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2016

So Lucio!

Nel mio passato milanese Lucio Costa ha occupato uno spazio molto importante e se non ne ho parlato finora è perché fa talmente parte del mio essere che sarebbe come parlare del mio ombelico o dei miei gomiti. L’ho conosciuto quando era già uno stilista affermato ma lavorava ancora per altre case di moda, ho seguito dal backstage tutto il suo percorso indipendente fino a che ho potuto, finanziando le sue collezioni con robusti ordini, poi ho riscosso una promessa fatta nelle torride nottate della Milano da bere e mi sono fatta fare da Lucio il mio abito da sposa. Devo a Lucio molte cose a cominciare dal senso dello stile. È stato lui a dirmi nel sempre più remoto 1989: “La tua personalità è talmente esuberante che devi temperarla con linee semplici, tagli rigorosi e colori neutri”: da allora non ho più osato mettermi una fantasia floreale o un colore fluó, una camicetta con le rouches o una gonna zingaresca e scucio le paillettes perfino dalle etichette delle magliette di H&M. Fino a che sono rimasta in Italia non ho più osato presentarmi in pubblico senza un vestito disegnato o almeno approvato da Lucio e posso testimoniare che averlo avuto come amico e consigliere di stile mi ha sempre aiutato a mantenere un fisico da passerella, sia perché i suoi abiti stanno veramente bene solo se si riesce a entrare nel campionario che è fatto per le sfilate, sia perché il campionario costa meno della produzione. Di contro le taglie della produzione sono più generose e il prezzo maggiorato si ripaga in comfort respiratorio.

Quando sono emigrata ho portato con me tre bauli di vestiti di Lucio che sono prontamente finiti in quello che chiamo il mio museo degli abiti, quell’armadio in solaio in cui tutte le donne conservano tutti i vestiti in cui non riescono più a entrare. I miei Lucio Costa sono finiti prematuramente in quell’armadio perché in Olanda il dress code è assolutamente casual-rozzo e non sarei comunque riuscita a pedalare avvitata in quei tubini mozzafiato, ma non ho smesso di comperare almeno le maglie e i capi spalla in cui riuscivo a entrare. Poi, una sera di settembre di quattro anni fa, una sera in cui con orgoglio stavo partecipando a una festa di nuovo fasciata da un suo tailleur lungo di canneté nero della collezione 2003 mi è arrivata la telefonata di Roberto, il suo compagno di vita e il mio amico del cuore, che mi annunciava la prematura dipartita di Lucio da questa valle di lacrime. Mi ricordo che sono riuscita solo a dire: “L’ho addosso, ho addosso Lucio” prima di scoppiare a piangere e correre via. Il giorno dopo ho prenotato un volo per Milano e ho messo in valigia un tailleur da giorno bluette della collezione 2000 per partecipare al funerale.  Sebbene ogni donna in quella chiesa avesse addosso Lucio, Roberto mi ha gratificato di una frase che conservo tra le cose più preziose che ho. Ha detto: “Tu sei stata la nostra musa negli anni ottanta.” E ha aggiunto: “Di tutte le persone che conosco tu sei l’unica che vive nel presente.”

Lucio Costa invece ha sempre vissuto nel futuro.

Non solo tutti i vestiti che ho tirato fuori dal museo quest’estate sono ancora perfettamente attuali, ma negli anni in cui non potevo permettermi le sue collezioni mi adiravo puntualmente alla vista delle vetrine di Max Mara, Armani e Prada che esibivano come novità capi che io sapevo di aver visto nelle collezioni di Lucio almeno quattro stagioni prima. Anche se negli ultimi anni la sua salute non gli aveva permesso di far sfilare più di una capsule per stagione, tutti i modelli sono capolavori impeccabili ed eterni. Di Lucio ricordo soprattutto questo, la sua ricerca della perfezione assoluta che si rispecchia nei tessuti, nelle cuciture e nei tagli. In occasione della confezione del mio abito da sposa l’ho visto per la prima volta sul pezzo e ho compatito la povera sarta che ha dovuto scucire, ritagliare e ricucire almeno sei volte un modello che a me sembrava già perfetto la prima. Ho assistito a discussioni appassionate sulla lunghezza di una manica e sull’ampiezza di una piega, per non parlare della scelta del tessuto – taffetà di seta - che da solo è costato più di tutto il pranzo di nozze. L’operazione-vestito è durata più di tutto il resto dell’organizzazione nunziale e ha prodotto un modello che ha fatto di una ultraquarantenne provata da gravidanza tardiva e tre anni di notti in bianco una giovane ninfa sinuosa, oltre che la seconda leggendaria frase di Lucio su di me: “Apprezzo questo tuo voler vivere la tua età in modo naturale, però i capelli te li devi tingere.” Da allora non ho mai mancato un appuntamento dal parrucchiere e vado in iperventilazione al primo segno di ricrescita.

Roberto ha impiegato gli ultimi quattro anni a elaborare il lutto e il risultato di questa elaborazione è stato un tributo fotografico in forma di libro e una capsule collection di capi futuristi per il marchio Lucio Costa. Libro e collezione sono stati presentati a Milano lo scorso venerdì nell’ambito delle manifestazioni della settimana della moda. Io naturalmente c’ero, col tailleur di canneté nero in cui avevo ricevuto la notizia della sua scomparsa.

