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2016

Pesi e misure

(2 febbraio) I 28 giorni di alimentazione supermetabolica sono passati, ho perso solo 4 dei 9 kg promessi ma in compenso sono rientrata nella mia taglia pre-menopausa senza aver mai sofferto la fame e soprattutto, dopo le prime settimane di rodaggio, sono talmente abituata alle acrobazie gastronomiche della Pomroy che non ho alcuna voglia di tornare alla mia vecchia routine alimentare, sicuramente meno faticosa ma provatamente dannosa alla salute e alla linea. Ho deciso quindi di continuare a oltranza il regime supermetabolico con il miraggio di poter un giorno rientrare in tutti i tubini di Aspesi e Lucio Costa che stanno in naftalina dalla nascita di Matteo. A scopo dimostrativo, beninteso: a parte un paio di evergreen tutto il resto del guardaroba sopravvissuto alle purghe dell'anno scorso è da sera e a meno di non dare una svolta alla mia vita sociale non vedo molte occasioni in cui sfoggiarlo.

 Ho considerato che in fondo essere ortoressica è meno impegnativo che essere vegetariana e sicuramente meno fastidioso del veganesimo. Non ho infatti nessuna intenzione di convincere amici e parenti a seguire questo regime alimentare e non ho motivi etici da sbandierare, non voglio salvare il mondo e difendere i diritti degli animali. Semplicemente questo regime alimentare mi provoca una sensazione di benessere, mi dà energia e mi toglie i chili superflui: ragione necessaria e sufficiente per proseguire. In più boicotta le sofisticazioni alimentari e l'industria OGM e sostiene l'agricoltura e l'allevamento biologico a chilometro zero: bonus di impatto sociale non trascurabile. Dopo tutte queste belle considerazioni mi sono apprestata a uscire dalla clausura volontaria in cui mi rinchiudo ogni gennaio e la realtà mi ha dato il solito pugno in faccia.

 A parte il fatto tutt'altro che trascurabile che seguire questo regime alimentare al ristorante è praticamente impossibile, perfino amici e conoscenti non si stanno rivelando affatto comprensivi. A quanto pare avere un metabolismo bradipico non viene considerato uno stato di malattia (lo è a tutti gli effetti e la causa prima dell'obesità) e la richiesta di preparare cibi che rispettino il decalogo della Pomroy viene giudicata a dir poco bizzarra. Ne ho sentite di tutti i colori, a partire dal: "ma che vuoi che ti faccia un piatto di pasta ogni tanto, basta non esagerare." Per finire con: "Ma come, non vieni all'high tea? E perché?".

 Cerco di non incazzarmi perché lo stress mette le ghiandole surrenali in stato di allerta, ma non posso fare a meno di pensare che c'è molta strada da fare se le persone come me sono tutt'ora considerate ingorde senza controllo anziché portatrici di handicap. Non è colpa mia se mangiare un piatto di pasta mi fa ingrassare un chilo ogni volta, chilo che non se ne andrà se non a prezzo di diete ipocaloriche contro natura e tornerà puntualmente al prossimo sgarro. Non è nemmeno colpa mia se le modificazioni genetiche e le sofisticazioni industriali del cibo che mangiamo sono la seconda causa dell'obesità dilagante oltre che causa di tutte le intolleranze alimentari di questo secolo. Però è un fatto che se dichiaro un'intolleranza alimentare tutti si fanno in quattro per offrirmi piatti compatibili alle mie esigenze, se invece dico che sono costretta a tenere permanentemente in allenamento il metabolismo per non ricadere nella spirale dell'accumulo incontrollato dei grassi (con tutte le conseguenze del caso) vedo sorrisini di scherno dietro ogni sguardo politically correct se non addirittura sguardi decisamente ostili.

 Nel gruppo di supporto su facebook - gruppo di cui non tesserò mai abbastanza le lodi - vengo in contatto quotidianamente con testimonianze dell'incomprensione sociale a cui noi ipometabolici siamo sottoposti. Siccome non siamo vegani fanatici non ce la prendiamo col mondo: siamo talmente abituati alla mancanza di comprensione e rispetto che trovare sempre nuove scuse e intolleranze immaginarie per essere lasciati in pace è diventato un riflesso automatico. Ma non è giusto. Non è ammissibile essere trattati diversamente dagli intolleranti alle più svariate categorie alimentari, non è ammissibile che i ristoranti non prevedano varianti supermetaboliche al pari delle varianti vegetariane e vegan. Oltretutto le varianti supermetaboliche metterebbero d'accordo un po' tutti perchè sono all'80% vegane e non contengono la maggior parte degli allergeni più comuni. No, non ha affatto senso. Ma per fare sì che l'opinione pubblica cambi occorre un atto di coraggio. Occorre uscire dall'ombra, sfidare lo status quo, esporsi al pubblico ludibrio. Basta scuse e basta sotterfugi.

E quindi faccio pubblicamente coming out. Sono un' ipometabolica. Sono una portatrice di handicap ormonale. Per riuscire a mantenere un peso nella norma sono costretta a mangiare solo alimenti integri, cioè non intaccati dalla lavorazione industriale: senza conservanti e additivi, non geneticamente modificati come il grano, il latte, il mais e la soia, senza zuccheri raffinati, senza caffeina e senza alcol. Tutti questi elementi mandano in tilt il mio già debole metabolismo e fanno sì che io accumuli grassi in continuazione, anche se mangio solo un panino e poi vado a correre per mezz'ora. Sono sempre stata così, fin da quando sono nata, non ho scelto io di essere così e l'industria alimentare del XX secolo ha fatto il resto.

 Ecco fatto. E non rompetemi i coglioni che ho già abbastanza da fare a leggere tutto l'elenco degli ingredienti dei prodotti confezionati e studiare il significato di ogni acronimo sui cibi freschi. La mia non è una vita facile e se non ne siete convinti la prossima volta che vi mettete in bocca qualcosa, qualunque cosa, provate a pensare che cosa contiene prima di deglutire. Poi ne riparliamo. Intanto, se volete che venga a cena, pranzo, merenda o qualunque altra attività comprendente consumo di bevande o alimenti, fate il favore di lasciarmi portare il mio cibo da casa senza cercare di convincermi a mangiare il vostro e possibilmente senza fare battute di spirito fuori luogo. Altrimenti, amici come prima e ci vediamo già mangiati.

 
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