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2012

A che ora è la fine del mondo?

Il solo fatto che stiate leggendo questo articolo dimostra che la profezia dei Maya è una boiata. Peccato.
Dopo aver vissuto l’isteria collettiva che ha accompagnato l’annuncio dall’anno scorso per concludersi in crescendo con un tripudio di servizi deliranti su tutti i media, io ci speravo proprio che un meteorite ci centrasse e ponesse fine allo squallore del villaggio globale che abbiamo costruito insieme nell’ultimo tentennio.
In particolare, ascoltando i reportage da Bugarach, minuscolo villaggio sui Pirenei, additato come uno dei luoghi di salvataggio dal diluvio universale, dove la mattina del 21 dicembre ben 250 giornalisti s’intervistavano a vicenda in quanto non c’era assolutamente niente da vedere e nessun turista da interpellare, ho profondamente desiderato che il meteorite centrasse proprio quel villaggio e ci liberasse dal male. In alternativa mi sarebbe andato ugualmente bene che arrivasse l’astronave aliena di cui i giornalisti farneticavano e li rapisse tutti e 250. Poi mi sono resa conto che dietro quei 250 giornalisti, ce ne sono almeno 2500 pronti a prendere il loro posto e son tornata a desiderare la purga globale.
Una società che difende il diritto di qualunque invasato di imbracciare un fucile e far fuori venti bambini in una scuola elementare non ha diritto di sopravvivere. Una società che finanzia lussi privati dei politici e stipendi dei banchieri con il denaro pubblico non ha diritto di sopravvivere. Una società che consente a criminali plurindagati di tenere comizi in TV o di scrivere editoriali sui giornali non ha diritto di sopravvivere. Devo continuare?
Ho ripensato all’ironia della sorte: quando in terza liceo ho osato menzionare la profezia di Nostradamus in un tema sul medioevo, non solo mi sono presa una bella insufficienza, ma il professore di storia mi ha pubblicamente sbeffeggiato di fronte alla classe e trattato come se fossi una cretina fino alla quinta liceo, dove a gran fatica mi sono riscattata facendomi un culo così sulle implicazioni economico-sociali del risorgimento in chiave marxista. Lo stesso tema sul medioevo oggi mi farebbe guadagnare quantomeno una collaborazione fissa alla redazione di qualche radio. Erano gli anni settanta, anni che ho odiato con tutta l’anima e che adesso quasi rimpiango: in confronto a quel che passa oggi il convento di facebook, twitter e compagnia cantante, l’impegno politico coatto e il divieto di indulgere in futili attività ricreative erano rose e fiori.
Tanto per rivivere un po’ l’atmosfera da anni settanta, mi sono fatta convincere dal vikingo ad accompagnarlo al cinema a vedere Italy: Love it or Leave it, un film che stilisticamente echeggia i documentari su Auschwitz girati negli anni di piombo. Alla fine del film mi vergognavo così profondamente di essere italiana che ho avviato le pratiche per la naturalizzazione olandese. Non che qui si stia meglio, naturalmente: la caratteristica principare del villaggio globale è proprio l’impossibilità di sottrarsi all’omologazione del sistema, con una sofisticazione che fa sembrare rozza non solo la rivoluzione culturale maoista, ma i ben più raffinati incubi della black utopia da Zamyatin a Elton passando per Orwell. E fa capire quanto Pasolini fosse un profeta.
Cito Vija Kinski in Cosmopolis: “But these [protesters] are not the grave-diggers [of capitalism]. This is the free market itself. These people are a fantasy generated by the market. There is nowhere they can go to be on the outside. There is no outside.” (Ma questi dimostranti non sono i becchini del capitalismo, è il mercato libero stesso. Questa gente è una fantasia generata dal mercato. Non c’è nessun posto dove possano andare per essere fuori: non esiste un fuori.). Se non avete letto il libro ve lo consiglio. Alla fine converrete anche voi che sia un peccato che la profezia dei Maya si sia rivelata una boiata. (23 dicembre)
 
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