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convivere con il cancro

Shirai Reena è una troia. Definizione di troia: farebbe qualunque cosa per avere quello che vuole ed arrivare dove vuole, ha usato e continua ad usare il sesso come arma per ottenere quello che vuole. Non ha amici, non è amica di nessuno e nessuno può esserle amico: lei gli passerebbe sopra se fosse appena necessario.
Shirai Reena è una viziosa. Definizione di viziosa: le piacciono le emozioni forti, fa regolarmente uso di droghe, specialmente eroina, che si inietta in vena, mentre sniffa amfetamine e cocaina prima di ogni esibizione. Pratica sesso estremo, soprattutto di tipo S/M con una preferenza per il bondage. Naturalmente è bisex.
Shirai Reena ha avuto un’infanzia tranquilla, in una famiglia medio-borghese di Manchester (UK), il padre nel commercio, la madre insegnante alle scuole speciali. Due fratelli più grandi. Non ha subito violenze in famiglia, anche se la sua prima esperienza sessuale è stata con un uomo di quarantacinque anni: lei ne aveva tredici ma a lui aveva detto di averne diciassette. Era uno sconosciuto che Reena ha incontrato durante le vacanze estive: lo ha frequentato fino alla fine delle vacanze, poi lo ha denunciato per molestie sessuali.
La sua prima esperienza con gli stupefacenti è stata due anni dopo, sempre in estate. Frequentava un gruppo di bikers, si era messa con il capo. Quest’uomo di ventidue anni è stato fondamentale nella vita di Reena: l’ha iniziata al fumo e allo sniffo, oltre che ai primi giochi S/M e le ha anche insegnato i primi accordi di chitarra. Tornata in città, Reena si è fatta acquistare una chitarra e ha iniziato a suonare e comporre pezzi. Si è inserita presto nel giro dei gruppi musicali underground, dove si è scopata sistematicamente tutti i leaders delle bands di maggior successo per ottenere un posto di chitarrista e seconda voce.
Ha militato per due anni con i Subliminal, diventandone presto la leader. Durante un festival underground conosce il leader dei Mandala ed inizia una lunga e tormentata relazione, che finisce bruscamente quando lui viene trovato morto nell’attico di Londra che dividevano: collasso cardiaco, provocato da overdose di eroina.
Sì, certo, Shirai Reena è un clone di Courtney Love. Ci abbiamo provato: ha funzionato. Il bello dei personaggi virtuali è che si può iniziare con un personaggio reale su cui si innestano tutte le modifiche necessarie ad evitare gli insuccessi e le cadute del modello-madre. Se il modello-madre ha avuto complessivamente successo, il clone è destinato a replicare lo stesso successo con gli interessi: Shirai Reena è arrivata in tre anni dove Courtney Love è arrivata in dieci. Instant money. Il segreto della vita.
Se non fosse per gli effetti collaterali. Ci sono sempre effetti collaterali. Lo sapevamo.
 
Lo vedo camminare per il lungo corridoio argentato, un completo D&G grigio fumo, cravatta Hermes con motivo floreale, camicia bianca, scarponcini Byblos neri, valigetta MD verde bosco. Non ha mai avuto gusto per i vestiti. Apre la porta della sala riunioni come se fosse il padrone, saluta tutti in perfetto giapponese, si scusa per il ritardo e a me, in italiano, dice solo “Eccoci qui.”
Eccoci qui, infatti. Nessuna emozione apparente, solo grandissima professionalità. Certo. Ha letto le note sul progetto SR01 in treno, ha alcune osservazioni tecniche da fare, vorrebbe sapere il punto di vista del designer sulle body functions aggiuntive. Due ore di debriefing in perfetto stile giapponese, senza una sbavatura. Poi l’inevitabile coffee-break.
“È stata una sorpresa ritrovarti qui. Non me l’aspettavo.”
Figurati io. Ma più che sorpresa lo chiamerei colpo basso.
“Mi hanno detto che hai sceneggiato Koda Kit: non è male. L’AI engineer invece non lo conosco, chi è?”
Saitoo Ichiro sarebbe uno dei cinque ingegneri AI più bravi del mondo, ma siccome Luca Gelli è il numero 2 figurati se si degna.
“Non sei cambiato. Hai solo un po’ meno capelli e un po’ più di pancia. Sei sempre tu.”
“Nemmeno tu sei cambiata. Solo un po’ più magra e le occhiaie un po’ più fonde. Sei sempre a dieta?”
“Rehab. Sono una tossica, non c’era nelle tue note biografiche?”
