paola cassone
romanzi
racconti
collezioni di racconti
collezioni di racconti
diario  
comprami  
scrivimi  
2014

Gemeenteraadverkiezingen

(23/03/2014) Vi porto in viaggio con me in una realtà parallela. A Tulipland, il 19 marzo scorso, si è votato per la rielezione dei consigli comunali. Come, mi direte voi, di mercoledì? Certo, a Tulipland si vota sempre di mercoledì, I seggi sono aperti dalle 7:30 alle 20:30, si può votare anche nelle principali stazioni ferroviarie mentre si va o si torna dal lavoro e per le elezioni amministrative si può votare anche per procura. Gli aventi diritto al voto sono tutti i maggiorenni residenti, di qualsiasi nazionalità. Solo per le elezioni politiche si richiede la nazionalità olandese ai residenti e possono votare anche gli Olandesi non residenti.

Si vota – alle amministrative come alle politiche - con sistema proporzionale puro, che a Nijmegen ha prodotto una dozzina di liste tra cui tre liste locali e due fantasiose liste di simpatici burloni. Lo spoglio delle schede finisce sempre prima della mezzanotte, vengono fatte due proiezioni intermedie e i risultati definitivi sono sempre pubblicati sui quotidiani del mattino dopo, sul web e in TV sono ovviamente disponibili in tempo reale. Del resto, con 9 milioni di aventi diritto al voto, il 53,8% di votanti e un seggio elettorale in ogni quartiere non ci si potrebbe aspettare altro.

La campagna elettorale è cominciata un mese fa con gli spot televisivi del ministero dell’interno che annunciavano la data delle elezioni e ci esortavano ad usufruire del nostro diritto di voto. Tre settimane fa sono arrivate a casa le schede elettorali insieme alle liste dei partiti in gara e due sabati fa un ragazzo in pile e sciarpa azzurra tentava vanamente di distribuire volantini della ChristenUnie ai passanti che scantonavano perché Nijmegen è una città rosa: colore-simbolo degli attivisti omosessuali e gradazione indicativa della coalizione di giunta. Il consiglio comunale è storicamente composto da una maggioranza di verdi (GroenLinks), laburisti (PvdA) e democratici laici (D66), con una robusta opposizione del partito comunista che qui si chiama Socialistische Partij (SP). I movimenti religioso-bigotti (CDA, CU, SGP) e i movimenti di destra (PVV, VVD) hanno pochissimi elettori e ancor meno simpatizzanti.

I quotidiani hanno dedicato una pagina al giorno all’argomento, con fumosissime interviste ai politici locali delle grandi città su temi specifici alle città stesse e ancor più fumose dissertazioni di carattere didattico sulla differenza tra il voto locale e il voto nazionale. Se escludiamo il giovinotto della ChristenUnie, fino a lunedì non ho avuto il bene di vedere una sola faccia di politico locale ne’ un manifesto o un volantino elettorale. Poi sono spuntate un paio di facce note della politica nazionale che esortavano a votare questo o quello schieramento dalle affissioni a pagamento e il tra lunedì e martedì mi sono stati dati ben tre volantini tre mentre andavo alla stazione e questo è stato tutto. Mi son trovata nell’imbarazzo di non avere la più pallida idea di chi e per che cosa votare, per cui sono andata a spulciare i siti dei partiti della coalizione e, per far piacere al vikingo, anche del SP. Alla fine ho deciso di votare GroenLinks, unicamente perché il tono di voce con cui spiegavano il loro programma mi è risultato più empatico della freddezza clinica dei D66 e delle geremiadi del SP, in realtà i programmi sono identici: ulteriore ampliamento della rete ciclistica e autoferrotranviaria, sgravi fiscali per tutte le iniziative private volte alla raccolta dell’energia solare, finanziamenti all’infrastruttura sanitaria locale, continuazione delle opere di restauro e manutenzione del patrimonio architettonico cittadino, ampliamento della collaborazione tra scuola e mondo del lavoro e tutte quelle belle cose che tanto fanno piacere a noi progressisti di sinistra. In quanto ai laburisti, votati alle scorse elezioni comunali, ho deciso che non sono più degni del mio voto nemmeno a Tulipland, giacché non si sono nemmeno sforzati di copiare il programma dei verdi o dei D66 ma hanno piastrellato il sito con una collezione di banalità ideologiche da nauseare perfino i dirigenti del partito comunista cinese, senza degnarsi di dirci quali azioni concrete avrebbero intrapreso per il benessere della nostra bella città.

