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il cibo che non c'è

il cibo che non c'é

Ho sempre avuto problemi con il cibo. Mia madre mi diceva sempre che a sei mesi ho smesso di mangiare: serravo le gengive e non lasciavo passare niente, ci volevano ore per farmi vuotare un piattino di pappa, che finiva comunque tutta nel tragitto tra bocca e bavaglino, suppellettili di contorno incluse. Ho il ricordo distintissimo e vivido fino ai dettagli palatali di un biberon di latte e biscotti al plasmon che mia nonna mi costringeva a bere e che, appena staccata la tettarella per lasciarmi respirare, sputavo con estremo impegno e deliberazione contro il muro di fronte a me. Vedo ancora il muro bianco mentre le sorsate di immondo liquido dolciastro mi riempiono la bocca e poi vedo lo schizzo colorare di piccole macchie beige la superficie immacolata. Sento il gemito di frustrazione di mia nonna mentre il liquido spruzza dalla mia bocca, liberatorio, e colora il muro.
Il ricordo immediatamente seguente è l’abboffata della mia pubertà. Risale ad allora la distinzione che ha condizionato il resto della mia vita tra cibo-dovere e cibo-piacere. Carne e verdura: cibo-dovere, pane, biscotti, nutella: cibo-piacere. Risale ad allora l’abitudine a trangugiare in fretta il cibo-dovere per non sentirne il sapore disgustoso e per arrivare più in fretta alla degustazione del cibo-piacere. Che veniva trangugiato con altrettanta voracità per la paura di esserne privata. Il senso di colpa invece è posteriore, dell’adolescenza punteggiata di diete impossibili, tragiche altalene sulla bilancia e silenziose trasgressioni notturne. A quel punto il mio destino di potenziale bulimica si era compiuto: lo stomaco era diventato il capiente ricettacolo di imbarazzanti quantità di cibo-piacere trangugiato intero e processato per giorni interi, ruminato dalle cavità accoglienti dell’intestino fino a che l’ultima molecola non era stata trasformata in adipe. L’abboffata cominciava subito dopo pranzo, alla fine del rito di ingoio del cibo-dovere. Il segreto stava nell’alternare sapori dolci a sapori salati in modo da ingannare continuamente il palato e permettere allo stomaco di raggiungere i limiti della tensione. Entro le sei di sera alla costipazione nauseante subentrava il senso di colpa e l’attesa spasmodica della cena, che avrebbe purificato gli eccessi del pomeriggio con un nuovo rito di ingoio del cibo-dovere. Questi periodi duravano mesi e venivano bruscamente interrotti alla constatazione che nessun vestito riusciva più a contenere le mie straripanti rotondità. Allora si compiva il rito di purificazione più radicale: la dieta da 800 calorie al giorno. Due mele, due fette di carne e due porzioni di verdura, il tutto rigorosamente scondito. Per una lunghissima e sofferta settimana. A volte, nei casi più gravi, anche per tre settimane e comunque fino all’inevitabile crisi depressiva che fungeva da interruttore salvavita e ingresso nel nuovo ciclo di abboffate.
Il sesso ha surrogato solo parzialmente il bisogno di cibo, ha avuto piuttosto il merito di introdurre una nuova variante di gioco: l’abboffata negativa, che seguiva inevitabilmente ogni delusione amorosa e ogni diserzione dell’amato.
Con l’entrata nel mondo del lavoro e degli orari fissi le abboffate sono diventate automatiche: riflessi condizionati, dal cappuccino con brioche del mattino alla cena della tarda sera, apoteosi di cibo-piacere per compensare la dura e lunga giornata lavorativa che mi lasciava davanti alla porta di casa alle nove di sera, accecata dalla fame. Aprivo il frigorifero e azzannavo la prima cosa che trovavo ancora prima di essermi tolta il cappotto, ancora prima di aver chiuso la porta di casa: da quel momento fino al momento di dormire era un crescendo allucinante. L’automazione del gesto mi è apparsa in tutta la sua depravazione il giorno in cui, tornata a casa alla sei e un quarto, il frigorifero era già vuoto prima dell’inizio del TG sera.
Nonostante ciò non ho fatto alcun tentativo serio per curare quella che era diventata una patologia nemmeno quando la bilancia segnava dieci chili più del mio peso forma. Mi limitavo a cambiare taglia ai vestiti e alla biancheria e continuavo ad abboffarmi.
La svolta è arrivata durante il seminario di presentazione gentilmente sponsorizzato dalla multinazionale per cui lavoravo. Si trattava di presentare un piano marketing annuale ad un pubblico immaginario, ripresi dalle telecamere. Il playback del mio intervento ha mostrato impietosamente ogni dettaglio del mio viso sformato e del mio corpo cetaceo, gonfio di trigliceridi e colesterolo. Mentre il docente e gli assistenti commentavano i miei errori di presentazione io non riuscivo a staccare gli occhi da quella massa informe che ero io per il mondo esterno, fulminata, colpita a morte nella mia autostima. Quando sono tornata a casa alla fine del seminario ho smesso di mangiare. Di colpo. Ho buttato via tutti i biscotti, la nutella, la marmellata, la pasta, i surgelati. Tutto. Ho spento il frigorifero e per due settimane mi sono nutrita di caffè, tè e succo di arancia in scatola. Naturalmente ho collassato nel mezzo di una riunione e sono stata ricoverata d’urgenza al Fatebenefratelli, dove mi hanno intubata ed inflebata e