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2011

dieet

Alzi la mano chi non è a dieta o perlomeno non si è ripromesso di mettersi a dieta dopo i rituali stravizi alimentari di dicembre. Io sono alla quarta settimana di low fat no carb e riesco solo a pensare a quello che mangerò quando questa tortura sarà finita. Per una come me, che lotta con la cellulite da quando è nata e con un’intolleranza a lievito e carboidrati ad alto indice glicemico da quindici anni, il Natale è una maledizione che richiede almeno otto settimane di durissima disintossicazione seguiti da altre otto settimane di guardinga reintroduzione dei suddetti carboidrati in un regime alimentare controllato per evitare complicazioni, che nel mio caso si traducono in un’escalation di infezioni alle vie urinarie in fondo al quale si agita lo spettro della pielite fulminante (vedi 2001).
Insomma, come molte altre compagne di sventura sono condannata alla dieta perenne e infatti – con l’eccezione di Natale – non metto zucchero nel caffè da quando avevo 15 anni, non mangio patatine fritte da quando ne avevo 25 e pastasciutta da quando ne avevo 35. Ma anche burro e lardo, paté e salumi, gelato, krapfen, doughnuts, frittelle, Coca-Cola e altre bibite gassate sono off-limits da così tanti anni (diciamo pure decenni) che ogni Natale ne riscopro il gusto con grandissima sorpresa. Sì perchè va bene tutto, ma stare a dieta a Natale è da suicidio: non ci si riesce assolutamente, a meno di recarsi in località tropicali dove il concetto è sconosciuto e al massimo ti scodellano un po’ più di riso e verdure bollite per festeggiare. Cosa che ho fatto puntualmente finchè ho potuto e cioè finchè son diventata madre. Non vedo l’ora che Matteo sia abbastanza grande per poter riprenotare i voli per i tropici, nel frattempo festeggio il Natale come tutti e poi mi rimetto a dieta: siamo nate per soffrire.
L’unica cosa che mi fa sorridere in questo periodo merdosissimo è la puntuale valanga di servizi pseudo-giornalistici sulle diete, pubblicati su TUTTE le riviste da Privé e Story (= Novella 2000/Eva 3000) al serissimo supplemento settimanale dell’NRC passando per i femminili di qualunque genere e classe sociale. Un privilegio della mia professione è sempre stato quello di poter usufruire di abbonamenti-stampa gratuiti: ai tempi d’oro ricevevo una cinquantina di riviste per il largo pubblico e un buon numero di riviste specializzate, da Motor al Corriere del packaging industriale; adesso mi arrivano solo tre femminili e tre giornalini per Matteo e manco ho lo sconto sull’abbonamento ai quotidiani, ma anche così fare il side-by-side è divertentissimo. I titoli sono invariabilmente incoraggianti: dimagrire mangiando, sette chili in meno col cioccolato, un giorno di dieta alla settimana e poi mangia quel che vuoi. I primi due paragrafi dell’articolo sottostante sono capolavori di semantica designati a non scoraggiare il lettore senza mentire sulla realtà inevitabile delle ultime righe e cioè del menù giornaliero o settimanale che prevede variazioni sul tema bistecca e insalata in porzioni lillipuziane. Il promesso cioccolato sono 30 gr alla settimana di fondente extra bitter, mangia quel che vuoi si traduce in uno yogurt alla frutta e un’insalata niçoise. Naturalmente si sprecano i nomi esotici: South Beach, Dieta a Zona, Dieta Pugno - nel senso che mangi solo quello che riesci a tenere in un pugno, Dieta Kiwi - dove mangi tre kiwi per pasto e poi vomiti dal disgusto, Dieta Cactus - consistente in un bicchiere di succo di cactus con succo di limone e un cucchiaino di miele, tre volte al giorno al posto dei pasti: pare si possa resistere una settimana prima di imbracciare un kalashnikov e far fuori una scolaresca. Innumerevoli dive ci svelano il segreto della loro impeccabile linea (semplice: non mangiano e sniffano coca) e una serie di nomi celebri garantiscono i risultati a chi compera i loro libri a carissimo prezzo: Atkins, Mayo e i localissimi Sonja Bakker e Dr. Franz. A proposito di quest’ultimo devo dire che nell’intervista all’NRC non ha detto delle cose totalmente insensate, ma è anche uno specialista in casi di estrema obesità per cui la sua dieta a me aggiungerebbe più facilmente qualche chilo anzichè toglierlo.
Sonja Bakker è un fenomeno di marketing affascinante, in quanto grazie all’abilità di suo marito-manager ha venduto milioni di libri il cui contenuto si può trovare gratis in ogni consultorio e ambulatorio medico dal dopoguerra: perfino a casa dei miei genitori girava un bellissimo libriccino illustrato del ministero della sanità con tabelle caloriche, menù e ricette per tutte le età e le professioni, elenchi di alimenti buoni e dannosi e tutte le tabelle di conversione degli alimentari al tempo conosciuti (quindi effettivamente senza rucola, mango e kiwi), che ovviamente non si è mai filato nessuno.
