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2013

Ich bin ein Berliner

 

Sono reduce da una settimana a dir poco frenetica. Colpa delle regole ferree della ditta che mi sponsorizza il pane quotidiano, secondo le quali non posso prendermi le ferie quando voglio ma solo quando è garantita la presenza di un parigrado. Giacché due parigrado sono a casa col burnout e un terzo è in congedo maternità, quest’anno le mie ferie sono a singhiozzo: tre giorni a Berlino in occasione dell’incoronazione il 30 aprile e tre al paesello natale in occasione dell’ascensione il 9 maggio.
A Berlino siamo andati in treno: cinque e passa ore di noia mortale perché gli intercity su quella tratta non prevedono ne’ wifi ne’ caricabatterie. Non mi è rimasto altro che tornare alla carta stampata, che però non riesce più a donarmi quegli intervalli di straniamento che mi donava prima di diventare un’anziana presbite. Ho fatto del mio meglio per interessarmi alla storia dell’Inghilterra edoardiana e alla guida turistica della città che stavamo per visitare ma ho finito per appisolarmi a Hannover e svegliarmi a Spandau. E da quel momento ho potuto dolorosamente misurare la voragine generazionale che mi separa dal vikingo e da mio figlio.
Sono stata a Berlino solo una volta in precedenza, nel luglio del 1980, a seguito del sorteggio a un programma tipo Erasmus che si proponeva di stringere legami di amicizia tra la Germania e l’Italia. Per quasi un mese, una trentina di studenti di quarta liceo provenienti da tutta Italia sono stati ospiti della Bundesrepublik Deutschland a Wurzburg, con un nutrito programma di visite culturali sulla Weltanschauung tedesca postbellica e una robusta dose di propaganda anticomunista, culminata appunto con la visita a Berlino, di cui ho un ricordo lirico e vividissimo. Ricordo la visita al museo Pergamon che ancora custodisce due delle sette meraviglie del mondo, passando per l´infame Checkpoint Charlie e la sorveglianza DDR talmente esagerata da rasentare la farsa; ricordo il luogo dove fino a vent’anni prima c’era stata Potsdamer Platz, murata, con cinque vie che finivano nel nulla e il commento fanatico della guida: “Abbiamo deciso di non ricostruire questa parte della città: quando il muro cadrà torneremo ad usare queste strade e restaureremo la piazza.”; ricordo le lacrime di un vecchio affacciato alla finestra di una casa murata insieme alle altre ormai vuote, una casa che non era ancora stata sostituita dalle lastre di cemento seriali che sono cadute con tanto fragore solo nove anni dopo; ricordo la Brandenburger Tor, vista da una distanza di sicurezza e di culo, col filo spinato, i sacchi di sabbia e le sentinelle che sembravano SS e invece erano sovietiche. E naturalmente ricordo la Gedächtniskirche, angosciante monumento alla follia umana, con la sua torre spezzata in mezzo alle luminarie avveniristiche della Kurfürstendamm. Di Berlino mi è piaciuto tutto, perfino il muro che allora non era ancora ricoperto da tutti i graffiti che ora lo iconizzano e come tutti gli adolescenti della mia generazione ho guardato a bocca aperta il TG di quel gennaio 1989 quando i lastroni hanno cominciato a cadere e perfino nel delirio di quella serata ho provato una fitta di dolore per la mia gioventù finita. La mia gioventù, fatta di contrapposizioni politiche insanabili, sensi di colpa, martellamento costante dell’atrocity exhibition dell’ultima guerra, permeata dalla certezza granitica che ce ne sarebbe stata una nuova e saremmo tutti morti prima di arrivare a trent’anni, finiva quella sera davanti ai lastroni che cadevano e che aprivano un enorme varco buio entro il quale precipitavano tutte le mie certezze: non sarei morta, non ci sarebbe stata la terza guerra mondiale e il comunismo non sarebbe stata la risposta ai mali del mondo capitalistico.
