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2011

fietsen

Rileggendo questo diario in occasione dell’annuale trasferimento degli articoli sul sito principale mi sono accorta di non aver mai parlato – se non in maniera indiretta – della caratteristica olandese per antonomasia dopo i mulini a vento e gli zoccoletti: la bicicletta (fiets). Ogni olandese che si rispetti comincia ad andare in bicicletta (fietsen) appena impara a camminare e l’acquisto di biciclette sempre più grandi è un rito di passaggio basilare dall’infanzia all’adolescenza. Non so se ci sia una correlazione tra questo e l’usanza esclusivamente olandese di cavalcare biciclette smodatamente alte, in cui i piedi non toccano mai terra e devi letteralmente saltar giù dal sellino ogni volta che freni, ma è probabile, visto che tutti i ragazzini dell’età di Matteo sono continuamente occupati a confrontare l’altezza delle proprie biciclette e Matteo sta annaspando da giugno su una bicicletta palesemente 5 cm troppo alta per lui solo per poter condividere lo status dei suoi compagni di classe, che hanno mediamente sei-dieci mesi più di lui e sono quindi anche proporzionalmente 5-10 cm più alti di lui.
I ciclisti godono qui di uno status semi-divino: hanno sempre la precedenza e possono contare su una rete capillare di piste ciclabili nonchè corsie riservate su tutte le strade provinciali e cittadine, persino sulle strade di campagna ad una carreggiata e nelle zone pedonali. Ci sono più parcheggi per biciclette che per auto e comunque lo status semi-divino prevede che una bicicletta si possa parcheggiare ovunque e raramente venga rimossa nonostante i molti cartelli di divieto. Insomma, fate conto che qui i ciclisti hanno le stesse (pessime) abitudini degli automobilisti a Milano, Roma e Napoli e vi assicuro che è una cosa difficilissima da immaginare per un italiano.
Nonostante in gioventù abbia pedalato parecchio, negli anni ’70 su una di quelle orrende Grazielle con le ruote piccolissime e dal 1981 su una meravigliosa Locatelli bianca modello anni ‘50 (omafiets) che ho anche esportato, non sono assolutamente in grado di compiere le prodezze dei locali, tra cui:
1)      Montare e smontare elegantemente dal sellino in corsa, senza inciampare e metterci più di due secondi
2)      Aprire e chiudere il lucchetto fermaruota e quello della catena in un solo, fluido movimento, senza metterci più di tre secondi
3)      Trasportare due borse della spesa da 20 kg cad., un figlio di 1-2 anni nel sellino sul manubrio davanti e uno di 3-4 nel portapacchi dietro e magari anche il cane al guinzaglio
4)      Pedalare a velocità costante all’interno della corsia riservata (larga 50 cm) con uno o più figli tra 3 e 6 anni che pedalano alla tua destra, magari spingendo il più piccolo con la mano destra
5)      Recuperare al volo uno dei due infanti mentre sta cadendo dalla sua bicicletta
I punti 4 e 5 li lascio volentieri al vikingo: ogni volta che porto Matteo a scuola in bicicletta prego ardentemente l’arcangelo Gabriele, tutti i santi e i cari defunti di vegliare su di lui, perchè è già tanto se riesco a stare in equilibrio sulla mia bicicletta, olandese e quindi smodatamente alta oltrechè dotata di freno a pedale (vedi poi); in quanto al punto 3, dico solo che queste sono prodezze da equilibristi, non da persone normali. La prima cosa che ho fatto installare sulla smart è stato un seggiolino porta infante e uso la smart al posto della bicicletta ogni volta che devo andare a far la spesa con Matteo; mi sono categoricamente  rifiutata di installare il seggiolino porta infante sul manubrio davanti e ho cominciato a trasportare Matteo sul portapacchi solo tre anni fa, esclusivamente su strade poco trafficate.
Quello che invece mi fa rabbia è che nemmeno dopo dieci anni di quotidiano esercizio riesco a salire e scendere dal sellino con eleganza: più che scendere tracimo e salgo come i free climbers sul muro di arrampicata. In quanto ad aprire e chiudere i due lucchetti in dotazione, ci metto almeno 30 secondi, bestemmiando e strattonandoli, facendomi cadere il lucchetto della catena sul piede 9 volte su 10 e perdendo la chiave del fermaruota 3 volte su 10. Recentemente poi è stato introdotto l’obbligo delle luci e qui devo aprire una parentesi sulla morfologia della bicicletta olandese. Siccome qui i furti di bicicletta sono all’ordine del giorno, le biciclette di uso quotidiano hanno la funzione principale