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il cibo che non c'è

hotel california

Come in tutte le ricerche, più si procede, più l’obiettivo si allontana. Adesso vedo che tutti gli avvenimenti di Tokyo sono stati solo un punto intermedio di un cammino lunghissimo per arrivare qui, la tappa di un percorso tracciato molti anni prima. Molti più anni di quelli che avevo messo in conto. Lo vedo chiaramente, da quando il tempo è solo un filo indissolubilmente intrecciato nella trama e nell’ordito della mia vita. Ho cominciato seguendo il filo della decisione che ha portato al mio stato attuale e nel percorso mi trovo ingarbugliata in episodi apparentemente insignificanti che hanno invece avuto un ruolo determinante per quanto minimo nella decisione. Non mi stupisce tanto il fatto che il punto zero sia spostato così indietro nel tempo, quanto che tutti gli attori di questo psicodramma si siano mossi esattamente come se si trattasse di recitare una parte già scritta. Scritta da chi? Non credo che lo saprò mai, mi sembra con questo di avere toccato i confini del mio universo, non posso andare oltre, ne’ vedere oltre. Non so nemmeno se c’è un oltre: non ne ho la minima percezione.
Prima delusione: questo stato non mi permette di dare una risposta alla domanda esistenziale come speravo, ma in fondo quello che ho è già ampiamente superiore a quello che chiunque altro essere vivente abbia mai avuto e quindi perché mai dovrei lamentarmi? Forse quando il nostro esperimento potrà essere replicato la somma delle nostre coscienze avrà la risposta: si tratta solo di aspettare e, per uno stadio della coscienza in cui il tempo non esiste, aspettare è uno scherzetto da ragazzi.
 
Roma EUR, ultimo decennio del XX secolo. Hotel California. Sto aspettando Luca nella stanza 208.
Roma EUR, primo decennio del XXI secolo. Hotel California. Sto aspettando Luca nella stanza 208.
Chiunque ha detto che il passato non ritorna ha detto la più grande fregnaccia della storia.
 
Il telefono squilla: il concierge mi annuncia che il signor Gelli è arrivato e chiede di salire. Permesso accordato, chiudo la comunicazione e apro la porta.
Entra impetuoso come un tornado, chiude la porta e mi solleva da terra in un solo gesto. Un bacio lunghissimo, assetato, insaziabile e già le sue mani stanno slacciando bottoni, sfilando vestiti, strappando biancheria. Sento un brivido freddo quando la mia schiena nuda tocca il muro ma non ho tempo di reagire che già la sua pelle caldissima mi avvolge e il suo cazzo infuocato mi inchioda come una farfalla nella teca di un collezionista. Non ho coscienza di come arrivo all’orgasmo, che è uno spasmo lunghissimo e straziante e mi lascia senza fiato. Mi accascio su di lui, che mi stacca dal muro e mi adagia delicatamente sul letto. 
“Quanto tempo.” Dice roco, accarezzando la mia pelle ipersensibile. “Sei bellissima.” Sono troppo concentrata sulle mie sensazioni per rispondere.
“Ti amo, Rossana.” Sta dicendo adesso e la sua bocca è vicinissima alla mia. Mi bacia di nuovo, questa volta con dolcezza, da innamorato.
“Dopo la prima scopata non vale.” commento ricacciando indietro tutte le emozioni che da sempre e per sempre la sua presenza mi dà.
“E dopo la seconda?”
“Nemmeno. Vale solo dopo dieci anni di matrimonio, quattro figli, lo sfratto esecutivo e il conto in rosso.”
“Allora sposiamoci e facciamo quattro figli. Anche non in quest’ordine.”
Per un minuto ci credo. Ci voglio credere. Rido.
“Affare fatto. Come stai?”
“Benone, come sempre. Tu?”
“Come sempre quando ci sei. Hai fame? Sonno? Nausea?”
“Sì.”
“Sì cosa?”
“Sì.”
“Va bene, ordino qualcosa in camera.”
“Per carità, qui il servizio è pessimo. Mi chiedo perché sei così attaccata a questo orribile albergo. Lo Sheraton è dieci volte meglio e ce lo possiamo ancora permettere.”
“Sono un’inguaribile romantica.”
Alzarmi dal letto è uno sforzo sovrumano. Faccio scorrere a lungo l’acqua della doccia sulla mia pelle per riagganciare la realtà. Mentre mi asciugo mi preparo mentalmente allo scontro.
“Dove vuoi andare a mangiare?” riesco a dire affacciandomi alla porta del bagno prima che le sue mani riprendano possesso del mio corpo. Mi ritrovo sdraiata sul letto senza coscienza di come ci sono arrivata, lui è su di me, la sua bocca sulla mia, le sue braccia intorno a me, non mi posso muovere, non ho più alcuna volontà di muovermi.
“Dove credi di andare? Non ti muovere da qui. Non ho fatto diecimila km per andare a mangiare in uno stupido ristorante.”
OK, tregua. Mi abbandono senza esitazioni alla sua passione: guadagno tempo prima dell’inevitabile. Un altro momento di piacere, un altro ricordo indelebile da aggiungere alla mia collezione.
Dopo il secondo assalto si addormenta di schianto, vinto dalla stanchezza e dal jetlag. Ne approfitto per ripassare mentalmente le mie battute, le sue reazioni prevedibili, quelle meno prevedibili e anche un paio di imprevisti totali. Piano ottimale, piano di contingenza, piano di discontinuità, ritirata strategica. Tutto organizzato fino all’ultimo dettaglio prima che lui si risvegli.
Lo guardo dormire e improvvisamente mi prende il panico: un nodo alla gola, dolore alla bocca dello stomaco. Non ce la faccio. Non sono all’altezza. Devo andare via di qui, adesso, subito; se faccio molto piano posso farcela prima che lui si svegli. E poi? Che cosa succederà poi? Per quanto tempo dovrò ancora fuggire il mio destino? No. Resto. E senza aiuti chimici. Non adesso: devo essere perfettamente cosciente, io all’ennesima potenza.
Aspetto sdraiata accanto a Luca nella stanza che si colora prima di oro e poi di rosso. Quando si sveglia è già notte. Mi sorride, si stira e mi bacia di nuovo.
“Non mi stancherei mai di scoparti, lo sai?” mi sussurra all’orecchio, le sue mani già in azione sul mio ventre.
“Sì, lo vedo.” Dico con un moto involontario delle membrane ricacciando indietro le lacrime. Lui se ne accorge. Ritira immediatamente la mano, si scosta e mi guarda, gli occhi spalancati e lucidi nell’oscurità.
“Che cosa c’è?”
“Hai qualcosa da dirmi. Quando pensi di dirmelo?” il vento tra noi comincia a ululare, i suoi occhi si allontanano vertiginosamente, sempre più, fino a scomparire nel nulla.
“Che cosa ti dovrei dire?” la voce è tagliente, guardinga, controllata.
Che stai per sposare lei. Che lei è incinta. Che ti hanno dato quel posto a Miami e ti trasferisci lì. Che non ci vedremo più. Che tu ami me e mi amerai sempre, ma è andata così.
 
