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eroine ed eroinomani

Hurt me with your love, il primo singolo di Shirai Reena, non è mai arrivato oltre la posizione 7 nella world chart di MTV, ma le ragazzine di mezza Europa lo cantavano come in trance, le cuffiette dello stereo piantate nelle orecchie, andando a scuola. Era già un buon successo. Abbiamo fatto meglio con l’album: Rip off è schizzato al numero 3 e ci è rimasto per due mesi, superando il milione di copie vendute. La prima tournée di Reena ha toccato tutte le principali capitali europee facendo il tutto esaurito ovunque tranne che a Dublino, dove abbiamo dovuto annullare la seconda data prevista a causa delle proteste della popolazione, esasperata da alcune dichiarazioni di Reena sul cattolicesimo. Sto vedendo adesso tutto questo per la prima volta: al tempo in cui avveniva l’unica cosa che vedevo erano i muri imbottiti della clinica in cui ero stata ricoverata dopo un collasso per la mia seconda rehab. Eroina, questa volta. E questa volta ci ero dovuta rimanere una settimana in più perché la scimmia non ne voleva sapere di andarsene. Ma Shirai Reena era nata nei tempi richiesti e dimenava il culo strizzato in soffocanti pantaloni di latex nero per i palchi di mezza Europa, esibiva lingua, tette, tattoo e piercing agli obiettivi dei fotografi, lanciava oggetti e dichiarazioni scandalose alle telecamere delle principali TV musicali, il tutto vendendo milioni di dischi. Insomma, faceva tutto quello per cui era stata creata e sul mio conto corrente le sue royalties andavano a tenere compagnia a quelle di Koda Kit: di che cosa mi potevo mai lamentare?
Non ci sono radio e TV in clinica, per cui la prima immagine di Reena mi arriva a tradimento il giorno in cui mi dimettono. Ichiro mi porta a casa e mi mette a riposare sul divano. Meccanicamente prendo il telecomando e comincio a scanalare la TV senza audio, uno dei miei riflessi condizionati da sempre. Di colpo mi vedo riflessa nello schermo. Io, con i capelli viola, le labbra bluastre, un vestito di latex nero aderentissimo e pieno di zip, appoggiata al muro bianchissimo di una cella imbottita. Muovo le labbra in quello che sembra un lamento senza fine, la braccia e le gambe in quello che sembra un tentativo senza successo di scollarmi dal muro. So benissimo che è lei, ma è talmente anche me che le parole della canzone cominciano a danzarmi davanti agli occhi senza bisogno di alzare il volume.
For I see you want me to stop right now
And baby, it really looks like it will end in tears
So it is time to bring in the crowd
And stop bothering me with your pleas
 
“La settimana scorsa Bring in the Crowd è entrata in classifica.” Mi informa Ichiro premurosamente porgendomi una tazza di tè. “È un grande successo: Tanaka san ha detto che è stato tutto merito tuo e che ti darà un premio di produzione. Mi ha anche dato questo per te.”
Mi porge orgoglioso una busta rossa con il sigillo HoriPro. La apro sotto gli occhi luccicanti di aspettativa di Ichiro e estraggo un cartoncino vergato di ideogrammi.
“Scritto a mano con inchiostro di china!” esclama Ichiro estatico. “Lo usano solo nelle grandissime occasioni.”
Gli porgo il biglietto, totalmente apatica. Lui lo afferra con reverenza e si concentra per la traduzione.
“Gentile e riverita signora Sella. Il Suo contributo al progetto SR01 è stato riconosciuto da tutto il board della HoriPro come determinante al suo successo. Ci auguriamo che la sua vacanza sia stata felice e riposante e con questo breve messaggio Le comunichiamo la nostra intenzione a rinnovare il Suo contratto in esclusiva per la sceneggiatura di Shirai Reena a tempo indeterminato. La attendiamo per discutere i dettagli dell’impegno il prossimo lunedì alle ore otto e trenta presso la HoriPro, sala Sakura.”
Sullo schermo la clip di Shirai Reena è terminata; al suo posto una VJ anoressica con i capelli fucsia e almeno quindici piercing in faccia ha iniziato a parlare. Il campo dell’inquadratura si allarga e accanto alla VJ, sdraiata su un divano, le lunghe gambe sapientemente accavallate per mostrare l’attaccatura inguinale, vestita di latex nero come sempre, c’è Shirai Reena con l’espressione blasée che il suo personaggio richiede. La VJ si gira verso di lei e Reena si gratta lentamente il mento con lunghissime unghie viola prima di rispondere. La sua bocca si apre con studiata lentezza, la lingua accarezza il labbro superiore e le narici hanno un piccolo fremito, poi le parole rotolano fuori dalla bocca con rapidità crescente. Dalla faccia della VJ deve aver detto una delle sue celebri battute provocatorie, sicuramente quella sulle dimensioni del pene del presidente USA oppure quella sulle abitudini sessuali del Papa. Spengo il video e mi abbandono sui cuscini: non mi sopporto già più, ho bisogno di farmi di nuovo.
