è si devono accontentare del pettegolezzo natalizio, grazie al cielo dimenticheranno tutto appena finito il giro di feste. Esco all'aria aperta boccheggiando: sono le 22:34, il dito è già sul call automatico del cellulare e vaffanculo il resto del mondo.
21 dicembre 2000
 
L'agonia lavorativa di oggi prevede pranzo d'addio con cliente storico e poi ufficio del personale per gli ultimi documenti. Sera con la list. Non c'è che dire mi tengo impegnata, cazzo come sono impegnata. Mai abbastanza però, ci sono sempre quegli orridi momenti di bianco tra gli appuntamenti, quei momenti in cui sono sola con me stessa e i miei scatoloni e tutto il cumulo di impegni che mi sono accuratamente programmata non basta più. Avrò fatto bene a mollare la strizza? Mah, forse quella è stata una cazzata, magari un'oretta al giorno fino al 24 dicembre non mi avrebbe fatto male, magari la chiamo. No ma cazzo dico? Basta cordone ombelicale, via, tagliare: vorrai mica diventare come i personaggi di Woody Allen che chiamano l'analista in piena notte per chiedere il significato dell'ultima lattina di birra? Tanto sono così fatta che ormai nemmeno l'analista potrebbe districare il groviglio della mia mente. Quando non dormo e quando non sono al telefono con Martin si autoinnesta un nuovo programma di straniamento che si prende cura delle funzioni fisiche e sociali indispensabili alla sopravvivenza e lascia vagare il resto di me in un limbo acido da cui ogni tanto emergo e sbatto fuori la monnezza. Sotto la patina del programma di straniamento sono come quei vagabondi perennemente ubriachi che camminano senza meta e ogni tanto si fermano e pisciano cagano bevono o vomitano random, ovunque si trovano. Che cosa può fare un analista in queste condizioni? E grazie ma niente psicofarmaci che di chimica ne sto producendo abbastanza da me. Comunque arrivo alle nove di sera in un modo o nell'altro, non mi ricordo nemmeno che cosa ho mangiato, avrò poi mangiato? e arrivano anche i boys: ci sono tutti, perfino Love espressamente arrivata in macchina da BO e Maffa in treno da TO. Sarebbe commovente se non fossi così fuori: sono tanto cari, mi hanno portato ancora regali, non me li aspettavo, non ce n'era bisogno. Io ai regali proprio non ci avevo pensato, quest'anno non mi va di fare regali a nessuno, ma c'è così tanta roba in giro, così tanto di me che non porterò via che decido impromptu di regalare qualcosa di mio ad ognuno. Piccole cose, di nessun valore commerciale, ma sono parte di me o lo sono state. Apro bottiglie di vino a nastro: un po' sono regali di fornitori, un po' ne hanno portate i boys. La qualità è oscillante ma abbastanza da ubriacare e mi accorgo che è quello che volevo. Martin telefona puntualissimo e sono già mezza andata, continuo a ridere: dev'essere un'esperienza rinfrescante dopo le ultime telefonate in lacrime. Quando mette giù mi faccio dare altro vino, tanto domani è venerdì, chissenefrega.
22 dicembre 2000
 
Mi sveglio e non ho nemmeno mal di testa, devo aver dormito come un sasso appena toccato il cuscino, ricordo che era tardissimo e siamo rimasti io e Maffa a chiacchierare dopo che avevamo tolto di mezzo tutto il casino, lui stava bevendo limoncello come acqua fresca spero solo che non mi abbia vomitato sul tappeto che di pulire alle 8 di mattina mi avanza. Sono le nove meno un quarto, chissenefrega, mica ho niente da fare oggi, solo i saluti finali e il pranzo d'addio con il cliente storico poi tutti se ne andranno a casa alle quattro e io mica ho intenzione di tornare in ufficio dopo il pranzo. E' stato tutto già fatto, tutto già detto, nessuno sembra interessarsi dei miei clienti e le consegne che dovevo passare a Bo si sono risolte in una serie di flash più o meno inutili e 20 minuti di spiegazione directories sul mio PC. Lui non mi pareva particolarmente agitato ne' interessato, secondo me manco ha sentito quello che gli dicevo, convinto della sua superiorità intellettuale di maschio americano, avevo pensato di lasciargli un paio di bugs a sorpresa nei files di pianificazione ma poi mi sono detta troppo sbattimento non ne vale la pena, il bug a sorpresa è il suo cervello di maschio americano medio, perché infierire? Maffa dorme della grossa sul divano, mi dispiace svegliarlo ma prima o poi dovrò andare in ufficio e francamente non mi va di lasciargli le chiavi l'ultimo giorno prima delle vacanze di Natale. Vado in cucina a preparare il thè, tiro fuori qualche biscotto dai recessi della credenza, toh ancora i krumiri che ho comperato per Bone ... Bone ... un nome senza volto, come il personaggio di un film che ho visto tanto tempo fa. Maffa si alza senza storie quando gli porto il thè, finiamo la colazione al tavolo della cucina, sono quasi le dieci e mi pare il caso di andare in ufficio, tralaltro mi viene in mente di colpo che Sweet mi ha detto ieri che forse stamattina passava a prendere le chiavi di riserva per Robi, meglio evitare un incontro in queste condizioni, devo avere un aspetto orribile. Ma ovviamente appena usciti dal portone io e Maffa, gli occhi agonizzanti nella luce crudele del mattino, la prima persona che