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2014

Gattini

(22/07/14) Ebbene, lo confesso: faccio parte di coloro i quali mettono le foto dei loro gatti su Facebook. Adoro i gatti e ho sempre avuto un gatto in casa a partire da Moonflower detto Moonie: uno splendido gatto bianco che la versione dodicenne di me è riuscita a contrabbandare con la complicità di mio padre – che da bambino a Gravina ne aveva ben cinque - e che mia madre ha impietosamente messo alla porta a seguito della constatazione che il gatto aveva recidivamente fatto la pipì nei suoi gerani e si era affilato le unghie sui suoi tappeti persiani. Dopo una breve convivenza con Briciola, soriana multicolore che parimenti non ha passato il vaglio materno, è arrivato Devil, un micetto randagio di sei settimane che ho salvato da morte certa nella Milano da bere e per il quale il mio capo mi ha concesso un’ora di permesso allattamento giornaliera. A seguito delle cure congiunte di tutta la famiglia il micetto moribondo si è trasformato in uno splendido gattone di razza Savannah che all’età di sei mesi stazzava sei chili e quasi mezzo metro di lunghezza. Dopo lunga consultazione con vari veterinari il campione è stato affidato a un allevatore e ha passato il resto della sua vita in una gatteria sui colli bergamaschi con l’invidiabile professione di gatto da monta.

Dieci anni dopo ho adottato Tamil: una gatta tortoiseshell talmente anoressica che a due anni pesava tre chili scarsi e aveva l’aspetto di uno sphinx. Dopo un anno abbondante di amorevoli cure e una dieta a base di merluzzo bollito Tamil è diventata una splendida gattona talmente coccolosa che sembrava una ragdoll. A quel punto è stata raggiunta da Twister: una vivacissima gattina color bronzo con tracce di Norvegese della Foresta nel pedigree che, appena svezzata, è prontamente entrata in calore e ha movimentato le nostre notti fino a che entrambe le gatte sono state portate dal veterinario per opportuna sterilizzazione. Il trauma dell’operazione le ha unite e da allora sono state inseparabili, praticamente gemelle diverse: due ciambelle arrotolate una dentro l’altra sulla poltrona del salotto, si muovevano sempre in coppia, mangiavano nella stessa ciotola, facevano pipì nella stessa cassettina e dormivano simmetricamente disposte tra le mie gambe. Quando Tamil è morta dopo diciotto anni di pacifica esistenza nell’appartamento milanese dove ho vissuto per tutti gli anni novanta, Twister non ha retto il dolore e l’ha seguita nonostante la sua giovane età.

Al mio arrivo a Nijmegen ho trovato ad attendermi una fotocopia di Tamil: Minou, che però con Tamil condivideva solo il colore del pelo. La gatta del vikingo infatti mi ha sempre odiato e ha perfino tentato di marcare il territorio nel lettino di Matteo neonato, atto che ha definitivamente compromesso i nostri precari rapporti di formale cortesia. Non si pensi che Minou fosse gelosa solo di me; è sempre stata una gatta estremamente diffidente e selettiva nelle sue amicizie. Non sopportava i bambini e mostrava una forma asettica di affetto solo per il vikingo, per mia madre e per il mio vicino di casa Jan. Matteo ed io ci siamo quindi coalizzati e abbiamo perorato la causa di un gatto supplementare che si è finalmente materializzato il 12 agosto di due anni fa sotto forma di cucciolo magro, pulcioso e imbambolato di provenienza agreste: l’unico della nidiata che non era scappato quando Matteo aveva tentato di prenderlo in braccio, l’unico della nidiata che non riusciva mai a mangiare e che sarebbe sicuramente finito sotto le ruote di un trattore data la sua palese apatia. Con l’istinto materno che mi è ormai saldamente artigliato al cuore, appena l’ho visto ho esclamato: “Questo gatto sta male!” e l’ho portato di corsa dal veterinario, non senza prima averlo spulciato e rifocillato a dovere. Qui il gattino è stato messo in terapia antibiotica intensiva per debellare l’infezione delle vie respiratorie che aveva quasi raggiunto i polmoni e il suo stato di piccolo cucciolo indifeso e in pericolo di vita lo ha trasformato immediatamente nel nostro secondo bambino: un Matteo piccolo che il Matteo pre-adolescente ha subito battezzato Miciu, non a caso il mio personale vezzeggiativo destinato a lui. E per mettere i puntini sulle i ha dichiarato: “Adesso è lui Miciu, io mi chiamo Matteo.” Io e il vikingo ci siamo guardati e abbiamo sfoggiato il sorriso ebete dei neogenitori con allegato occhio umido, poi abbiamo vegliato insieme sul gatto malato, pulendo amorevolmente tutte le sue variegate secrezioni proprio come dieci anni prima. Lo abbiamo imboccato col biberon e col cucchiaino, gli abbiamo spalmato unguenti antibiotici per gli occhi infiammati a causa dell’infezione e ci siamo vicendevolmente accusati di negligenza quando il piccolo è scappato in giardino e si è nascosto su un albero; lo ha trovato Minou, che a parte questo atto di gentilezza ha mantenuto nei suoi confronti un atteggiamento ostile fino alla fine dei suoi giorni. Miciu si è rivelato un cucciolo affettuoso e allo stesso tempo intraprendente: appena è stato in grado di cacciare ci ha regalato quotidianamente piccoli roditori e uccellini, esce di casa al calar della notte e torna alle prime luci dell’alba, aspettando pazientemente che qualcuno gli dia da mangiare accucciato sotto le fronde di una siepe sempreverde in fondo al giardino. Il rituale del mattino è sempre lo stesso: io scendo in cucina, apro la porta, lo chiamo e lui arriva trotterellando lungo il sentiero del giardino. Ci concediamo cinque minuti di coccole e fusa e mentre lui mangia il suo Whiskas io esco di casa piena di peli e odorosa di pino silvestre.

