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2013

Milano da bere

 

Riprendo la mia relazione della settimana scorsa ben riposata e dotata di tutti i comfort del caso.
Dopo un intervallo lavorativo di tre giorni, siamo ripartiti alla volta di Bergamo, che i miei lettori più affezionati sanno essere la mia città natale: una città da cui sono fuggita appena maggiorenne per raggiungere quella che al tempo credevo sarebbe stata la mia città d'elezione, cioè Milano. Per una come me, che ha girato l'Europa da quando ho potuto legalmente mettere piede in un aereo senza accompagnamento dei genitori, è difficile definire un'origine; se me la chiedono (e credetemi, me la chiedono in continuazione) dico che sono di Milano.
A Milano ho abitato - tanto per non smentirmi - in ben cinque case. La prima non era nemmeno una casa, ma un dormitorio per ragazze gestito dalle suore in piena Brera, che però nel 1982 non era ancora la zona fighetta che è diventata in seguito, ma una versione milanese della Soho londinese, con bar malfamati e molte coppie clandestine di svariate tendenze sessuali che si nascondevano negli angoli bui. Da lì sono scappata insieme alla mia compagna di stanza che aveva trovato un monolocale in un quartiere molto meno affascinante, fortunatamente solo per pochi quanto sofferti mesi, perché il caso che contraddistingue la mia vita e per questo chiamo destino mi ha fatto bere una birra con una ragazza che aveva due colleghe che stavano cercando una terza coinquilina per condividere l'affitto di un appartamento enorme in uno stabile signorile di via Donatello. E così sono approdata in quella che sarebbe stata la mia casa per due magnifici, intensi e indimenticabili anni mentre intorno a me esplodeva la Milano da bere. E l'ho bevuta, eccome se l'ho bevuta la Milano in cui tutto sembrava possibile, in cui la mattina ti chiedevi se con il buono pasto da duemila lire saresti riuscita a pagare il panino-pranzo al bar e la sera ti rimpinzavi di prosciutto crudo e caviale rosso alla festa di Retequattro al palazzo reale di Monza. La Milano in cui l'industria televisiva ha dato una botta di culo all'industria pubblicitaria e ci ha lanciato tutti nella vita hollywoodiana - almeno - quella che ci sembrava la vita hollywoodiana dopo l'austerity degli anni di piombo: roba da pezzenti a paragone della vita degli operatori della finanza dieci anni dopo, transeat. La Milano del Plastic, dei videobar, della Tecoteca e dell'Odissea 2001, dove ho visto tutti i gruppi della new wave inglese dai Cure ai Virgin Prunes. La mia Milano: quella che mi porterò sempre nel cuore. Purtroppo tutti i bei sogni finiscono presto e da via Donatello sono dovuta emigrare in via Casoretto, il cui unico pregio era quello di essere dietro via Leoncavallo, così in caso di necessità potevo svicolare senza farmi notare quando i concerti diventavano troppo trucidi. Il purgatorio di via Casoretto - sospeso per consentirmi di girare ancora un po' a Londra e Bruxelles - è terminato con l'arrivo del mio nuovo fidanzato, per intenderci, quello che mi ha portato la reliquia del muro di Berlino e che mi ha portato poi a vivere con lui in via Plinio.
Mi scuso per la lunga premessa, ma non saprei come altro descrivere l'emozione che mi lega a Milano. Nella casa di via Plinio, che da due anni non è più mia, ho vissuto ininterrottamente per dieci anni ed è stata fino a poco fa l'unica casa in cui ho vissuto così a lungo. In quella casa ho costruito la mia vita, portando con me solo la mia enorme collezione di dischi e libri che mi ha sempre seguito ovunque e talmente poche altre cose che quando Diana è venuta per la prima volta a trovarmi ha esclamato, nell'ordine: "Ma questa casa è vuota!" e "Ma non hai niente da metterti! Urge andare a fare shopping." Abbiamo fatto shopping selvaggio per dieci anni, perché intanto la Milano da bere era finita ma l'iperconsumismo era appena cominciato. Così quando nel dicembre 2000 ho fatto le valigie, ho dovuto costatare sconsolata che gli scatoloni a disposizione avrebbero a malapena coperto i libri, i dischi (nel frattempo complementati dai CD), lo stereo, il PC e i vestiti delle ultime tre stagioni. Tutto il resto sarebbe dovuto rimanere nei capienti armadi di via Plinio e solo due anni dopo, quando anche in Olanda le cose si erano stabilizzate, ho potuto dare ordine di portare via i miei vestiti ormai vintage insieme alla mobilia. Dopodiché il mio ex fidanzato, ridotto al ruolo di comproprietario, mi ha annunciato che i traslocatori si erano dimenticati di svuotare il ripiano in alto della libreria, dove ancora soggiornava la mia collezione di Cuore e Frigidaire, più una serie di manuali e testi inerenti al mio lavoro. Al che ho pronunciato le fatidiche parole: "Tienili lì che uno di questi giorni passo a prenderli."
Da quel giorno sono passati altri dieci anni e finalmente settimana scorsa sono andata a rilevare le ultime cose che ancora ricordavano la mia presenza in quella casa. Siamo dovuti calare con l'auto di famiglia dal capiente bagagliaio perché abbiamo colto l'occasione di rilevare anche il mio corredo, che giaceva da più di trent'anni a casa di mia madre e che mi spettava di diritto dal momento in cui il vikingo ha fatto di me una donna onesta. In verità tengo di più alla mia collezione di Cuore e Frigidaire che al servizio di posate d'argento e alle lenzuola di lino ricamate a mano da mia nonna, che sono stupende ma non sono mai appartenute alla mia vita passata, se non in forma di lunghissime discussioni tra mia madre e mia nonna. Per poter fare entrare quel corredo nella mia vita attuale dovrei andare ad abitare a villa Certosa e francamente non ci penso nemmeno.
Le mie amiche italiane - espatriate e non - mi suggeriscono di utilizzare il corredo per gli ospiti, ma forse non si rendono conto che se mi arriva un ospite all'anno è già tanto: basterebbe un solo lenzuolo, una parure di asciugamani e la metà delle posate. Ci penserò: c'è sempre la possibilità che un giorno decida di appendere i GRP al chiodo e apra un bed & breakfast di lusso in campagna.
La spedizione milanese mi ha dato anche modo di consumare due aperitivi in compagnia degli amici storici e di quelli virtuali: è stata come sempre una grande emozione ritrovarsi o incontrarsi per la prima volta e scoprire che si possono continuare i discorsi aperti su facebook come se ci fossimo parlati solo il giorno prima: in questo la rete è veramente imbattibile. Poi a cena nel luogo della memoria per antonomasia: Aimo e Nadia, che già da anni ha compiuto la transizione da ristorante a tempio della memoria culinaria dei fondatori. E' stata insomma una full immersion nel passato con sprazzi di presente che tutti noi abbiamo cercato di ignorare per non rovinare l'atmosfera.
E' stato bello ma faticoso e come sempre sono contenta di essere tornata a casa, dove mi aspettava l'appuntamento al comune per la naturalizzazione. Ma questa ve la racconto la prossima volta. (17 maggio)
 
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