“Non lo scrivono mai. Anch’io comunque me ne sono fatte un paio da quando lavoro per i jap. Sembra non se ne possa fare a meno. Io di ero, tu di che cosa?”
“Coca.”
“Principiante. Ne hai di strada da fare.”
Conto di farne parecchia con questo progetto, infatti. Ma questo ancora lui non lo sa e per ora è meglio che si crogioli nella sua presuntuosa ignoranza: è l’unico vantaggio che ho e intendo mantenerlo il più a lungo possibile.
Non mi costa fatica stare sottotono: la coca e la rehab hanno spalmato la mia autostima sul fondo del cesso, per cui ora che la recupero facciamo perfino in tempo a finire il maledetto progetto. Basta che lui mantenga la sua ferrea impermeabilità alle emozioni, un gioco da ragazzi per il cinico opportunista che è Luca Gelli.
Naturalmente le cose non sono così semplici. Le cose non sono mai semplici quando c’è di mezzo Luca. Tre giorni dopo, durante la pausa pranzo, senza alcun preavviso e soprattutto senza alcun motivo, Luca apre le ostilità.
“Sai che in tutti questi anni non ho mai smesso di pensarti?”
Deve essere stato un incubo, rispondo pronta. Questa era facile.
“No, per niente. Anzi, il contrario. Scandagliavo periodicamente il web per trovare tracce di te, ma quattro anni fa sei sparita e non ti ho più rintracciato fino a che non sei entrata alla HoriPro.”
Deglutisco a fatica il boccone di tonkatsu. Mi si pianta istantaneamente sullo stomaco. Ne prendo un altro e lo mastico come se fosse l’unica cosa che mi può tenere in vita.
“Dove cazzo eri finita?” dice alla fine scoccandomi il suo famoso sguardo disintegratore.
In una ditta americana con le paranoie. Intranet, doppio gateway e firewall: the works. Il che, aggiungo con un inopinato guizzo di memoria, non ha impedito ai japs di trovarmi.
“Sì, mi hanno detto. Una storia curiosa: pare che siano arrivati al tuo sito da un link su un altro sito. Un link che era stato fatto tre giorni prima.”
Già. Vogliamo chiamarlo caso o fato? È andata così. Lascio cadere l’argomento alzandomi e andandomi a barricare nel bagno delle signore per dieci minuti, che passo appoggiata alla porta in contemplazione delle mattonelle azzurre e argento dietro il WC. Dentro, il solito vortice di emozioni con cui ho imparato a convivere da quando Luca è entrato in me e ha cominciato a divorarmi.
È stato solo istinto di sopravvivenza. Credo sia così che è andata veramente, niente altro che una forma più evoluta dell’istinto più primordiale. È stata anche una lotta senza esclusione di colpi, uno scontro tra titani: il mio ego contro il suo. Abbiamo prodotto un risultato di cui tra meno di un mese parlerà tutto il mondo e che ci sopravviverà in eterno.
È molto di più di quello che volevi tu, amore mio: è quello che ho sempre voluto io. Ma tu non hai mai saputo guardare lontano, per questo adesso tu sei alla tua consolle come sempre mentre io sono qui.
 
Il secondo attacco arriva alla quarta settimana di lavoro, dopo la prevedibile calma piatta che segue le missioni esplorative. Questa volta i miei sensi sono all’erta, pronti a captare ogni segnale debole, arrotati da tre settimane di insonnia e anoressia nervosa. Fatica inutile: il secondo attacco è una carica da cinquanta.
Takuya e Satoru, i graphic designers di SR01, stanno parlottando tra loro ma si azzittiscono appena entro in ufficio e mi guardano facendo finta di non guardarmi finché non mi schiarisco la voce e chiedo educatamente se hanno bisogno di qualcosa. Takuya, il più coraggioso dei due, si fa avanti e nel suo inglese malfermo mi fa capire che alcune specifiche tecniche richieste da Gelli san per SR01 sono molto bizzarre e porteranno via più tempo del previsto. Hanno cercato di parlargliene ma è stato tutto inutile. Si chiedevano se io potevo aiutare, visto che parlavamo entrambi la stessa lingua. Volentieri, dico, ma non capisco abbastanza di graphic design per fare da interprete. I due scuotono la testa, la cosa è veramente molto semplice: si tratta del naso e della bocca di SR01. Mi fanno vedere le foto che Gelli san ha passato loro: sono foto molto vecchie e i particolari degli organi in questione sono molto asimmetrici, molto difficili da riprodurre. I due hanno cercato tutta la mattina nell’archivio VR senza trovare un match perfetto. Se Gelli san si accontentasse di una delle ventisei alternative proposte, tutte molto simili all’originale …
Non muovo un muscolo mentre sotto i miei occhi scorre un collage di mie vecchie foto, accuratamente conservate, ingrandite e ritagliate sul particolare del naso e della bocca: la mia bocca che sorride, che fa la lingua, che parla, imbronciata. Sono almeno un centinaio. Chiudo la cartelletta e sorrido ai due grafici. Prometto che parlerò con Gelli san. Mi chiudo nell’ufficio e gli telefono.