Di tutto questo non c’era traccia nel viso annoiato di mio figlio e in quello neutro del vikingo mentre il paesaggio di Spandau si trasformava in quello di Charlottenburg e poi di Tiergarten. Lui nell’estate del 1980 giocava a pallone con gli amichetti nel campetto sotto casa dopo aver fatto lo stesso CITO toets di prova che Matteo sta facendo in questi giorni: la Germania divisa, il muro, Berlino erano tutte nozioni scolastiche alquanto prive di significato e l’unica cosa che si ricorda veramente sono i graffiti sui pezzi di muro venduti per cinque fiorini dagli studenti che erano andati a Berlino nel 1989. Io un pezzo di muro da cinque marchi ce l’ho ancora: religiosamente conservato in un cassetto dopo essere stato portato dal mio (allora) futuro fidanzato – che era uno di quegli studenti andati appositamente a Berlino per assistere allo storico evento - e esposto per dieci anni nel nostro salotto a Milano come mia madre espone l’argenteria a casa sua.
Poi, mentre io mi godevo lo spettacolo di una città oscenamente aperta, il vikingo e Matteo aspettavano pazientemente che io finissi di fotografare tutte le reliquie di muro, la Brandenburger Tor da tutti i lati e una Potsdamer Platz integralmente ricostruita e talmente piena di arcologie avveniristiche che la Kurfürstendamm dei miei ricordi diventa Cenerentola al ballo dopo mezzanotte. Per tutti i tre giorni di permanenza non ho fatto altro che ripercorrere i luoghi della memoria diventati attrazioni turistiche ma anche - con l’ironia che è possibile solo a Berlino – ritornati a essere luoghi di due memorie: quella della guerra e quella del dopoguerra. Ho potuto ammirare la meticolosità con cui il percorso del muro è stato inciso in pavé sul cemento con placche commemorative in ottone e lastre originali accuratamente preservate e protette dalle Belle Arti. Ho potuto altresì ammirare la freddezza clinica con cui la sede della Gestapo è stata spianata e riconvertita in un purgatorio di immagini che dimostrano come sia stato possibile trasformare la Repubblica di Weimar nell’incubo nazista meno di un anno. Io che ho letto la biografia di Hitler scritta da Ian Kershaw in due volumi da 800 pagine cad. mi ero persa questo dettaglio: nella mia mente il nazismo era un processo durato quasi un decennio, invece è stato un processo completato in nove fasi tra il gennaio e il settembre 1933, come chiaramente illustrato dai nove placard della Topgraphie des Terrors che ho pazientemente tradotto in italiano e olandese ad un annoiatissimo Matteo. Infine ho ammirato la cura con cui i simboli di Berlino Est sono stati reintegrati nel paesaggio: dalle Trabant agli Ampelmannen, che ora illuminano anche i semafori della parte ovest oltre che essere diventati oggetto di culto: il mio unico acquisto è stato una custodia iPhone (rigorosamente kitsch) con l’Ampelmann rosso e la Fernsehturm di Alexanderplatz. Matteo invece si è fiondato nel Lego store e al reparto giocattoli della KaDeWe, ha preteso un pomeriggio allo Zoo, una gita in barca e una in pallone e in generale ha staccato gli occhi dal suo iPhone solo per mangiare e dormire. L’unico contributo attivo del vikingo alla gita è stato quello di rendermi edotta del fatto che la traduzione corretta della famosa frase di Kennedy è “sono un krapfen”, per il resto ha subito le mie emozioni senza condividerle e dato che nemmeno il cibo berlinese gli è piaciuto più di tanto, credo che abbia archiviato questa gita sotto le cose che vanno fatte e menomale che l’abbiamo fatta così non ci pensiamo più.
Adesso avrei voluto parlarvi della mia gita nell’altro luogo della memoria che è la combinazione Milano/Bergamo, ma è mezzanotte e vi rimando alla prossima puntata. (15 maggio)
 
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