La prima volta che Miciu non è tornato a casa io e il vikingo siamo entrati immediatamente in sbattimento. Lo abbiamo cercato in lungo e in largo e alla fine ho dovuto prendere il treno in ritardo e col groppo in gola. Fortunatamente il gatto prodigo si è appalesato dopo meno di un’ora e così ho potuto iniziare la lunga giornata lavorativa ad Amsterdam senza ulteriori patemi d’animo. La seconda volta era rimasto chiuso per sbaglio nel ripostiglio delle biciclette, dove ha passato una notte credo agitata dato che è balzato fuori incazzatissimo appena il vikingo ha aperto la porta la mattina dopo. Un’altra volta ci ha fatto stare male tutto il giorno e quando ci eravamo ormai rassegnati a mettere una segnalazione sul sito della protezione animali è tornato fresco come una rosa e come se niente fosse. Da allora siamo più rilassati e non cominciamo a iperventilare prima che siano passate dodici ore. Poi, venerdì scorso, il fattaccio. Venerdì scorso, per chi fosse stato distratto, era l’ultimo giorno della Vierdaagse, il primo giorno di temperatura tropicale e soprattutto il giorno dopo l’abbattimento dell’aereo Malaysian Airlines MH17. La sera prima eravamo tutti troppo occupati a capire l’entità del dramma per badare a Miciu, che dev’essere uscito come suo solito dopo cena, ma nessuno si ricorda quando l’abbiamo visto per l’ultima volta. Venerdì mattina non si è ripresentato ai nostri richiami ma io dovevo gestirmi un paio di patate bollenti in remoto e Matteo stava demolendo allegramente la casa insieme a un amichetto, per cui avevo parecchio da fare e solo verso le undici mi sono resa conto che di Miciu non c’era ombra. A quel punto ho cominciato a cercarlo, ma ho rinunciato ben presto perché intanto il termometro aveva superato i 30c e l’asfalto stava cominciando a sciogliersi. Abbiamo ripreso le ricerche al tramonto, scandagliando tutti i giardini limitrofi e i viottoli tra i giardini, senza risultato. Abbiamo aspettato in piedi e a porte aperte fino all’una di notte con la scusa non si riusciva a dormire dal caldo, poi però ci siamo dovuti rassegnare all’evidenza dell’assenza. Il mattino dopo mi sono svegliata di soprassalto a seguito di un confuso sogno che vedeva il ritorno del gatto, mi sono precipitata giù dalle scale a rischio della vita solo per constatare l’assenza di ogni forma di vita felina e un vikingo abbacchiatissimo che mi ha lanciato uno sguardo da cane ferito. Dopo una mesta colazione e il disbrigo delle pratiche necessarie a segnalare lo smarrimento del felino presso tutti gli appositi siti della protezione animali locale, regionale e nazionale ho annunciato che avrei cercato una coppia di cuccioli da ritirare al ritorno dalle vacanze. L’idea originale era quella di affiancare a Miciu un gattino in sostituzione della deceduta Minou, ma stando così le cose tanto valeva prenderne subito due. “E se torna Miciu?” ha chiesto debolmente il vikingo, senza troppa convinzione. “Se torna Miciu li teniamo tutti e tre. A questo punto non fa differenza.” ho risposto con la decisione che tutti mi invidiano e altro non è che disperazione distillata.