“Luca, sono io. Mi spieghi perché stai mettendo in crisi i designer con questo stupido particolare del naso e della bocca?” dico senza preamboli. Lui ha un paio di secondi di silenzio.
“Credevo ti facesse piacere.” Dice infine.
“Piacere cosa?”
“Sapere che in ogni mia creazione metto un pezzo di te. Non hai mai notato che LM97 ha i tuoi occhi, NK98 le tue mani, TH99 le tue orecchie, KY00 … devo continuare?”
“Basta così. Mi fai venire i brividi. Hai visto troppi film dell’orrore.”
Ride sommessamente, lo sento sospirare e poi accendere una sigaretta. Tira una lunga boccata di fumo.
“Vieni a bere qualcosa al bar?”
“Stay focused. Parlavamo del naso e della bocca di SR01.”
“Sono molto focused, infatti vorrei vedere l’originale di quel naso e di quella bocca. Magari se lo vedessi più spesso smetterei di angustiare quei due poveri grafici.”
“Sei una merda. Questo è un ricatto e non lo raccolgo. Scegli immediatamente una delle ventisei alternative che ti hanno proposto e piantala di rompere i coglioni.”
“L’ho appena fatto: la versione otto andava benissimo. Adesso vieni a bere qualcosa?”
“Ti inculi.”
“OK, fra mezz’ora al bar. Ti ordino un vodka tonic o un bloody mary?”
“Non bevo alcolici prima delle nove di sera. Spremuta di mikan.”
 Metto giù il telefono e le mani cominciano a tremare. Ci metto in mezzo la testa e le costringo a massaggiarmi le tempie per tenerle ferme. Entro in iperventilazione. Non ci posso credere. Questo è troppo. Andrò a controllare il bodywork di tutti i progetti di Luca, naturalmente, ma dopo. Adesso devo solo riflettere, pensare, capire.
È stato allora che è arrivata l’illuminazione. L’idea di colpo si è coagulata nel progetto: dettagliato, esatto, lucidissimo. Finalmente avevo un piano d’azione.
 
Sesta settimana di lavoro. Annuso tensione negativa appena arrivata in ufficio, la tensione sale tutta la mattina ed esplode alle dodici e venti: Luca entra senza preavviso nella gabbia dei grafici e inizia ad insultare Satoru in giapponese. Non capisco il motivo della scenata ma ritengo doveroso intervenire e naturalmente lo faccio in inglese.
“What is the matter?”
“Questo imbecille …”
“I said, what is the matter? Can we all be informed please?”
 “Sure. The body design stinks. It was not done according to my instructions and it cannot work. We have just wasted four weeks. We are now four weeks behind schedule.”
“Is there any way we can help?”
“No. Unless you find a live model to fit the VR scanner. Now.”
“OK, let’s discuss this separately.”
“Ma con piacere!” dice Luca sbattendo la porta dietro di se. Mi giro verso Satoru che ha la testa bassa e il viso in fiamme, mi inchino, mi scuso e esco senza un rumore.
“Ti sembra il caso di fare queste piazzate da primadonna?” dico a Luca senza modificare ne’ tono di voce ne’ mimica facciale.
“Quel grafico è un maledetto imbecille. Lo voglio fuori dal team.”
“Non sei tu a decidere queste cose. E buttarlo fuori non risolve il tuo problema. Quando ti sei calmato, se vuoi discutere la soluzione del problema mi trovi nel mio ufficio.”
“Io sono calmissimo. E tu?”
“Io molto meno. Ma ho la soluzione.”
Lo sguardo di Luca è incredulo e leggermente disgustato: deve essere stato facilissimo per lui imparare il body language dei maschi giapponesi, l’aveva già nel DNA.
“Dov’è il VR scanner?”
“Dov’è il modello?”
“Qui. Sono io.”
Luca ride, la sua risata odiosa.
“Non dire cazzate, per favore: ho un problema vero.”
“Sono vera anch’io. E sono della misura giusta per SR01.”