Se la scelta del vestito è stata quasi scontata, tutto il resto invece è stato parecchio complicato.

Nella mia beata ingenuità consolidata da sedici anni di spartana vita olandese non avevo considerato le condizioni al contorno. Avevo immaginato di dovermi recare in qualche oscura libreria specializzata per una signature session, un bicchiere di prosecco e qualche tartina per poi andare a mangiare una pizza con Roberto. Sì, lo so, smettete di ridere. Sono sedici anni che non vedo una settimana della moda e anche quando abitavo a Milano non sono mai andata a uno show, per snobismo ovviamente e anche perché seguivo le collezioni di Lucio dal backstage e sapevo bene che nella settimana della moda sia lui che Roberto erano chiusi in una frenetica girandola di fotoshooting, sfilate e trattative con produttori e buyers nelle quali la mia presenza sarebbe risultata superflua se non addirittura molesta. Per cui sarei andata al macello come  un agnello il giorno di Pasqua se non avessi deciso di andare al cinema a vedere Absolutely Fabulous (the movie) il sabato prima della presentazione. Non faccio spoileraggio se dico che il film apre con un tributo a uno stilista giapponese a cui partecipa il gotha della moda inglese: stilisti, giornalisti, PR e modelle. Mentre le immagini scorrevano sul grande schermo dentro di me calava la consapevolezza che il venerdì seguente a Milano mi sarei trovata in un ambiente del genere e per tutto il resto del film sono stata accompagnata da un crescente senso di inadeguatezza. Appena tornata a casa ho scritto una mail a Roberto chiedendo consigli ma Roberto non è Lucio e mi ha risposto molto succintamente di non preoccuparmi perché quest’anno l’accento è sugli accessori più che sui vestiti e che sarebbe bastata una calzatura contemporaneo-aggressiva per accompagnare degnamente il tailleur di canneté nero.

Adesso chiedo alle mie amiche fashioniste di non suggerire e voglio sapere da tutte le altre che cosa diavolo vuole dire calzatura contemporaneo-aggressiva. Non lo sapete vero? My point entirely. Per cui ho fatto l’unica cosa possibile e ho lanciato un grido d’aiuto via facebook al gruppo di amiche fashioniste. Nelle 24 ore che sono seguite mi sono sentita come Andrea in The Devil wears Prada, precisamente nel momento in cui le viene comunicato che accompagnerà Miranda a Parigi e come Andrea mi sono resa conto che il mio senso della moda è totalmente inesistente, cancellato dalla mia vita olandese. La calzatura contemporaneo-aggressiva non si è tradotta nelle pumps a punta con tacchi a stiletto che avevo immaginato ma nei Doc Martens 9 buchi vintage. Essi però sono stati portati accuratamente slacciati, senza calze o collant e accompagnati da una borsetta rosa cipria molto bon ton, ombretto in tinta e una collana-statement (quattro giri di perle in lunghezza variabile). Sotto il tailleur nero sono stata obbligata a mettere un top di tulle trasparente nero e non la camicetta bianca a cui avevo pensato. Unghie rigorosamente corte ma laccate rosso sangue con labbra in tinta. Infine coiffure bon ton e non aggressiva come avrei pensato io. Insomma, diciamo pure che l’outfit con cui mi sono presentata all’evento è stato tutto il contrario di quello che avevo in mente. E meno male.

Se ometto di dire che tutti i vestiti presentati nella capsule sono completamente senza cuciture e termosaldati Roberto mi toglie il saluto. L’ho detto e lo ripeto: tutti i vestiti della capsule Lucio Costa Estate 2017 sono senza cuciture e termosaldati. La cosa che invece ha colpito me e che nessuno ha mai menzionato è che la collezione è totalmente unisex. E che il pubblico dei buyers era altrettanto unisex per cui distinguere i buyers dai modelli è stata un’impresa. Un aiutino: i modelli erano quelli senza cellulare in mano. Invece del prosecco è stato servito Campari spritz e al posto delle tartine due sacchettini contenenti rispettivamente patatine e noccioline, chiamate però vegan chips e vegan nuts. Ora, va bene che da Mc Donalds sono stati capaci di friggere le patatine nel lardo, ma non mi risulta che esistano patatine e soprattutto noccioline non vegane. In ogni caso io mi ero portata i miei snacks supermetabolici e almeno in questo ho superato il livello medio di spocchia. Di andare a mangiare la pizza con Roberto nemmeno se ne parlava: lui era nel suo elemento, io la cugina di campagna vestita a festa. Per cui a una certa mi sono anche scavata e sono andata a cercare un ristorante. Ho avuto il piacere di vedere arrivare uno ad uno anche i buyers giapponesi, segno che più che il dolor poté il digiuno. Sono tornata a casa il giorno dopo stanca ma felice con il libro fotografico nella borsa da viaggio e i maledetti anfibi ormai incollati permanentemente ai miei piedi piagati.

 Penso che Lucio avrebbe detto: “Le piaghe passano, ma l’anfibio con le calze non si può vedere.”

Grazie di essere esistito.

 
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