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2016

London calling

(3 novembre) Per una misantropa tendenzialmente sociopatica come me, che odia perfino il pranzo di Natale, l’usanza olandese del familieweekend, o weekend annuale con i parenti più stretti in posti più o meno ameni, è solo marginalmente meno fastidiosa di quella del vriendeweekend, ovvero il corrispettivo con gli amici del bel tempo che fu, perché se in teoria gli amici li scegli mentre la famiglia è quella che ti trovi intorno alla nascita e dalla quale non puoi uscire fino alla fine dei tuoi giorni, la famiglia del vikingo è decisamente meno disfunzionale delle mogli dei suoi amici e soprattutto non pretende di celebrare l’usanza più di una volta ogni quattro o cinque anni. Ho dato ampia cronaca del familieweekend  al Centerpark Hochsauerland nel 2008, che era stato preceduto dal Centerpark Drenthe nel 2003. Da allora ne abbiamo fatto un altro all’Efteling nel 2013 e quest’anno ci è toccato di nuovo.  Appena il padre del vikingo ha cominciato a parlare di una location orrendamente simile a quella dei weekend precedenti mi è salita una tale ansia che ho sbroccato. Ho cercato di arginare lo sbrocco argomentando che l’età media dei nostri figli è ormai largamente sopra l’infanzia e quindi l’attrattiva di un villaggio vacanze nei boschi con minigolf e piscina tropicale tende a meno infinito. Quello che i teenagers vogliono – a parte il wifi – è la possibilità di fare shopping in negozi fighi e in generale di essere immersi fino alle orecchie nella cultura pop del momento. Ergo, ho concluso, occorre spostarci in metropoli vibranti di cultura pop come Amsterdam, Anversa, Parigi o Londra (aggiungo a margine che tutte queste località sono equidistanti dal buco del culo del polder in cui la famiglia del vikingo vive). Con mia grandissima sorpresa il vikingo mi ha dato manforte e prima che potessi ricompormi ci eravamo aggiudicati la prospettiva di un weekend a Londra.

La proposta doveva passare il vaglio della sorella del vikingo e qui è arrivata la seconda grandissima sorpresa. Avevo contato sull’ostruzionismo della sorella – che per sua stessa ammissione non è mai volontariamente uscita dal villaggio natale e fino a dieci anni fa non era nemmeno mai stata ad Amsterdam – e sull’appoggio entusiastico delle due figlie adolescenti e invece le figlie si sono schierate all’unanimità sul fronte del no. Non sto a farvela lunga sulle ragioni, ma alla fine di elaborate trattative condotte con grande diplomazia dal vikingo siamo partiti alla volta dell’Eurostar accompagnati dai genitori e dalla sorella del vikingo, lasciando le ragazze a casa col padre.

Nel lungo weekend ci siamo resi conto che il fascino di Londra appartiene molto più alla nostra generazione che a quella dei nostri figli e questo spiega in parte il rifiuto delle ragazze. Per loro, i veri abitanti del villaggio globale, i luoghi geografici non hanno più alcuna valenza pratica o emotiva e questo spiega il rifiuto delle ragazze di seguirci. Matteo, che prima dell’estate era entusiasta alla prospettiva, ha passato la maggior parte del tempo nella cloud, scendendo a terra solo per accompagnarci riottosamente alle mostre e ai ristoranti che avevamo accuratamente scelto unicamente per avere la soddisfazione di protestare che tutto gli faceva schifo. Noi invece abbiamo fatto sballare l’adolescente che evidentemente è ancora in noi e quando dico noi includo anche i genitori e la sorella del vikingo che non solo ci hanno seguito entusiasti nel nostro pellegrinaggo cultural-gastronomico ma hanno addirittura mostrato grande spirito di iniziativa organizzandosi un pomeriggio freestyle in giro per la città.

Per me tornare a Londra è sempre un trip psichedelico, rafforzato ogni volta dalla constatazione che la città si evolve in sintonia col mio sentire più profondo. Nonostante la folla di turisti quasi apocalittica che ci ha accompagnato ovunque io mi sono sentita subito a casa e se non fosse che anche questo mese non abbiamo vinto la lotteria, avrei voluto chiedere la cittadinanza e trasferirmi in un appartamento in zona 2, possibilmente dalle parti di South Kensington. Così stando le cose mi sono accontentata di visitare tutti i negozi fighi che mi ricordavo più quelli che hanno aperto nel frattempo e di mangiare nel tempio della nouvelle cuisine londinese: Nopi, il ristorante di Yotam Ottolenghi. Dire che l’esperienza è stata orgasmica è un perfetto understatement: quello che Ottolenghi riesce a fare con una melanzana e un cucchiaio di olio d’oliva appartiene alla mitologia. Nell’entusiasmo ho anche comperato l’omonimo libro di ricette per accorgermi troppo tardi che la prefazione avvertiva che, a differenza dei libri precedenti, le ricette contenute in questo sono di un livello di difficoltà decisamente alto, diciamo per chef di alta cucina, e richiedono tempi di preparazione che vanno dalle tre ore ai tre giorni. Nel ristorante successivo sono riuscita a farmi dare la ricetta del tirshy, un’insalata di zucca di origine marocchina, e per il resto del weekend ho cercato di assemblare gli ingredienti necessari e prepararmi spiritualmente all’impresa. Ma il clou è stato senz’altro la visita alle due mostre che avevo scelto: gli espressionisti astratti americani e i quattro anni che hanno cambiato il mondo (1966-1969). Entrambe le mostre sono appena iniziate quindi il mio consiglio è di prenotare subito un volo low cost per andarle a vedere entrambe (e poi mangiare da Nopi ovviamente). Le condizioni al contorno non possono essere migliori: grazie alla Brexit godete di un cambio particolarmente vantaggioso e il global warming vi regalerà giorni quasi primaverili. Inoltre la cloud vi consente di comperare tutti i biglietti necessari (inclusa la travelcard) e perfino prenotare il ristorante da casa. Insomma, non avete scuse!

In quanto a noi, la prossima volta lasceremo Matteo a casa e torneremo da soli per la prima tranche del viaggio di nozze che non abbiamo ancora potuto fare. Ma questa è un’altra storia.

 
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