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2015

8 marzo

Signore, amiche, sorelle,

Gli americani dicono: There ain't no such thing as a free lunch. Infatti la cena di stasera è a carico delle commensali. L’aperitivo ci viene gentilmente offerto ma nemmeno quello è gratis, perché dovete sopportare il mio discorso di benvenuto. Tranquille: sarò breve.

La giornata internazionale delle donne, che celebriamo oggi, è una festa recente. E’ stata istituita nel 1911 in Europa e commemora la morte di 123 operaie nell’incendio della fabbrica di Triangle (NY). L’incendio è in realtà avvenuto il 25 marzo, ma non stiamo a sottilizzare.

In questa giornata ci soffermiamo a valutare la nostra fortuna di essere emigrate in un paese in cui la parità di diritti tra uomini e donne è sancita dalla legge. Un paese in cui il soffitto di cristallo è uno dei più alti in Europa (c’è sempre margine di miglioramento) e in cui l’approvazione della Risoluzione Tarabella, calendarizzata per domani al parlamento europeo, è solo una conferma delle norme in vigore. Infatti qui le donne hanno “il pieno controllo dei loro diritti sessuali e riproduttivi, attraverso un accesso agevole alla contraccezione e all'aborto; con misure e azioni volte a migliorare l'accesso delle donne ai servizi di salute sessuale e riproduttiva e a meglio informarle sui loro diritti e sui servizi disponibili.”

Tutte cose che la risoluzione Tarabella auspica per quei paesi della UE che sono rimasti indietro.

In questa giornata ci soffermiamo anche a considerare quanto la nostra situazione sia unica nel panorama mondiale, che vede la maggioranza delle donne ancora trattate come proprietà dell’uomo e merce di scambio e non mi soffermo sulle atrocità commesse in nome di presunte norme morali o religiose ma voglio solo ricordare che le atrocità sono di tutti i tempi e di tutte le religioni, come testimonia l’omicidio di Ippazia, filosofa e matematica martire della ragione nelle lotte tra Vescovo Cristiano e Prefetto pagano, assassinata nel marzo 415 ad Alessandria d'Egitto dai jihadisti di allora: i parabolani, un gruppo di partigiani cristiani sostenitori del vescovo Cirillo: un uomo che “prese a dominare la cosa pubblica oltre il limite consentito all’ordine episcopale.”

I maschi dominatori sono una costante della nostra specie: ha evidentemente a che fare con il testosterone, ci tocca farcene una ragione. Farcene una ragione non vuol dire però assolutamente assecondare o peggio ancora approvare le idee e i comportamenti di questi ricettacoli di testosterone in eccesso. Questo è essenzialmente il messaggio femminista. Non sono i maschi dominatori che ci devono spaventare: le armi per combatterli le abbiamo, fosse anche solo perché li abbiamo prodotti noi. Quello che ci deve preoccupare, oggi come ai tempi di Ippazia, sono le donne che li approvano, li sostengono e così facendo perpetuano il modello femminile passivo, succube e schiavo.

Ho sempre pensato che se le donne di Alessandria fossero scese in strada contro i parabolani o avessero anche solo aperto le porte per accoglierla, forse Ippazia non sarebbe stata fatta a pezzi. Invece se ne sono state chiuse in casa, molte di loro avranno pensato che quella puttana di Ippazia aveva quello che si meritava e quelle che non lo pensavano sono state prese a sberle dalle madri. Per questo ci sono voluti mille e seicento anni di lotte femministe per avere, almeno sulla carta e solo in una piccola parte del mondo, gli stessi diritti degli uomini.

Ricordiamoci che i diritti acquisiti, pagati col sangue delle generazioni precedenti alla nostra, sono fragili come ragnatele e si possono spezzare in qualunque momento. Non diamo nulla per scontato e proteggiamo la nostra situazione privilegiata. Non consentiamo ad alcun vescovo Cirillo di farci ripiombare nel medioevo da cui siamo con tanta fatica uscite.

Grazie e buon appetito.
 
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