incontro sul marciapiede è proprio Sweet. Imbarazzo generale, faccio le presentazioni, Sweet mi guarda e leggo "non sono affari miei se stai mandando la tua vita a puttane" sì vabbè chissenefrega pensa pure che mi sto scopando tutti i boys di internet a turno prima di partire tu che ti scopi una bambina, potrebbe tranquillamente essere tua figlia, mica penserai per caso di essere migliore di me vero? Non mi sforzo di correggere alcuna impressione, non me ne frega niente, non ho niente da dire a nessuno qui. In ufficio tra un saluto insincero e una fetta di panettone mi arriva a sorpresa la telefonata del cliente con cui avrei dovuto avere un pranzo d'addio che con perfetta faccia di merda commuta il pranzo d'addio in riunione di lavoro. Solo un sadico come lui avrebbe potuto farlo e infatti. Mancano ancora due ore e poi posso mandare a cagare tutto questo, coraggio. Anche Bo mi guarda stranito all'annuncio che si lavora ancora, comincia forse a capire che questo cliente non è la passeggiata che si immaginava, cazzi suoi. La riunione è totalmente delirante ma ho il piacere di guardare quello che negli ultimi tre anni è stato la mia fonte principale di pane e companatico con il distacco di un maestro zen: lui e i suoi cancrenosi problemi di rescheduling il 22 dicembre, quest'anno non sarò io a passare la vigilia di natale al cellulare per risolvere i suoi casini, quest'anno io spengo il cellulare alle ore 15 e 45 per mai più riaccenderlo. Tolgo la scheda aziendale, la passo a Bo con un sorriso che non riesce ad essere sadico, gli dico "I numeri di emergenza dei fornitori sono tutti sulla scheda, non farti problemi ad usarli: si aspettano tutti che qualcosa il 24 sia da rifare, sai com'è, ci sono abituati, digli che ti mando io, se hai problemi chiamami." sapendo che non lo farà mai, piuttosto si ammazza, fantastici sti americani, comincio a vedere i vantaggi della loro prosopopea. Sarebbe tutto bellissimo se non che siamo in culo al mondo e di trovare un taxi per tornare in centro non se ne parla nemmeno per scherzo: mi devo fare quindici fermate di metrò carica di tutti i regali ricevuti e i 200 metri tra fermata del metrò e casa mi sembrano 20 km. Arrivo più morta che viva, le mani un groviglio di tagli da carta e plastica, i piedi stanno esplodendo nelle solite scarpe col tacco cazzo perché sono così scema? Sono le cinque e ho solo tempo di fare tre scatoloni prima di dovermi rifare la doccia e rivestire per andare alla festa di Natale di Gio. Avrei voglia di telefonarle, dire che sto male, prendere 10 gocce di valium e dormire fino a domani ma questa Gio non me la perdona: sicuramente le galline sono schierate per darmi l'estremo saluto e se conosco Gio hanno anche preparato una marea di regali nonostante il mio espresso divieto. Infatti così è e per ore devo sorridere, ringraziare, baciare, raccontare, rassicurare, ascoltare. Sono così stanca che perfino l'inevitabile foto di gruppo mostra una faccia scavata e occhiaie nere dove ci dovrebbe essere un blob rosaceo e sorridente. Approfitto di un momento in cui nessuno mi fila per chiudermi in bagno e dare fondo alla batteria del cellulare con Martin. Finisce troppo presto e agonizzo su vari divani per altre due ore. Verso l'una se ne sono andati tutti tranne il nucleo di fedelissimi e compare l'inesorabile spaghettata aglio e olio. Chiedo debolmente una tisana e cerco di non vomitare all'olezzo agliato. Gio ci lascia andare non senza una buona mezz'ora di proteste alle due e un quarto, alle due e tre quarti sono a casa e cado in un baratro di sonno profondissimo direttamente sul divano.
23 dicembre 2000
 
Ancora 48 ore da passare. Ce la posso fare, ma solo se sento Martin ogni ora da adesso in poi. Quello o vado subito in aeroporto e campeggio finché non trovo un posto libero. Comincio a sentirlo appena fatta la doccia e bevuto il thè e le notizie che mi dà mi mandano subito in para depressiva: stasera c'è un rave a cui andrà con i suoi amiconi del giro dell'xtc. Anzi, giacché il rave si tiene a Nymegen sarà lui a procurare le pillole. Una mano gelata mi attanaglia la gola e lo stomaco, l'idea che possa succedere qualcosa di brutto 48 ore prima della mia partenza mi fa dare fuori di matto. Vorrei che Martin si chiudesse in una cripta e ci stesse finché non arrivo a tirarlo fuori, vorrei che mandasse a fare in culo i suoi amici e l'xtc, solo finché non arrivo poi può fare quello che vuole. Gli chiedo strozzata se è proprio necessario che si impasticchi e lui mi dice sta tranquilla so quello che faccio non ti fidi di me? Cazzo io di te mi fido ciecamente ma in questo caso mi devo fidare anche dei dealers, dei tuoi amici e delle altre 4000 persone che partecipano al rave e non sono nelle condizioni psicologiche adeguate. Vorrei farmi promettere che non si impasticcherà ma mi trattengo: sarebbe totalmente inutile nonché invadente e pericoloso, che cosa posso impedirgli di fare a 1000 km di distanza? Per cui gli auguro buon divertimento, gli raccomando non fare cazzate, gli ricordo semmai ce ne fosse bisogno che lo amo alla follia, metto giù il telefono e attacco a piangere.
