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2013

La democrazia del web

Secondo le statistiche del paese in cui vivo, data la mia ormai veneranda età, ci sono otto possibilità su dieci che io sappia navigare su internet, una su tre che usi i social network quotidianamente e una su venticinque che abbia un blog. Inoltre sono una donna e per di più alloctona, il che alza significativamente la soglia probabilistica. Più della metà dei miei lettori residenti in Olanda di fatto non ha un profilo facebook e legge questo articolo sul PC di lavoro o dei figli. Questo in un paese dove solo il 3% delle famiglie non ha accesso a internet. In Italia invece l’Audiweb riporta che ben un terzo delle famiglie non ha alcun accesso a internet, che il 90% degli utenti internet ha un’età inferiore ai 35 anni e che infine solo 14 milioni di italiani dichiarano di usare internet quotidianamente.
Stando così le cose, parlare di democrazia del web in Italia mi pare una vera e propria castroneria: il popolo del web è una casta tanto quanto la sua tanto deprecata classe politica. Una casta sulla cui onestà intellettuale si possono esprimere gli stessi dubbi che costantemente vengono esternati sull’onestà tout court degli esponenti delle istituzioni.
Potrei fermarmi qui se non fosse che da due mesi ho un groppo alla gola sempre più grosso e un nodo allo stomaco sempre più grande e siccome la ragione per cui scrivo è che solo attraverso la scrittura riesco a trovare la pace, continuo.
In questi due mesi ho litigato con quasi tutti i miei “amici” italiani. Le virgolette sono de rigueur, in quanto ormai i miei rapporti con gli italiani sono mediati da facebook e quindi mi trovo ad interagire con persone che normalmente avrei considerato semplici conoscenti e che invece grazie alla regola transitiva di Zuckenberg sono diventati amici. Facebook è una livella: tutti si possono permettere di commentare su tutto, a proposito e a sproposito, e lo fanno con un accanimento e una mancanza di pudore che non ritenevo possibile. Ho passato una quantità sconsiderata di tempo a spiegare le mie ragioni a perfetti sconosciuti prima di rendermi conto dell’assurdità della situazione e poi ho dovuto imparare molto alla svelta come censurare gli interventi indesiderati sui miei post. Adesso ho anche imparato a non rispondere alle provocazioni e, se riesco a mettere un filtro sul contenuto degli aggiornamenti automatici che mi arrivano, troverò finalmente la pace. Mi permetto di esprimere, una volta per tutte, la mia opinione urbi et orbi sul mio blog, che non si prefigge nemmeno lontanamente di essere democratico e tantomeno obiettivo, poi chiuderò per sempre questo discorso.
L’invereconda bagarre scatenata intorno all’elezione del capo dello stato, finita con lo stupro di Napolitano, per il quale tutti i rappresentanti di camera e senato dovranno rendere conto a Dio (se ci credono) e alle proprie coscienze (se ce le hanno) mi ha definitivamente dissociato da una patria che già da anni sento sempre più lontana. Il nome di Rodotà su cui i grillini hanno centrato la loro campagna è stato puramente strumentale: Rodotà è semplicemente il primo della lista che ha accettato di essere candidato. Se avesse rifiutato, come saggiamente hanno fatto sia Gabanelli che Strada, i grillini avrebbero urlato il nome di Zagrebelsky, o Imposimato, o Bonino, o Caselli, e perfino il nome di Prodi con la stessa convinzione, totalmente impassibili al dato numerico ridicolmente basso dietro ai nomi proposti. Chiamare Rodotà la volontà del popolo è semplicemente da idioti, non solo perché l’elezione del capo dello stato non è una decisone popolare ma parlamentare, ma perché 4677 voti rappresentano lo 0.0096% di quel popolo che il M5S dice di rappresentare.
Sia chiaro che, personalmente, non ho un’opinione negativa o positiva su Rodotà. Non me ne frega niente - con rispetto parlando – di Rodotà. Allo stesso modo non ho un’opinione su tutti gli altri candidati, salvo che non avrei appoggiato l’elezione di Gabanelli, Strada o Fo alla presidenza della repubblica per ovvi motivi di competenza e nel caso di Fo anche di età. Opinione a quanto pare condivisa anche dagli stessi candidati.