Ricomincio, infatti, appena rientrata al lavoro. Ne ho bisogno per arrivare in fondo. Non voglio sentire il dolore della sonda che mi perfora il timpano e succhia, succhia le mie memorie, i miei gesti, i miei desideri e le mie idiosincrasie. Quando sono fatta non sento niente, non sento il ronzio sordo della macchina, non vedo il flusso degli impulsi elettrici diventare una serie di numeri nei banchi di memoria di SR01. Il gioco proibito, il mio gioco preferito. Luca crede che l’idea sia stata sua, crede di avermi dovuto convincere a provare il prototipo della sonda cerebrale progettata da lui per accelerare i tempi di produzione e guadagnare più tempo per i nostri giochi erotici: non è mai stato difficile fargli credere di aver preso le decisioni più scomode e devastanti della nostra vita, come quella di usarmi nel VR Scan, di andarsene con Miss Florida, di usare un altro utero per procreare il seme della sua discendenza. In fin dei conti è pur sempre solo un maschio della specie.
 
“Manca poco ormai.” Dice Luca alla fine di una sessione con la sonda. “L’emisfero destro è quasi tutto registrato e ci sono delle parti dell’emisfero sinistro che non voglio toccare: non sono indispensabili ed è pericoloso andarle a disturbare.”
“Perché, che cosa potrebbe succedere?” chiedo senza interesse.
“Non lo so ed è per questo che preferisco non rischiare. Tutto quello che so è che interferire con certe zone dell’emisfero sinistro ha causato danni permanenti alle cavie, quindi non ho alcun interesse a provocare analoghi sfaceli su un umano. E poi, come ti ho detto, quei dati non sono indispensabili. Li possiamo replicare in laboratorio utilizzando vecchi pattern.”
“Come vuoi. Il capo sei tu.” Dico pigramente cercando le sigarette senza successo.
“Ti fa male l’orecchia?”
“Mi fa male tutto, non lo so, forse devo dormire un po’. Quanto è durato questo prelievo?”
“Quattro ore.”
“Quattro ore? Che diavolo hai tirato fuori questa volta?”
“Sì, è stato lungo.” dice Luca evasivo. “Perché non vai a riposarti un po’ al livello 32? Io finisco di controllare l’encoding e ti raggiungo.”
“Se dormo non mi svegliare.” Sbadiglio e mi tiro in piedi a fatica. La stanza comincia a girare intorno a me e mi devo appoggiare alla spalliera della sedia per non cadere. La sensazione è strana ma non totalmente spiacevole: come se una parte della mia percezione della realtà sia stata sostituita da un altro set memoriale. It takes adjusting, ma le pere servono anche a questo: ammortizzatori della realtà. Qualunque realtà.
Mi trascino fino all’ascensore e premo il bottone di chiamata. Le porte si aprono su una piccola folla vociante di tealadies e segretarie dirette alla sala mensa. Appena entro il brusio si affievolisce e cessa quasi subito. Segue un penoso silenzio nel quale tutte le ragazze guardano per terra imbarazzate. Per quattro piani non ci faccio caso, ipnotizzata dalla luce che si muove sul pannello e dalla voce sintetica che annuncia i livelli, poi un tragitto casuale dello sguardo incontra la mia immagine riflessa nello specchio e capisco il motivo dell’imbarazzo. Ho un aspetto orribile: le occhiaie fonde e nere, i capelli appiccicati al viso, il rossetto sbavato, un sottile filo di sangue rappreso corre dall’orecchio giù per il collo. Chiudo gli occhi sullo sfacelo che sono ritornata ad essere ad appena sei mesi dalla rehab e aspetto che la voce annunci il 32esimo livello.
In camera mi faccio una doccia e mi lavo i capelli, mi stendo sul letto e ordino da mangiare. Quando arriva non ho più fame, mi sforzo appena di buttare giù la zuppa di miso e due cucchiaiate di riso, poi lascio perdere e mi abbandono al sonno.