“Che sei riuscito a mettere a posto la sonda per il prelievo dell’emisfero sinistro e che vuoi finire il lavoro su SR01.”
Si alza di scatto e comincia a cercare le sigarette nelle tasche della giacca e dei pantaloni sparsi per terra.
“Credi che sia venuto solo per dirti questo?”
“No, certo, anche per scoparmi. Ma è così, vero?”
Il click dell’accendino nell’oscurità manda bagliori rossastri su tutte le pareti. La sua faccia si illumina di lampi animaleschi: un animale braccato.
“Allora? Sto aspettando.”
“Che cosa vuoi che dica? Che hai ragione?”
“La verità, se ci riesci.”
Si siede sul letto, senza toccarmi. È distante adesso, è come se ci stessimo parlando in intercontinentale.
“La verità non esiste. Non so nemmeno io se è più importante il fatto che sono venuto qui o quello per cui sono venuto.”
Tutte scuse, pessima dialettica. Tu hai già deciso e vuoi solo che io ti dia la mia benedizione, non è così? Tu vuoi che io ti dica che capisco, che non importa, che io ci sarò sempre per te. Questo e solo questo è quello che hai sempre voluto da me.
 
“No, Luca, non farne una questione filosofica; non cercare di convincermi che la scelta è mia e tu sei solo uno spettatore della realtà. Tu sapevi già prima di prendere quell’aereo quale sarebbe stata la mia risposta, altrimenti non ti saresti scomodato.”
“E quale sarebbe la risposta che sapevo già?”
Che tu possa essere maledetto, che tu possa essere dannato in eterno. Questa volta non mi avrai. Va da lei e andate a farvi fottere tutt’e due. Sparisci immediatamente dalla mia vita o io sparirò dalla tua.
 
“D’accordo, lo farò. Infilami la tua sonda nel cervello e succhiami fino a farmi sanguinare. Prendimi adesso, prima che cambi idea. Risposta esatta?”
Silenzio. Posso sentire il battito del mio cuore, il sangue che pulsa attraverso le mie vene. Di lui, come sempre, nulla. Sono stanca, mortalmente stanca. Ad un passo dall’obiettivo non mi importa più niente, vorrei solo che se ne andasse dalla mia vita e che mi lasciasse in pace. Ma non è così semplice, nulla è semplice quando c’è di mezzo Luca. Perciò finirò il lavoro che ho incominciato: questa volta non ci saranno sbavature.
“Devo tornare a Tokyo o si può fare in remoto?”
“No. Nessuna delle due. La sonda è a Austin.”
“Austin? Austin Texas? Non mi dire!”
“Sì, Austin Texas. È un brevetto US Robotics. Non lo cedono, ma ho ottenuto il permesso di usarlo in loco.”
“E così si torna ad Austin. La vita è curiosa, non trovi?”
Non risponde. Spegne la sigaretta, si gira verso di me. Mi prende la testa tra le mani, mi guarda a lungo prima di baciarmi con crudele voluttà, fino a farmi sanguinare le labbra.
“Ti voglio, Rossana. Subito.”
Come sempre, come al solito. Il nostro gioco preferito.
 
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