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2012

La pace di Nimega

Mi trovo nuovamente sorpresa dalla totale assenza sulla stampa italiana della notizia che Umberto Eco è stato insignito lunedì 7 maggio del premio biennale istituito dal comune di Nijmegen e sponsorizzato dalla prestigiosissima università St. Radboud, dal ministero degli esteri olandese e dalla Royal Haskoning per «persone che si siano attivamente impegnate per la pace sul continente europeo e la posizione dell’Europa nel mondo».
Il premio prende il nome dal trattato di pace di Nimega, stretto nel 1679 e - a memoria d’uomo - il primo documento che gettava le basi per la pace in Europa, fino ad allora tormentata da continue guerre e rappresaglie tra i singoli stati sovrani. Due anni fa, il premio è stato conferito a Jacques Delors, co-autore del trattato di Maastricht del 1992, tanto per capirci, quello che ha determinato le regole per l’accesso alla zona di libero scambio all’interno dell’UE.
La ragione per cui Umberto Eco è stato scelto è ben espressa nelle parole del discorso di presentazione del sindaco di Nijmegen, che trovate qui in versione originale italo-inglese. Annoto a margine che il nostro sindaco è stato fighissimo, bravissimo e coraggiosissimo e che il suo italiano è meglio del suo inglese e per vostra opportuna informazione vi riporto un breve estratto de me medesima tradotto:
Lei è un vero Europeo. Le sue opere sono state tradotte in tutte le lingue europee e godono di un pubblico di lettori eterogeneo. Lei è considerato l’autore contemporaneo di maggiore influenza sulla letteratura europea. I suoi romanzi descrivono momenti cruciali nella storia europea […]. L’Europa figura pesantemente anche nel suo lavoro accademico, come evidenziato dal suo studio del 1993 intitolato «La ricerca del linguaggio perfetto», nel quale lei ripercorre lo sforzo di creare artificialmente un linguaggio europeo unico attraverso i secoli.
Forse il più lampante esempio del suo interesse per l’Europa è la sua partecipazione al progetto «Vecchia Europa, nuova Europa, vera Europa», iniziativa di Jürgen Habermas e Jacques Derrida del 2005. Il progetto invitava prominenti intellettuali europei a riflettere insieme sulla posizione globale dell’Unione Europea. Nel suo contributo «Un’Europa incerta tra rinascita e declino», […] lei argomentava che l’unificazione non è tanto un desiderio quanto un’inevitabilità e concludeva che non sarà il passato, ne’ la coscienza comune europea ma semmai gli spostamenti di equilibrio del potere mondiale a determinare se l’Europa diventerà europea o si disintegrerà.
Il link del discorso di risposta del nostro è qui e non vi sto a tradurre il soporifero intervento del segretario di stato del ministero degli esteri, che è una collezione di luoghi comuni mal assortita. Vi dico però che, nonostante l’artificiosità della cerimonia, la vetustà del corpo docenti (un beneinformato mi ha sussurrato che il vero corpo docenti era altrove impegnato ed è stato sostituito da un drappello di ex docenti pensionati) e soprattutto lo strazio acustico del quartetto d’archi che ha ammosciato l’entusiasmo del pubblico riscaldato dal discorso adrenalinico sulla semiotica pronunciato da una docente dell’università di Nijmegen, ex allieva di Eco a Bologna negli anni ottanta, ho passato due ore di pura estasi e un quarto d’ora di pura adorazione del mio idolo e ragione per cui ancora mi sbatto a scrivere roba che nessuno legge. Sì perché l’insuperabile Eco ha richiesto espressamente di incontrare la comunità italiana a Nijmegen prima di ripartire per l’estenuante giro di conferenze che contraddistingue la sua vita da pensionato, nelle sue parole: “Lavoro più adesso che sono in pensione che quando insegnavo all’università.” E anche: “Settimana scorsa, negli Stati Uniti [per la presentazione della nuova edizione del Nome della Rosa N.d.R.], ho dovuto fare cinquantamila autografi in un pomeriggio. Cinquantamila! Mi è venuto il gomito del tennista, non dormo più la notte dal dolore.” Per concludere con una perla di saggezza antropologica al mio commento che in Olanda si mangia da schifo: “E’ tipico dei paesi di pescatori e navigatori. Gli uomini erano sempre via e le donne per se stesse non cucinavano di certo grandi manicaretti.”
