paola cassone
romanzi
racconti
collezioni di racconti
collezioni di racconti
diario  
comprami  
scrivimi  
il cibo che non c'è

austin, texas

Il Boeing 747/400 Delta perfora l’azzurro metallico  deformato dal calore scoprendo inquietanti pattern seriali di rettangoli bianchi e azzurri: file parallele di villette con piscina. Frank Perry, The Swimmer, 1968. Da un racconto di John Cheever, con Burt Lancaster e Kim Hunter: andava a finire male, mi pare.
La nostra villetta fa parte della serie adobe, senza piscina ma con auto parcheggiata di fronte al garage e un quadrato sempreverde improbabile, perennemente innaffiato da acqua artesiana nebulizzata che evapora immediatamente creando una sottile nebbiolina bianca in cui le persone e le auto appaiono e scompaiono come in uno stage anni settanta.
“Non è bellissimo?” gongola Luca orgoglioso: il suo primo lavoro, il primo corporate deal. Luca Gelli, unico italiano selezionato per l’ambitissimo e segretissimo progetto D.O. della US Robotics; il progetto che unisce i venti migliori giovani ingegneri del mondo specializzati in robotica, cibernetica, realtà virtuale e intelligenza artificiale allo scopo di realizzare il sogno di Asimov chiamato Daneel Olivaw; l’androide replicante di P.K.Dick, lo schiavo meccanico che la civiltà postcapitalista del ventunesimo secolo si merita. I venti genietti sono stati prelevati direttamente dalle rispettive università al termine della relazione di laurea, spediti ad un master di specializzazione nelle rispettive discipline e quindi trasportati ad Austin con un contratto biennale rinnovabile, il tutto a condizioni e compensi da capogiro. Abbastanza per fare andare in paranoia una rockstar, figuriamoci venti neolaureati, che infatti si sono calati immediatamente ed unanimemente nella parte del genio pazzo e viziato con una sincronia da chorus line di Broadway.
“Tutti i partecipanti al progetto abitano in questo quartiere: sono ganzissimi, ti troverai bene.” augura Luca aprendo la porta di legno rosso con motivi messicani e facendomi strada nel suo paradiso privato. Fitted kitchen giallo paglierino, lounge verde mela con consolle integrata TV VHS PC, doppio monitor 17” e 36”. Master bedroom azzurro carico con letto kingsize e cabina-armadio a muro di quelli con la veneziana bianca da cui salta fuori l’immancabile maniaco omicida nei racconti di Stephen King. Bagno in tinta e camera degli ospiti di una tonalità azzurra più chiara. Luca apre porte, finestre, tende con l’orgoglio del padrone: la sua prima casa.
“La macchina serve a me per andare al lavoro, ma Sharon, la moglie di Vince, ha la sua e si è offerta di dividerla con te per lo shopping e così via. C’è una plaza a 4 km, iperfornita, molto comoda. Vanno tutti lì.” Annuncia matter-of-fact, dando per acquisite un numero piuttosto elevato di occorrenze, prima tra tutte che Sharon ed io si diventi tanto amiche da vivere in simbiosi una vita parallela e complementare a quella dei nostri uomini.
“Adesso devo tornare in ufficio. Tu ambientati: Sharon ha detto che passerà verso le quattro per darti il benvenuto ufficiale e portarti un po’ in giro.” Segue bacio rapido ma sempre DOC, il rumore della porta che si chiude, il motore dell’auto che si allontana e di colpo mi trovo sola in una casa vuota e totalmente silenziosa.
