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2014

Endurance

(20/07/14) Mi ha fatto molto ridere la proposta, fatta da un amico di lungo corso, di sottoporre Arjen Robben al test Voight-Kampff per escludere la possibilità che sia un replicante. Sono sinceramente caduta dal pero perché qui Robben non viene considerato migliore di altri calciatori professionisti come per esempio van Persie o Sneijder e atleticamente ha uno status inferiore a quello di Sven Kramer, mentre a sentire l’amico in questione la sua performance durante la semifinale dei Mondiali è stata a dir poco sovrannaturale.

In effetti un aspetto dell’Olanda che ho trattato solo en passant è la resistenza fisica alle condizioni più estreme, che viene coltivata fin dalla culla e ha il suo alfiere in Wim Hof, detto Iceman. Questo pazzo furioso riesce a sopportare temperature estremamente basse per periodi prolungati e mi pare che sbarchi il lunario facendo numeri da circo tipo maratone di corsa al Polo Sud nudo come mamma l’ha fatto, o di nuoto senza muta nel Mare Artico; roba del genere insomma. Naturalmente ha il suo bravo sito e tiene corsi di endurance per altri olandesi pazzi o frustrati in quanto sostiene – e qui nessuno ci trova nulla di strano – che ognuno può allenare il fisico a compiere le stesse prodezze.

Fa niente che studi medici abbiano dimostrato come il patrimonio genetico dei fratelli Hof (Wim ha un gemello con le stesse capacità di resistenza al freddo nonostante lo stile di vita diametralmente opposto) sia totalmente diverso da quello dell’olandese medio, l’ambizione del maschio batavo è di mostrare la propria resistenza fisica a partire proprio dalla sopportazione di temperature artiche in costume adamitico per finire alle varie maratone su ghiaccio e su strada di cui vi ho già ampiamente parlato negli anni scorsi (vedi Elfstedentocht e Vierdaagse). Ma non solo. La risposta standard a chi si lamenta di provare dolore, freddo o stanchezza in qualunque circostanza, comprese le maratone di cui sopra, è Stel je niet aan oppure Aansteller, che tradotto alla meglio vuol dire rispettivamente Non farla così lunga e Pittima. Gli amici del vikingo ancora lo prendono in giro perché nel lontano inverno del 1996, al ritorno da un anno di viaggio itinerante nel sud est asiatico, tremava dal freddo e si metteva sciarpa e maglione. Adesso gira come tutti in maglietta a maniche corte fino a che la temperatura non scende sotto zero, a quel punto si decide a mettersi le polo di cotone a maniche lunghe e a volte perfino un leggero pulloverino da mezza stagione. Cappotto? Sconosciuto. In casa de rigueur la tenuta da basket, canotta e pantaloncini, e piedi nudi. E sorvoliamo sulla lotta continua del termostato che io alzo a 20º e lui abbassa a 18º, senza contare che in camera da letto i termosifoni sono sempre spenti e le finestre sempre aperte. Del resto, come ho già raccontato, “Qui i neonati a partire dal primo mese vengono portati fuori ogni giorno, con qualunque tempo, per il ‘frisse neus’ – cioè finchè il naso del bimbo si raffredda. Questa abitudine viene mantenuta per tutta l’infanzia, dove peraltro viene raccomandato di far dormire i bambini in camere con temperatura non superiore a 18° e di vestirli più leggeri per non surriscaldarli quando hanno la febbre. Passata l’infanzia, la raccomandazione è di dormire con le finestre aperte ed è inutile dirvi che bambini e adulti qui girano mezzi nudi in pieno inverno e le madri si preoccupano di mettere sciarpa e cappello alla prole solo se la temperatura scende sotto zero. Vedo regolarmente con i miei occhi madri con bimbi di due anni nel cestino davanti della bici, sotto la pioggia novembrina, senza cappello o sciarpa e con la giacca aperta su una T-shirt di cotone a maniche corte!”. e il 9 dicembre 2004 annotavo: “temperatura esterna -1º. Matteo torna dalla giornata coi nonni: è stato in macchina con il papà un’ora senza giacca a vento. Scende dalla macchina e fa almeno dieci passi nel gelo prima che io urlando lo afferri e lo porti in casa. A casa constato che il piccolo non ha la dolcevita di lana fornita in dotazione, ma solo una felpina leggera sopra la canottiera. Stringo i denti e prego.

Ovviamente Matteo ha passato i primi sette anni tossendo e starnutendo da settembre a giugno, con febbre a settimane alterne, più la bronchite e la tonsillite che mi è stato concesso curare con antibiotici. Ma già alla seconda tonsillite il medico ha dichiarato: “Signora, io l’antibiotico glielo prescrivo, però mi faccia la cortesia di aspettare almeno altre 48 ore: se il bambino ce la fa a sfebbrarsi da solo vedrà che questa è anche l’ultima tonsillite.” Dopo esattamente 45 ore Matteo si è sfebbrato e da allora effettivamente non ha più avuto ne’ bronchite ne’ tonsillite, quindi mi tocca anche concludere (a denti stretti) che i metodi batavi effettivamente hanno il merito di temprare il fisico.

Detto questo però il contrappasso per gli olandesi è il caldo. Siamo reduci da ben due giorni di temperatura tropicale, che è la definizione ufficiale ogni qualvolta il termometro della stazione meteorologica cittadina oltrepassa i 30º; sia il vikingo che Matteo hanno superato la dura prova solo restando a mollo nella piscina comunale per tutto l’orario di apertura e passando il resto del tempo in stato semicomatoso, mentre io, fresca come una rosa, li ho finalmente potuti apostrofare con un sonoro “Stel je niet aan!”. E insomma, sono soddisfazioni anche queste.

 
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