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2013

Zwartepiet

 

Mentre impacchettavo i regali per il 5 dicembre ieri sera mi sorprendevo a riconsiderare l’intera discussione sugli Zwarte Pieten, discussione che finora mi aveva solo superficialmente irritato e fornito numerose occasioni di esercitare il turpiloquio per cui vado internazionalmente famosa nei confronti della sedicente rappresentante dell’ONU (subito smentita dalla stessa ONU) che, con un’altamente faziosa analisi della festa di Sinterklaas in Olanda, ha scatenato una valanga di polemiche con i toni da stadio che contraddistinguono la comunicazione mediatica del nostro secolo. Finita la bagarre mediatica con la cronaca dell’approdo tranquillo e pacifico del Sint a Groningen, la mia mente si è liberata dall’odio e ho potuto analizzare spassionatamente questa innocente festa per bambini nell’ottica razzista.
Avendo vissuto il fenomeno Sinterklaas da emigrata adulta e quindi priva di ogni riferimento o imprinting culturale, non posso che testimoniare a favore della sua innocenza e ribadire il fatto incontestabile che nessun bambino in Olanda associa spontaneamente gli Zwarte Pieten agli schiavi neri del XVII secolo. Per arrivare a questa associazione bisogna aver come minimo studiato la storia degli usi e costumi della società olandese ai tempi della VOC, materia che nell’attuale sistema scolastico olandese è appannaggio di pochi eletti e sicuramente non viene impartita prima che la sospensione di incredulità dei bambini nei confronti del Sint sia stata pragmaticamente interrotta da solerti insegnati e genitori all’età di nove anni in occasione dell’ingresso nel groep 6 (quarta elementare).
Posso testimoniare al contrario che i bambini ai quali la ricorrenza è dedicata vivono gli Zwarte Pieten come eroi positivi e fonte di pura adorazione, tanto che la massima aspirazione di ogni bambino dai due anni in su è quella di diventare aiutante di Sinterklaas e i negozi di giocattoli vendono all’uopo in questo periodo una quantità inimmaginabile di costumi da Piet. Tutti i bambini hanno nel guardaroba infantile il caratteristico cappello con la piuma se non addirittura la divisa regolamentare da paggetto del XVII secolo con tanto di orecchino alla creola, parrucca nera riccia e magari anche il make-up nero (si noti bene: non testa di moro ma proprio nero). Nel programma scolastico della scuola materna e elementare di novembre è previsto un corso di ginnastica particolare al termine del quale il bambino orgogliosissimo riceve un diploma da Piet a testimonianza della sua capacità di camminare sui tetti e infilarsi nei camini.
Ma - e questo è il punto – questo vissuto è frutto di un paziente e costante adattamento della tradizione originale, che è effettivamente molto crudele e razzista, alle convenzioni della nostra società attuale. La legge che vieta in Olanda ogni riferimento alle espressioni «negro» o «nero» è di questo secolo: nel 2007 è stato cambiato per legge il nome dei dolci al cioccolato conosciuti come Negerzoenen e la televisione di stato ha smesso di usare il termine Zwarte Piet a favore del neutrale Piet. Nel 2009 sono state bandite tutte le canzoncine che fanno riferimento alla frusta con cui il Sint originariamente picchiava i bambini cattivi, mentre il sacco in cui l’originale Zwarte Piet metteva i bambini cattivi per portarli in Spagna era stato convertito nel sacco in cui gli attuali Pieten mettono i regali la notte del 5 dicembre prima della mia emigrazione ed è quindi probabilmente l’unica modifica che risale al secolo scorso. Infine è del 2010 la discussione sulla mitra del Sint che, con la presenza della croce, discriminerebbe credenti di religione diversa dal cristianesimo e questa ha portato alla modifica della divisa ufficiale: oggi la croce sulla mitra è solo una decorazione di passamaneria.
La polemica di quest’anno se non altro è servita a modificare il protocollo comportamentale dei Pieten: è fatto specifico divieto agli aiutanti di Sinterklaas di parlare con accento africano, di fare battute stupide, di fingersi impacciati e di inscenare scenette da slapstick, insomma, di introdurre qualsiasi elemento derogatorio nella loro interpretazione. Inoltre da quest’anno i Pieten non portano più l’orecchino alla creola e il colore rosso acceso delle labbra non travalica le labbra stesse: unito al fatto che il ruolo viene rigorosamente interpretato da adulti ariani dipinti di nero questo dovrebbe evitare ogni possibile riferimento razziale. Se poi spariranno anche i ricci afro dalla parrucca la trasformazione in spazzacamino barocco sarà completa. Intanto i maggiori ospedali infantili hanno annunciato che ogni effigie dei Pieten sparirà dalle decorazioni stagionali per non turbare la sensibilità dei piccoli pazienti.
E questa è stata la ragione per cui l’intera discussione mi è tornata prepotentemente in mente ieri sera. Ho guardato per la prima volta coscientemente la carta con cui stavo impacchettando i regali e mi sono accorta che l’immagine di Zwarte Piet ivi raffigurata è quanto di più beceramente razzista si possa immaginare: in tutta la parafernalia che si compera in ogni cartoleria e supermercato olandese il tempo si è fermato agli anni cinquanta del secolo scorso. Ho guardato con orrore gli gnomi negroidi con espressioni idiote che costellavano ogni possibile decorazione, dai nastri alle etichette al sacco di juta e ho buttato via tutto. Perché proprio questo è il pericolo del razzismo e io come donna dovrei saperlo bene: che le associazioni sono talmente radicate da diventare invisibili. Non esagero se dico che il razzismo sparirà dalla tradizione di Sinterklaas solo quando ogni singolo negozio olandese sarà liberato dalla carta con cui tutti noi inconsapevolmente incartiamo i regali per i nostri figli, anno dopo anno, perpetrando il pregiudizio e favorendo fin dalla più tenera infanzia le associazioni subliminali che li accompagneranno tutta la vita. (24 novembre)
 
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