Mi attacco per sopravvivere alla mia lunghissima lista di impegni e per il resto del giorno spunto una riga dopo l'altra. Mi sono tenuta le cose più fighe per questi ultimi 2 giorni: lo shopping per il viaggio, la scelta dei vestiti, visitare gli amici più cari e farmi coccolare da estetista massaggiatrice e parrucchiere. Inforco la smart e parto ma Milano è insopportabilmente grigia, sporca, affollata, triste e mi sembra che tutto intorno a me sia morto, putrefatto, decadente. Nemmeno la visita a Babs e alla sua neonata bimba mi tira su di morale come speravo: Babs quasi attacca a piangere per la mia dipartita, confidandomi che sono l'unica persona al mondo che stima e lanciandosi in una digressione sulla sua vita privata che mi lascia attonita: in 3 anni che ci conosciamo (per lavoro) i nostri rapporti sono stati sempre cordiali ma non così intimi, cazzo, non siamo mai nemmeno una volta andate a prendere un caffè fuori dall'ufficio! Torno a casa col magone e chiamo Terri, le chiedo se può tenermi compagnia fino a che arriva Xavier almeno, decidiamo di organizzare una specie di picnic a casa mia e andiamo in rosticceria a spendere una fortuna in delicatessen. Xavier telefona 2 volte per scusarsi del ritardo, quando arriva alle 10 di sera è un miracolo se riusciamo a fargli un piatto misto di avanzi, ho mangiato come un bufalo e comincio a sentirmi leggermente male. Martin chiama puntuale per salutarmi prima di andare al rave. Io mastico lacrime mentre lo assicuro che sono in buona compagnia, Xavier e Terri si appartano discretamente in salotto a bere una tisana. Alla fine della telefonata dico ragazzi per favore aiutatemi voi a scegliere i vestiti che io da sola non ce la faccio. Infatti ci ho provato stamattina e anche mentre aspettavo Terri ma veramente non so che cosa mi succede, ogni volta che apro l'armadio mi viene la nausea. Loro capiscono al volo e per il resto della serata facciamo mercatino finché tutto non è in ordine e separato. Adesso che l'armadio è vuoto e gli scatoloni sono pieni non mi resta altro che mettere nell'armadio tutto quello che non voglio che Robi o Sweet tocchino. Certo. Domani. O se mi sveglio stanotte e mi viene il magone, anche. Sono le 2: Terri e Xavier se ne vanno insieme, io prendo un po' di valium e cerco di dormire.
24 dicembre 2000
 
Devo aver dormito qualche ora dopo le quattro, perché quando suona la sveglia apro un occhio e mi stupisco che siano già le otto e mezza. Sono stonatissima, ma riesco a trascinarmi sotto la doccia e anche a ricordarmi di mettere il follow-up sul cellulare nel caso Martin si svegli e mi chiami mentre sono in giro. Di solito la massaggiatrice mi ingiunge di spegnere il cellulare ma stamattina non dice niente e mi massaggia per un buon quarto d'ora in più. Estetista e parrucchiere mi coccolano in silenzio, l'atmosfera è tesa, dopo anni di consuetudine settimanale anche tra me e loro si è venuta a formare una bizzarra intimità che con oggi si interrompe. Quando esco in strada mi assale un tempo orrendo: cielo grigio plumbeo, freddo cane e piccole punture gelide sulle guance, sembra nevischio .. brrr. Non ho il coraggio di salutare anche gli altri negozianti della via, un po' perché li rivedrò fra pochi giorni quando tornerò a prendere gli scatoloni con Martin, un po' perché mi sto accorgendo che il trauma del distacco di cui tanto ha berciato la strizza in questi mesi mi sta arrivando addosso con tutta la sua potenza. Torno direttamente a casa: è quasi l'una, Martin non ha ancora chiamato ma non ho il coraggio di chiamare io. Comincio a stendere l'ultima biancheria lavata con le dita che tremano, mi riprende l'ansia, gesù ti prego, dio ti prego, fai che non gli sia successo niente, fai che stia ancora dormendo, fai che l'xtc fosse buona, fai che ... il telefono squilla e appena sento la sua voce mi metto a piangere: è più forte di me, lo so che è l'ultima cosa che lui vuole sentire ma non ce la faccio. Parliamo per mezz'ora, mi promette che mi richiamerà alle tre, mi ingiunge di andare a letto adesso e mi molla solo quando gli giuro che sono sdraiata sul letto on gli occhi chiusi. Dormo. Dormo profondamente fino al nuovo squillo del telefono: sono le 15:07, è lui e la mia voce impastata lo rassicura che ho veramente dormito e che ho smesso di piangere. Gli prometto che lo chiamerò stasera da casa dei miei, ci mettiamo d'accordo che mi richiamerà lui entro le 11 e sarà la mia scusa per andarmene via. Coraggio, siamo alla fine: domani a quest'ora sarò già a casa, adesso ho ancora un sacco di cose da fare. E mi alzo decisa a fare, guardo distrattamente fuori dalla finestra, un cielo sporco quasi arancione, grossi fiocchi di neve stanno cadendo lenti. Orribile. Rabbrividisco e mi immergo nel lavoro, dimentica di tutto. Riesco miracolosamente a riempire l'armadio di tutte le cose che non porterò via ma che non voglio lasciare in giro, poi mi do anima e corpo alla pulizia della casa per farla trovare in ordine ai genitori di Martin. Almeno cucina, camera da letto e bagno fatti come si deve, spolvero e passo l'aspirapolvere nel resto della casa che mi opprime enorme e silenziosa. Metto tutte le lenzuola e gli asciugamani in lavatrice, lascio fuori solo l'accappatoio che mi serve per la doccia stasera e domani, mi guardo intorno soddisfatta, sì, posso fare la doccia, sono quasi le sei, ora di andare all'orrida cena di Natale dai miei. Sto asciugandomi quando vedo con orrore che la parete del bagno contro cui è stata appoggiata fino a una settimana fa la cassetta dei gatti mostra un’elegante silhouette nera sul giallo paglierino dello spazio occupato dalla cassetta: mi incazzo profondamente con la donna delle pulizie che è venuta ben 2 volte questa settimana senza evidentemente pulire niente! Ancora in accappatoio afferro la spugnetta e il cif e comincio a lavare la parete con furia bestemmiando tra i denti. E picchio violentemente il dito medio della mano sinistra sullo spigolo dello zoccolino di ceramica. Adesso sto bestemmiando ad altissima voce, tenendomi il dito che