di scoraggiare il furto e quella secondaria di non essere rimpiante qualora rubate. Per cui sono invariabilmente dei catorci del dopoguerra arrugginiti e scrostati, con freni e fanalini palesemente rotti e col sellino pieno di graffi e bitorzoli. Io ho commesso l’errore che commettono tutti i neoemigrati di credere che l’Olanda fosse un paese senza criminalità e ho lasciato la mia bellissima Locatelli bianca ogni giorno feriale dalle 7 alle 19 nel parcheggio della stazione NS di Nijmegen. Diciamo che mi è andata bene perchè me l’hanno rubata solo a luglio 2003. Da allora anch’io sfoggio un modello Gazelle del 1969 che cade a pezzi dalla ruggine ma che posso tranquillamente lasciare parcheggiato ovunque con la certezza di ritrovarlo anche dopo una settimana e anche se mi dimentico di chiudere la catena. Però la mia vita negli ultimi anni si è complicata da un lato con l’introduzione dell’obbligo delle luci tra il tramonto e l’alba – pena sanzione amministrativa di 30 euro - e dall’altro con la definitiva rottura del filo dei freni. Data l’impossibilità di riparare entrambi (la riparazione costava più della bicicletta e questo sarebbe stato in contraddizione con la sua funzione secondaria), ho dovuto comperare come tutti due fanalini LED portatili da attaccare al manubrio e al portapacchi e staccare dopo l’uso, aggiungendo altri 30 secondi alle operazioni di apertura e chiusura della bicicletta e aumentando proporzionalmente il numero di oggetti che mi faccio cadere sui piedi o perdo; parallelamente ho dovuto far installare il freno a pedale, cioè quel meccanismo che blocca la ruota posteriore quando si pedala all’indietro. Gli olandesi ci sono abituati: tutte le biciclette per bambini hanno il freno a pedale standard e sembra che un discreto numero di modelli adulti perseveri nella perversione, ma potete immaginare che razza di shock sia stato per me la prima volta che ho tentato il surplace pedalando all’indietro e mi son trovata con la faccia per terra. Senza contare che ogni volta che risalgo faticosamente sul sellino dopo aver tracimato devo ricordarmi anche di posizionare il pedale destro in alto e leggermente in avanti (diciamo a ore 13), altrimenti devo spingere la bici con il piede destro tenendo il sinistro sul pedale basso e poi montare in corsa passando la gamba destra tra la gamba sinistra e il telaio. Tutte le signore di una certa età - evidentemente proprietarie dall’infanzia di biciclette col freno a pedale - eseguono questo esercizio con la massima scioltezza ed eleganza, a me non riuscirebbe nemmeno se la mia vita dipendesse da questo, mi aggroviglio e inciampo anche solo al pensiero; come ho detto prima, queste sono prodezze da equilibristi, non da persone normali.
Con la neve e il gelo dello scorso dicembre la Gazelle ha dato forfait, tanto che il 28 dicembre, all’ennesima volta che mi trovavo a faccia per terra, questa volta grazie alla defaillance della catena motrice, ho dichiarato che avrei abbandonato il catorcio nel primo canale che incontravo come è consueto in simili occasioni. Per una fortunata coincidenza una delle numerose e provvidenziali zie del vikingo si voleva disfare della sua bicicletta – una Sparta dello stesso periodo ma in migliori condizioni – e mi son trovata in men che non si dica proprietaria di una bicicletta che ha il pregio di avere ancora i fanali funzionanti, ma il maledetto freno a pedale e un bizzarro sellino ‘da gonna’ a forma di cuore. Qui devo aprire un’altra breve parentesi sulla totale irrazionalità della nostra civiltà per la quale le donne dovevano montare a cavallo all’amazzone e a quanto pare anche pedalare su un sellino apposito, dichiaratamente per consentire l’uso della bicicletta anche con la gonna a tubo, in realtà preposto solo ad evitare la pedalata a gambe aperte: il sellino a forma di cuore infatti costringe a tenere le ginocchia chiuse per rimanere in equilibrio. Se il mondo fosse un posto razionale sarebbero gli uomini a dover montare all’amazzone e su sellini a forma di cuore, in quanto immagino sia più scomodo stare a cavalcioni di un cavallo o di un sellino con due albicocche e un wurstel tra le gambe anzichè l’aria fresca. Invece adesso mi tocca pure aggiungere questa scomodissima postura a tutte le altre scomodità. Mi sa che domani tolgo il sellino graffiato e bitorzoluto alla Gazelle prima di buttarla nel canale. (10 gennaio)
 
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