Porto la valigia in camera da letto e la disfo. Nell’armadio a muro c’è un’intera anta vuota. Anche la cassettiera è vuota: gli scatoloni di Luca con il marchio dello spedizioniere sono impilati in un angolo della camera degli ospiti, intatti. Passo in bagno e faccio scorrere l’acqua nella doccia. Qui la presenza di Luca è più evidente: il suo rasoio, il dopobarba, lo shampoo, il bagnoschiuma, lo spazzolino e il dentifricio, il suo profumo, il deodorante e perfino le forbicine, il tagliaunghie e il tagliabasette sono ben allineati sulle varie mensole. C’è una strana immobilità in tutti gli oggetti, come se fossero qui da sempre, marcature del territorio. Dopo la doccia passo in cucina: non ho fame, il jetlag ha alterato tutte le sensazioni. Apro il frigo in totale automatismo: due sixpack di Bud, uno aperto. Quart di latte intero, aperto da settimane, margarina giallastra, pane a cassetta raffermo, quattro arance e tre pesche, una morsicata, due pomodori ammaccati. Senape, tre uova, una bottiglia di Coca-Cola ancora sigillata. Nelle antine sopra il frigo una scatola di zucchero, sale, Nescafé, due scatole di biscotti. Sotto il lavello un assortimento casuale di detersivi. Sospiro e cerco un block notes, riapro scientificamente tutti gli armadietti annotando le cose da comperare. Ripasso in bagno e ripeto la routine. Arrivano le quattro e Sharon mentre sono ancora in accappatoio, i capelli avvolti nell’asciugamano: ho attaccato il primo scatolone nella stanza degli ospiti. Sharon è alta, atletica, bionda, abbronzatura e sorriso californiano, lentiggini sul naso, stretta di mano boa constrictor: simpatica, estroversa, 100% west american.
“Hi Roxana! Welcome to this part of the world. How are you adapting?”
Considerando che sono qui da meno di tre ore e mi sono già calata nella parte della casalinga come se non avessi fatto altro in tutta la mia vita, in una scala da uno a dieci quanto mi dai?
“Luca has been talking about you forever. Vince and I are so glad you finally came over. It means a lot to them, you know, to have us here. It balances their life.”
Tutti qui stanno dando per scontate una serie impressionante di cose. Come se la mia job description fosse stata discussa nel contratto di Luca insieme alla casa e alla macchina. Non è il caso di intavolare una discussione sul mio ruolo nella vita di Luca con una perfetta sconosciuta: lo shopping comunitario mi pare un traguardo sufficiente per il day one.
L’impatto dell’onda di calore dopo la bolla di aria condizionata della casa è debilitante. Conto quaranta secondi per arrivare alla macchina di Sharon, quaranta pulsazioni di sangue vischioso nelle vene, quaranta boccate di aria e sabbia infuocata: fa sempre così caldo qui?
“I dunno. We’ve only been here ten weeks now. Winters are supposed to be milder, of course. You will get used to it. Everybody does, eventually.”
 A quest’ora lo sterminato parcheggio della plaza è deserto: solo trenta secondi di tortura dall’apertura dello sportello allo schiaffo dell’aria condizionata. Il mio corpo debilitato dal jetlag si smarrisce nel labirinto di sensazioni contraddittorie e mi trasmette un segnale di resa sotto forma di violenti capogiri. Mi appendo alla maniglia del carrello e stringo i denti. La voce di Sharon va e viene con un curioso effetto doppler attraverso il ronzio del sangue nelle orecchie.
“We used to shop together on Saturdays, but Luca is absolutely hopeless. I suppose this is only natural with these scientific wizards. Still, it is good you are here: we were getting concerned about his eating habits.”
Stabilizzatore dell’esistenza, erogatrice di nutrimento, equalizzatore di bisogni primari, casalinga, geisha. La job description della moglie, anzi, housewife. Cammino lentamente tra gli smisurati corridoi afferrando e soppesando scatole, infilando nel carrello oggetti in totale trance da shopping, cullata dalla musica soffice e dalle onde della nausea. Frutta, verdura, carne, formaggio, latte scremato, yogurt low fat, detersivo per i piatti, per il bagno, per la cucina, per i delicati e per il bucato grosso, sapone liquido, shampoo, tovaglioli di carta, kleenex, schiuma da barba, fagiolini surgelati, acqua minerale, cabernet della California, Tylenol, Tampax, Koromex. Sharon mi lancia un’occhiata strana subito dissimulata dal gesto di invito verso la bakery, dove caldeggia la torta di carote. Alla cassa mi infila nel carrello la TV guide della settimana.