Non sono stata l’unica a pensarla così e il PvdA ha avuto la più sonora batosta elettorale dall’anno della fondazione, perdendo un terzo dei voti rispetto ai già magri risultati elettorali del 2010 a favore dei partiti locali, dei D66 e del SP. A Nijmegen il SP è diventato il primo partito, seguito a strettissimo giro da GroenLinks e D66. La notizia della storica sconfitta laburista è stata però appannata da una notizia ancor più storica che troneggia tutt’ora sulle prime pagine dei quotidiani e tiene impegnati i social networks. Il populista nazionale Geert Wilders, che concorreva col suo partito-monade PVV solo in due comuni è riuscito a perderli tutt’e due con una mirabile pisciata fuori dal vaso ed è solo grazie a lui che giornalisti e opinionisti politici hanno ancora un lavoro. Il bastardo ossigenato, sponsorizzato da istituzioni filo israelitiche, ha pronunciato le seguenti parole in un comizio nel Grand Café de Tijd a Den Haag (la traduzione è mia e l’originale è qui):

Wilders: “Vorrei avere una risposta da voi tutti sulle seguenti tre domande. Tre domande che definiscono il nostro partito, il Partito della libertà (sic). Per favore, date una risposta chiara.”

[le domande sono: 1) volete più o meno Unione Europea? 2) volete più o meno PvdA? Il pubblico reagisce un po’confuso ed esitante.]

Wilders: “E la terza domanda è … non potrei dirlo perché poi mi denunciano e forse qualche burocrate del D66 mi fa il processo. Ma la libertà di opinione è un bene comune. Non abbiamo detto niente che non si possa dire, non abbiamo detto niente che non sia vero. Volete voi, in questa città e in Olanda, più o meno Marocchini (meer of minder Marokkanen)?”

[il pubblico scandisce compatto “Meno, meno, meno!” per una ventina di volte]

Wilders: “Bene. Allora questo è quello che faremo (Dan gaan we dat regelen).”

Dal momento in cui Wilders ha pronunciato queste parole hanno dato le dimissioni dal suo partito cinque parlamentari in segno di protesta, sono state fatte innumerevoli denunce per istigazione all’odio razziale da parte di privati cittadini e svariate organizzazioni, sono state scritte lettere aperte a pioggia e sono partite numerose catene sui social, tra cui la più simpatica è quella dei selfies di oriundi marocchini con il passaporto olandese sotto l’hashtag #BornHere. Il PVV ha perso la metà dei suoi già scarsi voti alle elezioni locali e i sondaggi nazionali lo danno in picchiata. Quel che è ancor più confortante, come dice lo stimato opinionista Bas Heijne sull’NRC di ieri, è che dopo questa dichiarazione nessun politico si sente più in dovere di fare concessioni al Wilders in nome della libertà di espressione e della democrazia. Traspare da tutte le sue parole un silenzioso sospiro di sollievo, riecheggiato da Caroline de Gruyter a pagina 11, che titola il suo editoriale addirittura “Nessuna legge può colmare il vuoto morale”.

E qui finisce il vostro viaggio nella mia realtà parallela. Una realtà dove le elezioni si svolgono con calma, compostezza e senza fronzoli e dove il populismo viene sonoramente punito dall’elettorato a favore del pragmatismo e della concretezza. Perché se Wilders è il più pittoresco dei populisti olandesi, il populismo di Rutte (VVD) e Samsom (PvdA) è solo meno verbalmente spregevole, ma entrambi si sono distinti per la loro totale inettitudine al governo dopo mirabolanti promesse elettorali che tali sono rimaste. E, come ci ricorda Zihni Ozdil, anche per l’impunito razzismo strisciante che ha permesso a Wilders di far da catalizzatore di tutto l’odio che i loro partiti hanno contribuito a seminare in questo decennio.

 
torna su
« precedente     successivo »  
 
| design&development: Artdisk