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2014

Brugklas

(13/09/14) Abbiamo avuto quel che si dice un’estate movimentata. Lasciato il gatto prodigo alle cure dei vicini siamo partiti per tre settimane in Sri Lanka con happy end alle Maldive. Appena tornati ci è stato ricordato che avevamo prenotato due micetti e per favore potevamo venirli a prendere subito, infine è arrivata mia madre in visita pastorale per vedere dal vivo suo nipote entrare alla scuola superiore. È andato tutto bene, siamo tutti felicissimi di aver fatto questo viaggio meraviglioso, i micetti sono una fonte di delizia quotidiana e il mio giardino non è mai stato così bello, però adesso sono esausta e sento di aver bisogno di una vacanza. Non ha aiutato il fatto che siamo passati di botto da 28º a 14º, che i nuovi gattini sono arrivati insieme a mia madre e che appena ho messo via i vestiti estivi lavati e ho tirato fuori i pulloverini da mezza stagione è tornato il bel tempo, ma temo che la mia stanchezza abbia ragioni molto più esistenziali. Mi sento come se si sia chiusa una fase della mia vita e se ne sia aperta un’altra, con cui ancora devo prendere confidenza. Tutti i ritmi degli ultimi undici anni sono sconvolti: non solo mi devo abituare ai nuovi orari e rituali scolastici di Matteo, ma anche e soprattutto al mio nuovo status di olandese a tutti gli effetti, al mio nuovo fisico da donna matura e alla consapevolezza che questa è la mia vita, non quella che ho in testa da quando ho lasciato Bergamo per esplorare il mondo. Non è andata esattamente come mi aspettavo, no. Nessun editore mi ha offerto un contratto per pubblicare i miei romanzi o anche solo questo blog e consentirmi di vivere di royalties: gli unici contratti che mi vengono offerti da quando ho smesso di essere una stagista sono quelli che mi obbligano a risolvere i disastri combinati da una manica di maschi incompetenti che oltretutto guadagnano mediamente il 30% più di me. Non sono mai riuscita a rompere questo nodo karmico ed è evidente che in questa vita non ci riuscirò più. Posso al massimo tagliarlo come fece Alessandro Magno col nodo di Gordio e fare un altro salto nel vuoto come nella ormai lontana estate del 2000, ma sono inchiodata dalla responsabilità nei confronti di mio figlio che non è ancora maggiorenne. Non c’è storia: devo battere la stecca per altri sette anni, se tutto va bene.

Intendiamoci, questa vita non è affatto male: ho un marito fighissimo e un figlio bravissimo, abito in una casa circondata da uno splendido giardino, in un tranquillo quartiere immerso nel verde in una città studentesca estremamente ben organizzata e allo stesso tempo rilassata come una località balneare californiana. Ho appena fatto due viaggi meravigliosi e il lavoro mi lascia talmente tanto tempo libero che ho affiancato il giardinaggio alla mia ormai ventennale attività di cuoca dilettante. So bene che la metà dei miei colleghi di lavoro farebbe carte false per avere la mia vita, solo che non è la vita che avevo in mente io. Nella vita che avevo in mente io non c’è nessun treno pendolare, nessun ufficio, soprattutto nessun obbligo di interagire ogni giorno feriale con i suddetti maschi e altre scocciature assortite. Nella vita che ho in mente io ci siamo solo io e il mio PC (adesso iPad e prossimamente Mac), il vikingo, Matteo, i miei gatti, i miei amici e l’inevitabile agente letterario e/o editore che si occupa di fare da tramite tra me e il resto del mondo. Temo che la consapevolezza del fatto che questa vita non sarà mai la mia e soprattutto che le dinamiche del lavoro in cui mi trovo non cambieranno mai mi abbia precipitato nella terza età, quell’età che comincia quando ti accorgi che non sei riuscito a cambiare il mondo e capisci che è stato il mondo a cambiare te.

Non sono triste e tantomeno rassegnata. Insofferente sì, enormemente irritata dal tempo che sta andando nella direzione sbagliata e dall’umanità che mi circonda al lavoro. Proprio sabato scorso mi sono sorpresa a pensare, guardando il fiume attraverso uno spiraglio tra due vie del centro, che vivo davvero in un bel posto e ho avuto un momento di felicità assoluta. Lunedì mattina in treno stavo ancora cercando di guardare il fiume dalla stessa prospettiva ma purtroppo le condizioni al contorno mi erano ostili e il momento di felicità assoluta solo un’ombra nella memoria. Quando ieri sono potuta tornare a quella parte della mia vita che più assomiglia al mio ideale è tornata anche la felicità.

E voglio chiudere in bellezza con l’annuncio del superamento di un nodo karmico altrettanto importante: per il mio cinquantunesimo compleanno mi sono finalmente potuta regalare carta d’identità e passaporto olandese. È per me fonte di stupore continuo constatare che nessuno capisce quanto questo sia importante per me, quanto vada nella direzione del mio ideale di vita insieme al vikingo, a Matteo, ai gatti e alla casa con giardino. Non amo particolarmente l’Italia, ne’ mi sono mai sentita italiana, solo europea e in particolare europea del nord. L’idea di venire a vivere nell’Europa anglosassone aveva già preso forma nel mio primo viaggio in Inghilterra e si è consolidata con i successivi soggiorni-studio in Germania. Se avessi sposato il mio primo fidanzato tedesco, come ingenuamente mi ero illusa di poter fare, avrei preso la cittadinanza tedesca trent’anni fa. Se avessi trovato un fidanzato a Londra, come era mia ferma intenzione, avrei la cittadinanza inglese già da vent’anni e non è un caso che invece da Bruxelles e da Parigi sia scappata a gambe levate: troppo simili a quella parte d’Europa con cui non mi sono mai identificata. Quando ho incontrato il vikingo ho capito che il destino mi stava offrendo un’altra possibilità e l’ho presa al volo: le condizioni al contorno erano tutte favorevoli e ho spiccato il volo. Ma solo adesso capisco di aver raggiunto la destinazione inconscia che ho sempre desiderato: non sono più italiana nemmeno per legge. Mi è consentito conservare il passaporto italiano grazie ad accordi in vigore tra i paesi fondatori dell’unione Europea ma non intendo avvalermi del diritto. E questa consapevolezza è inebriante.

 
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