mi fa un male cane e comincia subito a gonfiarsi. Occazzo ci mancava il dito rotto! Lo posso ancora muovere, lo tocco guardinga, non sembra rotto ma pulsa, è completamente viola e gonfissimo. Ci spalmo sopra mezz'etto di lasonil e vado a vestirmi sempre bestemmiando. Arrivo in strada come una furia e a momenti prendo un ruzzolone sul selciato: ci sono 10 centimetri di neve scivolosissima ovunque e continua a nevicare senza tregua. Sono troppo agitata per valutare le conseguenze della cosa e devo ancora prendere il panettone che ho ordinato per la cena di natale di domani a casa dei genitori di Martin. Cerco di non rompermi una gamba nei 50 metri tra il portone di casa e la pasticceria, poi mi accorgo che la smart è un pandoro innevato e passo 5 minuti sotto la neve a togliere il grosso dai finestrini, addio acconciatura del parrucchiere, sono in ritardissimo, non ho tempo di stare a pensare ai dettagli, lancio borsa guanti e panettone in macchina e parto. I primi 500 metri nel centro pieno di luci e traffico sulla poltiglia grigiastra sono ancora abbordabili, ma quando mi inoltro su viale Palmanova il silenzio, il buio e la neve mi assalgono e comincio a sentire una sottile inquietudine: cazzo, c'è un sacco di neve e non smette di venire giù, potrebbe essere pericoloso, dove sono gli spazzaneve? Già, il 24 dicembre alle 7 di sera, figuriamoci. Arrivo all'imbocco della tangenziale e scalo una marcia per affrontare la curva. Non c'è nessuno in strada in questa notte da lupi e mi sento piccola e sola. Quando la smart comincia a scivolare sul ghiaccio e il volante gira da solo come in un brutto film dell'orrore dico solo oddio e istintivamente mi paralizzo, le mani sul volante, i piedi ben lontani dal pedale del freno, le braccia tese a sostenere il busto contro lo schienale della poltrona, testa indietro, occhi chiusi, aspetto lo scoppio dell'airbag e in testa ho la voce del mio amico d'infanzia Riccardo che dice in quel momento ho pensato ecco è finita sono morto ho lasciato andare volante e tutto secondo me è quello che mi ha salvato. La smart gioca un po' a flipper con i guardrail di destra e di sinistra e si ferma di traverso in mezzo al curvone. Riapro gli occhi e mi guardo intorno: non c'è nessuno in strada in questa notte da lupi e probabilmente è questo che mi ha salvato. Provo guardinga a schiacciare il pedale del'acceleratore col cuore che batte a mille, la smart si muove lentissimamente, giro il volante, non toccare il freno Bree per carità quello che vuoi ma resisti e non toccare il freno. La smart si raddrizza e le ruote riprendono un minimo di aderenza al fondo ghiacciato, riesco a finire il curvone e ad immettermi sulla tangenziale dove la neve è più bagnata. Faccio tutti i 40 km di tangenziale e A4 a 40 all'ora e arrivo a casa dei miei con i muscoli dal collo alla vita completamente rattrappiti. Vorrei raccontare tutto a tutti e bere un gin tonic per calmarmi, invece mi tocca sorridere come se niente fosse ascoltando inutilaggini natalizie finché non arriva mio fratello. Lo trascino in camera da letto con una scusa e gli racconto tutto ingiungendogli di portarmi subito qualcosa di forte di nascosto. La sua idea di qualcosa di forte è l'amaretto di saronno, disgustoso, lo mando giù ugualmente dopodiché mi sento in grado di telefonare a Martin. Gli dico che sono arrivata e che sto bene, che adesso è la verità, quindi mi sento in grado anche di riaffrontare la compagine di parenti misti che sono già seduti a tavola e che stanno recitando la versione gore di natale in casa cupiello. Saranno almeno 10 anni che nessuno sopporta la vista degli altri ma ciò non impedisce che ogni anno la fottuta vigilia di natale ci si riunisca tutti a soffrire per quattro interminabili ore davanti ad una cena pantagruelica che nessuno ha voglia di mangiare e che tutti mandano giù di malavoglia alla faccia dei bambini morti di fame in africa. Ci sono 2 assenti di spicco quest'anno: Sweet e mio cugino che sua madre si affretta a giustificare con influenza e febbre a 39°. Io non giustifico niente e commento tagliente che natale non giova alla salute dei miei cugini giacché l'anno scorso l'influenza con febbre a 39° l'aveva la sorella del cugino. Guardo mia madre sorridendo e dico soavemente che mi prenoto per l'influenza del natale 2001, tutti ridono come da copione e il primo colpo della mia vendetta è andato a segno. Per il resto della serata non farò che alludere al fatto che devo andare via presto che domani mattina mi aspetta un aereo all'alba senza precisare altro. La curiosità frigge negli occhi di tutti, mia madre è sui carboni ardenti e quando il cellulare squilla alle 23:01 a momenti sputa il panettone. Io rispondo a monosillabi metà olandese metà inglese davanti a tutti e alla fine della telefonata mi alzo e dico beh s'è fatto tardi buona continuazione alla prossima. Raccolgo i regali senza nemmeno scartarli e alle 23:12 sono fuori a respirare l'aria gelida. Non ha mai smesso di nevicare, a questo punto c'è quasi mezzo metro di neve non spalata per terra e il viaggio di ritorno è nightmare on ice, 40 km a 30 all'ora, intanto ho imparato a sfruttare le scivolate e controsterzare come un'equilibrista. Lascio la smart al garage che è quasi l'una, i regali nel portabagagli, nemmeno ho voglia di buttarli nel primo cestino. Piuttosto, come passo le prossime 4 ore? Scarico la mail e tra le decine di messaggi augurali spicca la lettera del direttore della mia (ex) holding olandese che mi informa che a seguito del nostro colloquio del 6 novembre u.s. non ritiene di dar seguito alla mia candidatura per la posizione di cui si era parlato. Guardo l'intestazione: la mail è stata spedita il 23/12/00 alle 19:18. E con questo ti meriti l'oscar degli stronzi penso archiviando accuratamente la mail per futuri usi delittuosi. Su ICQ c'è solo qualche sfigato e mi accorgo di non aver voglia di chattare con nessuno. Spengo tutto e mi stendo sul divano, sveglia sul tavolino con allarme alle 5:10 e TV accesa su qualunque cosa mi aiuti a passare la notte.