“Sei troppo bassa.”
“Sei tu il mago della VR: cinque centimetri di coscia li riesci a fare saltare fuori. O quello o ricominci da zero con Hakuzo Satoru.”
“Non hai il fisico della rockstar.”
“E tu che ne sai, non lo frequenti da sette anni.”
“Ho buona memoria.”
“È ora che ti aggiorni un paio di files. Allora, facciamo notte o facciamo ‘sto VR scan? Tanto che hai da perdere?”
“Un’altra giornata di lavoro.”
“OK, Luca, vai a farti fottere.” Dico calmissima con un sorriso da foto ricordo e mi avvio verso il mio ufficio.
“Vai al livello 11, porta verde 4. Aspettami lì: vado a prendere il pass.”
Continuo a sorridere e camminare per il corridoio fino all’ascensore. Premo il bottone. Ho vinto.
Il livello 11 è il livello dei laboratori di VR. Accesso ristretto agli ingegneri e ai capiprogetto, ambiente sterile. Identico ai laboratori di analisi nucleare negli ospedali. Sono ferma davanti alla porta verde 4 in un corridoio bianchissimo, accecata dalle luci UV. Intorno a me si muovono silenziose figure infagottate in tute sterili. Sono calma, in superficie; sotto, il cuore inizia a pompare 80 battiti al minuto. Diventano 90 quando l’ascensore dietro di me si apre e sento, senza voltarmi, che Luca sta arrivando. Vedo solo la sua mano inserire il pass nella feritoia, poi la porta scivola silenziosa e un altro fascio di luce viola mi investe.
“Entra qui e spogliati. Quando hai finito premi il bottone verde sulla parete di fronte. Poi ti guido io.”
Entro senza dire niente: la sua voce ipnotica risuona dentro di me rimescolando le viscere: i capezzoli sono già durissimi. Mi spoglio lentamente, accarezzando ogni indumento sulla pelle prima di lasciarlo cadere: so che mi sta guardando, forse non è il solo, ma lo sto facendo solo per lui e so che anche lui lo sa. Premo il bottone verde e immediatamente la voce di Luca, bassa, profonda, erotica, si insinua dall’altoparlante sulla porta direttamente sotto la mia pelle.
“Adesso si aprirà la seconda porta di fronte a te. Entra nello scan e mettiti in piedi, a gambe divaricate e braccia larghe: vedrai i segni sul pavimento e sulle pareti. Tieni gli occhi chiusi e non parlare: ti dico tutto io.”
Eseguo, come in un gioco erotico. È un gioco erotico. Chiudo gli occhi e immediatamente la Voce riprende, sempre più bassa, sempre più erotica.
“La testa indietro. Girala lentamente: a sinistra, a destra, guarda in alto, guarda in basso. Adesso falla dondolare come se non riuscissi a tenerla su, così, brava, ancora. Adesso ferma la testa, muovi le braccia, una alla volta, comincia con la sinistra, portala avanti, indietro, oscilla, piega, distendi le dita. Così, benissimo, non ti fermare. Adesso la destra, avanti, indietro, oscilla, piega, distendi le dita, bravissima. Ferma con le braccia, dammi le spalle, muovi avanti, indietro, su, giù, perfetto. Ferma. Adesso immobile, torna nella posizione iniziale. Dammi il bacino, inclinalo, sinistra, destra, adesso fai una rotazione, come se …così! Perfetto, continua a ruotare, non ti fermare, vai avanti così. Ok, basta, basta, ferma. Immobile. Stai ferma. Dio Rossana, complimenti: sei diventata una gran figa lo sai?”
Lo so, lo so, lo so, che cosa credi che abbia fatto in questi anni? Che sia diventata una tossica e basta? Credi che non ricordi con chi mi hai rimpiazzato, stronzo? Miss Florida 1990, ho buona memoria anch’io, su queste cose. Adesso guardami, guardami fino a farti scoppiare le vene del pisello, e soprattutto inserisci tutti i dati nel tuo fottuto server: non dimenticarne nemmeno uno.
“OK, adesso voglio le gambe, sempre cominciando dalla sinistra: avanti, indietro, ruota il piede, alza il ginocchio, oscilla avanti e indietro, non ti fermare, non ti fermare …basta così. La destra adesso, stessa cosa, perfetto, bravissima, ancora un minuto, ancora un minuto, continua a muoverti, così.”
“Perfetto, per la parte in piedi abbiamo finito. Adesso puoi parlare. Come va?”
“Gran bella scopata. Sei sempre un maestro. Ce l’hai una sigaretta?”
 
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