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2014

Riti di passaggio

(07/07/14) Matteo è tornato venerdì pomeriggio dall’8e-jaars kamp, stremato, sporco e soddisfatto come da copione e con questo abbiamo concluso il rito di passaggio più importante dall’infanzia all’adolescenza olandese. La tradizione del kamp – gita scolastica che si tiene alla fine dell’ultimo anno di basisschool, equivalente alla prima media italiana - è molto radicata e il vikingo ha avuto modo di lamentarsi dei tempora et mores, ovvero delle paranoie del XXI secolo che hanno ridotto, in nome della sicurezza, distanza e durata del kamp a una decina di km e poco più di 24 ore. Ai suoi tempi i kamp duravano una settimana e si favoleggia di comunità frisone che mandavano i bimbi addirittura sulle isole del Mare del Nord. Comunque anche così il kamp gode di un rituale immutato negli anni. I bimbi, rigorosamente privati del loro abituale arsenale telematico ed elettronico, si radunano la mattina alle otto sulla piazza della scuola, zaino in spalla e bicicletta a mano. Qui vengono istruiti con precisione militare sul percorso e sullo svolgimento della giornata, indi partono in fila per due tra i saluti, gli auguri e gli applausi di tutti i compagni di scuola più giovani, per l’occasione affacciati alle finestre della scuola. Dopo una robusta pedalata della durata media di un’ora, il drappello arriva alla località bucolica prescelta e viene diviso in squadre, indirizzato alle baracche dove pernotterà e quindi radunato per il rancio. Il resto del pomeriggio viene occupato da classici giochi di squadra di stampo prettamente campagnolo-militare, alla fine dei quali la prima mano di fango è saldamente incrostata all’epidermide. Dopo una cena a base di fricandelle o crocchette e patatine fritte con ketchup e maionese - tradizione onnipresente, pervasiva, capillare, radicata fin dalla più tenera infanzia e causa principale del decesso delle papille gustative della gioventù olandese - si procede con i cori goliardici intorno al falò, la caccia al tesoro, la disco-dance e i marshmallows arrostiti. Alla fine di questa fase la seconda mano di fango è sedimentata sulla prima e i bimbi vengono spediti alle baracche dove trascorreranno le ore che li separano dall’alba. Dopo moltissima agitazione e pochissime ore di sonno i bimbi fanno la tipica colazione olandese a base di pane, hagelslag, surrogato della nutella e variazioni sul tema prima di procedere con l’ultima attività in programma che di solito si svolge in acqua. Al gruppo di Matteo è toccata la gita in canoa sul lago e meno male che nessuno si è ribaltato, altrimenti alle due mani di fango silvestre si sarebbe aggiunto lo strato di fanga lacustre con retrogusto d’alga. Anche così, quando Matteo è tornato a casa, ero indecisa se lavare i vestiti usati o bruciarli direttamente. Alla fine ho messo sia vestiti che pargolo in ammollo per mezz’ora prima di procedere ad una robusta strigliata con spazzola e sapone di marsiglia. Mentre i vestiti giravano in lavatrice col ciclo lungo, un Matteo adrenalinico, rubizzo e luccicante mi faceva la radiocronaca minuto per minuto di tutta l’esperienza, conclusa con la leggendaria frase: “Anche se stanotte ho dormito solo dalle due alle sei non sono affatto stanco e non voglio andare a letto; penso che leggerò un po’.” Ovviamente trenta secondi dopo è stramazzato al suolo ed è rimasto in catalessi per dodici ore.

Mentre Matteo era al kamp, io e il vikingo siamo andati a celebrare la nostra riconquistata libertà nell’odierno ristorante alla moda (De Nieuwe Winkel: buono) e abbiamo steso il piano d’azione per gli anni a venire. E’ un dato di fatto che ormai la nostra discendenza si è sdoganata dall’infanzia: non dovremo più organizzare feste di compleanno e partecipare alle attività scolastiche. La scuola superiore olandese ha una struttura para-univeristaria, con lezioni a tutte le ore del giorno, attività didattiche saldamente organizzate dai mentor che si occuperanno di informarci sul progresso pre-accademico del nostro aspirante entomologo e attività ludiche organizzate dagli amici che già campeggiano in pianta stabile a casa nostra per tutto il weekend. A noi resta la gestione dello studio doposcuola, che dietro consiglio di autoctoni ben informati appalterò all’apposito coach finché il pargolo non dimostrerà di potersela cavare da solo, e quella delle vacanze estive finché il pargolo non potrà viaggiare da solo. Da questa settimana si apre uno spiraglio sull’oceano di libertà che era nostra solo dodici anni fa e che tornerà a travolgerci in ondate sempre più impetuose.

Oggi pomeriggio invece ho compiuto io l’ultimo rito di passaggio dalla nazionalità italiana a quella olandese con la cerimonia di naturalizzazione al comune di Nijmegen. Eravamo una quarantina: la metà proveniva da zone di guerra (Siria, Iran, Iraq, Afghanistan, Sierra Leone, Ucraina), un terzo erano turchi, una manciata di anglofoni, un filippino, un macedone, un cinese, due venezuelane e un gruppo di bambini figli di immigrati che devono essere naturalizzati a loro volta in mancanza dello ius soli. Ma da stasera siamo tutti olandesi: abbiamo giurato fedeltà alla nostra nuova patria(1), abbiamo cantato l’inno nazionale(2) con la mano sul cuore e mercoledì sera ci toccherà tifare per la vittoria dell’Olanda contro l’Argentina. Parigi valeva bene una messa e il grandissimo godimento di fottermene da ora in poi di quel che fanno i politici italiani vale bene una partita di calcio.

(1)   Ik verklaar dat ik de grondwettelijke orde van het Koninkrijk der Nederlanden, haar vrijheden en rechten respecteer en beloof de plichten die het staatsburgerschap met zich meebrengt getrouw te vervullen. Dat verklaar en beloof ik.

(2)   Wilhelmus van Nassouwe Ben ick van Duytschen Bloedt, Den Vaderland ghetrouwe Blijf ick tot inden doet; Een Prince van Orangien Ben ick vry onverveert. Den Coninck van Hispangien Heb ick altijt gheeert.

 
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