Il giorno dopo la premiazione, tutti i principali quotidiani olandesi hanno pubblicato la notizia dell’evento e soprattutto del discorso di ringraziamento di Umberto Eco, iniziato con:
E’ motivo di costante emozione per la mia generazione sapere che oggi la possibilità di una guerra tra Francia e Germania, Italia e Inghilterra, Spagna e Paesi Bassi è assolutamente inconcepibile se non addirittura ridicola e i nostri figli e nipoti non riescono nemmeno a contemplare questa idea. Un giovane che non sia uno studente di storia non può concepire che questo tipo di conflitti siano stati la norma nel corso degli ultimi duemila anni. Talvolta perfino i più vecchi non ne sono coscienti, con la possibile eccezione del momento in cui provano un brivido involontario nell’attraversare le frontiere europee senza passaporto e senza dover cambiare la valuta, mentre non solo i nostri antenati ma anche i nostri padri attraversavano le stesse frontiere con un fucile in mano.
Proseguito con (questa frase è stata citata da tutti i quotidiani):
Il fenomeno che l’Europa sta cercando di affrontare come immigrazione è un palese caso di migrazione. Il terzo mondo sta bussando alle porte dell’Europa ed entrerà anche se l’Europa non è d’accordo. Il problema non è più – come i politici si ostinano a pensare che sia – decidere se gli studenti a Parigi possano mettersi lo chador e quante moschee possano essere costruite a Roma. Il problema è che nelle prossime decadi (e siccome non sono un profeta non posso dire esattamente quando) l’Europa diventerà un continente multirazziale o «colorato» se preferite. Così è se vi pare, e anche se non vi va, sarà lo stesso così.
E concluso con (anche questa frase è stata citata da tutti i quotidiani):
Inculcare la tolleranza in adulti che si sparano in nome di religioni ed etnie può essere una perdita di tempo: è troppo tardi. Per questo l’intolleranza incontrollata deve essere sconfitta alle origini, attraverso un’educazione costante che inizi dalla più tenera infanzia, prima che sia scritta in un libro e prima che diventi una «pelle» comportamentale troppo dura e troppo spessa.[…]. Deve essere possibile, nel corso della nostra guerra comune contro l’intolleranza, poter in ogni momento distinguere tra ciò che si può tollerare e ciò che non è assolutamente possibile tollerare. Deve essere possibile decidere a quali termini accettare una nuova pluralità di valori e di abitudini senza rinunciare al meglio della nostra eredità europea. Non sono qui oggi per proporre soluzioni al problema di una nuova pace europea, ma per asserire che solo affrontando le sfide di questa guerra onnipresente potremo garantire un futuro di pace in Europa. Oggi dobbiamo firmare una nuova pace di Nimega.
Ho cercato invano su internet per tutta la settimana stralci del discorso o anche solo la notizia della premiazione e oggi mi sono arresa al fatto che uno dei pochi motivi per essere orgogliosi di essere italiani non rientra nelle priorità della libera informazione della madrepatria.
A giudicare dalle notizie che posso leggere, devo al contrario dedurre che la stampa italiana dà più spazio ai detrattori dell’UE e fa da cassa di risonanza solo ai populisti che incolpano il trattato di Maastricht e successivamente l’Euro di tutte le nefandezze che opprimono il paese in questo momento e me ne dispiaccio fortemente. Ovunque intorno a me vedo segnali di un possibile rinascimento ma appena allungo lo sguardo vedo solo un medioevo più prossimo che venturo. (13 maggio)
 
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