L’ impatto di Sonja Bakker sulla società olandese invece è stato tale che ben due dei miei ex clienti devono a lei il successo di due prodotti che stavano languendo nell’anticamera del delisting: i dessert Optimel con 0% di grassi e zuccheri (ma con dolcificanti e conservanti a gogo: ignobili porcherie) e il panpepato Peijnenburg. Anche le Brabantse eierkoeken (biscottoni di pan di spagna) hanno avuto un enorme revival in occasione della pubblicazione del terzo libro di Sonja Bakker, ma sono unbranded e quindi non hanno arricchito nessuno in particolare. Se pensate che stia scherzando vi assicuro che per anni siamo stati obbligati a mostrare la correlazione tra le vendite dei libri e le vendite dei prodotti in tutti i nostri modelli di ROI (return on investment) per i clienti in questione. Inoltre, sia Peijenenburg che Optimel sono tutt’ora leader di mercato nelle loro rispettive categorie. E’ bastato che Sonja dichiarasse che un dessert Optimel per pasto e una fetta di panpepato Peijnenburg a colazione non facevano ingrassare per provocare il rovesciamento delle quote di mercato dei suddetti da un giorno all’altro: il sogno di ogni brand manager. La nostra Sonja, sicuramente obnubilata dall’improvvisa fama, ha commesso il fatale errore di divorziare dal marito-manager per convolare a concubinaggio con una star televisiva di secondo rango e da quel momento non ha venduto più un libro. Il che non c’entra nulla con le diete ma è un caso di marketing esemplare e per qualche minuto mi ha fatto dimenticare i morsi della fame. Di questi tempi tutto fa brodo.
Tornando al tema, è solo grazie al mio lungo e laborioso percorso verso il nirvana se dopo 47 anni riesco a sorridere di tutti i mendaci tentativi di giornalisti, medici e pseudodietisti di convincerci che si possa dimagrire e restare magri mangiando. Per decenni questi digraziati criminali mi hanno fatto sentire in colpa, compresa la dietista che mi ha curato dall’intolleranza ai carboidrati, che mi ha trattato come una grassona ingorda che non si riusciva a controllare, dicendomi con aria leggermente schifata: “Vedo che per lei le quantità sono importanti.” Ovviamente lei fa parte di quella categoria di persone a cui il cibo fa leggermente schifo, che se guardi bene è anche l’unica categoria di persone che riesce a restare in linea mangiando, in quanto la loro definizione di mangiare si identifica con ‘spaghetti pollo insalatina e una tazzina di caffè’. Questo tipo di persone – fateci caso – odia invariabilmente i dolci e dopo mezza pizza margherita allontana il piatto dicendo: “Non ce la faccio più.” Idem dicasi con una porzione di lasagne o di risotto alla milanese. Sono quei tipi odiosi che impiegano tre quarti d’ora per mangiare un tramezzino e al ristorante rivoltano una mollica di pane per dieci minuti prima di abbandonarla sul piatto senza mangiarla. Quelli che dicono: “Ho una fame tale che se non mangio subito qualcosa svengo.” poi mangiano un cracker con esasperante lentezza e declamano soddisfatti: “Adesso sto meglio.” Alzi la mano chi non ne conosce almeno uno: io ne conosco minimo quattro, ma se ci penso bene anche di più.
Per tutti quelli come me che dopo la pizza margherita si farebbero volentieri anche un gelato e chiederebbero sempre il bis di risotto e lasagne, che quando hanno fame inghiottono un tramezzino in tre bocconi quasi senza masticarlo e che devono fare sforzi sovrumani per non svuotare il cestino del pane al ristorante e la coppetta di M&M’s alle feste, invece c’è solo la fame perenne o l’obesità. E parliamoci chiaro: noi non siamo dei grassoni ingordi. Siamo semplicemente il prodotto dell’evoluzione darwiniana che purtroppo, per ragioni misteriose, è rimasta ferma all’età delle caverne, dove si mangiava solo quando si riusciva ad ammazzare il mammouth e bisognava correre chilometri prima di beccarlo. Invece adesso il mammouth te lo vendono al super in pacchetti preporzionati e l’unico sforzo che devi fare è quello di scegliere, mettere nel carrello, pagare e andare a casa a cucinare. Ma vi pare possibile che – amfetamine a parte - ne’ la natura ne’ la chimica sia riuscita a produrre nulla che possa adeguare la nostra fame atavica alla realtà del XXI secolo?
Ecco perche ogni distrazione e buona e infatti adesso vado in centro a provarmi tutti i vestiti taglia 34 (42 italiana) per tirarmi un po' su. (25 gennaio)
 
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