Sia chiaro anche che con questo non voglio assolutamente giustificare il comportamento altrettanto strumentale del PD, che ha dato prova di essere totalmente indegno della fiducia accordatagli – spero per l’ultima volta - dai suoi elettori. Ho già espresso la mia opinione su Bersani in tempi non sospetti; ho trovato incomprensibile la sua elezione alle primarie del PD e questo – fra le altre cose – mi ha portato alla decisione di non dare il mio voto a quel partito. Dal PD non mi aspettavo niente, dal M5S, francamente, molto di più.
Per un movimento che proclama di essere espressione dei cittadini che gli hanno dato i voti grazie ai quali ora si trova alla camera e al senato, trovo alquanto singolare la reazione alla richiesta dei suddetti di un dialogo con il PD per evitare il governo di larghe intese con il PDL. La richiesta è stata spazzata via con irritazione e il corollario allucinante che i cittadini che si esprimevano in questo senso sono degli imbecilli che non hanno capito nulla del M5S e che hanno sbagliato a votarlo. Di questo sicuramente ci ricorderemo alle prossime elezioni – se e quando ci saranno.
Con questa singolare manifestazione di chiusura, il M5S si è dimostrato alquanto selettivo nell’ascolto della sua base e pertanto non può proprio permettersi di accusare il PD di non aver ascoltato la propria sulla candidatura di Rodotà.
Allo stesso modo, un movimento che ha dichiarato fin dall’inizio di non gradire appoggi da parte di nessun’altra forza parlamentare in quanto tutte egualmente colpevoli di far parte della casta, non si può stupire della compattezza del parlamento di fronte alle proposte, anche condivisibili, fatte però in un clima di aut aut in cui il M5S non rappresenta nemmeno un quarto del potere contrattuale.
Come diceva l’immortale Totò: acchi nisciuno è fesso. I 738 voti su 997 per Napolitano sono uno schiaffo al M5S dato all’unisono da tutto il parlamento, perfino da chi forse avrebbe pure votato Rodotà e sicuramente da chi aveva votato Prodi e si aspettava che i grillini appoggiassero la sua candidatura. Uno schiaffo che era a quel punto anche l’unica risposta possibile a un gruppo di potere congelato su una posizione non condivisa da nessun altro, nemmeno da Rodotà, che infatti, di fronte alla candidatura di Prodi, si è prontamente offerto di fare un passo indietro. Inutile dire che il M5S non ha ascoltato nemmeno Rodotà, perché il M5S apparentemente non ascolta nessuno che non sia Grillo o Casaleggio più una non meglio precisata posse di fanatici scarsamente rappresentativa del suo elettorato e ancor meno dell’Italia.
E quindi spazziamo il campo dagli specchietti per le allodole e dalle cortine di fumo. Quello che gli elettori del M5S non hanno capito, la ragione per cui hanno sbagliato a votarlo, è che nell’agenda del M5S non c’è mai stata la presa di responsabilità di formare un governo, da soli o insieme a chicchessia. Il M5S è una banda di guastatori mandata da Grillo&C in parlamento all’unico scopo di dimostrare il teorema dell’inciucio tra PD e PDL. Solo così il M5S può assicurarsi un futuro di opposizione a oltranza, in barba a tutti i commentatori che hanno accusato il M5S di non avere strategie ma solo tattiche. La strategia c’è: eccome! Solo che non è mai stata spiegata se non agli eletti della casta grillina.
Inoltre, sempre per fare chiarezza, il M5S non è antiberlusconiano. Nonostante gli insulti e gli epiteti all'indirizzo dello psiconano, i grillini si guardano bene dall’attaccare il PDL direttamente perché sanno bene di non essere all’altezza della sfida. Perciò hanno già accettato la sopravvivenza di Berlusconi come collateral damage necessario per dimostrare il teorema e costringere gli elettori del PD bona fide ad abbandonare la nave dell’inciucio e unirsi alle fila del movimento.
E a questo punto mi fermo e chiudo per sempre il discorso. Il teorema è stato dimostrato. Il governo PD-PDL è una realtà. Da questo momento Grillo ha sulla coscienza le conseguenze della valanga che ha liberato e spero solo che viva abbastanza per vederne l’epilogo. Da Tulipland: good night and good luck. (28 aprile)
 
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