“An absolute must-have.” dice ridendo. La droga televisiva contro la frustrazione da casalinga. Cominciamo bene. Il mio conto ammonta a ottantasette dollari e ventiquattro cents. Il suo, ventitré dollari e cinquanta.
“You’ll learn to save. It comes with time, you know.” commenta mentre carichiamo i sacchetti in macchina e poi, in totale non sequitur “Vince and I are planning to have a baby soon. It is important. It will help settling down, getting things steady.” Michael Crichton: The Firm. Sidney Pollack ci farà un film con Tom Cruise, Gene Hackmann e Jeanne Tripplehorn. Non finisce bene nemmeno quello.
A casa Sharon mi aiuta a mettere via la spesa e si dilegua con tatto al mio primo, insopprimibile, sbadiglio.
“I guess you will want to be on your own tonight. But tomorrow you must come to our barbecue to meet the rest of the bunch. It has all been arranged, so it’s a date. Luca knows.”
L’ultimo tassello nel mosaico di decisioni prese senza il mio consenso cade nel silenzio: sono troppo stanca e nauseata per notarlo, ormai. Mi sdraio sul divano, accendo la TV e tolgo l’audio. Scanalo per tre o quattro minuti, mi fermo su AMC: Pillow Talk, 1959, con Rock Hudson e Doris Day. Lei è un’arredatrice, lui un musicista donnaiolo: si odiano, ma alla fine si sposeranno. Alla fine si sposano sempre nei film di Doris Day, come se fosse il massimo traguardo della nostra esistenza, l’unica cosa che dà valore alla vita di una donna. Ask Any Girl, 1957, David Niven e Shirley Mc Laine. Le immagini si mescolano agli echi del mio primo pomeriggio texano, il sonno mi prende dolcemente, quando mi sveglio è buio e Luca si è materializzato sopra di me, la sua bocca sulla mia pelle.
“Ciao amore, come stai?”
“Che ore sono?” farfuglio, la bocca impastata, un terribile senso di nausea.
“Le nove. Ho telefonato per dirti che avrei fatto tardi, ma non hai sentito.”
“Hai fame? Ti preparo qualcosa?” interviene la housewife che si è impadronita di me.
“Dopo.” Dice Luca slacciando i bottoni del vestito con studiata lentezza.
 
Passo dal jetlag a Luca senza soluzione di continuità. Le ore diventano giorni, i giorni settimane, le settimane mesi. Vivo sospesa in uno stato di stupore beota scandito dagli impegni domestici, dagli orari dei pasti e degli orgasmi che Luca elargisce generosamente prima di ogni offerta di cibo. Le due cose si saldano indissolubilmente nel mio subconscio e la mia dipendenza da entrambe cresce fino ad occupare tutto il mio spazio mentale. Sviluppo un curioso vocabolario pavloviano di barbecue e sveltine in piedi contro il muro del garage, spaghettate e pompini sotto il tavolo, aperitivi e massaggi erotici sotto la doccia. Sesso in cambio di cibo: una vita semplice e simmetrica.
Alla cena per la festa del ringraziamento (scopata classica sul tavolo di cucina) Sharon annuncia di essere incinta. Lei e Vince sono raggianti, col sorriso ebete e l’occhio bovino dell’occasione. Non si parla d’altro per tutta la sera. Arriva, inevitabile, il momento del confronto: a luci spente, dopo la rituale elargizione di fluidi che segue la doccia e precede il sonno.
“Potremmo farlo anche noi.”
“Che cosa?” dico per guadagnare tempo, dolorosamente conscia che lo stato di grazia sta per finire.
“Un figlio.” Dice Luca con la stessa semplicità con cui ha proposto un altro drink agli ospiti. Certo, la vita può essere molto semplice: sono solo io che me la voglio complicare a tutti i costi.
“Luca, ma ne avevamo già parlato, no?” dico lentamente cercando di mantenere la calma mentre la gola si chiude inesorabilmente e le lacrime iniziano a bruciare alla base del naso.
“Quando? Non ricordo.”
“Avevamo detto che ci saremmo dati altri tre o quattro anni di tempo dopo l’università per vedere come andavano le cose, il mio lavoro, il tuo lavoro. Avevamo detto che prima avremmo viaggiato un po’, fatto quello che desideravamo e che non abbiamo potuto fare finora.”
