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2014

Jobs Act

(16/04/2014) Tra qualche mese festeggerò un importante anniversario: avrò passato più della metà della mia vita lavorativa fuori dall’Italia e potrò quindi fregiarmi del titolo di esperto del lavoro all’estero. Lo so che questo titolo non esiste, lo creo io e metto la mia esperienza a disposizione di chiunque ne voglia approfittare, come per esempio tutti i miei amici italiani che insorgono puntualmente contro qualunque modifica del loro sacrosanto contratto di lavoro, con una veemenza fondamentalista che non si applica più nemmeno ai dieci comandamenti.

La mia prima esperienza di lavoro all’estero risale al 1987, quando sono stata “seconded” (oggi si direbbe outplaced) all’headquarter londinese della multinazionale americana per cui lavoravo. Godevo allora di un particolare contratto che mi assicurava il rientro in sede dopo 24 mesi in una posizione equivalente a quella che avevo lasciato. Godevo inoltre di un’indennità di trasferta che mi avrebbe consentito di traslocare i miei beni avanti e indietro e di prendere in affitto un alloggio adeguato al mio status lavorativo. A prima vista quindi condizioni d’oro, che alla realtà dei fatti si sono rivelate farlocche come le sorprese nelle uova di pasqua. L’affitto di un monolocale in una zona che non avrebbe richiesto un viaggio di più di 30 minuti per recarmi al lavoro costava quanto il mio stipendio netto mensile, l’abbonamento ai mezzi pubblici costava tre volte quello di Milano e la maggior parte degli alimentari costava il doppio che in Italia. Per fare un piccolo ma significativo esempio, le mele venivano vendute a 50p cadauna (mille vecchie lire). Per quasi due anni ho vissuto in appartamenti condivisi con due o tre altri co-inquilini ai margini della zona 2, cioè nella cintura suburbana fuori dalla Londra che i turisti conoscono, pagando l’equivalente milanese di un bilocale in Corso Buenos Ayres, e mi sono sciroppata 40 minuti di metropolitana per due volte al giorno per andare a lavorare nella City. Non ero un’eccezione, continuavo ad essere una privilegiata, perchè la maggior parte dei miei colleghi autoctoni viveva in stanzette di 6mq in tristissime comuni studentesche nella zona 3 insieme agli immigrati pakistani o nel sottoscala dell’appartamento di qualche spocchiosa Sloane Ranger (ricca ereditiera) e, come ho scoperto poi, era in rosso perenne sulla carta di credito perché con lo stipendio standard di un impiegato del terziario avanzato non poteva permettersi alcuno dei costosi passatempi di cui Londra abbonda. Ho prontamente adeguato il mio stile di vita a quello della popolazione locale e quando son tornata in Italia non avevo letteralmente nessun vestito con cui avrei potuto circolare a Milano senza essere scambiata per una battona. Al di là di questo, Londra mi ha insegnato che i concetti di straordinario pagato e indennità di licenziamento sono peculiarità del tutto italiane. Non solo tutti gli impiegati di qualsiasi livello lavoravano regolarmente fino a notte fonda per far fronte alle deadlines sempre più strette delle gare di appalto, ma quando la filiale londinese ha perso un cliente importante sono state licenziate dieci persone con un preavviso di quattro settimane e zero ammortizzatori sociali; il preavviso di quattro settimane era la prassi in caso di licenziamento per ristrutturazione aziendale, in caso di licenziamento per giusta causa non c’era preavviso e metto tutti i verbi al passato solo perché non so se queste leggi sono ancora in vigore nell’era post-tatcheriana. Quando ho espresso il mio stupore per la totale mancanza di diritti dei lavoratori inglesi, l’impiegata dell’ufficio del personale ha fatto spallucce e mi ha assicurato che tutti i licenziati avrebbero trovato lavoro nel giro di pochi giorni perché a Londra il mercato del lavoro era estremamente dinamico. Non ho potuto verificare la veridicità delle sue affermazioni perché sono stata trasferita a Bruxelles con l’unico vero contratto d’oro che io abbia avuto in vita mia e infatti quando ho annunciato alla stessa impiegata del personale la mia intenzione di voler tornare in Italia ha esclamato genuinamente orripilata: “Are you crazy?”. Come darle torto, comunque, per ragioni che oggi appaiono ridicole, ho usato tutto il mio potere contrattuale per convertire il contratto di “secondment” in un contratto di trasferta e sono rientrata nel libro paga della filiale italiana pur lavorando in Belgio e in seguito a Parigi. Non sono quindi in grado di fare paragoni con i contratti in vigore in quei paesi, posso solo dire che anche lì il concetto di straordinario pagato non si applica ai colletti bianchi.