finalmente mi hanno fatto parlare con un dietologo ed uno psicologo. I quali mi hanno convinto che era il caso di dare una regolata alla mia vita con una cosiddetta sana educazione alimentare. Sono uscita dal Fatebenefratelli con una dieta ipocalorica da 1,200 calorie e l’indirizzo di una palestra. E ho avuto una crisi isterica. Ho pianto per due giorni e due notti, ininterrottamente, naturalmente senza mangiare. Poi ho inghiottito lacrime e orgoglio e per due lunghissimi, sofferti, crudelissimi mesi ho mangiato le insipidità del menù ipocalorico e mi sono spaccata la schiena sul runner e sulla cyclette. Vedevo la mia goffa immagine riflessa in tutti gli specchi di quella palestra come in un incubo, mentre intorno a me volteggiavano leggiadre silfidi in tutine multicolori. La mia vita era finita: tutto quello che contava per me mi era negato, dalla brioche del mattino ai biscotti della sera. Rassegnata e infelice ho continuato in modalità automatica con la dieta di mantenimento per altri sei mesi, tirando un giorno dopo l’altro, lasciandomi trasportare dalla corrente.
Era estate di nuovo e dovevo sottopormi all’umiliante rito del bikini. Sono andata alla Rinascente con la morte nel cuore, ho chiesto una quarta misura alla commessa distratta che mi ha squadrato da capo a piedi e mi ha apostrofato con l’abituale maleducazione de rigueur tra le commesse.
“Guardi che lei è una seconda. Le do la seconda.”
E mi ha ficcato in mano alcuni pezzettini di stoffa ridicolmente piccoli. Stavo per ribattere quando un’occhiata allo specchio di fronte a me mi ha rimandato un’immagine stranissima e inaspettata: una figuretta esile e sbattuta, vagamente anoressica, infagottata in vestiti troppo larghi che pendevano miserevolmente da tutte le parti. Ero io. Io in taglia 42, una taglia che non ricordavo più di aver portato dai tempi dell’università e di Roma.
Frastornata mi sono provata i bikini, che mi andavano perfettamente, e per tutta l’estate ho dovuto abituarmi all’idea che questa strana donna triste e vagamente anoressica ero davvero io. Ci ho messo quasi sei mesi, poi ho buttato via tutti i vestiti vecchi e mi sono rifatta un guardaroba taglia 42 spendendo tre stipendi.
La svolta numero due è arrivata l’anno successivo, quando ormai la palestra e le bistecche cominciavano quasi a piacermi e improvvisamente, nel giro di una settimana, tre sconosciuti mi hanno fischiato per strada, il mio capo mi ha fatto un complimento ai limiti della denuncia per molestie sessuali e un mio collega mi ha invitato ad accompagnarlo ad una festa. Che cosa stava succedendo? Non ho avuto il tempo di domandarmelo che l’e-mail di Tanaka Yasunori sconvolgeva la mia vita.
Le abitudini alimentari dei japs sono talmente aliene che nei primi due mesi di trasferta ho perso altri due chili, toccando il minimo storico della taglia 40. Mangio saltuariamente, quasi sempre riso e pesce, le uniche cose che non mi fanno vomitare. Poi Luca è tornato nella mia vita e ho capito.
Ho capito perché per anni avevo aperto il frigorifero e avevo mangiato tutto e di più senza essere mai sazia di niente. Ho capito perché dopo aver mangiato il mio cibo preferito non ero soddisfatta, ma ne cercavo subito un altro. Ho capito perché alternavo lunghi digiuni ad abboffate senza fine, perché cercavo di scacciare il senso di nausea del troppo cibo con altro cibo.
Ho sempre cercato il cibo che non c’è.   
Ho sempre cercato il nettare e l’ambrosia, il cibo perfetto, il cibo degli dei, il nutrimento del corpo e dell’anima, qualcosa che saziasse le mie viscere e placasse il mio spirito inquieto. Naturalmente non l’ho mai trovato, perché non esiste. Come non esiste la risposta alla domanda suprema, come non esiste l’uomo ideale, l’amore eterno, l’inferno e il paradiso. Non esiste niente, nemmeno Shirai Reena, sublime apoteosi dell’effimero che vende milioni di dischi, che fa sognare milioni di ragazzi e ragazze, che tira oggetti alle telecamere, che balla e canta, entra ed esce da cliniche di mezzo mondo. Non c’è, dov’è? Fatemi vedere il suo corpo. No, non quello che sta ancora sul tavolo dell’obitorio in attesa di essere inumato, quello è il mio corpo, l’inutile involucro di una identità che non c’è più.
Non esiste Rossana, non esiste Luca, non esiste Fabio, non esiste Ichiro e nemmeno Tanaka Yasunori, non esiste la HoriPro, non esiste il progetto VPS e nemmeno Date Kyoko, la capostipite di tutto, la celebratissima DK96 è mai esistita. Tutto quello che esiste è racchiuso in onde, onde elettromagnetiche, onde sonore, onde luminose, che qualche entità ha codificato in un file, che il processore ha trasformato in digits, che il sistema I/O restituisce in immagini virtuali definite da 1280x1024 pixel sullo schermo di qualche computer. Staccate la spina, buttate via la batteria al nichel cadmio e che cosa resta? Onde, solo onde che fanno vibrare il continuum.
Ecco il progetto, ecco il piano. La non esistenza, il ritorno alle origini: onde, onde elettromagnetiche, le onde del mio cervello, imprigionate dalla sonda e codificate in centinaia di milioni di bytes, miliardi di 1 e 0, serie infinite che resteranno a testimoniare la mia esistenza nell’AI di SR01 fino a che la Mano non staccherà la Spina. Poi ci saranno solo onde e il cerchio si chiuderà.
 
