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2014

Gli esami non finiscono mai

(10/11/14) Ottobre è stato un mese lunghissimo ed è cominciato il 20 settembre, quando il vikingo, di punto in bianco, mi ha annunciato che il suo datore di lavoro gli aveva proposto un contratto biennale, in qualità di sostituto del direttore finanziario, che prevede tre giorni di lavoro in una sede distante 40 km da Nijmegen e Matteo ha preso la sua prima insufficienza alla nuova scuola superiore.

Io ero reduce da una gara estenuante su un cliente che ci ha tenuto sulla corda per più di sei mesi, quindi esausta e assolutamente non in grado di fronteggiare questa nuova crisi. Ho dovuto invece stringere i denti e riplasmare tutta la mia vita intorno al nuovo impegno lavorativo del vikingo e alla necessità assoluta di ripetizioni e sorveglianza continua per Matteo. Vi risparmio i dettagli penosi e la collezione di malattie psicosomatiche che mi sono prontamente arrivate a testimonianza dello stress. Vi dico solo che ho consumato più Lexotan nelle scorse settimane che nell'intero annus horribilis del burnout del vikingo (nota bene: causato dallo stesso lavoro che sta facendo adesso) e che ho dovuto condurre trattative estenuanti su tre fronti. Finalmente, da settimana scorsa, Matteo ha cominciato a prendere voti decenti e io sono entrata in un contratto part-time al 70%: praticamente stacco la spina del PC il venerdì pomeriggio e la riattacco il martedì mattina.

Mentre mi abituo a questa nuova fase della mia vita, vi intrattengo sul sistema scolastico olandese che, come vi avevo anticipato, prevede che i bimbi passino dalla scuola elementare monomaestra alla scuola superiore con modello didattico universitario senza il buffer della scuola media, provocando scientemente un profondo shock da cui la maggior parte dei preadolescenti si riprende solo al terzo anno. Nella serata informativa ci è stato infatti comunicato con studiato sadismo che se il primo anno (la famigerata brugklas ovvero classe-ponte) ci sembra un inferno, il secondo è anche peggio. Ci è stato inoltre ricordato che i nostri figli non hanno alcuna speranza di riuscita senza un costante allenamento extra scolastico che ci dobbiamo naturalmente sobbarcare noi, perché le ripetizioni a cura di insegnanti privati profumatamente pagati su cui io tanto contavo sono solo una profilassi di base. La serata informativa si è svolta nell'ultima settimana di ottobre, quando io personalmente ero sul punto di tagliarmi le vene per lo stress, ha avuto il solo merito di farmi capire che la mia condizione è assolutamente nella media e che un nutrito drappello di autoctoni sono messi peggio di me. Di contro, mi ha aperto gli occhi su un sistema che fa acqua da tutte le parti, con docenti che si comportano come se i bambini fossero bestiame e ad ogni domanda rispondono col mantra: "devono imparare ad organizzarsi da soli".

Ora, qualunque madre di un maschio dodicenne medio sa che l'unica cosa che i bimbi a quest'età imparano ad organizzarsi da soli sono i videogames, i social networks, l'app store e youtube. Se poi riescono anche a gestirsi la preparazione delle svariate borse per i molteplici allenamenti sportivi che frequentano con passione, possiamo dire di aver raggiunto il nirvana pre-adolescenziale. Pretendere che un dodicenne sappia gestire orario delle lezioni, materiale didattico e scadenze dei compiti in classe è pura utopia; credere che dotare i pargoli di iPad con agenda elettronica e svariate applicazioni didattiche sia una valida soluzione al problema è semplicemente criminale. Quando abbiamo fatto notare al corpo docenti che a causa della totale carenza di adeguati protocolli IT i nostri figli ci gabbano regolarmente sull'uso didattico dell'iPad (ovvero dicono che stanno studiando e invece giocano), le insegnanti responsabili si sono guardate con quell'espressione vuota che ho imparato a decodificare negli autoctoni come SYSTEM FAILURE. Quando abbiamo chiesto perché i nostri figli sono stati dotati di iPad senza un adeguato protocollo IT che impedisca il download dei games, il mantra è diventato: "la tecnologia si evolve ad un ritmo tale che anche per noi è difficile anticipare le conseguenze." Questa è quasi sicuramente stata la risposta che hanno dato anche Nobel e Oppenheimer in occasioni simili, per cui ce la mettiamo in saccoccia e speriamo in qualche nerd che sviluppi l’applicazione iPad che blocca automaticamente tutti i videogames, i social e soprattutto youtube e li sblocca solo quando sono stati fatti tutti i compiti previsti dall'agenda elettronica. Giuro che diventerebbe milionario.

Bottom line: ho a che fare con una manica di dilettanti arroganti allo sbaraglio anche a scuola di Matteo e questo se non altro è l'unico punto di contatto con il mio campo di esperienza lavorativa e la luce in fondo al tunnel. Adesso occupo i miei giorni liberi nella supervisione dei compiti di tutte le materie alfa, il vikingo si occupa di supervisionare i compiti di tutte le materie beta, paghiamo profumatamente un'insegnate per le ripetizioni di ortografia e grammatica olandese e speriamo di cavarcela.

Unica nota positiva in questo quadro sconfortante è che la tecnologia avanzata ci permette la completa tracciabilità del progresso scolastico del pargolo. Non solo vediamo i suoi voti in tempo reale ma possiamo controllare quali lezioni sono previste per la settimana, per quali materie sono previsti compiti in classe e se Matteo è arrivato alle lezioni con tutti i libri e i quaderni richiesti. La cloud fa il resto e se Matteo non torna a casa all'orario previsto posso vedere dove si trovano il suo iPad e il suo iPhone e se non altro sperare che il proprietario sia nei paraggi perché ovviamente non risponde alle nostre telefonate disperate, come da job description dell'adolescente telematico.

Concludo con una nota che non so ancora se definire tragica o comica. Ci è stato chiesto se i nostri figli raccontano spontaneamente la loro giornata scolastica o per lo meno rispondono alle nostre domande in merito. A unanime risposta negativa ci è stato chiesto se avessimo provato a comunicare con loro tramite what's app. E' seguito un silenzio sgomento nel quale si è inserita la voce irritante della docente di olandese che con tono trionfante ci ha annunciato: "Funziona." Abbiamo insaccato di nuovo e diligentemente abbiamo digitato il nostro primo messaggio what's app ai nostri figli. Nel giro di pochissimi secondi è risuonato un ping corale e gli sguardi di tutti i genitori di sono riversati sugli smartphone illuminati. Sembrava una scena di Metropolis, ma da allora Matteo si degna di rispondere alle mie domande sulla scuola: la linea di comunicazione tra le nostre generazioni si è aperta. G.G!

 
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