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2016

Sweet 14

(11 ottobre) Per un tempo che ti sembra eterno hai un tenero cucciolo in casa che vuole solo starti vicino e dirti quanto ha bisogno di te. Poi un giorno ti guardi intorno e al posto del cucciolo c'è un energumeno alto due metri che passa la vita guardando i gamers su YouTube e ti sfancula con un vocione da caserma. Allora ti rendi conto che sono passati quattordici anni.

Dove cazzo sono finiti?

Non il primo anno, quello lo so dove è finito: in quella parte del subconscio che viene tirata fuori solo quando la gente mi chiede perché non ho fatto il secondo. Quell’anno di puro terrore di fronte all’enormità di quello che io e il vikingo avevamo con tanta leggerezza messo in moto: una macchina infernale di urla, pipì, pupù, parole sconnesse, contusioni multiple e malattie infantili. Il primo anno è stato un incubo, soprattutto per una come me che aveva buttato l’utero in soffitta e mai si sarebbe immaginata di rimanere incinta al primo tentativo. Diciamo la verità: a trentasei anni stavo melinando e tirando la menopausa, forte di una diagnosi di utero piccolo, mobile e retroflesso; lo stesso utero che al primo spermatozoo vikingo si è srotolato come un gatto che fa le fusa. Già in sala parto mi sono resa conto dell’impossibilità dell’impresa in cui mi ero cacciata e quando ho capito che non avrei mai più avuto una notte di sonno ininterrotto, ne ’una vita extralavoro ho pianto tutte le lacrime che non avevo pianto negli ultimi mesi di surplus ormonale represso.

Però poi quell’anno è passato, la macchina infernale ha smesso gradatamente di urlare e ha cominciato a esprimersi in fasi di senso sempre più compiuto, a smettere di fare pipì e pupù in ogni momento e in ogni luogo, a camminare e a mangiare cibo sempre più somigliante a quello che mangiavamo noi. Ci ha lasciato dormire notti intere e perfino qualche pomeriggio. Già solo il fatto di non doverci muovere come sherpa carichi di carrozzine, passeggini, biberon, omogeneizzati, pannolini e salviettine umidificate ci ha restituito un briciolo di quella qualità della vita che credevamo nostro diritto divino e cominciavamo a vedere il miraggio di ripigliarci anche qualche minuto di libertà infrasettimanale all’entrata nella scuola materna.

Il miraggio si è trasformato in realtà, con il nostro cucciolo così piccolo e sperduto che stringeva forte la mia mano mentre camminavamo nel cortile pieno di ragazzini così incredibilmente grandi e sicuri di sé. Li guardavo con la bocca aperta, chiedendomi quando Matteo sarebbe stato come loro.

Ecco, è stato allora che il tempo ha cominciato a correre.

Dapprima una corsetta leggera, perché almeno un paio di volte all’anno Matteo si beccava un virus che lo costringeva a letto per un paio di giorni: nel lettone con me ovviamente perché dovevo controllare la febbre ogni paio d’ore e perché i cuccioli quando stanno male tornano sempre dalla mamma. Poi sempre più veloce, perché le malattie diminuivano e l’altezza cresceva tanto che l’ultima influenza l’ho passata raggomitolata sulla testata del lettone per lasciare spazio a quelle gambe e braccia infinite. Ma ancora non mi rendevo conto di che cosa stava succedendo. Matteo era sempre il mio tenero cucciolo, il bambino che mi stringeva la mano nel cortile della scuola anche quando mi ha proibito di accompagnarlo oltre l’incrocio, anche quando mi ha salutato, è salito sulla mia bicicletta e se ne è andato a scuola da solo. L’ho seguito per anni con la funzione find my iPhone, ancora non mi arrendevo all’idea che il mio bambino non avesse più bisogno di me.

Poi è arrivato il momento di lasciarlo andare in centro con gli amici, alle feste della scuola, alle giostre, al cinema. Io e il vikingo ci tenevamo a debita distanza ma pur sempre nei paraggi, pronti a intervenire, sorseggiando aperitivi o digestivi e perfino cioccolata bollente a mezzanotte. Ancora non volevo arrendermi, ancora lavoravo in part-time per vederlo andare a scuola ed essere a casa quando tornava.

Sono stata cieca, sono stata stupida. Gli cambiavo guardaroba ogni stagione e non correlavo l’altezza all’indipendenza. Fino all’estate scorsa la sua voce era ancora incorrotta. L’ho accompagnato a Sanremo e l’ho affidato alle cure di mia madre per una settimana e quando sono tornata a prenderlo al posto del mio cucciolo c’era uno sconosciuto alto, grosso e scorbutico, che mugugnava frasi sconnesse. Non era regredito, era approdato all’adolescenza e sprofondato nello spleen accessorio.

Di conseguenza adesso io e il vikingo ci dobbiamo riparametrare su una vita largamente composta di noi due più un adolescente a cui urlare ogni paio d’ore di abbassare il volume di quell’infernale cacofonia (i gamers su YouTube) e di cominciare a {FOR x = 1 TO ¥, REPEAT: studiare/ sparecchiare/ riordinarelacamera/  lavarsi/ vestirsi/ uscire}. Non so al vikingo, ma a me viene da ridere ogni volta, poi mi ricordo che sono una madre e faccio del mio meglio per restare seria e incazzata così da fornire al nostro adolescente materia sufficiente di risentimento nei miei confronti. E nello stesso tempo prego che il viaggio di Matteo nell’adolescenza non sia peggiore di quello che ho fatto io, che già mi è sembrato abbastanza tremendo.

Sarà per questo che da qualche mese riaffiorano a tradimento e nei momenti più impensati memorie antichissime di Matteo bambino, delle sue prime parole, dei suoi primi passi: intere sequenze di immagini che non sapevo di avere dentro. Un po’come si dice succeda un istante prima di morire: la vita che ti scorre davanti come reazione della mente di fronte all’ignoto, ricerca disperata di una risposta nelle esperienze precedenti.

Intanto navigo a vista e speriamo che me la cavo.

 
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