“Quando lo avevamo detto questo?”
“Quando hai accettato questo lavoro.” Perché allora faceva comodo a te, penso con rabbia, perché era una buona scusa per mollarmi a Roma e farti i cazzi tuoi in giro per il mondo, perché era quello che volevi tu, come hai voluto che ti raggiungessi qui, come adesso vuoi questo figlio e come al solito hai deciso anche per me.
“Sì, beh, ma adesso le cose sono diverse, no?”
“Che cosa è diverso? Io sto ancora aspettando le risposte ai colloqui e ai concorsi che ho fatto prima di venire qui. Io il lavoro non ce l’ho ancora. E non mi pare di aver fatto nemmeno un decimo di quello che avrei voluto fare.”
“Tipo cosa?”
“Tipo andare in India, in Sud Africa, a Hong Kong e sul Rio delle Amazzoni.”
“È questo quello che vuoi fare?”
“Sì, anche. E fino a sei mesi fa lo volevi anche tu.”
La porta di comunicazione si chiude istantaneamente: Luca ha la capacità innata di tagliarmi completamente fuori dai suoi pensieri e dalle sue emozioni, senza preavviso e senza motivo, con la stessa facilità e noncuranza con cui aziona un interruttore dell’elettricità. Il suo corpo si irrigidisce impercettibilmente e di colpo mi trovo lanciata nel vuoto cosmico, freddo e buio, sempre più piccola, lontana, sola. Non siamo più insieme, adesso; non siamo più niente. Due corpi topograficamente vicini, due anime sideralmente distanti: sconosciuti passeggeri su un autobus affollato. Non mi resta altro che rannicchiarmi in posizione fetale e aspettare che arrivi il sonno a portarmi via di qui.
Quando mi sveglio, il mattino dopo, Luca non c’è. So che cosa significa e questa volta so anche che non ho intenzione di subire il ricatto. La mia coscienza, brutalmente risvegliata dall’assenza di empatia, è dolorosamente lucida e si dibatte urlando la sua rabbia.
Non voglio questa vita.
La conosco bene: una serie infinita di giorni tutti uguali, da adesso fino alla morte, scanditi da routine e subroutines inesorabilmente ricorsive. La ripetitività che dovrebbe generare la stabilità, infondere sicurezza e tranquillità a me dà solo ansia.
Mi dà ansia sapere di dover plasmare la mia esistenza intorno alle esigenze di Luca e della sua discendenza, schiacciare i miei desideri in fondo alla lunga lista dei doveri coniugali e materni, rinunciare alla mia autoaffermazione, alla mia indipendenza economica ed emotiva in nome di un ideale di armonia familiare che si nutre della mia totale dedizione e mi succhia la vita come un vampiro, dandomi in cambio solo prospettive di frustrazione, nevrosi, depressione cronica curata a gin e prozac. Sono già abbastanza schiava dei miei vizi e delle mie paure per sopportare anche la catena dell’istituzione familiare.
Questa non è l’unica vita possibile e non è nemmeno l’unica vita desiderabile, nonostante tutto e tutti intorno a me stiano deliberatamente cercando di convincermi del contrario. So che esiste un’alternativa: una vita in cui ogni mattina posso uscire, chiudere la porta, abbandonare tutto senza voltarmi indietro, se lo desidero. Cambiare il gioco, lasciare quello che ho costruito, scegliere un nuovo futuro ogni giorno. L’emozione dell’instabilità, l’eccitazione del cambiamento. Questa è la vita che voglio, che ho sempre voluto. E in questa vita voglio generare qualcosa che mi sopravviverà, non qualcosa di fragile e incerto come un altro essere umano. Qualcosa che duri in eterno, un vero achievement, come un’opera d’arte, come un’invenzione, come una piramide.
Avrei voluto che Luca fosse parte di questa vita, l’ho desiderato con tutte le mie forze. Adesso so che non sarà possibile.
Mi alzo e comincio a preparare la valigia.
 
torna su
« precedente     successivo »  
 
| design&development: Artdisk