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2015

Della cena di Natale e altre amenità di rito

(31 dicembre) E siamo arrivati anche alla fine di quest’anno. Grazie ai buoni propositi formulati l’anno scorso sono ora orgogliosa proprietaria di un futuristico forno con più funzioni di una navicella spaziale grazie al quale ho potuto regolarmente confezionare manicaretti molto apprezzati dai residenti. Come tutte le cose importanti della mia vita l’acquisizione del forno è stata un’impresa intricatissima, durata mesi  pieni di intoppi, rinvii, attese snervanti, minacce e ultimatum. Un po’come la mia vita con un adolescente in crescita e un adolescente di ritorno. Il vikingo infatti impiega il suo tempo libero nella reiterazione dei riti della sua gioventù, ovvero serate in discoteca (si chiama ancora così?) al ritmo della musica del secolo scorso e concerti di gruppi emergenti in compagnia dei suoi amici coetanei e altrettanto in crisi di mezza età. Fortunatamente per me la loro gioventù non ha compreso moto sportive o Harley Davidson, altrimenti sarei già costretta a strizzarmi in una tutina di pelle che perfino nella mia gioventù più anoressica non ha mai valorizzato il mio fisico.

In quanto alle serate in discoteca, già ai tempi le consideravo una noia mortale e di gruppi emergenti ho fatto il pieno per almeno altre due vite. Basta così. Lascio il vikingo galoppare nelle verdi praterie della memoria e mi dedico all’esplorazione della gastronomia più esotica mentre penso a cosa mi piacerebbe fare da grande.

Ma invece di parlarvi del futuro come tutti, vi intrattengo sulla gastronomia.

Viviamo in tempi molto interessanti, gastronomicamente parlando. Anno 2015 perfino nel buco del culo del polder si possono trovare tutti gli ingredienti necessari a deliziare palati di qualunque provenienza. L’economia dell’eccesso in cui siamo immersi fa sì che negozi e mezzi di comunicazione trabocchino di programmi, libri, attrezzature e corsi di cucina. Si trovano ristoranti etnici a ogni angolo, soup kitchens che preparano la zuppa di lenticchie libanese, gelatai con un bancone di trenta gusti, pizzerie, coffee bars con macchine Faema e delicatessen dove il pastrami è più venduto dei wurstel. Ieri ero a far colazione con un cappuccino più che dignitoso e la lavagna del menù proponeva il panino del muratore. Adesso devono solo imparare a fare le brioches e poi non noterò più la differenza tra il Blonde Pater e Panariello. All’Albert Heijn – sempre all’avanguardia - vendono da anni panettone, scamorze, mozzarella di bufala, farro e cavolo nero e sul loro mensile dedicato all’ispirazione culinaria campeggiano ricette di Russo, Robuchon, Oliver e Ottolenghi.

Ogni anno preparo il cenone della vigilia per gli amici del vikingo, rigorosamente vegetariano non per tradizione (che prevedrebbe almeno il pesce) ma per accontentare le idiosincrasie di Loes. La tradizione è nata spontaneamente tredici anni fa, quando mi sono trovata prigioniera di un neonato e impossibilitata a condurre una vita normale. Inizialmente offrivo location e logistica e tutti contribuivano alla composizione della cena con un piatto a scelta; progressivamente l’onere della preparazione si è coagulato intorno a me e a Loes, che oltre a essere caparbiamente vegetariana è una cuoca estremamente creativa e volonterosa, ma soffre di una forma estrema di stress da scelta che la porta a iperventilare anche solo alla scelta del formaggio da usare nel soufflé. Per questo motivo ho innestato una tradizione nella tradizione: tutte le pietanze del cenone collettivo sono basate sulle precisissime ricette del mensile di Albert Heijn, che produce uno speciale Natale con servizio all-in, ovvero gli ingredienti di qualunque ricetta sono facilmente reperibili in ogni supermercato, oppure ordinabili online e consegnabili a domicilio. Con questo semplice stratagemma tengo buona Loes e tutti gli altri invitati si divertono intere settimane a indovinare che ci sarà per cena sfogliando le pagine della rivista.

Quest’anno a sorpresa Loes ha dato buca, nel senso che non si è offerta di preparare nulla, ne’ io l’ho sollecitata per timore di scatenare un attacco di panico. Ho dovuto quindi lavorare indefessamente all’intero menù di cinque portate per un giorno intero e sono arrivata all’ora di cena piuttosto provata. Anche il mio tentativo di coinvolgere il vikingo nella preparazione degli antipasti è tornato indietro come un boomerang. L’ho pregato di volermi sostituire nel preparare il ripieno di avocado e wasabi per le uova sode con gli ingredienti elencati nella ricetta mentre io mi concedevo una pausa di dieci minuti sul divano e dopo esattamente 31 secondi sono stata richiamata in cucina a sbucciare uova particolarmente riottose. A ciò si è aggiunta una litania di domande che mi ha fatto rimpiangere le telefonate convulse di Loes e mi ha precipitato nell’agghiacciante consapevolezza che il vikingo ignora la dislocazione e l’uso dei più elementari strumenti in cucina, a partire dai misurini per arrivare al tritatutto elettrico.

Colpa mia naturalmente, come abbiamo appurato la mattina dopo a colazione. Perché in questi ultimi tre anni mi sono talmente appassionata alla cucina da farlo impigrire al punto che nemmeno apre più il libro di ricette da lui espressamente chiesto in regalo a Sinterklaas proprio tre anni fa. Libro dal quale lui ha eseguito due ricette ed io più di venticinque. Sono rimasta troppo scioccata per ribattere, ma ho formulato il mio unico buon proposito per l’anno che verrà: basta cucinare. Vivremo di avanzi fino a Capodanno e poi la rituale dieta di gennaio mi farà approdare alla quaresima senza necessità di rimettere mano ai fornelli. Se tengo duro sarà bistecca e insalata fino al prossimo cenone di Natale.

Buon anno!

 
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