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2013

Fenomenologia del turpiloquio istituzionale

Credo di potermi definire un’esperta di turpiloquio. Del resto faccio parte della generazione che per prima ha letto Porci con le Ali, Frigidaire e il Male. A diciotto anni ero già in grado di esprimere i miei concetti intercalando un cazzo ogni tre parole, a ventitré avevo già sostituito il cazzo con la minchia in quanto, nelle immortali parole del mio primo fidanzato e maestro di perversioni assortite, la minchia è più grande. Non ero un’eccezione, semmai una late adopter, in quanto i miei coetanei usavano un vocabolario ben peggiore fin dalla prima liceo. A trentaquattro anni il mio turpiloquio era così leggendario che nel regalarmi il libro «English as a Second F*cking Language» (Sterling Johnson, ESFL University Press 1995), il mio collega americano ha detto: “Surely more a memory aid than learning material for you.” Ho scansito la copertina per gli increduli.
In uno dei primi post da Tulipland, quando ancora questo blog era una newsletter, dichiaravo “Semi-lingua madre o no, fatto sta che adesso posso mandare a cagare chi voglio in cinque lingue e non mi pare male.” Adesso i miei amici italiani mi chiamano la Littizzetto dei poveri e se fossero fans di Dexter mi chiamerebbero Debra f*cking Morgan. I miei colleghi olandesi sono molto meno spiritosi e ho già ricevuto svariate note di demerito dalla direzione per le mie espressioni politically incorrect.
Stabilite con ciò le mie credenziali in materia e spazzato via ogni dubbio che la sottoscritta sia una puritana, il dispiegamento di turpiloquio cui assisto da ormai troppo tempo nelle più disparate sedi istituzionali italiane mi disgusta e irrita oltre ogni limite, ovvero, mi ha profondamente scassato i coglioni (che come tutti sanno sono più pesanti delle balle).
Il mio disagio è cominciato quando per la prima volta sono tornata in vacanza in Italia dopo anni di Cote d’Azur e ho avuto modo di rivedere tutte le serie americane del XXI secolo doppiate in italiano. Sono rimasta di stucco nel sentire i doppiatori pronunciare parole come vaffanculo (traduzione di f*ck you), cazzo (traduzione di W.T.F.) e fottuto bastardo (traduzione di motherf*cker) in prima serata. Mai prima avevo udito pronunciare queste parole in televisione, sebbene i telefilm americani ne siano abbondantemente infarciti – cosa che ho appreso solo quando sono emigrata in Olanda dove non viene doppiato niente. Ho chiesto delucidazioni a mia madre, che al contrario di me è una vera signora e ignora il significato degli insulti più basici e lei, con un gran sospiro di rassegnazione, mi ha detto che questo era il contributo delle televisioni commerciali alla cultura italiana. Ora, è vero che io lasciato l’Italia ormai 13 anni fa, ma è anche vero che ho assistito in prima persona alla nascita e all’affermazione delle televisioni commerciali italiane: posso vantare (se questo è un vanto) di aver stretto la mano a S.B. alla presentazione del palinsesto Publitalia dell’autunno 1983, quando era solo il proprietario di Canale 5 e Italia 1. Vi posso assicurare che fino a quando sono emigrata, alla fine del 2000, i doppiatori Mediaset non si sognavano nemmeno di tradurre letteralmente le F-words, ma usavano le parole più politically correct che il vocabolario italiano consente. Ricordo però che proprio nel 2000 è stato trasmesso per la prima volta in Italia il primo reality show della storia: il Grande Fratello (nota bene – creazione olandese di John de Mol). Appuntatevi questa osservazione e proseguiamo.
Con l’avvento di facebook ho fatto conoscenza con il popolo del web e il blog di Grillo e con l’avvento di rai.it ho potuto finalmente vedere i monologhi di Luciana Littizzetto di cui tutti mi parlavano. Si era nel lontano 2008. Arriviamo al 2012, dove in una mail privata esprimevo il mio sdegno per il linguaggio di Grillo con queste parole: “Ho solo molto ma molto fastidio per [Grillo] perché preferirei che il portavoce del partito a cui darò il mio voto non mi ricordi Bossi. Tu che hai lavorato in comunicazione come me sai quanto è importante l'immagine pubblica e anche (non far finta di no) che Grillo e il M5S non sono due cose disgiunte. Il fatto che lo faccia gratis, per amore ecc. ecc. non è un'attenuante ai suoi modi. Nemmeno a casa mia permetterei che si esprimesse così, figurati in un comizio. Glielo scrivo anche sul blog, se serve a farlo smettere.”
