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2014

Il discorso del presidente

(12/1/2014) Ci sono poche cose che mi irritano quanto i giudizi sparati a vanvera su argomenti di cui si conosce poco o niente. Certo non possiamo pretendere di essere esperti in qualunque materia dello scibile umano e se ognuno di noi si limitasse ad esprimere giudizi esclusivamente sulle cose di cui ha perfetta cognizione di causa le conversazioni sarebbero noiosissime e soprattutto molto brevi. Però una cosa è la conversazione tra amici al bar o dal parrucchiere e una cosa totalmente diversa è fare dichiarazioni per iscritto sui quotidiani o sui social network. Qui le regole che vigono nelle conversazioni tra amici non possono essere traslate pedissequamente perché primo: verba volant scripta manent e secondo: il pubblico dei quotidiani e dei social network è infinitamente più vasto dei nostri amici al bar. Ho già avuto modo di esprimere il mio sdegno per la barbarie della cosiddetta democrazia del web e non intendo tornare su quell’argomento fino alle prossime elezioni. Questa premessa mi è servita solo per affrontare l’argomento espresso nel titolo e su cui mi sono accuratamente preparata, grazie alla mia trentennale esperienza in materia, alle numerose pubblicazioni che posso vantare e all’aiuto di una collega che non vuole essere nominata ma la cui professionalità è indiscussa.

Pochi giorni prima della fine dell’anno, nel teatrino della cosiddetta politica italiana, Grillo e la Lega hanno invitato il pubblico a disertare le televisioni durante il discorso di Napolitano e Berlusconi ha minacciato un contrattacco mediale poi svaporato. Il 2 gennaio tutti i giornali hanno aperto le prime pagine esultando sul fallimento del boicottaggio congiunto e i grillini delusi hanno come al solito urlato al complotto arrampicandosi sugli specchi di una share in calo. Vi risparmio i messaggi che son finiti sulla mia bacheca – uno squallido display di arroganza unita ad ignoranza crassa: due difetti che, presi separatamente sono sopportabili, ma insieme formano un cocktail che risveglia la bestia che dorme dentro di me. E quindi ecco la mia risposta da esperta del settore.

Il discorso di Napolitano è stato seguito più o meno dallo stesso quantitativo di persone che lo ha seguito negli scorsi quattro anni. Millantare una crescita di 150 mila spettatori è statisticamente inesatto, in quanto i dati si basano su un campione 5.666 famiglie, 10.520 televisori e 14.700 individui (vedi sito ufficiale Auditel), non sono un censimento di tutti i televisori in Italia. Il margine di errore statistico su un’audience di 10 milioni è superiore a 150 mila spettatori, nel 2013 come in tutti gli anni precedenti. Quello che si può ragionevolmente affermare è che la quantità di ascoltatori del discorso di fine anno è stabile negli ultimi cinque anni e in calo rispetto agli anni precedenti, quando gli ascoltatori erano un milione in più di adesso. Il calo più forte si riscontra tra il discorso del 2007 e quello del 2008 e le cause del calo non sono pertinenti alla questione in oggetto.

Invece è esatto sostenere che la share di ascolto è in calo, ma non è esatto sostenere in base a questo dato che il discorso sia stato un flop perché la share degli anni scorsi era di pochi punti superiore e bisogna tornare al 2010 per trovare una share significativamente superiore a quella del 2013.

Soprattutto non è esatto attribuire il calo di share al boicottaggio in quanto la share rappresenta solamente la proporzione degli ascoltatori televisivi che erano sintonizzati su un determinato canale (o combinazione di canali) rispetto al totale degli ascoltatori televisivi in quel momento. Quindi un calo di share non vuol dire che gli ascoltatori se ne erano andati dalla TV ma semplicemente che stavano guardando un altro programma televisivo. Siccome poi il numero di ascoltatori del discorso del presidente è comparabile all’anno precedente, una share inferiore vuol solo dire che c’erano più persone davanti ai televisori dell’anno precedente.

Se poi vogliamo metterci a contare anche quanti erano gli ascoltatori tra 15 e 54 anni andiamo a finire in un ginepraio di contraddizioni, in quanto il trend degli ultimi anni non è univoco: anche nel 2010 e nel 2011 la share tra gli under 54 era inferiore al 2012, ma come ho detto prima la share non dipende dal numero di persone davanti al televisore, ma solo dalla distribuzione delle persone all’interno dell’audience televisiva globale. Quindi una share bassa tra gli under 54 vuol dire solo che questi - più di altri - stavano guardando altri programmi televisivi. Non vuol dire affatto che avessero spento il televisore e tantomeno che fossero su internet.

Quello che invece nessun giornale ha scritto è che negli ultimi due anni la share di ascolto della finale del festival di Sanremo - che non viene mandata in onda a reti unificate ma solo su Raiuno - è comparabile alla share di ascolto del discorso del Presidente a reti unificate. Questo è l’unico dato veramente indicativo sull’importanza relativa di un evento rispetto all’altro e con questo dato vi lascio, pronta ad approfondire l’argomento su richiesta.

Nota a margine: in Olanda il discorso di fine anno non lo fa ne’ il re ne’ il primo ministro. Il delicato incarico è affidato ogni anno ad un comico diverso ma sempre molto dissacrante, satirico e politically incorrect. Quest’anno Theo Maassen ha avuto una share di ascolto del 26% e nessun quotidiano ha sprecato una riga sulle sue prestazioni rispetto ai comici degli anni scorsi.

 
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