25 dicembre 2000
 
Mi sveglio alle 5, dieci minuti prima della sveglia, la TV ancora accesa trasmette il notiziario RAI via satellite. Avrò dormito sì e no 3 ore ma fa niente. Ho tempo di fare la doccia e mettere a posto tutto prima della prima metropolitana del mattino. Con calma. Non vale la pena di correre e il dito mi fa ancora un male cane. C'è un silenzio irreale, inquietante. Non mi sono mai alzata così presto forse, o di solito c'era la radio accesa. Do un'occhiata ai timer dei vari antifurto: tutto OK. Lascio la luce accesa? No, dai, non esageriamo, non ne vale la pena. Cerco di non guardare in direzione degli scatoloni, la bici mi saluta malinconica dall'ingresso. Chiudo la porta ed è come se si fosse chiuso dietro di me il cancello dell'inferno. Sono fuori, basta, finito, la prossima volta che aprirò questa porta ci sarà Martin con me e i suoi genitori: un'altra vita. Un'altra porta. In strada ci sono trenta centimetri di neve fresca e sta ancora nevicando. Nel fondo dello stomaco qualcosa si muove debolmente, deglutisco per mandarlo giù e faccio finta di non sentire il sapore sottile dell'ansia. Andrà tutto bene, gli spazzaneve non sono ancora passati, c'è tempo, sono solo le sei meno venti. Ma faccio fatica a camminare nella neve alta, meno male che non ho il trolley, il borsone è leggero, ho portato solo lo stretto indispensabile per 2 giorni. La luce calda della metropolitana mi accoglie: siamo in sei, io, il controllore e quattro filippini ubriachi che hanno l'aria di essere stati in giro tutta notte. Arriva il treno. Non è vuoto come credevo, anzi, per essere il primo treno della mattina di Natale è singolarmente affollato: almeno quindici persone tra vacanzieri e turnisti che si distinguono dai vacanzieri per l'assenza di valigie e l'aria abbattuta di chi deve lavorare anche a natale. Dieci minuti dopo siamo a Cadorna, il gruppo dei vacanzieri esce compatto e si infila su per la scala mobile. Il silenzio irreale continua, il sapore dell'ansia anche. Cerco di distrarmi, fin qui tutto bene, adesso si tratta solo di arrivare a Malpensa, mancano ancora più di tre ore all'aereo, il primo treno è fermo al binario 1, tutto normale. Le porte sono ancora chiuse e c'è una piccola folla ad aspettare che si aprano. Sono già le 6 e 10, dovrebbero aprirsi da un momento all'altro. Invece no. Niente panico, andiamo a vedere che succede. Senza dare nell'occhio risalgo fino alla testa del treno dove tre o quattro macchinisti stanno confabulando. Mi fermo ad ascoltare e nel giro di pochi secondi l'ansia ha risalito le pareti dello stomaco e devo stringere i denti per non vomitare. Non c'è corrente sulle linee fino a Saronno. Siccome ha nevicato tutta notte i fili dell'alta tensione sono pieni di neve e nessuno l'ha tirata via, nessuno ci ha pensato. Sento che il macchinista sta negoziando con la centrale che non vorrebbe far partire il treno, dice "Qui c'è un sacco di gente, non possiamo." In silenzio tifo per il macchinista e prego. Prego che qualcuno a Saronno stia togliendo la neve dalle linee, in fin dei conti sono solo le sei e venti, anche se partiamo in ritardo di dieci minuti non succede niente. Partiamo in ritardo di 20 minuti, senza riscaldamento e senza luci. Il treno è lentissimo, annaspa, arranca e finalmente si ferma per mai più muoversi nell'amena stazione di Rescaldina. I macchinisti ci costringono a scendere e ci dicono che è in arrivo un altro treno. Che arriva infatti dopo dieci minuti e con questo il ritardo globale è di 45 minuti: mi sto tenendo calma solo perché penso che sono stata stupida a prendere il primo treno del mattino, se avessi preso quello giusto e cioè il terzo tutti i problemi sarebbero stati risolti e non mi sarei accorta di niente. Il treno su cui ci fanno salire non è un Malpensa Express ma un treno regolare delle Nord, stracarico di gente incazzatissima e di valigie, valigie dappertutto. Viaggio incollata ad un'hostess Alitalia che riceve e fa una telefonata dietro l'altra e quello che sento non mi piace affatto. Sembra che a Malpensa ci siano problemi, stanno richiamando in servizio personale extra. Alcuni voli sono stati cancellati. Il mio cervello si isola: non vedo, non sento, non parlo. Cerco di fare il vuoto dentro di me, il grande OOOOM. Arriviamo a Malpensa alle otto, guardo il tabellone delle partenze internazionali prima di entrare in aeroporto: è vero, alcuni aerei sono stati cancellati ma l'AZ120 delle 9:20 per Amsterdam no. OK, fine del problema, check-in e fra meno di 3 ore sarà tutto finito. Il silenzio irreale continua e mentre la scala mobile mi porta al salone check-in comincio a percepirne la singolarità: non è più l'alba, siamo in piena ora di punta, perché la scala mobile è così vuota? Perché non si sentono gli annunci di arrivi partenze e ritardi che da quattro mesi sono la mia colonna sonora settimanale? Arrivo al salone check-in e la realtà mi colpisce come uno schiaffo gelato. Folla. Migliaia di persone, ovunque: sedute, sdraiate, in piedi, in tutti i possibili spazi di quello che solitamente è un'elegante vuoto risplendente di luci e