Che cosa mi aveva fatto indignare in questo modo? L’ineffabile facebook m’informa che il link allegato al messaggio è stato cancellato o i miei diritti di visione sono stati revocati, ma credo non sia difficile scegliere nel robusto campionario di insulti con cui il messia di Genova durante i suoi comizi apostrofava praticamente tutti quelli che non erano in piazza in quel momento. Dal Vaffanculo Day in poi è stato un crescendo d’improperi che sono solo meno fastidiosi delle battute di S.B. perché non denigrano la figura femminile. Ci ha pensato Battiato a sfondare il divisorio che separa la volgarità generica da quella maschilista con l’invito in sede parlamentare europea alle meretrici parlamentari italiane di andare a esercitare il mestiere altrove. Grillo ha subito specificato sul suo blog quali sarebbero stati i loro primi clienti e la ciliegina sulla torta gliel’ha messa quel grandissimo saccente di Marco Travaglio, informando dalle pagine web del suo giornale noi poveri ignoranti che Battiato, quale intellettuale, ha il diritto sacrosanto di épater le bourgeois con il linguaggio che ritiene più appropriato. Dunque se S.B. dice alla Merkel che è una culona inchiavabile diventiamo gli zimbelli d’Europa mentre F.B. può permettersi di dare delle troie a tutte le parlamentari italiane (sia pure della legislatura scorsa) impunemente. Questo è interessante perché in un colpo solo sdogana l’uso del turpiloquio in sede istituzionale e ne stabilisce le categorizzazioni: espressione artistica se proviene da intellettuali, altrimenti volgare.
Ora, già faccio fatica a coniugare Battiato con intellettuale, perché tirarsela da intellettuale non ne dà automaticamente la qualifica; se così fosse allora io me la tiro da strafiga e domani Dior mi offre un contratto pubblicitario in sostituzione di Charlize Theron. Transeat.
Invece trovo curioso che un giornalista – in particolare uno che ha la puzza sotto il naso permanente come Travaglio – non trovi niente di strano nell’utilizzo del turpiloquio in luoghi istituzionali e/o da parte di rappresentanti istituzionali. Soprattutto perché nella stessa frase si riferisce agli italiani con il simpatico epiteto di cloroformizzati.
A Ma’, che sta addì?
Sei cloroformizzato anche tu da un decennio abbondante di reality shows, telefilm americani fedelmente tradotti, Luciana Littizzetto, barzellette di S.B. e linguaggio elettorale di Bossi e Grillo, per non parlare del popolo del web, se non ti accorgi della differenza che c’è tra dire porca troia quando ti pesti un pollice nella portiera dell’Audi e dare della troia alla Gelmini di fronte ai membri del parlamento europeo. Guarda che stai confondendo il parlamento con il MOMA e gli interventi dei deputati con le installazioni di Yoko Ono.
Ho avuto modo di dire qualche mese fa che l’italiano medio è talmente privo del più basilare senso di educazione civica che nemmeno si accorge della monumentale quantità di infrazioni che commette quotidianamente, per cui è diventato normale parcheggiare in divieto di sosta, davanti ai passi carrai, sulle strisce pedonali, non rispettare le precedenze, guidare contromano, buttare rifiuti vari per terra o dal finestrino fino ad arrivare all’evasione fiscale e allo sversamento di rifiuti tossici in mare. Ora costato che lo stesso italiano medio è stato talmente diseducato dai mezzi di comunicazione di massa nell’ultimo decennio che addirittura giustifica un linguaggio da scaricatore di porto (senza offesa per la categoria) perfino in parlamento.
La colpa non è – si badi bene – dei reality shows e dei telefilm americani, perché quelli sono trasmessi da tutte le televisioni europee, ma in nessun paese europeo (almeno, non del Nord Europa) il turpiloquio esce dal confine di questi programmi anzi, non appare nei sottotitoli e viene censurato nei reality. La colpa è di chi ha il potere e la capacità di fare da cassa di risonanza a questo linguaggio su tutti i possibili mezzi di comunicazione di massa, dal blog al (tele)giornale fino ad arrivare ai dibattiti pubblici in parlamento. La colpa è dei rappresentanti dello spettacolo, della cultura e della politica che non si fanno scrupolo di moderare il linguaggio di fronte a microfoni e telecamere e – fatemelo dire – dei giornalisti avidi che collezionano ogni soundbyte volgare e lo buttano in pasto all’audience web, televisiva, radiofonica o di carta stampata invece di – fatemelo dire - CENSURARLO.
Si è fatto un gran parlare in questi mesi di moralizzazione della politica. E a ragione. A quando la discussione sulla moralizzazione dei mezzi di comunicazione? Forse dovremo sacrificare le battute della Littizzetto - che io adoro - ma se questo è il prezzo da pagare perché a nessuno venga in mente di prendere le difese di Battiato come ho visto fare in questi giorni, è un prezzo che vale la pena di pagare. (29 marzo)
 
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