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2013

Filosofia spicciola

 

Adesso che il vikingo non lavora più a Veeneendaal il venerdì, abbiamo preso questa bella abitudine di andare insieme a pranzo in uno dei numerosi caffè studenteschi per i quali Nijmegen va giustamente famosa e tra un'insalata e un cappuccino ci sforziamo di virare la conversazione su argomenti meno mondani della lavatrice da riparare e della prossima rata di tasse da pagare. Data la nostra natura romantica e idealista scivoliamo molto presto lungo il piano inclinato dell'etica e solo la consapevolezza di dover essere a casa prima del pargolo di ritorno dalla scuola ci fa arrestare prima della metafisica.
Uno dei nostri argomenti preferiti - o più accuratamente la nostra personale ossessione - è il modo in cui noi, inteso come nucleo familiare consistente in due adulti, un minorenne e due gatti, possiamo contribuire a fare del mondo un posto migliore in cui vivere e far diventare maggiorenne il frutto dei nostri cromosomi combinati. Quello che mi affascina sempre di queste conversazioni è la constatazione continua che le nostre differenze culturali sono azzerate dall'imprinting contadino-cattolico che ci accomuna: un imprinting risalente alla generazione dei nostri nonni, ma non per questo meno radicato. Un imprinting che ci fa stare saldamente coi piedi per terra, che ci obbliga moralmente a rispettare la legge anche quando questa non è a nostro vantaggio, che ci impedisce di vivere al di sopra delle nostre possibilità, che ci ha finora protetto dalle sirene del consumismo, del populismo e di tutti gli altri ismi della turbolenta società di inizio millennio.
Abbiamo quindi cominciato a fare l'elenco di tutte le azioni consapevoli che abbiamo intrapreso da quando siamo insieme per minimizzare il nostro impatto ambientale e massimizzare il nostro impatto sociale e siamo arrivati, prima che il caffè fosse servito, alla sconsolante conclusione che la nostra sfera d'influenza si fa ogni giorno sempre più piccola. Peggio ancora, la complessità esponenziale in cui la società dell'economia globale ci ha lanciato ci paralizza in un perenne senso di colpa e stato di impotenza. Siamo diventati paperless per salvaguardare la rainforest ma veniamo ora informati che il nostro smodato consumo di elettronica è la prima causa delle guerre civili in Africa e delle penose condizioni di lavoro dei minorenni in Cina. La nostra richiesta di prodotti biologici viene additata come causa primaria delle frodi alimentari cui i produttori si sentono costretti per venire incontro a una domanda crescente a cui non possono far fronte nel breve periodo e la nostra pervicace rinuncia al consumo ipertrofico di beni usa-e-getta è la causa della crisi economica globale. Già mi vedo in un futuro non lontano venire accusata dell'aumento del cancro alla pelle attraverso l'installazione di pannelli solari sul tetto e se questo vi sembra assurdo, pensate solo che il crollo dell'industria automobilistica e la richiesta crescente di servizi di trasporto pubblici vengono considerati sintomi preoccupanti della crisi economica anziché un segnale di svolta positivo nelle emissioni di gas tossici e nella dipendenza dai combustibili fossili.
Come se non bastasse, non ci è più nemmeno chiaro se sia meglio che lavoriamo fino a 70 anni per non pesare sulle generazioni future con le nostre esose richieste pensionistiche oppure che ci togliamo il prima possibile dal mercato del lavoro per garantire l'occupazione giovanile. Ci siamo spinti in pensieri eversivi come l'eutanasia del modello Kevorkian e il controllo delle nascite del modello cinese e qui abbiamo dovuto constatare che perfino in Olanda la tendenza è diventata quella di prolungare la vita a qualsiasi costo e di impedire la morte anche a chi la chiede a gran voce, in nome di un conclamato diritto alla vita che è stato subdolamente trasformato in un dovere.
Abbiamo concluso che la società in cui viviamo è riuscita a trasformare in doveri tutti i diritti per cui abbiamo lottato nel secolo scorso e questo adesso ci impedisce non solo di decidere se vivere male a lungo o morire presto e senza soffrire, ma anche di definire il bene e il male.
Poi si è fatto tardi e abbiamo pagato il conto. (10 novembre)
 
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