Da quando sono in Olanda, sono soggetta al normale contratto in vigore per i lavoratori di questo Paese che prevede per tutti i nuovi assunti un periodo obbligatorio a tempo determinato rinnovabile per un totale di 36 mesi o 3 contratti, che nel mio caso si è tradotto in un contratto annuale. Ricordo ancora che il 15 dicembre del 2001 ho chiesto al mio capo se dovevo ripresentarmi in ufficio dopo capodanno, stante che il mio contratto sarebbe scaduto e non avevo alcuna notizia sul suo eventuale rinnovo. Con grande nonchalance il mio capo mi ha chiesto se avrei preferito un secondo contratto annuale o un contratto a tempo indeterminato, con altrettanta nonchalance gli ho espresso la mia preferenza per un contratto a tempo indeterminato vista la mia intenzione di rimanere in Olanda e senza rendermene conto ho ottenuto qualcosa di assolutamente eccezionale. Quando ho cambiato di nuovo lavoro ho dovuto lottare con le unghie e coi denti per ottenere la garanzia della commutazione del primo contratto annuale in assunzione a tempo indeterminato con un preavvviso di quattro mesi e questa è – vi assicuro – l’unica ragione per cui ancora ho un lavoro. Infatti un mese dopo la firma del contratto a tempo indeterminato il mio capo è stato licenziato e ho fatto due anni di purgatorio per far passare l’incazzatura al nuovo management che considerava la mia assunzione a tempo indeterminato un sopruso bello e buono.

Un contratto a tempo determinato si chiude con preavviso massimo di quattro settimane e zero liquidazione, quindi in Olanda ogni datore di lavoro ha diritto a tenerti per 36 mesi e poi sbatterti fuori a calci in culo e vi assicuro che numerosi conoscenti non sono mai arrivati al rinnovo del primo contratto annuale e passano da una ditta all’altra senza riuscire a farsi assumere. Invece, in caso di licenziamento per ristrutturazione, chi può vantare almeno due anni di servizio ha diritto a 1/3 dello stipendio mensile per ogni anno di contratto e questo è quanto. Se si fa ricorso al giudice territoriale si può arrotondare questo importo con un conquibus frazionale. In caso di licenziamento per giusta causa invece si viene prelevati di peso dalla scrivania e accompagnati alla porta dopo il sequestro di eventuale laptop, cellulare e badge aziendale e non so nemmeno se viene liquidato l’ultimo stipendio o si decurtano i giorni che mancano alla fine del mese. A seguito del licenziamento si può chiedere il sussidio di disoccupazione e questo viene elargito per un massimo di tre anni con obbligo di cercare attivamente un altro posto di lavoro e accettare qualunque lavoro venga proposto. Per poter continuare ad usufruire del sussidio occorre presentare ogni mese documentazione dettagliata dell’attività di ricerca di lavoro sotto forma di letere spedite e colloqui effettuati. Attenzione però: il sussidio di disoccupazione si ottiene solo se si può dimostrare di non avere altro reddito oltre quello di lavoro, quindi se si ha una casa di proprietà occore venderla per poter continuare a mangiare.

I fortunati che ottengono un contratto a tempo indeterminato godono poi delle condizioni standard del contratto nazionale del lavoro: 80% della mensilità lorda come tredicesima, nessuna quattordicesima, 4 settimane di vacanze pagate, congedo maternità di 26 settimane e congedo matrimoniale di 1 settimana. E per finire, l’età della pensione minima è stata portata da 65 a 67 anni senza ammortizzatori sociali, il che significa che gli esodati (tra cui mio suocero) si arrangiano con i risparmi per fronteggiare i mesi scoperti. Qui non si lamenta nessuno, anzi, sono tutti convinti di vivere nel paese che più tutela le condizioni dei lavoratori e questo è sicuramente vero per quel che riguarda i colletti blu e il settore pubblico, dove i giorni di vacanza sono molti di più e gli straordinari vengono pagati. Di contro però lo stipendio medio è molto basso, tanto che quando una mia solerte amica, impietosita dal mio perenne stato di pendolare, mi ha proposto di mandare il mio curriculum all’università di Nimega per un posto da coordinatore, ho dato un’occhiata allo stipendio e mi son ripresa zitta zitta il mio treno per tornare a Amsterdam.

 
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