marmi e adesso è una sterminata discarica biologica. Folla e valigie, borse, bauli, borsoni. Folla e frustrazione, rabbia, stanchezza. Mi muovo tra la folla come Rossella O'Hara alla stazione di Atlanta, osservando tutto con la lucidità acuminata della razionalità di fronte alla follia. OK Bree, non è un problema tuo, il tuo volo non è stato cancellato, devi solo andare al check-in del bagaglio a mano e magari forzare un po' la coda, nient'altro. Ce la puoi fare tranquillamente. C'è tempo. Al check-in del bagaglio a mano una ragazzina di vent'anni che sembra aver cominciato a lavorare solo ieri e resiste stoicamente alle lacrime che sembrano sempre lì lì per uscire dagli occhi azzurri timidi e spaventati mi dice - con il tono pacato di chi ha ripetuto la stessa frase almeno un migliaio di volte ad un migliaio di persone diverse ma identiche nella sequenza di azioni e reazioni - che l'aeroporto è chiuso, tutti i check-in sono bloccati e appena ci sono notizie sul mio volo me le farà sapere. OK, adesso è diventato un problema mio e nel giro di un secondo mi trovo dalla parte della folla, una di loro, uguale a loro. Welcome in the club. E sono fortunata, vengo a sapere nei seguenti cinque minuti, perché la maggioranza della gente è qui da ieri sera, più o meno da quando ha cominciato a nevicare. Ci sono interi contingenti di gente che avrebbe dovuto essere imbarcata ieri sera alle otto ed è stata fatta salire e scendere da aerei diversi fino alle quattro di stamattina, lasciata poi a marcire nel salone dei check-in senza informazioni, cibo, acqua o riscaldamento. Mi chiedo a metà tra l'inorridito e l'indignato come sia possibile che nel cosiddetto hub europeo, nel cuore di Legoland, succedano queste cose da terzo mondo e come sia possibile che vengano sopportate con stoica rassegnazione da terzo mondo. Cazzo, non siamo nel terzo mondo, è uno scandalo! Infatti al banco del check-in Milano-Palermo esplode una rissa. Esploderanno cinque o sei risse in tutta l'interminabile giornata che verrà riportata da tutti i giornali con toni di altissima indignazione. Verremo a sapere che i passeggeri furibondi dopo 24 ore di permanenza in aeroporto hanno sfasciato quasi tutte le postazioni dei check-in, verremo a sapere che siamo vittime di una serie malaugurata di circostanze tra cui neve, Natale e incompetenza dei dirigenti SEA sono solo tre. Verremo a sapere che metà del personale precettato in fretta e furia la sera del 24 non si è mai presentato o si è rifiutato di presentarsi la mattina del 25 e che dei 4 sghiacciaali in servizio solo 1 funziona. Verremo a sapere che il contratto con la ditta che ha il compito di pulire le piste è scaduto ad ottobre e non è mai stato rinnovato perché l'aumento di prezzo richiesto è sembrato eccessivo alla direzione SEA e "comunque non nevica mai." Verremo a sapere tutto questo dai quotidiani in edicola tra due giorni, ma adesso, alle 8 e 30 del 25 dicembre 2000 tutto quello che tutti sappiamo è che siamo condannati a rimanere qui senza muoverci finché qualcuno non ci informerà che cosa è dei nostri voli. Comincio a piangere esattamente tre secondi dopo che accanto al nome del volo per Amsterdam appare la scritta cancelled e sono solo le 9 e 35. Continuo a piangere mentre telefono a Martin per dargli la notizia, piango ad intervalli regolari finché qualche elemento di novità non viene a turbare l'agonia incessante dell'attesa. Martin mi chiama ogni due ore per chiedere notizie, mia madre mi chiama per augurarmi buon natale e chiedermi se sono già a Nymegen, totalmente ignara. Quando la informo con voce malferma e carica di tutta la rabbia che riesco ad esprimere scoppia a piangere e dice che le dispiace. "Adesso è inutile. Dovevi dispiacerti prima." le dico tagliente. Deve soffrire, voglio che soffra, è solo colpa sua se non ho preso l'aereo sabato come avrei voluto, colpa sua e delle sue maledette cene di Natale. Giuro a me stessa che mai più mi farò ricattare da mia madre. Giuro che mai più tornerò a casa a Natale. Giuro che quando tutto questo sarà dietro di me lo scriverò e lo appenderò al muro del cesso di fronte al WC, a lettere cubitali, giuro che lo ripeterò tutte le mattine e tutte le sere come un mantra per ricordarmi quanto sono idiota e quanto avrei potuto essere felice se solo non avessi preso quel fottuto aereo 6 giorni fa. Ma so in fondo a quella parte che tace quando sono fuori di me come adesso, che non è colpa di nessuno, che le cose sono andate così perché così dovevano andare, che sto solo attraversando il nodo karmico della mia incapacità di prendere decisioni realmente di rottura. Io sono solo una brava bambina educata che ogni tanto fa i capricci ma che di fronte a qualunque intollerabile sopruso è totalmente incapace di reagire e sta ferma in mezzo al salone pieno di folla, con il suo bel cappottino di cachemire, il cappellino della festa, panettone e borsone: l'immagine della borghesia BCBG, debole e asservita al regime. E quando scoppiano le risse mi tiro prudentemente indietro e osservo il panorama fuori dai finestroni. Quando gli aerei per Amsterdam