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in equilibrio su un filo di seta

Laura

La mail guarda Laura con la crudele indifferenza dell’informazione digitale. Una semplice linea di testo: Helvetica 10 per la precisione. Potrebbe contenere qualsiasi significato, dalle congratulazioni per la vincita del jackpot della lotteria nazionale all’annuncio di una catastrofe cosmica. In questo caso, le comunica la fine della sua vita lavorativa dopo venticinque anni di onorato servizio.
Non che gliene freghi qualcosa. La prima sensazione è di sollievo: dopo un quarto di secolo speso a fare lo stesso lavoro nella stessa azienda (se escludiamo quell’intervallo di quattro anni in cui l’ha tradita col suo concorrente principale) chiunque comincia a mettere una serie di cose in prospettiva e a rivedere le sue priorità. E’ un processo reso necessario dalla noia e fomentato dalla frustrazione. Un processo che l’ha portata a guardare contemporaneamente molto lontano e molto vicino, nel suo subconscio, che poi è la stessa cosa.
Adesso Laura sceglie di guardare molto lontano. Fuori dalla finestra il cielo freddo dell’autunno nordico dipinge un velo grigio sull’erba ancora verde smeraldo e sulle foglie che cominciano a ingiallire. Uno strato sottile di umidità spruzzato su tutte le automobili parcheggiate nell’immensa piazza di cemento che lambisce le torri del parco industriale, edifici che indubbiamente devono aver rappresentato lo stato dell’arte nell’architettura industriale di fine secolo e che adesso sono solo brutti scatoloni giallo sporco immersi in un mare grigio e senza vita. Razionalmente, è da troppo tempo che Laura non ha più niente da dire, fare, baciare lettera o testamento in questo settore di attività. Questo lavoro avrebbe dovuto essere una soluzione temporanea per darle il tempo di sistemarsi nella sua nuova vita di moglie e madre. Avrebbe dovuto ricordare che non c’è niente di più permanente delle soluzioni temporanee, tanto quanto non c’è niente di più temporaneo del posto fisso.
Sempre razionalmente, questo lavoro nel terziario avanzato in cui Laura si trova temporaneamente da venticinque anni fa sempre più schifo e l’unico aspetto positivo dell’intera faccenda è la vergognosa quantità di soldi che piombano sul suo conto corrente alla fine del mese, ogni fine mese e il doppio a maggio. E a gennaio il bonus di produzione. E a dicembre la gratifica natalizia. Insomma, quel mucchio di soldi che permette a Laura di lasciare questa valle di lacrime ogni sera alle 17:45 e raggiungere il suo grazioso cottage georgiano con giardino e dependance nel ridente paesetto di campagna a soli 45 km dalla city.
Ma lasciando da parte la questione materiale, razionalmente questo lavoro, l’intero settore rappresenta l’equivalente di un marito ubriaco e violento e questa mail è l’equivalente del telefono rosa: la speranza che nessuno mai più ti picchierà così forte da lasciarti le cicatrici.
E lasciando da parte la razionalità, questo lavoro è l’unica costante nella vita di Laura, l’unico elemento che definisce Laura come persona autonoma. Il resto è una collezione di nomi comuni e simboli di appartenenza ad un gruppo: moglie, madre, emigrata, Responsabile Acquisti 35-44 anni, classe sociale AB1 e perciò quotidianamente corteggiata da svariati produttori di beni di largo consumo a cui importa solo che continui a comperare e consumare. Ma Laura come si definirà il giorno in cui non potrà più fare questo lavoro?
Evelyn, grassa, brutta e stronza come sempre, entra nell’ufficio e si mette nella posizione ottimale per dominare tutta la scrivania e mettere Laura in stato di inferiorità. Laura conta mentalmente fino a cinque cercando di non inalare il persistente profumo di Opium di cui Evelyn si cosparge copiosamente per stordire l’interlocutore. Evelyn inizia il solito abuso verbale sull’intollerabile qualità dell’oscuro lavoro svolto da qualche oscuro membro del team di Laura sul suo preziosissimo cliente e dalle sue parole Laura capisce che non ha ancora visto la mail. Allora sorride: un sorriso radioso e liberatorio.
“Un sentito chissenefrega alle osservazioni del tuo stronzissimo cliente che ha appena deciso di terminare il contratto con la nostra pregiata ditta. Andate a farvi fottere entrambi.”
Laura ha il sommo piacere di vedere Evelyn aprire e chiudere la bocca come un grosso scorfano e vacillare prima di abbattersi sulla sedia davanti alla scrivania.
“Ma che cazzo dici?” è l’unica frase che riesce a pronunciare mentre il suo viso diventa sempre più violaceo. In cinque anni di collaborazione con Laura non ha mai sentito parole simili.
“Controlla la mail. Il comunicato stampa del tuo cliente era fuori 10 minuti prima del memo del nostro CEO. Con la consueta finesse e correttezza professionale a cui ci ha abituati.”
Del resto, aggiunge Laura mentalmente, se il cliente di Evelyn avesse avuto un briciolo di finesse e correttezza professionale la prima persona che avrebbe contestato sarebbe stata proprio Evelyn. La quale balza con insospettata agilità dalla sedia e in due lunghi passi si piazza alle sue spalle, mani sulla scrivania e artigli laccati di fucsia sul mouse per scrollare le mails sul suo PC. Una zaffata di Opium misto a chewing gum alla menta assale le narici di Laura e impregna temporaneamente la sua scrivania. Mentre lo sguardo di Evelyn percorre freneticamente lo schermo, Laura si chiede oziosamente la ragione per cui tutte le squale in carriera hanno una spiccata predilezione per fragranze orientali a base di spezie, patchouli e ylang ylang e si risponde che deve aver a che fare con qualche occulta forma di compensazione del livello di testosterone o di marcatura del territorio. Nel frattempo Evelyn ha letto abbastanza: la sua carnagione passa in un decimo di secondo da deep purple a white shadow e il suo corpaccione sgraziato si stacca dalla scrivania con un altro balzo. Senza dire una parola, a labbra strette e occhi fuori dalle orbite, Evelyn esce a grandi passi dall’ufficio di Laura e imbocca decisa il corridoio direzionale. Laura culla per qualche minuto il delizioso pensiero che possa entrare nel guinness dei primati per decesso da infarto a 39 anni – tra sovrappeso e pressione alta ci sta tutto. Poi con un brusco ritorno alla realtà guarda l’orologio che nel frattempo segna le 17:34 e pensa che ormai per oggi i giochi andranno avanti nel board, di cui lei fortunatamente non fa parte. Spegne il PC, apre la finestra, afferra cappotto e smartphone e corre a prendere il treno delle 17:45.
 
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