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2016

Discuss!

(3 marzo) Concita de Gregorio ha recentemente scritto che il silenzio è l’unica forma di dissenso ormai concessa nella cacofonia di insulti incrociati che sono diventati i social networks. Nell’ultimo mese mi sono quindi concentrata sul mondo al di fuori dallo schermo dello smartphone e ho concluso che la distanza del mondo analogico dal mondo digitale è veramente grande, per nostra fortuna.

Nel mondo analogico la gente si incontra, si parla, si sorride, si aiuta e si sostiene a vicenda. Non occorre fare la volontaria al locale centro assistenza profughi per incontrare belle persone; basta una visita al museo per godere di un inaspettato scambio culturale con visitatori casuali in vena di chiacchiere e perfino un pranzo random tra colleghi, fitto di scambi di opinioni sulle questioni più mondane, si rivela utile perché sapere l’indirizzo giusto per trovare pantaloni e magliette che non si dissolvano al contatto con il suolo o con il detersivo migliora la qualità della vita almeno quanto la visione dei capolavori di Jeronimus Bosch.

Grazie ad uno di questi scambi di opinioni sono anche riuscita a leggere un libro che consiglio caldamente, Plato and platypus walk into a bar: uno spassosissimo compendio di storia della filosofia raccontata attraverso una serie di barzellette esemplificative. Una di queste riguarda il dissenso insanabile tra atei e religiosi. Il dissenso è insanabile perché le due categorie umane hanno una visione del mondo totalmente opposta: le prime credono che l’uomo abbia inventato dio e le seconde che dio abbia inventato l’uomo. Una discussione tra atei e religiosi è pertanto completamente inutile perché non c’è alcun argomento comune su cui poter discutere, come mirabilmente illustrato da questa barzelletta:

Una donna molto pia esce tutte le mattine di casa e declama: “Dio sia lodato!”

Il suo vicino di casa ateo le risponde tutte le mattine: “Non c’è nessun dio.”

Questa storia va avanti anni e anni e ad un certo punto la pia donna si trova in tali difficoltà finanziarie da non potersi più nemmeno permettere di comperare cibo con cui sfamarsi. Allora esce di casa e implora dio di darle il cibo che le manca. Il giorno dopo davanti alla sua porta c’è un sacchetto pieno di cibo fresco. La pia donna ringrazia dio del miracolo e a questo punto il vicino ateo esce di casa e dice: “Il cibo l’ho comprato io: non c’è nessun dio.” La donna non batte ciglio e declama: “Dio sia doppiamente lodato: per avermi dato questo cibo e per averlo fatto pagare a Satana.”

È quindi chiaro perché ogni dibattito sui social sia perfettamente inutile e si trasformi presto in gazzarra da stadio. Non ci può essere dialogo tra persone con visioni opposte del mondo e infatti nel mondo analogico queste persone non vengono mai in contatto e se lo fanno l’incontro dura generalmente il tempo necessario per capire che aria tira e darsela a gambe. Nel mondo digitale invece queste persone sembrano caparbiamente alla ricerca della rissa continua. La barzelletta di cui sopra non ci dice come ha reagito l’ateo all’ultima invocazione della donna ma basterebbe metterla su Facebook per saperlo. Volontari?

Se il dissenso tra atei e religiosi è insanabile, altri dissensi lo sono molto meno. Ad esempio il pernicioso dibattito vegani contro carnivori. Qui il punto di incontro c’è perché entrambi i gruppi sono interessati alla salute personale ma non ci si trova d’accordo sulle modalità. Uno studio medico recentissimo, pubblicato il 29 marzo nella rivista Molecular Biology and Evolution, ci viene incontro. Questo studio dimostra che la capacità di processare i grassi omega 3 e 6 contenuti nei vegetali è appannaggio esclusivo di coloro che possiedono nel loro patrimonio genetico un particolare genoma. Queste persone si trovano prevalentemente in Asia e Africa e solo in minima parte in Europa e Nord America. Questa è la ragione per cui la maggioranza degli europei non può beneficiare di una dieta vegetariana o vegana. Lo studio continua ipotizzando che la maggior incidenza del genoma in questione presso le popolazioni asiatiche e africane sia dovuta alla tradizionale dieta che privilegia cibi di origine vegetale e quindi nel corso dei secoli ha selezionato naturalmente le persone provviste del genoma più appropriato. Questa ipotesi non è nuova: l’avevo infatti letta almeno una trentina di anni fa in un libro di antropologia. Credo che la novità stia nel fatto che ora l’ipotesi antropologica sia stata scientificamente provata con uno studio scientifico ad ampio raggio. Quindi si può concludere che chi ha in dotazione il patrimonio genetico adeguato si deve preoccupare di salvaguardare il patrimonio vegetale della terra e chi dipende dal regno animale per la sopravvivenza si deve preoccupare di salvaguardare le condizioni di vita dei suoi amici animali. Mi pare un buon inizio per una discussione proficua, purché fuori dai social.

 
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