vengono cancellati uno dopo l'altro mi rimetto diligentemente in fila e presento educatamente il mio inutile coupon alla hostess che lo cambia con un altro inutile coupon. Alle 14:25 sembra che l'aereo delle 14:15 per Düsseldorf parta e mi lancio come una iena al check in per farmi cambiare il biglietto. So che è un mio diritto e so anche che l'impiegato non capisce che cosa c'entra Düsseldorf con Amsterdam per cui ci vorranno almeno 5 minuti di controlli e burocrazia varia, ma alla fine ho la mia carta d'imbarco e posso varcare insieme ad altri 20 increduli passeggeri la soglia del metal detector. Nella sala d'attesa gelata familiarizziamo raccontandoci le nostre storie: sono tutte identiche e strappacore. C'è una ragazza bionda terrorizzata che piange e prega in continuazione: lavora a Holiday on Ice, è in tournée solo da una settimana ed è tornata in Italia ieri per fare natale con i suoi, ma se stasera non si presenta allo spettacolo corre il rischio di essere licenziata. "E' da un anno che mi preparo a questa tournée." singhiozza disperata. Alle 15:30 arriva finalmente lo shuttle bus e dopo un viaggio che sembra interminabile saliamo sul 767 e ci sembra quasi di essere già a casa: perfino la ragazza bionda smette di piangere e sorseggia beata l'orrido succo d'arancia dell'Alitalia. Alle 16:05 ci dicono che abbiamo l'ordine di aspettare il nostro turno allo sghiacciaali senza poter chiudere le porte e le hostess ci portano bevande calde scusandosi. Alle 17:10 ci dicono che lo sghiacciaali non è ancora disponibile e le condizioni meteorologiche sono peggiorate pertanto sono costretti a cancellare il volo. Ci sarebbe da sfasciare l'aereo volendo e le hostess ci darebbero anche una mano, ma nessuno ha più la forza di protestare, la ragazza bionda ricomincia a singhiozzare disperata e tutti gli altri nascondono la loro frustrazione dietro fazzoletti di carta, giornali, perfino occhiali da sole. Riappare lo shuttle, ci riportano al terminal ma la farsa non è ancora finita: dobbiamo stare in coda mezz'ora per convertire le carte d'imbarco con il volo di domani mattina alle 9:20! Ma a parte il fatto che nessuno crede che ci sarà un volo alle 9:20 domani mattina, io a casa non ci torno nemmeno con una pistola alla tempia. Con la lucidità borderline della disperazione chiamo Zen, gli racconto in 2 parole la situazione e lo supplico di andare per me alla stazione centrale a comperare un biglietto sul treno diretto per Amsterdam delle 20:05, a qualunque costo. So che quel treno esiste e che c'è anche stasera perché era una delle opzioni prese in considerazione per Martin quando ancora stavamo organizzando i movimenti di dicembre, ma da qui a trovare un posto libero ... Zen non lo sa ma nel caso in cui mi tocchi passare la notte a Milano mi butterò in ginocchio e gli chiederò piangendo di dormire a casa sua. Anche sullo zerbino, qualunque cosa ma io a casa mia da sola non ci passo un altro secondo. Prendo l'autostradale per la Centrale e faccio tutto il viaggio fissando come un'idiota lo schermo inespressivo del cellulare: Zen ha promesso di chiamarmi se ci sono problemi. Il cellulare rimane muto e quando arrivo alla biglietteria Zen sta chiacchierando con un ragazzone alto biondo e inconfondibilmente olandese che parla un ottimo italiano appena accentato. "Tutto OK, mi dice Zen allungandomi il biglietto, sono 284mila con comodo." ma io ho già tirato fuori il portafoglio e gli conto i bigliettoni sull'unghia. Procediamo alle presentazioni e con mia somma sorpresa il ragazzone alto e biondo è italianissimo di Lodi, si chiama Riccardo, è sposato con un'olandese e vive a Delft da 3 anni, lui e Zen si sono incontrati in fila alla biglietteria. Anche Riccardo è reduce dalla Malpensa: AZ122 per Amsterdam delle 14:20. Molto astutamente, dopo 3 ore di manfrina in aeroporto ha capito che aria tirava, ha preso l'autostradale e si è fiondato in Centrale. "E il bastardo mi ha preso l'ultimo posto di 2º: per te ho dovuto prendere la cuccetta perché il computer non accettava più le tariffe economiche." dice Zen allegramente. Io avrei preso anche il vagone letto vip pur di partire. Mi sento in dovere di offrire da bere a entrambi, Zen ci accompagna fino al binario e poi mi augura buon natale. Non è ironico e io lo abbraccio forte, poi mi riprendono le lacrime e salgo frettolosamente in treno. Mi sistemo nel mio scompartimento, Riccardo nel suo e poi, approfittando del fatto che il mio scompartimento è mezzo vuoto, si ferma a chiacchierare. Alle 20:05 si chiudono le porte e il treno si muove lentamente. Scoppio a piangere: è la tensione accumulata che sta esplodendo. So di essere spettinata, con gli occhi rossi, il naso che cola, la faccia gonfia per tutto il piangere che ho fatto. Anche la confezione del povero panettone è conciata da sbatter via e il cappotto di cachemire sembra essere passato in un tritarifiuti, ma in questo momento mi rifiuto di pensare altro che a)sono in viaggio e b)fra 11 ore rivedrò Martin. Lo chiamo e piango per l'ultima volta, stiamo al telefono mezz'ora, come tutte le sere prima di andare a dormire.
