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2013

Parliamo di sesso

 

Nelle immortali parole dell'ex zarina Maria Feodorovna, nonna di Anastasia nell'omonimo film del 1956, ho raggiunto l'età per cui sesso dovrebbe significare esclusivamente genere. Invece mi trovo da qualche giorno a compiere una riflessione sul sesso inteso come scambio di fluidi e altro materiale organico tra due persone di genere opposto: l'unica forma di sesso che conosco e di cui mi sento autorizzata a parlare.
La riflessione è iniziata su un virtuale lettino terapeutico, quando la psicologa incaricata di fornire una diagnosi alla mia stanchezza e insonnia cronica dell'ultimo anno mi ha fatto il terzo grado sul mio curriculum sentimental-sessuale. Non ho mai avuto problemi a parlare di sesso; questa volta però potevo leggere sul viso della giovane dottoressa (deve avere al massimo 35 anni) espressioni che spaziavano dall'incredulità all'orrore e siccome non credo di aver avuto una vita sessuale particolarmente fuori dagli standard della mia generazione - anzi, semmai il contrario - mi sono sentita in dovere di interrompere lo stream of consciousness con una didascalia a beneficio delle nuove generazioni, ovvero, che tutto quello che le stavo raccontando doveva essere visto nello Zeitgeist degli anni settanta, di cui io ero una degli ultimi rappresentanti. Al che la dottoressa, visibilmente sollevata, ha commentato: "E' vero: a quei tempi si era tenute ad essere facili."
Il suo commento mi ha lasciato interdetta per un paio di secondi, abbastanza per consentirle di passare alla domanda successiva e, siccome eravamo a fine seduta, me ne sono andata albergando nel subconscio un fiocco di disagio che nel corso dei giorni si è trasformato in una valanga. Perché sono stata chiamata molte cose nella mia vita, ma donna facile proprio mai, nemmeno quando - per usare l'espressione in voga all'epoca - prima si scopava e poi si facevano le presentazioni: "Come hai detto che ti chiami?" da Saturday Night Fever resterà la battuta emblematica della nostra generazione. Ho potuto quindi misurare la distanza abissale tra la mia generazione, fresca di lotte femministe, e la generazione delle nuove principesse Disney di cui Peggy Orenstein, femminista americana contemporanea di Erica Jong, parla nella sua pessimistica opera Cinderella ate my daughter, che a mio modesto parere dovrebbe essere lettura obbligatoria nelle scuole medie. Mi pare arrivato il momento di chiedersi come si sia potuti arrivare al nuovo puritanesimo che mi bolla come una vittima dell'obbligo di darla via e mi pare che sia doveroso cercare di far capire alle ragazze, che oggi si fanno supinamente trattare alternativamente da schiave o da puttane da maschi(listi) sempre più radicali, come era inebriante per noi poter fare sesso con chiunque, in qualunque momento e in qualunque modo si volesse, senza per questo dover mettere in questione la nostra dignità e autostima.
Certo, anche durante la mia gioventù c'erano ragazze che si sentivano in dovere di darla via per essere considerate parte del gruppo: la stupidità è una costante in tutte le generazioni. E c'erano quelle che invece la centellinavano per ottenere il massimo profitto materiale da ogni prestazione: la prostituzione è il mestiere più antico del mondo. La maggioranza più o meno silenziosa invece, grazie alla rivoluzione sessuale, godeva di una libertà e di un'autonomia di scelta che probabilmente resterà unica nella storia del XX secolo. Adesso invece mi pare di capire che in Italia i maschi si sentano in diritto di picchiare e uccidere le donne come noi, cioè quelle che pretendono di poter decidere della loro vita sentimental-sessuale in autonomia. E mi pare di capire che questo diritto derivi dal fatto che questi maschi si sentano protetti da una certezza nuova e antica: la certezza di poter contare sulla complicità della società maschile e sulla sottomissione della società femminile contemporanea. Fino ad ora ero convinta che questo fosse un retaggio della cultura patriarcale mediterranea strenuamente difesa dalla lobby vaticana, ma le parole della psicologa locale, unite a tanti altri segnali più o meno sottili nel paese che mi ospita, mi fanno pensare che il movimento restauratore sia molto più ampio, transnazionale e generazionale.
Non a caso, Peggy Orenstein distribuisce equamente le responsabilità tra uomini e donne americani emancipati e culturalmente progrediti: l'aspetto più inquietante di questa cultura conservatrice non è tanto la risorta violenza maschile, quanto la passività femminile, che sembra accettare e validare i comportamenti più vetero-puritani. L'analisi della Orenstein è più o meno condivisibile, ma sicuramente vale la pena di chiedersi perché le donne collettivamente sembrino aver rinunciato a lottare per i propri diritti e addirittura per quelli delle proprie figlie.
Che molte donne della mia generazione si siano ritirate su posizioni conservatrici perché la libertà sessuale le ha gettate nello sconforto e nella confusione, posso ancora arrivare a concepirlo: vale a dire che lo accetto come dato di fatto senza capirlo e cercando di giudicarlo il meno possibile, ma che le madri della mia generazione non abbiano educato le figlie a difendersi dal maschilismo di ritorno è semplicemente criminale.
Voglio dire, tra i tanti nomi che mi sono stati affibbiati, castrante è stato senz'altro il più ricorrente: le donne della mia generazione sono spesso state accusate di intimidire i poveri maschietti indifesi, nonché di essere la causa della confusione d'identità degli stessi. Sarà pure così (e francamente chissenefrega), io ricordo invece che la mia determinazione e fermezza è stata l'arma antistupro più potente e ha tenuto alla larga tutti i maschi indesiderati. Ma c'era di più. Nel decennio in cui sono stata giovane e single sapevo di poter contare sulla tacita solidarietà dell'universo femminile a me coetaneo; a quanto pare è proprio questa solidarietà che è venuta a mancare. Nel secolo scorso nessuna psicologa si sarebbe permessa di marcare un (passato) comportamento sessuale consapevolmente libero e aperto come meretricio; questo era appannaggio esclusivo delle madri nate prima della guerra, non ancora emancipate o sufficientemente acculturate e per questo impietosamente emarginate dall'onda impetuosa delle giovani donne che reclamavano il diritto di poter decidere del loro destino. Chi si ricorda l'inno "Tremate, tremate, le streghe son tornate"? Dove sono le streghe oggi? Peggy Orenstein direbbe che sono state avvelenate dalle principesse. Principesse senza amiche e con un solo obiettivo nella vita: trovare il principe azzurro, aggiudicarselo a gomitate e sgambetti e vivere per sempre felici e contente, relegate nel gineceo da cui le loro madri a fatica erano riuscite a uscire.
Come abbiamo potuto permettere che questo accadesse?
In ogni caso le parole della mia psicologa sono contrarie all'etica professionale e da denuncia all'albo, denuncia che sicuramente sporgerò se alla prossima seduta non avrò le scuse della sopraddetta: questa strega è ancora in servizio. (16 giugno)
 
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