paola cassone
romanzi
racconti
collezioni di racconti
collezioni di racconti
diario  
comprami  
scrivimi  
2016

Brexit

Ci sono domande che non vanno mai fatte. Tutte le donne sanno (a loro spese aggiungerei) che non bisogna mai chiedere al proprio marito, fidanzato o compagno occasionale che cosa pensa dopo l’atto d’amore appena consumato perché ben che vada starà pensando alla prossima partita di calcio della squadra del cuore e se dice male starà ricordando le tette e il culo della nuova collega più giovane di te. Analogamente bisogna trattenersi dal chiedere l’opinione di nostra madre sul nostro nuovo fidanzato perché la probabilità che la risposta sia anche lontanamente incoraggiante è una su un milione. Infine, costi quel che costi, bisogna resistere all’impulso di chiedere che cosa ha fatto nostro figlio/a col suo fidanzato/a quando il pargolo/a in questione rientra a casa in stato di evidente alterazione emotiva dopo un appuntamento. In questo caso (ma vale anche per i casi precedenti) si aspetta pazientemente che il soggetto in questione si esprima spontaneamente sull’argomento preparandosi nel frattempo a bilanciare l’impatto della rivelazione con argomentazioni e azioni tese a riportare l’equilibrio familiare il più presto possibile.

Analogamente il governo di una nazione che si ritiene evoluta non può commettere la leggerezza di chiedere al proprio elettorato se gradisce o meno la decisione presa dal governo stesso in merito ad un’alleanza internazionale volta essenzialmente a promuovere l’assenza di conflitti tra le nazioni coinvolte. Non può farlo perché la risposta dell’elettorato sarà l’equivalente della risposta del marito, della madre e del figlio di cui sopra, ovvero largamente emotiva, imponderata e soprattutto non strettamente congruente alla domanda posta. È perfettamente evidente che nessuno degli elettori britannici che ha votato per l’uscita dall’Unione Europea si rendesse conto delle conseguenze del voto. È altresì perfettamente evidente che il voto è stato dettato da un trentennio abbondante di propaganda antieuropea cominciata con Margaret Thatcher, innestata su una sana base di xenofobia per la quale gli Inglesi sono sempre stati famosi. Infine è perfettamente evidente che il voto è solo un’espressione di profonda frustrazione per il crollo dello stato sociale promesso alla generazione del dopoguerra, la stessa generazione che adesso vede i propri privilegi crollare uno ad uno. Non a caso i pochi “millennials” che hanno votato (ricordiamo che solo un “millennial” su tre ha espresso la propria opinione) hanno votato a favore dell’Unione: a loro non è mai stato promesso di avere lavoro garantito, uno stipendio equo, sanità gratuita e pensione a 60 anni, ma hanno conosciuto i vantaggi di far parte di un mondo libero e pacifico stigmatizzato dal crollo del muro di Berlino e rappresentato dalla Love Parade.

Quel che più lascia allibiti però è la reazione del governo in questione che, dopo aver posto una domanda che non avrebbe mai dovuto fare, dimostra di essere totalmente impreparato alla risposta. Ci si sarebbe aspettati quantomeno che il governo britannico avesse un piano d’azione pronto per l’inevitabile crollo della valuta e per l’annunciata fuga di capitali e per piano d’azione non intendo la penosa dichiarazione di Osborne sulla stabilità dell’economia britannica, ne’ l’altrettanto penosa richiesta di Elliott di colloqui informali con l’EU. A quanto pare la vera rivelazione di questo referendum è che la classe politica britannica è formata da clamorosi incapaci in entrambi i campi. Infatti se nel campo conservatore regna lo sconforto, nel campo laburista si sta assistendo ad una faida degna di Game of Thrones, segno che nemmeno chi dovrebbe garantire gli interessi delle classi più deboli ha un chiaro piano d’azione.  

Il che mi riporta alle domande che non si dovrebbero mai fare. Le domande che non si dovrebbero mai fare sono quelle per le quali non si è preparati a gestire la risposta. Spero solo che troveremo il modo di gestire questo ennesimo episodio di irresponsabilità politica, perché i nostri nonni sanno bene che cosa è successo l’ultima volta che non ci siamo riusciti. Loro non sono più qui a ricordarcelo, ma i libri di storia sì.

 
torna su
« precedente     successivo »  
 
| design&development: Artdisk