26 dicembre 2000
 
Mi sveglio alle 7, siamo ancora in Germania e il paesaggio scorre veloce, stazione dopo stazione. Non sento più niente, sono totalmente insensibile al caldo e al freddo, non ho fame, non ho sete, non devo andare in bagno ma mi costringo a farlo e la pipì è una poltiglia brunastra. Mi fa male, non importa. Mancano solo 2 ore ad Arnhem. Mi lavo meglio che posso, probabilmente puzzo, anzi di sicuro. Mancano solo 2 ore ad Arnhem. Lo specchio screpolato mi ricorda che ho un aspetto orribile, le occhiaie nere, i capelli sporchi; mi pettino, torno nel mio scompartimento. Raccolgo cappotto e cappello, guanti e sciarpa, borsetta, borsone e panettone in totale automatismo; uno due tre quattro cinque sei sette colli, come ti ha insegnato il colonnello, conta i colli, non lasciare il posto finché i conti non tornano. Mancano solo 2 ore ad Arnhem. Vado nello scompartimento dove un sorridente Riccardo è perfettamente sveglio lavato profumato e soddisfatto di che cosa non si sa. Mi accoglie rumorosamente, felice di rivedermi, mi racconta come ha passato la notte: metà al bar a bere birra con un marinaio di Rotterdam e metà steso su 3 sedili, lo scompartimento tutto per se e ha pagato la metà di quello che ho pagato io. Manca solo un'ora e mezza ad Arnhem. Parliamo dell'Olanda, degli olandesi, dei loro modi di dire, delle loro abitudini: l'hagelschlag, il kaasschaaf; ridiamo. Arriva il marinaio di Rotterdam, una specie di cubo umano colla testa piantata nelle spalle e un trapezio al posto del collo. Parla con un accento totalmente incomprensibile, io sorrido debolmente, guardo fuori dal finestrino il paesaggio invernale perfettamente sgombro di neve. Fanculo. Echi lontani di ieri, se chiudo gli occhi sono ancora a Malpensa, quindi ogni volta li riapro di colpo e cerco di focalizzarmi sul paesaggio. Manca solo un'ora ad Arnhem. Ci fermiamo a Kleve per cambiare il locomotore: è l'ultima stazione tedesca. Già il paesaggio è più familiare. Ormai vedo tutto attraverso un velo di lacrime che non escono più dagli occhi. Ripartiamo. Le stazioni blu e gialle NS scorrono veloci, sorrido ogni volta che il simbolo familiare appare e scompare. Riccardo mi chiede di Martin, non so che cosa, rispondo senza realmente essere lì. Manca solo un quarto d'ora ad Arnhem. Il treno rallenta, Riccardo dice, stiamo entrando in stazione. Io vorrei sfondare il finestrino per fare prima ma invece conto i colli: uno, borsetta, due, sciarpa, tre, cappello, quattro, guanti, cinque, cappotto, sei, panettone, sette, borsone. C'è tutto. Il treno frena dolcemente e il conducente dice "Arnhem, station Arnhem. Volgende uitstappen Utrecht, Amsterdam Centraal. Maar nu, station Arnhem." Saluto Riccardo, esco sul corridoio. Le porte si aprono, scendo tre gradini e vedo Martin, tre metri di fronte a me. Mi viene incontro, so di stare sorridendo, mi abbraccia, mi bacia, prende borsone e panettone e dice "We have to run for the connection." Corriamo mano nella mano. OK Bree, è finita, ce l'hai fatta, sei a casa. Arnhem-Nymegen sono solo dieci minuti di treno, altri dieci minuti nell'aria frizzante e gelida del mattino per arrivare a casa, parlando di tutto e di niente: come hai dormito? Io a casa dei miei, mio padre mi ha portato ad Arnhem in macchina, ci sei mancata, ho qui il tuo regalo, Elena ti saluta. La porta si apre, Martin deposita borsone e panettone in soggiorno, mi aiuta a togliere cappello e cappotto. Vuoi una tazza di thè? Sì grazie, sempre. Ma nessuno si muove. Siamo in piedi vicino al tavolo e Martin mi guarda. "Just a minute, dice, This first." Mi prende la mano, solleva la manica della giacca, svolge la fascia nera sotto cui il braccialetto azzurro del villaggio di St. Martin ancora resiste attaccato per mezzo millimetro. Martin afferra deciso il braccialetto e sento lo snap della plastica strappata: "You don't need this anymore."
 
torna su
« precedente      
 
| design&development: Artdisk