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2015

Sharing economy

Le mie lettrici più fedeli sanno che tre anni fa ho cominciato a cucinare per i bisognosi del quartiere, nell’ambito delle iniziative di sharing economy che qui sono spuntate come funghi a seguito della crisi economica. L’ho fatto perché dopo trent’anni di lavoro nell’arido mondo del terziario avanzato avevo bisogno di un lavoro eminentemente manuale, i cui risultati fossero tangibili e che soddisfacesse un bisogno primario dell’umanità. Per quasi due anni ho cucinato specialità italiane e indiane con impegno e disciplina ogni weekend e le ho offerte sull’apposito sito, poi mi sono stufata anche perché di tutti i piatti proposti l’unico che mi si richiedeva in continuazione erano le lasagne. Una volta ho cucinato le tagliatelle al ragù e il feedback è stato: “Buone ma perché non c’erano verdure nel sugo?” Stesso feedback per il brasato al barolo. Non vi dico poi i no-show. Un cliente mi ha commissionato un’insalata di riso in pieno inverno e poi si è dimenticato di venirla a prendere; quando gliel’ho fatto notare si è pure incazzato. Infine una richiesta di aiuto per un’ottantenne che non era in grado di cucinare per se stessa e per il marito – a detta degli amministratori del sito – si è rivelata una truffa bella e buona. Dopo un mese estenuante di dialoghi vaghi e confusi è stato chiaro che l’ottantenne in questione mi voleva obbligare a fare il catering per la sua festa di compleanno (60 persone). Quando ho cercato di sottrarmi all’impegno mi ha perseguitato con telefonate e richieste sempre più incalzanti fino a che non ho capitolato. Ho scritto una mail di fuoco agli amministratori del sito, diffidandoli dal mettermi ancora in contatto con simili casi clinici e non ho avuto alcuna risposta.

Settimana scorsa mi è arrivata una laconica mail di invito a partecipare alla preparazione del pranzo per la seconda edizione della conferenza sulla sharing economy di Nijmegen. Ho risposto guardingamente dando la mia disponibilità a condizioni ben precise e la mail successiva è stata un’entusiastica ingiunzione di presentarmi venerdì alle 11 al locale-cucina della scuola superiore in un quartiere vicino per preparare quiches e insalate. La mail prometteva la presenza di due cuochi, di ingredienti in abbondanza e di un piano di lavoro.

Memore dell’esperienza precedente mi sono presentata in modalità belligerante, pronta a girare i tacchi e ritornare a casa al primo accenno di truffa. Mi sono trovata insieme a tre baldi giovinotti neolaureati, una ragazza sull’orlo di una crisi di nervi e una matura signora olandese del tipo che qui viene definito “geitenwollensokkenbrigade”, ovvero le hippy vintage che hanno fatto le occupazioni negli anni settanta sferruzzando poncho andini e alle quali dobbiamo l’abbondanza di negozi ecosostenibili e medicinali omeopatici. La ragazza stressata era l’organizzatrice del pranzo e i tre giovanotti si sono rivelati dei volontari che erano stati coattati dalla loro amica per riempire il no-show dei due cuochi veri. Del piano di lavoro nemmeno l’ombra; solo la hippy vintage stava pulendo broccoli ingialliti con la serenità di chi non si aspetta altro dalla vita ed è stata raggiunta poco dopo da un coetaneo che si è messo a tagliare cipolle senza dire una parola. Non so che cosa mi ha spinto a restare: forse i sorrisi disarmanti dei tre giovanotti, forse lo sguardo disperato dell’organizzatrice. Certo non lo squallore degli ingredienti promessi (rivelatisi poi scarti dei vari supermercati di zona) o la sporcizia del locale-cucina. Grazie ai trent’anni di lavoro nell’arido mondo del terziario avanzato ho messo a dormire alcuni neuroni, ne ho attivati altri e ho cominciato a lavare patate, sbucciare porri e ripassare mentalmente le ricette delle quiches e delle frittate che conoscevo. Due ragazzi si sono incaricati di fare la pasta sfoglia (ma la sapete fare? No, ma internet ci dice di sì), il terzo si è messo a passare le verdure in padella, abbiamo parlato di tutto e di niente, abbiamo riso molto e,  insomma, mi sono divertita un sacco. Mi è quasi dispiaciuto dover tornare a casa, ma ero esausta e sto scrivendo con le braccia ancora doloranti e le mani piene di piccole ferite da taglio. Ieri sono passata a vedere come andava il pranzo della conferenza e i cinque “cuochi” mi hanno salutato calorosamente come se fossimo amici di vecchia data. Poi è partita la girandola delle presentazioni e alla fine del pranzo avevo parlato con una marea di persone interessantissime tra cui due rifugiati siriani, un volontario del centro di accoglienza e l’organizzatore della conferenza che, alla mia esitazione nel rivelargli il mio vero lavoro, mi ha messo una mano sulla spalla e mi ha detto: “Non ti vergognare, anche io ho avuto un’agenzia di consulenza fino a tre anni fa e andavo in giro in giacca e cravatta.” Di nuovo mi è dispiaciuto dover tornare a casa ma questa volta avevo il cellulare pieno di nuovi contatti e l’impegno di aiutare l’organizzazione del prossimo pranzo. Più la promessa di aiuto per un mio piccolo progetto, ma di questo vi parlerò la prossima settimana.

Intanto, come trailer, vi invito a vedere questo breve filmato che nessun telegiornale e pochissimi giornali locali hanno riportato.

Mentre noi cucinavamo, venerdì 23 ottobre alle 11 i profughi siriani accolti in Olanda hanno distribuito rose ai cittadini di Nijmegen, Utrecht, Amsterdam, Rotterdam, Haarlem, Den Haag e molte altre città dove è presente un centro di accoglienza per ringraziarli. Queste persone hanno perso tutto e ci ringraziano di non averli fermati alla frontiera e di non averli lasciati morire di fame per strada. Io mi vergogno per i nostri politici e quando dico nostri intendo tutti i politici europei che ancora discutono l'opportunità di lasciare entrare i profughi nell'area Schengen.

http://www.rtlnieuws.nl/nieuws/binnenland/vluchtelingen-zeggen-dankjewel-tegen-nederlanders

 
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