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2015

Scialla

(26 giugno) Ieri dopo la scuola Matteo è stato invitato da un compagno di classe a un allenamento di judo nel suo dojo. Benissimo. Dove abita il compagno di classe e dov'è il dojo? A Beuningen. L'indirizzo di casa è presto dato, ma già il numero di telefono si rivela un ostacolo. Stijn (il compagno di classe) non se lo ricorda. Mi dà invece il suo cellulare. L'indirizzo del dojo è sul sito, ma Stijn mi dice che il sito non è aggiornato. Il dojo ha traslocato da poco nel piazzale del Mc Donald's di Beuningen. "Se vai nel parcheggio del Mc Donald's lo vedi subito: è di fronte." Conclude laconico Stijn e i due ragazzi partono in bicicletta.

L'allenamento finisce alle 20:30, il Mc Donald's di Beuningen dista 8km da casa nostra, le piste ciclabili corrono lungo l'autostrada, in mezzo ai campi. Dico a Matteo che lo vengo a prendere, così facciamo la strada di ritorno insieme. Va bene tutto ma un bambino di 12 anni che torna a casa da solo in bicicletta in mezzo ai campi al tramonto sembra la sequenza iniziale di tutti i film dell'orrore che ricordo.

Prima di partire controllo con il tracciatore GPS dell'iPhone che il pargolo (o perlomeno il suo telefono) si trovi dove mi è stato detto. Non conosco Beuningen, non sono mai stata al Mc Donald's e ho solo una vaga idea di dove si trovi. Il viaggio mi sembra eterno, ma finalmente il GPS mi annuncia che sono arrivata a destinazione. Mi trovo in uno di quei terribili centri commerciali vicino all'uscita dell'autostrada, quelle colate di cemento dove giganteschi magazzini di mobili e giardinaggio si alternano a fast food joints, bowling alleys e ristoranti cinesi. Il tracciatore indica una palestra di kickboxing al primo piano. Un po' perplessa ci vado, ma Matteo e Stijn non ci sono. Il Mc Donald's è cento metri più avanti, raggiungo il parcheggio e mi guardo attorno. Proprio di fronte c'è l'insegna di un dojo. Sono perplessa: il nome sull'insegna non è quello che mi ha comunicato Stijn. Ma è l'unico posto possibile: ci sono parcheggiate di fronte una decina di biciclette e quindi deve essere per forza giusto. Ma non lo è. La porta è chiusa, nessun segno di vita. In un secondo passo dalla perplessità al panico. Sono da sola in un centro commerciale deserto e non so dove si trovi mio figlio.

Solo il GPS dell'iPhone mi informa che la destinazione è stata raggiunta e che il telefono di Matteo si trova nella palestra di kickboxing o - per essere precisi - nel parcheggio antistante la palestra. Respingo le Immagini di cadaveri nel bagagliaio di auto parcheggiate che la mia mente mi serve in automatico e faccio l'unica cosa possibile: telefono a Matteo. Una due, tre, quattro volte, muovendomi nel parcheggio come un automa, cercando di captare il suono del suo cellulare.

L'agonia dura fino a quando Matteo, dieci interminabili minuti dopo l'ultima chiamata, mi richiama e mi chiede perché non sono venuta a prenderlo. Con moltissima fatica riesco a farmi dire dove si trova. Una palestra di fitness a trenta metri dalla palestra di kickboxing, nascosta tra due enormi magazzini di cucine e materassi. La mia angoscia si scioglie appena scorgo la sua bicicletta innocentemente parcheggiata sotto un portico defilato. Salgo le scale della palestra come nella scena finale di Notorius, il telefono al posto di Ingrid Bergman. Lo stomaco è chiuso e il nodo si scioglierà solo a casa dopo un bicchiere di vino.

 
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