Mi sveglia la voce sintetica che annuncia che le sei ore di riposo richiesto termineranno fra dieci minuti. Mi sembra di aver dormito solo mezz’ora, ho le ossa rotte e la bocca impastata: apro gli occhi e vedo Luca chino su di me, una strana espressione sul viso.
“Non hai fatto altro che parlare e agitarti tutto il tempo.” Mi dice, la faccia fissa in un’espressione che non gli conosco e non so decifrare. “C’è qualcosa che non va. Forse stiamo esagerando con la sonda o forse tu stai esagerando con la roba. In ogni caso non stai bene: sono piuttosto preoccupato.”
Preoccupazione: new entry assoluta nella top ten delle emozioni condivise, ecco la ragione di tanta difficoltà nella decodifica. Mi giro dall’altra parte, sento la nausea che sale, vorrei vomitare.
“Ichiro si preoccupa per me, Fabio si preoccupa per me, perfino Tanaka si preoccupa per me. Come vedi ho già abbastanza gente che si preoccupa per me. Tu continua a fare quello per cui sei più tagliato.”
“Sarebbe?”
“Scoparmi, succhiarmi il cervello e fottertene del resto di me. Tutte le cose che ti riescono perfettamente da sempre. Perché inserire una variabile destabilizzante nel nostro meraviglioso rapporto?”
Tutti i miei sensori sono acutizzati e focalizzati sulla presenza dietro di me, pronti a captare ogni vibrazione, anelanti. Ma non sento assolutamente niente: zero movimenti, zero impulsi, zero verbalizzazioni. Come sempre. Chiudo gli occhi e una lacrima incontrollata inizia la sua discesa lungo lo zigomo.
“Come è andato l’encoding? Che cosa è venuto fuori?” chiedo senza curiosità, solo per rompere l’insopportabile vuoto di empatia. Ho schiacciato il tasto giusto: Luca attacca immediatamente con la voce piena di entusiasmo quasi infantile, la luce negli occhi e un’ondata di genuino interesse: la prima. 
“Molto bene: quasi 90% di match con il modello-madre. Non erano elementi molto consueti, decisamente memorie oniriche, ma la cosa più interessante è che gli ultimi tre prelievi, quelli del lobo frontale, hanno dato i risultati di match più alti. Praticamente con questi dati siamo in grado di creare 2100 sequenze memoriali originali, moltiplicando il tasso di apprendimento di 210. A questo punto sarebbe veramente interessante studiare la correlazione di questi con i contenuti dell’emisfero sinistro corrispondente. Se riuscissi a creare una sonda meno invasiva …” la voce di Luca si scioglie nel vuoto, nel suo mondo interiore di logaritmi, algoritmi e subroutines, più impenetrabile del mio emisfero sinistro.
“Voglio finire questa cosa al più presto.” Dico alla fine del lungo silenzio. “Hai detto che mancava poco. Fai alla svelta ‘ché voglio andarmene da questa città di merda.”
Una reazione: uno spostamento repentino delle onde emotive.
“Andartene? Ma non puoi. SR01 non è ancora finito.”
“La mia parte sì. Chiunque adesso può continuare a scrivere le sceneggiature aggiuntive, perfino un jap. I pattern ci sono tutti. Se serve una discontinuità posso sempre scriverla in remoto.”
“E dove vuoi andare?”
“Non lo so, penso che comincerò a spendere un po’ dei miei meritati guadagni in aerei e alberghi, tanto per cambiare. Mi è sempre piaciuto viaggiare, ricordi? Magari faccio il giro dell’Asia, magari torno a Roma, magari vado a stare un po’ a Singapore da Fabio, chi lo sa.”
Un lungo silenzio. Le vibrazioni continuano ad essere disturbate da ondate emotive che puntano come laser al centro della mia coscienza. Le sollecitazioni sono sempre più forti e frequenti, stanno per diventare intollerabili: il vecchio gioco di Luca. Ma non parlerò per prima, non mi alzerò, non farò assolutamente niente per rompere il continuum e tirarlo fuori dall’imbarazzo questa volta, dovessimo stare qui altre sei ore. Stringo i denti e le palpebre, mi preparo alla resistenza ad oltranza. Passano tre, interminabili, minuti.
“Perché scappi?” dice alla fine Luca. È un mormorio strozzato, un’eruzione involontaria trasudata da uno spiraglio subito richiuso della impenetrabile fortezza delle sue emozioni, ma ha la forza di un urlo che schianta tutte le onde emotive contro le pareti: le vibrazioni si possono quasi afferrare e piegare con le dita.
“È una vita che scappo. Te ne accorgi solo adesso?”
 
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