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2015

Bella Ciao

(18 gennaio) Questa mattina mi sono svegliata (da cui il titolo) e invece di trovare l’invasore ho trovato una persona diversa dentro di me. Una persona che guarda all’Italia col divertito distacco degli autoctoni e con il bonus di chi ha superato la paura di un rimpatrio forzato. Una persona che non soffre più per le dichiarazioni di Salvini, ma legge con piacere commenti di giornalisti indipendenti – ovviamente olandesi - sull’evoluzione del sentiment nazionale verso gli immigrati musulmani.

Dai fatti di Parigi è evidente che l’integrazione sociale in Olanda è molto più evoluta del resto d’Europa. Non è sempre stato così. Nel 2004 abbiamo avuto anche noi un attacco alla libertà d’opinione: un manipolo di fanatici armati ha ucciso a sangue freddo Theo van Gogh, colpevole di aver diretto e co-prodotto Submission, un cortometraggio non favorevole alla cultura islamica la cui autrice – Ayan Hirsi Ali – è stata prontamente messa sotto scorta per evitare ulteriori drammi. Allora le reazioni sono state tali da portare un consistente quantitativo di voti a Geert Wilders e ad autorizzare Rita Verdonk a dare un bel giro di vite alle politiche migratorie. Oggi, dopo soli dieci anni, Rita Verdonk è sparita dall’orizzonte politico e a Wilders non viene più data la minima copertura mediatica. Le sue dichiarazioni a proposito di Charlie Hebdo non sono state rese note, in compenso dai newssites ai talk shows passando per giornali e telegiornali è tutto un tripudio di condanna, unità e ora e sempre resistenza: atei, cristiani, ebrei e musulmani tutti abbracciati in piazza contro il nazismo jihadista. Atei, già, perché la notizia del weekend è che per la prima volta in Olanda ci sono più atei che credenti e sebbene il 53% creda in una vita dopo la morte, solo il 17% si dichiara fedele a un culto religioso contro 25% di atei dichiarati.

Come non essere fiera di vivere in un paese del genere? Come non essere ottimista di fronte a un popolo che innalza un bel dito medio corale di fronte all’emergenza terroristica? Che poi, quale emergenza terroristica? Perfino il nostro premier ha rassicurato tutti che le misure antiterroristiche già in vigore sono perfettamente adeguate al pericolo di attentati e poi in Olanda mica abbiamo agents provocateurs del livello di Charlie Hebdo, quindi al massimo ci dobbiamo preoccupare di rimpatriare gli ultimi militari dall’Irak e dall’Afghanistan e siamo a posto. Militari il cui compito – si badi bene – è quello di impartire alla polizia locale un training antiterrorismo, mica altro.

E che dire delle nostre periferie? Dei nostri terreni di incubazione per potenziali terroristi? Dall’attentato a Theo van Gogh il lavoro sotterraneo dell’apparato statale è stato indefesso: senza proclami e fanfare sono state isolate le moschee a rischio, espulsi gli ayatollah estremisti, iniziati corsi di integrazione culturale nei quartieri problematici e la preoccupazione principale del governo resta quella di evitare ogni possibile radicalizzazione.

Non so voi ma io mi sento molto più sicura in un paese dove l’apparato statale fa di tutto per evitare i conflitti potenziali e neutralizza scientemente, in modo non violento e non coercitivo, tutti i potenziali troublemakers. La capacità di autoigiene di questo popolo è assolutamente ammirevole, anche se il prezzo da pagare è il cronico sottosviluppo di agents provocateurs.

Non fraintendiamoci, in Olanda Charlie Hebdo non sarebbe proibito, semplicemente sarebbe morto di morte naturale, per totale assenza di interesse e di lettori o - in caso estremo - per un deciso e pacifico intervento legislativo. In Olanda non è proibito quasi niente per cui abbiamo avuto fino a pochissimo tempo fa anche un partito dichiaratamente pedofilo. Finché questo si è tenuto nei ranghi invisibili del bon ton lo si è tollerato, ma appena gli scandali dei preti e dei maestri pedofili hanno cambiato la direzione dell’opinione pubblica, il partito è stato messo al bando senza troppe discussioni con una sentenza della Corte Suprema. Lo stesso vale per associazioni più o meno discutibili che sono sopravvissute solo fino a che le azioni dei loro membri non hanno causato danni alla società.

La vicenda di Ayan Hirsi Ali è emblematica. A seguito dell’assassinio di Theo van Gogh, questa è stata protetta dallo stato per molti anni, ma constatato che la sua unica ragione d’essere sembrava quella di avvelenare il dibattito sull’integrazione con dichiarazioni anti-islamiche assolutiste, in chiaro contrasto con le politiche governative, le è stato detto chiaramente che non si poteva più considerare persona da proteggere a carico dello stato e che le spese per la scorta armata e l’appartamento sorvegliato se le doveva pagare da sé. Al che la nostra, offesissima, è emigrata negli Stati Uniti: good riddance.

Lo stesso vale per Geert Wilders: agent provocateur di professione. Lo si è tollerato non senza molto imbarazzo fino a che le sue dichiarazioni pre-elettorali hanno messo in pericolo la pacifica convivenza multiculturale a cui il governo tanto tiene. Da allora è in totale discredito e tutti gli hanno voltato le spalle, compresi i suoi elettori. Idem ditto per Rita Verdonk che si è autoaffondata con una campagna elettorale fondata esclusivamente sulla paura del diverso e sulla criminalizzazione degli immigrati.

È bello vivere in un paese dove le regole sono chiare. È bello sapere che ti è permessa qualunque cosa non sia contraria alle politiche e alle leggi in vigore, leggi e politiche peraltro di un liberismo fin troppo sfrenato, unito però a un rigidissimo codice di comportamento. È bello anche sapere che grazie a ciò, forse, ci sarà risparmiato l’orrore di una strage.

Ma soprattutto è bello sapere che, stamattina, mi sono svegliata per la prima volta sentendomi olandese e quindi anche questo diario è giunto al suo naturale compimento.

Addio Tulipland. Tot ziens in Nederland.

 
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