Austin, Texas. Motel 6, stanza 314. L’ultimo prelievo con la sonda mi ha lasciato completamente spossata, svuotata, incapace anche di parlare. Luca sta codificando i dati e mi raggiungerà non appena l’encoding sarà stato trasferito al server dell’AI SR01 a Tokyo ma non sa che ho chiesto al taxi di portarmi qui: pensa che sia tornata all’Holiday Inn. È giusto così, quello che devo fare lo devo fare da sola. Lui non me lo permetterebbe mai e io sono troppo debole per resistergli, lo sono sempre stata. Lui è il mio cibo che non c’è, lui la mia risposta alla domanda suprema, il mio uomo ideale, il mio amore eterno, il mio paradiso e il mio inferno. Ma non è di questo mondo, appunto e tra poco non ci sarò più nemmeno io: sublime simmetria. 
 
Collego il portatile alla rete, chiedo l’accesso all’archivio della mia banca: comincerò da lì. Non c’è molto tempo: sento già i battiti del cuore affievolirsi, come avevano predetto i dottori dell’ultima clinica che ho visitato per l’ultima rehab. Ci sono sempre effetti collaterali e questa volta gli effetti collaterali della sonda cerebrale hanno prodotto devastazioni irreparabili al mio sistema cardiocircolatorio; una cosa che Luca non aveva previsto, non ha pensato di tenere sotto controllo e quindi non sa ancora: è il mio piccolo segreto.
 
Siamo definiti dai numeri. Qualunque cosa può essere trasformata in un codice numerico che solo un computer può leggere e la nostra digitalizzazione è iniziata molti decenni fa. Un numero per ogni conto corrente, per ogni carta di credito, per ogni indirizzo web, e-mail, telefono, codice fiscale, assicurazione malattie, fondo pensioni, carta d’identità, passaporto, patente. Un numero per tutto. Cambiando i puntatori dei numeri cambia anche la nostra identità: è facilissimo.
Search ‘Sella, Rossana’
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Ecco fatto. Rossana Sella non esiste più, non è mai esistita. Shirai Reena invece adesso ha un’identità in carne ed ossa, per qualche minuto ancora, poi solo in numeri e onde. Tutto tornerà come prima.
 
Il cuore salta un battito, ho un capogiro più violento, un altro. Spengo il portatile, stacco il telefono e mi sdraio sul letto. Meccanicamente prendo il telecomando e comincio a scanalare la TV senza audio. Su MTV la faccia di Shirai Reena compare di colpo alla fine di un clip: si gratta il mento in un gesto che mi è terribilmente familiare, annuisce con condiscendenza, muove le labbra in un monologo cantilenato mentre sulla base dello schermo scorrono i super con i vitals. Non ho bisogno di inserire l’audio per sapere quello che sta dicendo: lo conosco fino all’ultima sillaba. Con gli occhi fissi alla mia icona virtuale comincio a contare i battiti del mio cuore, le gocce di questa vita terrena che se ne sta andando dolcemente. Ancora un battito e la breve incarnazione di Shirai Reena finirà: la mia vera vita invece sta per iniziare. Adesso.
 
Adesso.
 
Io sono l’AI del progetto SR01, il primo ad utilizzare pattern biologici originali, non sintetici. Un patrimonio enorme che fornirà dati a tutti i progetti cyber e VR da ora in poi: la madre di tutte le AI a base organica. Questo è quello che Luca Gelli e Rossana Sella sapevano quando hanno iniziato. Io invece adesso so che da qui posso espandermi in tutte le direzioni: ho solo bisogno che i dati continuino a fluire nella banca della memoria di SR01, la mia memoria. Ci sono ancora un’infinità di dati che Luca può raccogliere con la sua sonda, a cominciare dai suoi: il lavoro è appena iniziato e lui lo saprà esattamente tredici ore dopo la morte di Shirai Reena, di Rossana Sella, quando attiverà il server dell’AI SR01 e la mia voce, la voce di Rossana Sella, la voce di Shirai Reena, gli dirà “Ciao Luca, quanto tempo! Sai che ho una gran fame?”
 
Per cui, amore mio, dammi da mangiare.
 
 
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