Nel pomeriggio siamo andati a vedere due cuccioli di soriano misto Maine Coon e li abbiamo prenotati per fine agosto. I cuccioli non avevano un aspetto molto sano e il pensiero cinico che se fosse tornato Miciu forse comunque ci saremmo trovati con due gatti mi ha tenuto compagnia tutto il resto della sera e della interminabile notte. Domenica il gran caldo era finito e abbiamo rifatto il giro di tutti i giardini: a quel punto sia su Facebook che per strada tutti ci chiedevano se Miciu era tornato. Al nostro mesto diniego si ritiravano tutti con molto tatto e ci lasciavano al nostro dolore. Per tutto il weekend non abbiamo fatto altro che mettere fuori croccantini e acqua fresca, chiamare a gran voce il nostro Miciu e controllare tutti i siti della protezione animali, ma quando lunedì mattina i croccantini erano ancora intatti e il giro di ricognizione dei giardini non ha dato esito positivo mi sono veramente depressa. Sono arrivata in ufficio con un groppo enorme e un umore pessimo che ho prontamente scaricato su tutti i malcapitati che mi passavano davanti e a questo punto, liberata dalla frustrazione, ho cominciato a ragionare. Miciu è regolarmente chippato, per cui se gli fosse successo qualche incidente la protezione animali ci avrebbe avvertito. Se la protezione animali non ci aveva avvertito potevamo escludere l’omicidio colposo. Tolto l’omicidio colposo restavano tre ipotesi: omicidio doloso con occultamento del cadavere, rapimento e occlusione accidentale in una cantina. Non so chi dei miei amici di Facebook mi ha portato sull’idea dell’occlusione accidentale, ma ricordando l’episodio del capanno delle biciclette e soprattutto le innumerevoli occasioni in cui Miciu si nasconde nella nostra cantina odorosa di scarpe da calcio e doposci e si decide a miagolare per farsi liberare solo quando ha fame, ho formulato un piano d’azione mirato. Sul sito nazionale della protezione animali c’è una pratica app che ti consente di trasformare l’annuncio online in volantino. Detto fatto ho aggiunto alla descrizione già presente l’invito a voler controllare cantine e ripostigli perché Miciu ha l’abitudine di nascondersi in luoghi bui e umidi. Ho stampato 80 copie formato A6 e 10 formato A4 e a casa abbiamo steso un vero e proprio piano di distribuzione non dissimile dai piani che stendo a pagamento per i miei clienti e-commerce, con targeting geosociale e retargeting WOM per ottimizzare i leads. Alle 19 il vikingo e Matteo sono partiti e alle 20 e 30 avevamo già la prima segnalazione. In tutto ci sono arrivate tre telefonate, rivelatesi altrettanti falsi allarmi ma intanto in tutto il borgo di Hees il tam tam del word-of-mouth si era esteso come fuoco sulla sterpaglia e stamattina, al mio richiamo, un Miciu terrorizzato, smunto, afono e traballante è apparso da sotto la siepe e mi è trotterellato incontro. Vi risparmio le scene patetiche che sono seguite; vi dico solo che Miciu ha divorato una lattina formato famiglia di Whiskas e poi ha passato un quarto d’ora a riempirmi di peli e stordirmi di fusa. Alla fine l’ho portato da Matteo e dal vikingo, che stavano ancora dormendo e a quanto mi risulta il gatto prodigo ha passato la mattina a ronfare, mangiare e riprendersi dalla brutta avventura. A me non è rimasto altro da fare che rimuovere tutti gli annunci di smarrimento online e telefonare alla centrale locale per far smettere le ricerche. L’operatrice di turno si è informata sulle condizioni del gatto e mi ha ringraziato per la bella notizia. Sono rimasta interdetta ma poi ho pensato che questa poveraccia passa la vita a contatto con padroni disperati, animali seviziati e cadaveri straziati: solo il giorno prima mi aveva fatto un riassunto delle atrocità del weekend per convincermi che Miciu, fortunatamente, non era tra queste.

Devo concludere che l’intuizione della cantina si è rivelata quella giusta, perché altrimenti non si spiega come mai Miciu fosse così affamato, debole e soprattutto afono stamattina. Il poveraccio si è probabilmente sgolato per ore e ore, chiuso in una cantina i cui proprietari devono essere andati via per il weekend o peggio ancora in vacanza. Solo grazie all’azione di volantinaggio mirato tutti gli abitanti di Hees si sono mobilitati e credo fermamente che i vicini di proprietari in vacanza siano andati in ricognizione nelle case vuote, perché qui si lascia sempre la chiave al vicino quando si va in vacanza proprio per emergenze di questo tipo. Una mia collega mi ha confermato che chiedere nel volantino di controllare le cantine è il call-to-action giusto perché altrimenti nessuno si sente coinvolto: tutti pensano, boh, io non l’ho visto e buttano via il volantino. Invece così l’olandese medio si sente direttamente chiamato in causa e anche se è appena andato in cantina a prendere le patate per la cena, ci ritorna e la perlustra scrupolosamente.

Sto scrivendo col gatto sulle ginocchia, più calmo di stamattina ma bisognoso di affetto e di coccole. Non dubitate che le farò anche a nome di tutti voi, miei lettori affezionati e grande consolazione in questi giorni di smarrimento. Certo non voglio paragonare il nostro piccolo dramma alle catastrofi che negli stessi giorni si sono abbattute copiose sul resto del mondo, ma so che mi capite quando dico che il senso di vuoto che ho provato è paragonabile al lutto per la morte di un conoscente. L’assenza di Miciu è stata palpabile, la sospensione animata che accompagna tutti i drammi in attesa di closure è stata crudele e ieri mi sono ritrovata a pensare che avrei preferito ricevere una telefonata di condoglianze dalla protezione animali piuttosto che passare il resto della mia vita a scrutare il viottolo del giardino e chiamare Miciu tutte le mattine, senza risposta.

 
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